DCLXIIIAnno diCristoDCLXIII. IndizioneVI.Vitalianopapa 7.Costantino, dettoCostante, imperadore 23.Grimoaldore 2.Al presente anno rapportò il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.], e dopo lui Camillo Pellegrino[Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.], il principio del regno diGrimoaldo. Ma sapendo noi da Paolo Diacono[Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.], che succedette l'assedio di Benevento prima che l'imperadorCostantevenisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'indizione sesta, dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da Anastasio[Anastas. Bibliothec., in Vitalian.]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento. Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscitodi Costantinopoli nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze Benevento, e al suo governoRomoaldo, giovane poco pratico nel mestier della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.]ch'egli volle consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta da straniero paese (cioèTeodelinda) avea nel regno longobardico fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazionlongobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de' Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo. Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto, ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de' Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza aLuceria(oggidìNocera), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche l'assedio diAcheronzia(oggidìAcerenza), ma per la forte situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico imperadore,Romoaldo, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui dichiaratoduca di Benevento, inviò a PaviaSesualdosuo balio a pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in quelle contrade.In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era talela guarnigione ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano, spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nomeGisa(GiselaoGisla, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero; ma sembra che si ricavi dalla vita di sanBarbatovescovo di quella città, rapportata dall'Ughelli[Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.], che fosse pagata da Romoaldo a Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte, nè avessepaura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così. Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace, Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamentoMittola, ossiaMicolaconte di Capua, che gli diede una buona pelata in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono laPugna, ossia laBattaglia. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmoTrasimondoconte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiaròduca di Spoleti Trasimondo, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte diAttoneera restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo,gli diede per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per anticipazione appellò Mittola conte di Capua.Abbiamo poi dal medesimo storico[Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.]che, posta in sicuro la persona dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellatoSaburro, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a combattere col ducaRomoaldo, promettendosi una sicura vittoria di lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è accompagnato da Paolo Diacono con unut fertur: segno che non n'era ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco fa mentovata di sanBarbatovescovo di Benevento. Professavano bene i Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro battesimo, maritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera, di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo, gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra. Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli andasse alla caccia, e portatosi aTeodelindamoglie di esso duca, principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documentodi ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli[Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.], ed indrizzatareverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae episcopo, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi. Dicesi anche dataIII kal. februarii, pontificatus anno primo, Indictione XI. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano: nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come ivi si osserva.Passò di poi l'imperadorCostanteda Napoli a Roma, e sappiamo da Anastasio[Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.]che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli andò incontro papaVitalianocol clero sei miglia fuori della città, e fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto quest'anno Teofane[Theoph., in Chronogr.]; ma ci danno abbastanzaa conoscere di grandi sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio[Sigon., de Regno Italiae.],Agone, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato aLupo. Ma il Sigonio si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile cheAgonemolto prima avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima dell'anno presente.
Al presente anno rapportò il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl. ad hunc ann.], e dopo lui Camillo Pellegrino[Peregrinus de Finib. Ducat. Benevent.], il principio del regno diGrimoaldo. Ma sapendo noi da Paolo Diacono[Paulus Diacon. lib. 5, cap. 11.], che succedette l'assedio di Benevento prima che l'imperadorCostantevenisse a Roma, ed essendo egli arrivato a Roma nel dì cinque di luglio di quest'anno, correndo l'indizione sesta, dopo essere stato presso Benevento, come troviamo asserito anche da Anastasio[Anastas. Bibliothec., in Vitalian.]: per conseguente bisogna supporre che Grimoaldo nel precedente anno 662 dopo il mese di luglio occupasse il regno dei Longobardi (al che occorse non poco tempo), e che nel presente poi venisse da Pavia in soccorso dell'assediata suddetta città di Benevento. Convien dunque sapere che l'imperador Costante, uscitodi Costantinopoli nell'anno addietro, al comparire della primavera proseguì la sua navigazione sino ad Atene, e di là poi venne a Taranto. Quivi inteso come Grimoaldo con essersi portato a Pavia avea lasciato con poche forze Benevento, e al suo governoRomoaldo, giovane poco pratico nel mestier della guerra, s'avvisò che questo fosse il tempo propizio per iscacciar di colà i Longobardi. Perciò colle truppe che seco avea condotto, e coi presidii di varie città marittime a lui sottoposte, e con quanti soldati potè trarre dalla Sicilia, determinò di passare all'assedio di Benevento. Prima di farlo, narra Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 6.]ch'egli volle consultare intorno a questa impresa un santo romito che era in concetto di predir le cose avvenire. Parlò con lui, dimandandogli se gli riuscirebbe di abbattere i Longobardi. Prese tempo il buon servo di Dio per far prima orazione, e la seguente mattina gli rispose, che per ora la gente longobardica non potea essere vinta, perchè una regina venuta da straniero paese (cioèTeodelinda) avea nel regno longobardico fabbricata una basilica in onore di san Giovanni Battista, il quale continuamente colla sua intercession presso Dio proteggeva la nazionlongobarda. Ma che verrebbe un dì che i Longobardi non farebbono più conto di quel sacro luogo, ed allora arriverebbe la rovina di quella nazione. Il che, soggiugne esso Paolo Diacono, s'è in fatti verificato a' miei giorni, perchè avanti che succedesse l'estinzione del regno de' Longobardi, coi miei occhi ho veduto quella stessa basilica, esistente in Monza, data in preda a vili persone, e posti al governo d'essa sacerdoti indegni e adulteri, perchè non più a gente di merito, ma solamente a chi più danaro spendeva, era conferito quel venerabil luogo. Ora l'imperador Costante con tutto il suo sforzo uscito di Taranto, ostilmente entrò nel ducato beneventano, e prese quante città de' Longobardi incontrò per cammino. Trovò resistenza aLuceria(oggidìNocera), città ricchissima della Puglia in que' tempi; però convenne a forza di armi e d'assedio espugnarla. Impadronitosene sfogò il suo sdegno contra d'essa con guastarla sino ai fondamenti. Intraprese anche l'assedio diAcheronzia(oggidìAcerenza), ma per la forte situazione non potè sottometterla. Passò di là sotto Benevento, ed assediollo con tutto il suo esercito. Ai primi movimenti del nemico imperadore,Romoaldo, figliuolo del re Grimoaldo, già da lui dichiaratoduca di Benevento, inviò a PaviaSesualdosuo balio a pregare il padre, che il più sollecitamente che potesse accorresse in aiuto di lui e de' suoi Beneventani. Non perdè tempo Grimoaldo, e raunata tosto una potente armata, si mise in viaggio alla volta di Benevento. Ma per istrada moltissimi de' Longobardi desertarono e se ne tornarono alle lor case, persuadendosi che Grimoaldo, con avere spogliato il regal palazzo di Pavia, più non fosse per ritornare in quelle contrade.
In questo mentre l'imperadore con tutte le macchine da guerra continuava vigorosamente l'assedio intrapreso; ma il duca Romoaldo, tuttochè giovinetto, faceva una gagliarda difesa. Non era talela guarnigione ch'egli potesse azzardarsi ad uscire in campo per tentar la sorte d'una battaglia; contuttociò in compagnia de' più bravi giovani facea delle frequenti sortite, uccidendo non pochi de' nemici, e tenendoli in un quasi continuo allarme. Allorchè Grimoaldo suo padre, camminando a gran giornate, cominciò ad accostarsi ai confini del ducato beneventano, spedì innanzi il suddetto balio di suo figliuolo, acciocchè cautamente penetrando nella città assediata, incoraggisse i difensori colla sicurezza dell'imminente soccorso. Ma Sesualdo sfortunatamente cadde in mano de' Greci, che da lui seppero come il re Grimoaldo veniva a far loro una visita. Di più non ci volle, perchè l'imperador Costante trattasse subito aggiustamento col duca Romoaldo, per potersi ritirar con vantaggio da quell'impresa. Fu fatta la capitolazione, e data a Costante per ostaggio una sorella d'esso duca per nomeGisa(GiselaoGisla, credo io, nome usato fra' Longobardi), la qual poscia non potè più rivedere i suoi, essendo mancata di vita nel venire dalla Sicilia, o nell'andarvi. Non esprime Paolo Diacono che patti seguissero; ma sembra che si ricavi dalla vita di sanBarbatovescovo di quella città, rapportata dall'Ughelli[Ughell. Ital. Sacr. tom. 4, in Archiepiscop. Benevent.], che fosse pagata da Romoaldo a Costante una buona somma d'oro e d'argento e di pietre preziose. Certo la sorella data in ostaggio può far conghietturare, che fu accordata qualche somma di danaro ad esso imperadore, di pagarsi con un respiro di tempo. Aggiugne successivamente Paolo Diacono che l'imperadore fece condurre sotto le mura il suddetto Sesualdo, con intimargli di far sapere agli assediati che Grimoaldo non potea venire in lor aiuto; cosa ch'egli promise d'eseguire. Dimandò egli di parlare con Romoaldo che in fretta comparve sulle mura. Allora Sesualdo gli disse che tenesse forte, nè avessepaura, perchè s'avvicinava il poderoso soccorso del padre già pervenuto al fiume Sangro; e che solamente gli raccomandava di aver cura e compassione di sua moglie e de' suoi figliuoli, ben sapendo che la perfida nazione de' Greci nol lascerebbe sopravvivere. Tanto in fatti avvenne. Non sì tosto ebbe finito di dir queste parole, che, per ordine dell'imperadore, tagliato gli fu il capo, e questo con una petriera gittato nella città. Un principe magnanimo non avrebbe operato così. Portata essa testa al duca Romoaldo, con calde lagrime e baci fu da lui ricevuta, e in un degno sepolcro dipoi riposta. Non si sa ben intendere come seguisse questo fatto. Perchè se, prima di conchiuder la pace, Sesualdo parlò con Romoaldo, questi non avea bisogno di far capitolazioni, nè di comperare con sì grave pagamento e coll'ostaggio della sorella la liberazion della città. Se poi dappoichè era seguita la pace, non vi era bisogno di far credere a Romoaldo ch'egli non dovea sperare soccorso. Non volendo poi l'imperadore aspettar l'arrivo del re Grimoaldo, levato il campo, s'inviò alla volta di Napoli; ma nel passaggio del fiume Calore, gli fu addosso con un distaccamentoMittola, ossiaMicolaconte di Capua, che gli diede una buona pelata in un luogo appellato tuttavia a' tempi di Paolo Diacono laPugna, ossia laBattaglia. Ma se era seguita pace, come poi seguitavano le ostilità? Il dirsi poi dallo storico che fosse allora conte, cioè governatore di Capua, quel Mittola, quando all'anno precedente vedemmoTrasimondoconte di quella città, ci chiama ad avvertire ciò che il medesimo Paolo narra più di sotto, con dire che, dacchè Grimoaldo ebbe liberato Benevento dai Greci, prima di tornarsene a Pavia, dichiaròduca di Spoleti Trasimondo, dianzi conte di Capua, in premio d'averlo ben servito ad acquistare il regno, giacchè per la morte diAttoneera restato vacante quel ducato. E per maggiormente obbligarselo,gli diede per moglie un'altra sua figliuola, di cui non sappiamo il nome. Però a quest'anno appartiene questo nuovo duca di Spoleti; e forse Paolo per anticipazione appellò Mittola conte di Capua.
Abbiamo poi dal medesimo storico[Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 10.]che, posta in sicuro la persona dell'imperadore in Napoli, allora uno de' suoi grandi, appellatoSaburro, dimandò la grazia ad esso Augusto di poter andare a combattere col ducaRomoaldo, promettendosi una sicura vittoria di lui. Fu esaudito, e andò. Ancor questo può far sospettare che non sussista la pace suddetta. A questo avviso il re Grimoaldo volle in persona uscire colla sua armata a provare il valore dei Greci; ma il duca Romoaldo tanto il pregò che lasciasse a lui l'impresa, che l'ottenne. E presa seco parte dell'armata paterna, con tutti i suoi andò ad attaccar la zuffa, la quale fu con vigore sostenuta lungamente da ambe le parti. Ma avendo uno de' Longobardi, appellato Amalongo, che portava il Conto, cioè lo stendardo regale, con quello a due mani percosso un Greco, levatolo di sella, ed alzatolo con esso sopra il suo capo, il terrore a questa vista saltò addosso ai Greci, i quali presero incontanente la fuga, e d'essi fu fatta una grande strage. Se ne ritornò Saburro svergognato all'imperadore, e Romoaldo tutto lieto e glorioso al re suo padre. Ma il racconto di questa battaglia e vittoria è accompagnato da Paolo Diacono con unut fertur: segno che non n'era ben certo. E veramente par cosa da non digerire sì facilmente quella galanteria di alzare in aria quel povero greco, o vivo o morto ch'ei fosse. Certamente il buon Paolo non è avaro di lodi alla nazion sua longobarda. Qui poi non si dee tacere quel che abbiamo dalla vita poco fa mentovata di sanBarbatovescovo di Benevento. Professavano bene i Longobardi beneventani la legge di Cristo, e prendevano il sacro battesimo, maritenevano tuttavia dei riti gentileschi, come lungamente ancora fecero i popoli franchi: cioè aveano in uso di adorar la vipera, di cui ciascuno tenea l'immagine in casa sua. Regnava eziandio fra loro una superstizione consistente in riguardare per cosa sacra un albero, a cui pare che facessero dei sagrifizii o de' voti. Attaccavano anche ai suoi rami un pezzo di cuoio, e correndo a briglia sciolta a cavallo, gittavano all'indietro dei dardi a quel cuoio; e beato chi ne poteva staccare un pezzetto: egli sel manicava con gran divozione. Barbato, non per anche vescovo, predicò più volte contro di queste superstizioni, ma predicò indarno. Venne poi l'assedio di Benevento: allora più che mai san Barbato si scaldò in questo affare, di maniera che il duca Romoaldo promise di estirparle, se Dio gli facea grazia di salvare la città da quel pericolo, del che si fece mallevadore Barbato. Perciò appena fu sciolto l'assedio, che il servo di Dio, presa una accetta, corse a tagliar l'albero sacrilego fin dalle radici, e coprì il sito di terra. Fu poi creato san Barbato vescovo di Benevento, e saputo che il duca in un suo gabinetto seguitava a tener l'idolo della vipera, aspettò ch'egli andasse alla caccia, e portatosi aTeodelindamoglie di esso duca, principessa veramente cattolica e pia, tanto disse, che si fece consegnar quell'idolo d'oro, ed immediatamente rottolo, ne fece un calice e una patena di mirabil grandezza, e placò dipoi miracolosamente il duca pel furto piamente a lui fatto. S'ha nella stessa vita che san Barbato ricusò il dono di molti poderi, esibitogli dal duca Romoaldo, e solamente gli dimandò che fosse sottoposta ed unita alla Chiesa di Benevento quella di Siponto coll'insigne grotta di san Michele nel monte Gargano, che si trovavano in questi tempi deserte, verisimilmente perchè saccheggiate dai Greci: il che gli fu accordato. E di questa unione si truovano sicure memorie da lì innanzi. Ma non è già sicuro documentodi ciò una bolla di Vitaliano papa, pubblicata dall'Ughelli[Ughell. Ital. Sacr. tom. 4 in Episc. Benevent.], ed indrizzatareverendissimo domino carissimo beneventanae ecclesiae episcopo, che così non hanno mai parlato i papi scrivendo ai vescovi. Dicesi anche dataIII kal. februarii, pontificatus anno primo, Indictione XI. Questa indizione denota l'anno 668, nel quale indubitata cosa è che non correva l'anno primo del pontificato di papa Vitaliano: nè allora i papi lasciavano nella penna gli anni dell'imperadore, come ivi si osserva.
Passò di poi l'imperadorCostanteda Napoli a Roma, e sappiamo da Anastasio[Anast., in Vitalian. Paul. Diac., lib. 5, c. 11.]che arrivò colà nel mercordì, giorno quinto di luglio. Gli andò incontro papaVitalianocol clero sei miglia fuori della città, e fatte le accoglienze, il condusse nel giorno stesso a san Pietro, dove fece orazione e lasciò un dono. Nel sabbato appresso si portò a santa Maria Maggiore, dove pratico lo stesso. Nella domenica seguente processionalmente con tutto l'esercito suo tornò al Vaticano, essendogli uscito incontro tutto il clero con doppieri accesi. In quella sacra basilica si cantò messa solenne, e l'imperadore fece l'oblazione di un pallio tessuto d'oro e di seta. Nel sabbato susseguente si trasferì alla patriarcale lateranense, e quivi pranzò nella basilica di Giulio. Dopo dodici dì di permanenza in Roma, Costante Augusto si congedò dal papa, e misesi in viaggio alla volta di Napoli, con aver prima levata da quella regina delle città tutti i bronzi che le servivano d'ornamento, e tolte infino le tegole di bronzo, onde era coperta la chiesa di santa Maria ai Martiri, cioè la Rotonda. Passò a Napoli, e quindi per terra fino a Reggio di Calabria. Prima che terminasse l'anno mise piedi in Sicilia, e prese ad abitare nella città di Siracusa. Poche parole ha sotto quest'anno Teofane[Theoph., in Chronogr.]; ma ci danno abbastanzaa conoscere di grandi sciagure accadute in Oriente al romano imperio, perchè gli Arabi, cioè i Saraceni devastarono molte provincie cristiane, e condussero in ischiavitù un'immensa quantità di persone. Se crediamo al Sigonio[Sigon., de Regno Italiae.],Agone, creato duca del Friuli nell'anno 661, terminò la sua vita nell'anno presente, e fu conceduto quel ducato aLupo. Ma il Sigonio si fece tal cronologia sulle dita, poichè per conto del tempo nulla si ricava da Paolo Diacono. Sembra più verisimile cheAgonemolto prima avesse quel governo, e fors'anche ebbe Lupo per successore prima dell'anno presente.