DCXCAnno diCristoDCXC. IndizioneIII.Sergiopapa 4.Giustiniano IIimperadore 6.Cunibertore 13.Si può rapportare a quest'anno la ribellione diAlachiduca di Trento e di Brescia, narrata da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.]. Costui, mostro d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti dal reCuniberto, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale. Congiurato perciò conAldoneeGrausone, due de' più potenti cittadini di Brescia, e con altri Longobardiaspettò che Cuniberto fosse fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero. Governava in questi tempi la Chiesa di PaviaDamianovescovo, insigne per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempola benedizione della sua santa Chiesa, cioè l'eulogia, ossia il pan benedetto. Dura questo nome dibenedizionenel suddetto significato nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello dibendesón. Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno, e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il figliuolo di Aldone sopraddetto,fanciullo di tenera età, e probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò allora detto ad Alachi verso il fanciullo:Oh tuo padre ne ha ben parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà. Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto, abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu la rete indarno.Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e, presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a gara tuttivolarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne a Piacenza, e di là se ne tornò nell'Austriae non già nell'Istria, come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra settentrione e levante era chiamata alloraAustria, a differenza della parti occidentale della Lombardia, che si chiamavaNeustria: nella qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria, ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi[Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.]noi troviamo laNeustriae l'Austria, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle annotazioni alle medesime leggi.Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse indietro, e potesse avvisar gli altri che venivanodi questa frode. In una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiamaCornà. Cuniberto, che voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma, prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia, custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla reginaGundiberga, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si perderebbe,e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio, ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi, che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale, dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità, comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto, scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e indiavolato sclamò:Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici. Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona, allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario, perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida; ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi:Signore, voi per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste riflessioni. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.
Si può rapportare a quest'anno la ribellione diAlachiduca di Trento e di Brescia, narrata da Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 5, cap. 38 et seq.]. Costui, mostro d'ingratitudine, perchè dimentico de' segnalati benefizii a lui fatti dal reCuniberto, e nulla curante del giuramento di fedeltà a lui prestato, era gran tempo che macchinava di occupare il trono regale. Congiurato perciò conAldoneeGrausone, due de' più potenti cittadini di Brescia, e con altri Longobardiaspettò che Cuniberto fosse fuori di Pavia, e all'improvviso s'impadronì del palazzo regale e di quella città, con assumere il titolo di re. Portata questa nuova a Cuniberto, altro ripiego non ebbe per allora che di rifugiarsi nell'isola del lago di Como, che in questi tempi era una delle migliori fortezze, e quivi attese a fortificarsi. Grande fu l'afflizione di chiunque amava Cuniberto, ma specialmente di tutte le persone ecclesiastiche assai informate dell'odio che Alachi portava al clero. Governava in questi tempi la Chiesa di PaviaDamianovescovo, insigne per la santità dei suoi costumi, e sufficientemente ornato dell'arti liberali: pregio allora assai raro in Italia. Questi dacchè intese occupata dal tiranno la reggia, affinchè per sua trascuraggine non venisse danno alla sua Chiesa, spedì a fargli riverenza Tommaso suo diacono, uomo saggio e buon religioso, mandandogli nello stesso tempola benedizione della sua santa Chiesa, cioè l'eulogia, ossia il pan benedetto. Dura questo nome dibenedizionenel suddetto significato nella Garfagnana, provincia del duca di Modena, di là dall'Apennino, e dura anche in Modena, ma corrotto e mutato in quello dibendesón. Saputo che ebbe Alachi essere nell'anticamera il diacono, siccome uomo pieno di mal talento verso i preti e cherici, gli mandò a fare una sporca interrogazione, a cui saviamente rispose il diacono. Finalmente fattolo entrare, dopo avergli parlato con asprezza di parole e motti ingiuriosi, il licenziò. Si sparse per tutto il clero la nuova di questo indegno trattamento, e in tutti sorse il terrore e la paura del tiranno, e crebbe il desiderio che tornasse sul trono il buon re Cuniberto. In fatti non permise Iddio che lungo tempo durasse questo crudele usurpatore sul trono. Adunque un giorno contando Alachi sopra una tavola dei soldi d'oro, gli cadde in terra un terzo di soldo. Fu presto il figliuolo di Aldone sopraddetto,fanciullo di tenera età, e probabilmente paggio di corte, a raccoglierlo, e glielo restituì. Scappò allora detto ad Alachi verso il fanciullo:Oh tuo padre ne ha ben parecchi di questi, e volendo Iddio, non andrà molto che me li darà. Tornato la sera il fanciullo a casa, interrogato dal padre che parole avesse detto in quel giorno il re, gli riferì il motto suddetto, che bastò ad un buono intenditore per cercar riparo alle intenzioni malvage dell'ingrato tiranno. Comunicato l'affare a Grausone suo fratello, ne concertarono la maniera con gli amici, e fu questa. Andati a trovar Alachi, gli rappresentarono che la città era assai quieta, e il popolo tutto fedele, nè v'essere da temere di quell'ubbriacone di Cuniberto, abbandonato da ognuno; e però poter egli oramai uscir fuori alla caccia per divertirsi un poco insieme co' suoi giovani: che intanto essi con gli altri suoi fedeli farebbono buona guardia alla città, con promettergli anche di dargli in breve la testa di Cuniberto. Tesa non fu la rete indarno.
Alachi uscito di Pavia, se n'andò alla vastissima selva del fiume, o del castello, appellata Urba, oggidì Orba, e quivi cominciò a darsi bel tempo. Intanto Aldone e Grausone travestiti andarono al lago di Como, e, presa una barca, si presentarono nell'isola davanti al re Cuniberto, e prostrati a' suoi piedi accusarono il loro fallo, ne espressero il pentimento, e dopo avergli raccontato quanto aveva il tiranno macchinato per la loro rovina gli rivelarono il disegno formato per rimetterlo sul trono. Pertanto obbligatisi con forti giuramenti, destinarono il giorno in cui Cuniberto avesse da comparire a Pavia, dove gli sarebbono aperte le porte. Così fu fatto. Cuniberto vi fu senza difficoltà accolto, e portossi a dirittura al suo palazzo. Si sparse, per dir così, in un batter d'occhio per tutta la città la nuova: e i cittadini a folla, e massimamente il vescovo e i sacerdoti e cherici, giovani e vecchi, a gara tuttivolarono colà, tutti pieni di lagrime e d'inestimabil allegrezza, senza saziarsi d'abbracciarlo e di ringraziar Dio pel suo ritorno. Li consolò, e baciò i principali il buon re Cuniberto. Non tardò ad arrivare ad Alachi l'avviso che Aldone e Grausone aveano mantenuta la parola, con aver portato non la testa sola, ma anche tutto il corpo di Cuniberto a Pavia, e ch'esso era nel palazzo. Allora Alachi saltò nelle furie contra Aldone e Grausone, e senza perder tempo, venne a Piacenza, e di là se ne tornò nell'Austriae non già nell'Istria, come hanno alcuni testi di Paolo, guasti dai poco pratici degli usi di questi tempi. Perciocchè la parte del regno longobardico posta fra settentrione e levante era chiamata alloraAustria, a differenza della parti occidentale della Lombardia, che si chiamavaNeustria: nella qual guisa appunto anche i Franchi appellarono Neustria ed Austria, ossia Austrasia due parti del vasto loro regno, cioè l'occidentale e l'orientale. Però nelle leggi de' Longobardi[Leges Longobard. part. 1. tom. 1. Rer. Italic.]noi troviamo laNeustriae l'Austria, siccome anch'io ho dianzi fatto vedere nelle annotazioni alle medesime leggi.
Arrivato Alachi nell'Austria longobardica, parte colle lusinghe e parte colla forza trasse nel suo partito le città per dove passava. I Vicentini a tutta prima se gli opposero, ma coll'armi fece lor mutare pensiero, e gli unì seco in lega. Giunse a Trivigi, e così all'altre città di quelle contrade, e tutte le ebbe a' suoi voleri. Quindi si diede a raunare un esercito per andar contra Cuniberto; e perchè seppe che quei di Cividale di Friuli s'erano mossi per essere in aiuto d'esso Cuniberto, portatosi al ponte della Livenza, distante quarantotto miglia da Cividale, di mano in mano che arrivava quella gente, la forzava a giurare d'essere in aiuto suo, senza permettere che alcuno tornasse indietro, e potesse avvisar gli altri che venivanodi questa frode. In una parola Alachi con tutta l'armata dell'Austria longobarda s'incamminò alla volta di Pavia: ma passato il fiume Adda, trovò Cuniberto che gli veniva incontro coll'esercito suo; e però nelle campagne di Coronata amendue le armate, l'una in faccia all'altra, si accamparono. Quel sito era verso Como, e non già presso Pavia, come han creduto alcuni scrittori pavesi, ed oggidì ancora si chiamaCornà. Cuniberto, che voleva risparmiare il sangue dei suoi, mandò a sfidare Alachi ad un duello fra lor due soli. Ma Alachi non vi consentì. E perchè saltò su uno dei suoi di nazione toscano, che disse di maravigliarsi come un signore sì bellicoso e forte ricusasse di battersi con Cuniberto, Alachi rispose: essere ben Cuniberto un ubbriacone e scimunito; ma che nondimeno si ricordava, quando amendue erano giovanetti, che nel palazzo di Pavia si trovavano dei castrati di straordinaria grandezza, i quali Cuniberto prendendoli per la lana della schiena con una mano, gli alzava in alto: cosa che non poteva far esso Alachi. Ciò udito, il toscano gli disse, che s'egli non voleva battersi con Cuniberto, neppur egli intendeva di combattere per lui; e detto fatto se ne scappò, e andò a trovar Cuniberto, a cui narrò quanto era avvenuto. Andata la sfida della general battaglia, si prepararono le due armate per affrontarsi. Ma, prima di venire all'assalto, Zenone diacono della Chiesa di Pavia, custode della basilica di san Giovanni Battista, fabbricata dalla reginaGundiberga, siccome persona che amava teneramente il re Cuniberto, e temeva che restasse morto in quella campal giornata, gli disse, che essendo riposta la vita di tutti nella salute d'esso re, ed avendosi giusto timore che s'egli per disgrazia perisse, il crudel tiranno dopo mille strazii leverebbe a tutti la vita: perciò il consigliava di cedere a lui le armi e la sopravvesta sua; perchè morendo un par suo, nulla si perderebbe,e campando, ne verrebbe a lui più gloria per aver vinto col mezzo d'un suo servo. Abborriva Cuniberto di accettar questo consiglio, ma cotanto fu scongiurato dalle lagrime e preghiere de' suoi più fidi, che si arrendè, e consegnò tutte le sue armi al diacono, il quale, dimentico del suo grado, e affascinato da una imprudente carità, comparve alla testa dell'esercito, e perchè era della stessa statura del re, fu creduto Cuniberto da tutti. Si attaccò dunque la battaglia con gran valore dall'una e dall'altra parte. Alachi, ben conoscendo la certezza della vittoria se gli riusciva di abbattere Cuniberto, scopertolo, con tanto sforzo dei suoi l'assalì, che lo stese morto a terra; ma nel fargli levar l'elmo, per tagliargli il capo ed alzarlo sopra una picca, trovò d'aver ucciso non Cuniberto, ma un cherico; e indiavolato sclamò:Ah che nulla abbiam fatto finora; ma se Dio mi dà vittoria, fo voto d'empiere un pozzo di nasi ed orecchie di cherici. Questa cautela di far prendere l'armi regali ad una privata persona, allorchè si andava ai combattimenti, fu poi praticata da alcuni re di Sicilia. La voce sparsa della morte di Cuniberto fece che l'armata sua cominciò a ritirarsi, ed era già in procinto di prendere la fuga, quando Cuniberto, alzatasi la visiera, si fece conoscere al suo popolo, e gli rimise in petto il coraggio. S'era arrestato anche l'esercito contrario, perchè convinto di nulla aver guadagnato. Tornaronsi dunque ad ordinar le schiere dall'una parte e dall'altra, e già erano in punto per menar le mani, quando Cuniberto mandò di nuovo a dire ad Alachi, che non permettesse la morte di tanta gente, e volesse piuttosto combattere con lui a corpo a corpo. Esortavano i suoi il tiranno ad accettar la sfida; ma egli rispose che mirava negli stendardi di Cuniberto l'immagine di san Michele arcangelo, davanti alla quale gli avea prestato giuramento di fedeltà. Allora arditamente gli rispose uno de' suoi:Signore, voi per paura mirate quello stendardo: ma tempo non è più di far queste riflessioni. Si ripigliò dunque la battaglia, e grande fu il macello da ambedue le parti. Ma finalmente il crudel tiranno Alachi trafitto da più colpi, stramazzò morto a terra; e l'esercito suo per questo si diede alla fuga, con poco utile nondimeno, perchè quei che avanzarono alle spade, trovarono la morte nel fiume Adda. A questa giornata dice Paolo Diacono, per onor della sua patria, che non si trovarono le truppe di Cividal di Friuli, perchè avendo per forza prestato il giuramento ad Alachi, non vollero essere nè in aiuto di lui nè di Cuniberto; ed allorchè si attaccò la mischia, se ne andarono a casa. Ora dopo la felice vittoria il re Cuniberto se ne tornò tutto lieto e con trionfo a Pavia, dove fece fabbricare un suntuoso sepolcro al corpo del diacono Zenone, davanti alla porta della basilica di san Giovanni Battista.