DCXCII

DCXCIIAnno diCristoDCXCII. IndizioneV.Sergiopapa 6.GiustinianoII imperador 8.Cunibertore 15.Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in quest'anno finalmente la ruppe con loro[Theoph., in Chronogr.]. Di quegli Schiavoni ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace, protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto, appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio ai Saraceni (Niceforo[Niceph., in Chron.]scrive il contrario); ma avendo lo scaltro lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso che il romano pontefice[Anast., in Sergio I.]avea negato di prestare il suo assenso ai decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papaSergio, e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che presoGiovannivescovo di Porto eBonifazioconsigliere della Sede apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli. Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie, che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli. Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava, che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa, e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui, nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense, ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto,se non che il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa; ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del regno; del che parleremo fra poco.

Giustiniano Augusto più che invasato dalla voglia e speranza di tor dalle mani dei Saraceni tante provincie occupate al romano imperio, in quest'anno finalmente la ruppe con loro[Theoph., in Chronogr.]. Di quegli Schiavoni ch'egli aveva trasportati in Asia, abili all'armi, ne raunò ben trentamila, e con queste ed altre squadre marciò a Sebastopoli con dar principio alla guerra. Mandarono i Saraceni a pregarlo di pace, protestando che Dio vendicherebbe la rottura indebitamente da lui fatta de' trattati; ma trovarono che avea turati gli orecchi. Si venne dunque all'armi. I Saraceni condotti dal loro generale, appellato Maometto, appesero ad una lunga asta la scrittura della pace, e la fecero servir di pennone. Il combattimento fu aspro, e a tutta prima toccò la peggio ai Saraceni (Niceforo[Niceph., in Chron.]scrive il contrario); ma avendo lo scaltro lor generale inviato sotto mano al capitan degli Schiavoni un turcasso pieno di soldi d'oro, con promesse ancora di maggiori vantaggi, lo indusse a disertare con ventimila de' suoi; con che restarono tagliate le ali all'esercito cesareo. Portato intanto a Costantinopoli l'avviso che il romano pontefice[Anast., in Sergio I.]avea negato di prestare il suo assenso ai decreti del concilio trullano, e neppur s'era degnato di leggerli, non mancarono i Greci d'attizzar l'imperadore contra del buon papaSergio, e durarono ben poca fatica, perchè egli era già incamminato sulle pedate dell'avolo cattivo, e non già dall'ottimo padre suo. In dispregio dunque del papa mandò egli a Roma uno de' suoi uffiziali per nome Sergio, che presoGiovannivescovo di Porto eBonifazioconsigliere della Sede apostolica, quasichè coi lor consigli avessero distolto il papa dall'ubbidire ai cenni imperiali, amendue li condusse a Costantinopoli. Non finì qui la faccenda. Inviò dipoi Zacheria, uno delle sue guardie, che portava ciera di capitano Spavento, con ordine di menar lo stesso papa Sergio alla corte. Ma ossia ch'egli, perchè non si poteva eseguire sì nero disegno senza un forte braccio d'armati, confidasse ad altri l'ordine dell'iniquo autore, o che in altra maniera traspirasse il suo mal talento, Dio volle che si movesse il cuor dei soldati stessi in favore del vicario suo, e che a truppe accorressero fin da Ravenna e dalla Pentapoli, per impedir ogn'insulto che si volesse fargli. Zacheria, al vedere questa inaspettata scena, tutto sgomentato gridava, che si serrassero le porte della città; ma non era ascoltato. Però temendo della pelle, tremante si rifugiò nella camera dello stesso papa, e con lagrime si mise a pregare il santo Padre che avesse pietà di lui, nè permettesse che gli fosse fatto oltraggio. Entrato intanto l'esercito ravennate per la porta di san Pietro, corse al palazzo lateranense, ansante di vedere il papa, perchè era corsa voce che la notte era stato preso e messo in nave per menarlo in Levante. Erano chiuse tutte le porte del palazzo; minacciavano i soldati con alte grida di gettarle per terra, se non si aprivano; e a queste voci lo sgherro Zacheria corse a nascondersi sotto il letto del papa, tenendosi per perduto,se non che il papa gli fece animo, assicurandolo che non gli sarebbe recata molestia alcuna. Aperte le porte, uscì fuori il pontefice, e lasciossi vedere alla milizia e al popolo, che esultarono in rimirarlo libero e sano. E cessò bene la loro ansietà e foga per le buone parole del papa; ma per l'amore e riverenza loro verso la santa Sede e verso l'innocente pontefice non vollero desistere dal far le guardie al palazzo, finchè non videro uscir di Roma quell'empio Zacheria che se n'andò scornato e sonoramente applaudito da mille villanie della plebe. Potrebbe essere che succedesse più tardi questa scena in Roma, cioè o nell'anno seguente, o nell'altro appresso, perchè Anastasio aggiugne che nello stesso tempo per gastigo di Dio l'iniquo imperadore fu privato del regno; del che parleremo fra poco.


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