DCCXXXVIIAnno diCristoDCCXXXVII. Indiz.V.GregorioIII papa 7.LeoneIsauro, imperad. 21.CostantinoCopronimo Augusto 18.Liutprandore 26.Ildebrandore 2.Per attestato di Andrea Dandolo[Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.], essendo nata una civile discordia fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor ducaOrso; e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E questi fuDomenico Leone, primo ad esercitar quella carica. Crede il medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto, raccontato da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.], ma che forse appartiene ad alcuno degli anni precedenti. Era tuttavia duca del FriuliPemmone, postovi dal re Liutprando; era patriarca di AquileiaCallisto. Ora nei tempi addietro avvenne cheFidenziovescovo della città di Giulio-Carnico, capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris[Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.]. Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu elettoAmatore, che seguitò a tenere la residenza in quella città. NellaCronica de' patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce[Anecdot. Latin., tom. 4.], si legge che a Fidenzio succedetteFederigo, e a FederigoAmatore. Gran tempo era che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona[Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati dell'imperadore.], terra della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee. Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca, e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato Pemmone, e conoscendoRatchissuo figliuolo per uomo valoroso, il creò duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza che non gli sarebbe fatto male;e però coi figliuoli e con tutti quei nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli tutti ammessi, donò a RatchisPemmonedi lui padre, ed inoltreRatcaiteAstolfodi lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili. Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re; ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza, meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarcaCallisto, liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s. Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in quest'annoTeoderico IV, re de' Franchi, e per cinque anni stette la Francia senza re, governando gli statiCarlo Martello, il quale è da maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de' Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione del Continuator di Fredegario[Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.], s'impadronirono della città di Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca, posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città. Tra essi e l'esercito di Carlo seguìun sanguinoso fatto d'armi colla sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.]fa menzione di questa vittoria.
Per attestato di Andrea Dandolo[Dandulus, in Chronic., tom. 12 Rer. Ital.], essendo nata una civile discordia fra il popolo di Venezia, restò in quest'anno ucciso il lor ducaOrso; e perciocchè le parti non si poterono accordare per eleggere un nuovo duca, si convenne di dare il governo ad un maestro di militi, ossia ad un generale d'armata, la cui autorità non durasse più d'un anno. E questi fuDomenico Leone, primo ad esercitar quella carica. Crede il medesimo Dandolo che in quest'anno accadesse nel Friuli uno sconcerto, raccontato da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 51.], ma che forse appartiene ad alcuno degli anni precedenti. Era tuttavia duca del FriuliPemmone, postovi dal re Liutprando; era patriarca di AquileiaCallisto. Ora nei tempi addietro avvenne cheFidenziovescovo della città di Giulio-Carnico, capitale una volta della Carnia, non trovandosi sicuro in quella terra a cagion delle scorrerie degli Avari e Schiavoni, ottenne licenza dai precedenti duchi del Friuli di poter fissar la sua abitazione in Cividal di Friuli, cioè nella diocesi del patriarca d'Aquileia, non avendo questa città vescovo proprio, come fu osservato dal cardinal Noris[Noris, de Synodo Quinta, cap. 9.]. Venne a morte il vescovo Fidenzio, e in suo luogo fu elettoAmatore, che seguitò a tenere la residenza in quella città. NellaCronica de' patriarchi d'Aquileia, da me data alla luce[Anecdot. Latin., tom. 4.], si legge che a Fidenzio succedetteFederigo, e a FederigoAmatore. Gran tempo era che i patriarchi d'Aquileia non potendo abitarvi in Aquileia, città disfatta e suggetta alle scorrerie dei sudditi imperiali dimoranti nelle isole di Venezia e nell'Istria, s'erano ritirati a Cormona[Cioè di quei sudditi imperiali che per ragione di commercio abitavano nell'isole di Venezia, non essendo i Veneziani se non alleati dell'imperadore.], terra della loro diocesi. Ora non sapeva digerire il patriarca Callisto che un vescovo d'altra diocesi si fosse stabilito nella diocesi sua, ed abitasse in quella città in compagnia del duca e della nobiltà, e fors'anche si usurpasse alcuno de' diritti a lui spettanti, mentre egli era astretto a menar sua vita come in villa fra persone plebee. Sopportò, finchè visse Fidenzio; ma vedendo continuar questo giuoco, e forse fattene più doglianze, ma indarno, venuto un dì a Cividal del Friuli con molto seguito di persone, cacciò da quella città il nuovo vescovo Amatore, e si mise ad abitar nella casa stessa che dianzi serviva al medesimo prelato. Se l'ebbe molto a male questo fatto il duca Pemmone, e però unitosi con molti nobili longobardi, prese il patriarca, e condottolo al castello Ponzio, o Nozio, vicino al mare, vi mancò poco che nol precipitasse in quell'acque. Si ritenne, o fu ritenuto, e contentossi di chiuderlo in una dura prigione, dove per qualche tempo si nudrì col pane della tribolazione. Portato l'avviso di questa sacrilega violenza al re Liutprando, s'accese di collera, privò del ducato Pemmone, e conoscendoRatchissuo figliuolo per uomo valoroso, il creò duca in luogo di suo padre. Disponevasi Pemmone, dopo questo colpo, di fuggirsene in Ischiavonia; ma cotanto si adoperò con preghiere il figliuolo Ratchis presso al re, che gli ottenne il perdono, e fidanza che non gli sarebbe fatto male;e però coi figliuoli e con tutti quei nobili longobardi che avevano avuta mano in quell'attentato, se n'andò alla corte del re. Allora Liutprando nella pubblica udienza avendoli tutti ammessi, donò a RatchisPemmonedi lui padre, ed inoltreRatcaiteAstolfodi lui fratelli, e li fece andar dietro alla sua sedia; poscia ad alta voce ordinò che fossero presi tutti quei nobili. Allora Astolfo sbuffando, e non potendo pel dolore sofferir questa ingiustizia, fu per isfoderar la spada affine di tagliar la testa al re; ma Ratchis suo fratello il trattenne. Furono messe le mani addosso a que' nobili, a riserva di Ersemaro, il quale sguainata la spada, benchè inseguito da molti, sì bravamente si difese, che potè salvarsi nella basilica di s. Michele. Egli dipoi, solo a cagion di questa prodezza, meritò che il re gli facesse la grazia; agli altri toccò di fare una lunga penitenza nelle carceri. Tornò poscia il patriarcaCallisto, liberato dalla prigione, a Cividale, dove, per attestato della Cronica suddetta dei patriarchi, fabbricò la chiesa e il battistero di s. Giovanni e il palazzo patriarcale. Diede fine alla sua vita in quest'annoTeoderico IV, re de' Franchi, e per cinque anni stette la Francia senza re, governando gli statiCarlo Martello, il quale è da maravigliarsi come non si mettesse la corona sul capo. Ebbe anche esso Carlo nell'anno presente da far pruova del suo valore contra de' Saraceni, che tornati ad infestar le contrade cristiane, per relazione del Continuator di Fredegario[Continuator Fredegarii apud Du-Chesne, tom. 1.], s'impadronirono della città di Avignone. Fu ricuperata questa città da Carlo Martello, che v'accorse con tutte le sue forze, e poi rivolse l'armi contra la Linguadoca, posseduta da quegl'infedeli, ed assediò la città di Narbona. Allora i Saraceni di Spagna, fatto uno sforzo, vennero per liberar quella città. Tra essi e l'esercito di Carlo seguìun sanguinoso fatto d'armi colla sconfitta totale d'essi Saraceni. Non potè neppur con tutti questi vantaggi Carlo sottomettere Narbona; diede bensì il sacco a tutta la Linguadoca, smantellò Nismes ed altre città, e pieno di gloria se ne tornò alla sua residenza. Anche Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 54.]fa menzione di questa vittoria.