DCXCVIIIAnno diCristoDCXCVIII. IndizioneXI.Sergiopapa 12.TiberioAbsimero imp. 1.Cunibertore 21.Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir l'Africa[Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne lor fatto di cacciare dal porto di CartagineGiovannipatrizio e la sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto, la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di Tartaria, di cui abbiamo ancheparlato di sopra, ben diversa da quella degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto, coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e questi fuAbsimeroDrungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al quale posero il nome diTiberio. Faceva allora la peste un gran flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare, perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco. V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sueEracliosuo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto all'anno 638 che a papaOnorioriuscì di smorzare lo scisma della Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei. Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella divisione; ma certo è, per attestato di Beda[Beda, de sex Ætat., lib. 6.]e d'Anastasio[Anastas., in Sergio I.]e di Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.], che verso questi tempi si tenne un concilio in Aquileia, nel qualefu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo operato tanto il saggio papaSergiocon paterne ammonizioni e con istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi patriarca d'AquileiaPietro, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo' lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri. Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che, se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine resterebbe la storia italiana di quei tempi.
Tornarono in quest'anno i Saraceni con isforzo maggiore ad assalir l'Africa[Theophan., in Chronogr. Nicephor., in Chronico.], seco conducendo un formidabile stuolo di navi, e venne lor fatto di cacciare dal porto di CartagineGiovannipatrizio e la sua flotta, e di assediarlo in angusto luogo. Tanta fu l'industria di Giovanni, che si potè mettere al largo, e ricoverarsi nell'isola di Candia, da dove spedì a chiedere all'imperadore un più vigoroso rinforzo di combattenti e di navi. Ma succedette un gran cangiamento negli affari; ed intanto i Saraceni ebbero l'agio convenevole per torre a man salva al romano imperio tutto il rimanente dell'Africa: perdita lagrimevole anche pel Cristianesimo, che a poco a poco s'andò perdendo in quelle provincie, col radicarvisi la sola falsa dottrina di Maometto, la quale tuttavia vi regna. E qui, per gli poco pratici del mondo passato, voglio ben ricordare che se mai, perchè odono sovente nominare sotto nome di Maomettani i soli Turchi, si facessero a credere che gli Arabi, ossia Saraceni, tante volte finora mentovati, fossero gli stessi Turchi, s'ingannerebbono di molto. Sono i Turchi una nazione di Tartaria, di cui abbiamo ancheparlato di sopra, ben diversa da quella degli Arabi Saraceni. Adottarono anch'essi col tempo la setta di Maometto, stesero per vastissimo tratto di paese le loro conquiste, e finalmente distrussero la monarchia de' Saraceni nel secolo decimosesto, coll'impadronirsi dell'Egitto. Ma nel mentre che l'armata di Giovanni patrizio dimorava in Candia, per paura e vergogna di comparire a Costantinopoli davanti all'imperador Leonzio, presero quelle milizie una risoluzione da lui non meritata; cioè crearono un altro imperadore, e questi fuAbsimeroDrungario (ufficio militare) presso i Curiacati, al quale posero il nome diTiberio. Faceva allora la peste un gran flagello in Costantinopoli. Davanti a quella città si presentò l'armata navale del nuovo imperadore, e stette gran tempo senza potervi entrare, perchè i cittadini teneano forte per Leonzio. Ma per tradimento di alcuni uffiziali delle soldatesche straniere fu loro aperto il varco. V'entrarono, misero a sacco le case de' cittadini, e preso l'imperador Leonzio, per ordine d'Absimero, dopo avergli tagliato il naso, il relegarono in un monistero della Dalmazia, ossia di un luogo appellato Delmato. Quindi Absimero dichiarò supremo generale dell'armi sueEracliosuo fratello, e il mandò nella Cappadocia per osservare i moti de' nemici Saraceni, ed opporsi ai loro avanzamenti. Abbiamo detto all'anno 638 che a papaOnorioriuscì di smorzare lo scisma della Chiesa d'Aquileia per cagione dei tre capitoli condannati nel concilio V generale, ma sostenuti da quel patriarca e da molti suoi suffraganei. Ritornarono poi quelle Chiese a ricadere nel sentimento di prima e nella divisione; ma certo è, per attestato di Beda[Beda, de sex Ætat., lib. 6.]e d'Anastasio[Anastas., in Sergio I.]e di Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 1, cap. 64.], che verso questi tempi si tenne un concilio in Aquileia, nel qualefu abbracciato il sinodo quinto suddetto, avendo operato tanto il saggio papaSergiocon paterne ammonizioni e con istruzioni piene di dottrina, che indusse quel patriarca e i vescovi suoi seguaci a ritornare nell'unità della Chiesa. Con che si pose interamente fine a quello scisma, durando nondimeno in avvenire i due patriarchi, l'uno d'Aquileia e lo altro di Grado. Era in questi tempi patriarca d'AquileiaPietro, di cui fa menzione Paolo Diacono. Nè vo' lasciar di accennare quanto fosse in questi tempi infelice la condizion delle lettere in Italia, perchè mancante di scuole e di maestri. Solamente qualche ignorante grammatico si trovava nelle città, che insegnava un cattivo latino, e così faceano per lo più i parrochi nelle ville. Noi osserviamo negli strumenti d'allora sollecismi e barbarismi in copia, senza potersi penetrare in che stato allora fosse la lingua volgare de' popoli italiani. Per cagione di tanta ignoranza rarissimi erano allora coloro che scrivessero libri, e per gran tempo niuno ci fu che registrasse gli avvenimenti e la storia del suo secolo, di modo che, se non si fosse conservata quella di Paolo Diacono, in una gran caligine resterebbe la storia italiana di quei tempi.