DCXCIXAnno diCristoDCXCIX. Indiz.XII.Sergiopapa 13.TiberioAbsimero imper. 2.Cunibertore 22.L'armata diTiberioAugusto, per relazione di Teofane[Theoph., in Chronogr.], in quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello, scrittor dellevite degli arcivescovi di Ravenna[Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], dice accaduta circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s. Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna,Giovanniabbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de' versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia. Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si troverebbe fra' suoi nel suo paese.Acconsentì l'abbate, e quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco, che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli. Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovoDamiano, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un similfatto a Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de' susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a que' soli che son di grosso legname.
L'armata diTiberioAugusto, per relazione di Teofane[Theoph., in Chronogr.], in quest'anno entrò nelle provincie suddite ai Saraceni, e giunse fino a Samosata, mettendo a sacco tutti que' paesi. Fama fu che uccidessero dugentomila di que' Barbari. Ma se lo storico vuol dire armati, narra un fatto che non si può credere; se poi parla di disarmati, di fanciulli e di donne, racconta una crudeltà indegna di soldati cristiani. Agnello, scrittor dellevite degli arcivescovi di Ravenna[Agnell., tom. 2 Rer. Ital.], dice accaduta circa questi tempi un'avventura ch'io non vo' tacere, acciocchè sempre più s'intenda quanto facili fossero ne' secoli barbari alcuni ad inventar delle favole, e più facili le genti a bersele e crederle verità contanti. Per cagione di certe oppressioni fatte al suo monistero di s. Giovanni, situato tra Cesarea e Classe nel territorio di Ravenna,Giovanniabbate d'esso luogo se n'andò a Costantinopoli; e benchè si fermasse quivi per molti giorni, mai non potè veder la faccia dell'imperadore. Ruminando fra sè varii pensieri, un dì postosi sotto la finestra della camera, dove stava l'imperadore, cominciò a cantare de' versetti de' salmi intorno alla venuta del Signore. Andò una delle guardie per cacciarlo via; ma l'imperadore che prendea piacere in udirlo, fece segno dalla finestra che non gli fosse data molestia. Finito che ebbe di cantare, il chiamò di sopra, ascoltò il motivo della sua venuta, e ordinò che gli fosse fatto un buon diploma per la sicurezza de' beni del suo monistero. Oltre a ciò, l'abbate il supplicò di una lettera in suo favore all'esarco, perchè nel dì seguente scadeva il termine, in cui egli doveva intervenire ad un contraddittorio col suo avversario; e mancando, la sigurtà indotta sarebbe gravata. L'imperador gli fece dar la lettera scritta di buon inchiostro, col mese e giorno, e dell'imperial sigillo munita. Volossene l'abbate tutto lieto sulla sera al porto di Costantinopoli per cercar nave che venisse a Ravenna o almeno in Sicilia. Niuna ne trovò. Rammaricato per questo, passeggiava egli, essendo già venuta la notte sul lido, quand'ecco presentarsegli davanti tre uomini vestiti di nero, che gli dimandarono, onde procedesse quella sua turbazione di volto. Uditone il perchè, risposero che se gli dava l'animo di far quanto gli direbbono, nel dì appresso egli si troverebbe fra' suoi nel suo paese.Acconsentì l'abbate, e quegl'incogniti personaggi gli diedero una verga, dicendogli che con essa disegnasse sulla sabbia una barca colle sue vele, coi remi e nocchieri. Quanto dissero, egli eseguì. Poscia aggiunsero, che si posasse in un materasso sotto la sentina, e che se gli avvenisse di udire fremiti di venti, grida di chi è in pericolo, tempeste e rumori d'acque infuriate, non avesse paura, non parlasse, e neppur si facesse il segno della croce. Posossi in terra l'abbate, e dipoi cominciò a sentire un terribil fracasso di venti, un rompersi di remi, un gridare di marinari più neri del carbone, senza dirsi come li vedesse: ed egli sempre zitto. A mezza notte si trovò egli sopra il tetto del suo monistero, e cominciò a chiamare i monaci, che venissero a levarlo di là. Non si arrischiava alcuno, credendolo un fantasma. Tanto nondimeno disse, che gli fu aperto il luminaruolo del tetto, e con gran festa fu ricevuto da tutti. Ordinò egli, che giacchè era l'ora del mattutino, si battesse la tempella per andare al coro; e dopo il mattutino se n'andò a dormire. Nel dì seguente per la porta Vandalaria entrò in Ravenna, e portossi al palazzo di Teoderico, dove presentò il diploma all'esarco, che con venerazione lo prese; ma osservata poi la data della lettera scritta nel dì innanzi, cominciò a trattarlo da falsario, perchè non v'era persona che in tre mesi potesse andar e tornare da Costantinopoli. Allora l'abbate si esibì pronto a far costare della verità della lettera; per conto poi della maniera della sua venuta, disse che la rivelerebbe al suo vescovo. In fatti andò a trovare l'arcivescovoDamiano, e gli raccontò quanto era a sè accaduto, con soddisfare dipoi alla penitenza che gli fu imposta dal prelato. Avran riso a questa favoletta i lettori; ma non si ridano di me, perchè con essa gli abbia ricreati alquanto, ed anche istruiti della antichità di simili racconti falsissimi di maghi. E se mai udissero chi attribuisse un similfatto a Pietro d'Abano, creduto mago dalla plebe de' suoi tempi, ed anche de' susseguenti, le cui memorie ha poco fa diligentemente raccolto il conte Gian Maria Mazzucchelli bresciano; imparino a rispondere, che ha più di mille anni che corrono nel volgo tali avventure, inventate da persone sollazzevoli, per fare inarcar le ciglia non alla gente accorta, ma a que' soli che son di grosso legname.