MCC

MCCAnno diCristoMCC. IndizioneIII.Innocenzo IIIpapa 3.Vacante l'imperio.Dopo aver prese varie terre e città in Sicilia, Marquardo coll'esercito suo si portò all'assedio di Palermo, dove trovò difensori ben animati alla difesa. Intanto papaInnocenzo IIIavea spedito Jacopo suo cugino per maresciallo, e il cardinale di San Lorenzo in Lucina con dugento cavalli verso la Sicilia. Di un sì smilzo aiuto parla il testo della Vita di papa Innocenzo[Vita Innocentii III, num. 17, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], qui forse difettoso. Che altre forze inviasse colà il papa, si può argomentare da quanto avvenne dipoi. Lo stesso Innocenzo, scrivendo al re Federigo, in una lettera rapportata in essa Vita, dice di aver inviato Jacopo suo cuginocum exercitu nostroin favore di lui. Riccardo da San Germano anch'egli narra che il papa spedì in aiuto del pupillo Federigo re di Sicilia il suddetto Jacopocum militari exercitu[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Dugento cavalli non formano un esercito. Arrivò felicemente quest'armata a Messina, e quivi, inteso il tentativo di Marquardo sopra Palermo, dopo aver fatta massa di quanti soldati erano in favore di Federigo, si mise in marcia alla volta dell'assediata città. Giunta che fu colà, non si dimenticò l'astuto Marquardo di far pruova se potea addormentarli con far proposizioni di pace; e si fu sull'orlo di conchiuderla. Ma, osservato che il papa onninamente vietava il venire ad accordo alcuno con chi s'era già fatto sì palesemente conoscere mancator di parola, fu presa la risoluzion di deciderla colle spade. Nella pianura adunque posta fra Palermo e Monreale si venne nel mese di luglio ad una sanguinosa battaglia, in cui interamente restò disfatto l'esercito di Marquardo, colla strage di moltissimi dei suoi, e colla perditadell'equipaggio, in cui fu ritrovato il testamento dell'imperadoreArrigo VI. Uscito ancora di città il conte Gentile colla guarnigione, diede addosso a cinquecento Pisani, che con una gran moltitudine di Saraceni custodivano varii siti in quelle montagne, e ne fece un fiero macello. Per questa vittoria poi papa Innocenzo, riconoscendola spezialmente da Jacopo suo cugino e maresciallo, che mercè della sua buona condotta e valore corrispose in quel dì all'espettazion d'esso papa, procurò che in ricompensa gli fosse conceduta dal re Federigo e dal suo consiglio la contea d'Andria. Questa vittoria avrebbe dovuto tirarsi dietro dei considerabili vantaggi per la quiete della Sicilia: pure ad altro non servì che a liberar per allora Palermo dagli artigli di Marquardo. Mancando i danari per pagare l'esercito, fu questi obbligato a ripassare il mare: il che servì a far tornare in auge l'abbattuto Marquardo, che si rinvigorì di forze, e colle minacce e coi maneggi tornò a cercare di mettere il piede nella corte di Palermo[Vita Innocentii III, num. 33.]. E gli venne fatto.Gualtieri vescovodi Troia, allora gran cancelliere del regno, uomo di sfrenata ambizione, essendo morto l'arcivescovo di Palermo, ebbe maniera di farsi eleggere suo successore, ma senza poter ottenerne l'approvazione del papa, il quale ben conosceva di che tempra fosse questo arnese. Costui non solamente alzò sopra gli affariGentile contedi Monopello suo fratello, ma si diede anche a trattar di concordia con Marquardo, tanto che l'introdusse in corte, con dividersi poi amendue fra loro il governo del regno. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa cabala, siccome quella che escludeva lui dal baliato del regno e dalla tutela di Federigo; e allora fu che si sparsero delle gravi diffidenze e ciarle. Mostrava Roma di credere più che mai che Marquardo aspirasse al regno colla depressione del picciolo Federigo. E all'incontro il gran cancelliere andavaspacciando che papa Innocenzo macchinava delle novità pregiudiziali al regno, coll'aver fatto venireGualtieri contedi Brenna, di cui favelleremo fra poco, per farne un re nuovo, ad esclusione di Federigo. Così con tutto il padrocinio di papa Innocenzo, il quale sopra ciò scrisse lettere risentite, dettate nulladimeno da gran prudenza, peggioravano gli affari della Sicilia.S'è nominato poco fa Gualtieri conte di Brenna: quello stesso egli è che avea sposata la primogenita del re Tancredi, fuggita dalle carceri di Germania in Francia colla regina Sibilia sua madre. Povero cavaliere egli era, ma valoroso e di rara nobiltà, parente ancora dei re di Francia e d'Inghilterra. Volle egli far valere le pretensioni della moglie, e venuto a Roma colla suocera e colla moglie, trovò buon accesso presso di papa Innocenzo, a cui non dispiacque di avere un personaggio tale dipendente da sè, non solamente per opporlo allora agli uffiziali tedeschi, che malmettevano il regno di Sicilia e di Puglia, ma forse anche per farlo salire più alto, caso che fosse accaduta la morte del fanciullo Federigo. Si adoperò dunque egli con vigore, acciocchè ad esso conte di Brenna e a sua moglie fosse conceduta la contea di Lecce col principato di Taranto: al che s'era obbligatoArrigo VIimperadore, allorchè la reginaSibiliaa lui si arrendè sotto questa condizione, con aver nondimeno ricavata promessa dallo stesso conte di non pretendere di più, e di far guerra ai nemici del picciolo re Federigo[Vita Innocentii III, num. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Tornò il conte in Francia per condurre in suo aiuto qualche squadra di combattenti in Italia. Ed eccolo comparir di nuovo a Roma con pochi sì, ma scelti uomini d'armi. Con questi intrepidamente entrò in Puglia, e tuttochè tanti fossero gli avversarii che si credeva doverne restare ingoiato, pure, venuto a battaglia col conte Diopoldo presso aCapoa, gli diede una rotta con istupore de' Capoani, che saltarono fuori a spogliare il campo. Aiutò poscia il conte di Celano ad acquistar la contea di Molise; e quindi, passato in Puglia, s'impadronì del castello di Lecce, e poscia d'alcune città del principato di Taranto, cioè di Matera, Otranto, Brindisi, Melfi, Barolo, Montepiloso e d'altri luoghi; e si mise a far guerra a quei di Monopoli e di Taranto, che non si volevano sottomettere al di lui dominio. Non furono minori in questi tempi gli sconcerti in Lombardia, divorandosi l'una coll'altra quelle sfrenate città. Narra Sicardo[Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]che i Milanesi e Bresciani impresero l'assedio di Soncino, appartenente ai Cremonesi, e con poco onore se ne partirono. Essendosi poi affrontati essi Milanesi coi Pavesi a Rosate, rimasero sconfitti. Vennero anche alle mani i Cremonesi coi Piacentini a Sant'Andrea vicino a Busseto, e li sbaragliarono. Secondo gli Annali di Piacenza[Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.], restarono prigionieri più di secento sessanta Piacentini col loro podestà Guido da Mandello Milanese. Seguì ancora un'altra battaglia al castello di san Lorenzo fra i Piacentini dall'una parte, e i Cremonesi e Parmigiani dall'altra, colla peggio de' primi. Per lo contrario fu conchiusa pace in quest'anno fra i Cremonesi e Mantovani, dopo essere per alcuni anni durata la discordia e guerra fra loro. Trovavansi assaissimi Mantovani prigioni in Cremona: per questo motivo giovò il venire ad un accordo. Fin qui s'era mantenuta la buona armonia del popolo di Brescia, ma si sconcertò nell'anno presente, perchè la plebe si sollevò contro la nobiltà: disgrazia che verso questi tempi cominciò a propagarsi per altre città. Jacopo Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]attribuisce la cagione della domestica rottura dei Bresciani all'aver alcuni voluto unirsi coi Milanesi ai dannide' Bergamaschi: al che altri s'opposero. Il fine della dissensione fu, che toccò ai nobili l'uscir di città, e questi, ricorsi ai Cremonesi, coll'aiuto loro si diedero a far guerra alla fazion popolare dominante, alla quale fu posto il nome di Bruzella. D'altri vantaggi riportati dai Cremonesi sopra i Bresciani parla la Cronichetta Cremonese[Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.]. Cercavano anche i Romani di dilatare il loro distretto; e però con tutte le loro forze e bandiere spiegate andarono in quest'anno addosso a Viterbo, e talmente strinsero e combatterono quella città, che fu astretta a sottomettersi alla lor signoria, ossia a quella del papa. All'anno presente scrive Galvano dalla Fiamma[Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 233.]che nel dì 4 di settembre i Milanesi col carroccio entrarono nella Lomellina dei Pavesi, e vi presero Mortara con venticinque altre castella. Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.]e il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 15.]riferiscono che Salinguerra figliuolo di Torello, capo della fazion ghibellina in Ferrara, all'improvviso ostilmente assalì coll'esercito ferrarese la terra d'Argenta, e, dopo averla presa, la mise a sacco. Accorsa una mano di Ravegnani per dar soccorso a quella guarnigione, restarono prigioni, e, condotti nelle carceri di Ferrara, quivi miseramente finirono i lor giorni. Per questa disgrazia, e per timore di peggio, furono obbligati i Ravegnani a fare una pace svantaggiosa coi Ferraresi, i capitoli della quale si leggono da me dati alla luce[Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.]. Tolta parimente fu ad esso popolo di Ravenna la città di Cervia da quei di Forlì.

Dopo aver prese varie terre e città in Sicilia, Marquardo coll'esercito suo si portò all'assedio di Palermo, dove trovò difensori ben animati alla difesa. Intanto papaInnocenzo IIIavea spedito Jacopo suo cugino per maresciallo, e il cardinale di San Lorenzo in Lucina con dugento cavalli verso la Sicilia. Di un sì smilzo aiuto parla il testo della Vita di papa Innocenzo[Vita Innocentii III, num. 17, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], qui forse difettoso. Che altre forze inviasse colà il papa, si può argomentare da quanto avvenne dipoi. Lo stesso Innocenzo, scrivendo al re Federigo, in una lettera rapportata in essa Vita, dice di aver inviato Jacopo suo cuginocum exercitu nostroin favore di lui. Riccardo da San Germano anch'egli narra che il papa spedì in aiuto del pupillo Federigo re di Sicilia il suddetto Jacopocum militari exercitu[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Dugento cavalli non formano un esercito. Arrivò felicemente quest'armata a Messina, e quivi, inteso il tentativo di Marquardo sopra Palermo, dopo aver fatta massa di quanti soldati erano in favore di Federigo, si mise in marcia alla volta dell'assediata città. Giunta che fu colà, non si dimenticò l'astuto Marquardo di far pruova se potea addormentarli con far proposizioni di pace; e si fu sull'orlo di conchiuderla. Ma, osservato che il papa onninamente vietava il venire ad accordo alcuno con chi s'era già fatto sì palesemente conoscere mancator di parola, fu presa la risoluzion di deciderla colle spade. Nella pianura adunque posta fra Palermo e Monreale si venne nel mese di luglio ad una sanguinosa battaglia, in cui interamente restò disfatto l'esercito di Marquardo, colla strage di moltissimi dei suoi, e colla perditadell'equipaggio, in cui fu ritrovato il testamento dell'imperadoreArrigo VI. Uscito ancora di città il conte Gentile colla guarnigione, diede addosso a cinquecento Pisani, che con una gran moltitudine di Saraceni custodivano varii siti in quelle montagne, e ne fece un fiero macello. Per questa vittoria poi papa Innocenzo, riconoscendola spezialmente da Jacopo suo cugino e maresciallo, che mercè della sua buona condotta e valore corrispose in quel dì all'espettazion d'esso papa, procurò che in ricompensa gli fosse conceduta dal re Federigo e dal suo consiglio la contea d'Andria. Questa vittoria avrebbe dovuto tirarsi dietro dei considerabili vantaggi per la quiete della Sicilia: pure ad altro non servì che a liberar per allora Palermo dagli artigli di Marquardo. Mancando i danari per pagare l'esercito, fu questi obbligato a ripassare il mare: il che servì a far tornare in auge l'abbattuto Marquardo, che si rinvigorì di forze, e colle minacce e coi maneggi tornò a cercare di mettere il piede nella corte di Palermo[Vita Innocentii III, num. 33.]. E gli venne fatto.Gualtieri vescovodi Troia, allora gran cancelliere del regno, uomo di sfrenata ambizione, essendo morto l'arcivescovo di Palermo, ebbe maniera di farsi eleggere suo successore, ma senza poter ottenerne l'approvazione del papa, il quale ben conosceva di che tempra fosse questo arnese. Costui non solamente alzò sopra gli affariGentile contedi Monopello suo fratello, ma si diede anche a trattar di concordia con Marquardo, tanto che l'introdusse in corte, con dividersi poi amendue fra loro il governo del regno. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa cabala, siccome quella che escludeva lui dal baliato del regno e dalla tutela di Federigo; e allora fu che si sparsero delle gravi diffidenze e ciarle. Mostrava Roma di credere più che mai che Marquardo aspirasse al regno colla depressione del picciolo Federigo. E all'incontro il gran cancelliere andavaspacciando che papa Innocenzo macchinava delle novità pregiudiziali al regno, coll'aver fatto venireGualtieri contedi Brenna, di cui favelleremo fra poco, per farne un re nuovo, ad esclusione di Federigo. Così con tutto il padrocinio di papa Innocenzo, il quale sopra ciò scrisse lettere risentite, dettate nulladimeno da gran prudenza, peggioravano gli affari della Sicilia.

S'è nominato poco fa Gualtieri conte di Brenna: quello stesso egli è che avea sposata la primogenita del re Tancredi, fuggita dalle carceri di Germania in Francia colla regina Sibilia sua madre. Povero cavaliere egli era, ma valoroso e di rara nobiltà, parente ancora dei re di Francia e d'Inghilterra. Volle egli far valere le pretensioni della moglie, e venuto a Roma colla suocera e colla moglie, trovò buon accesso presso di papa Innocenzo, a cui non dispiacque di avere un personaggio tale dipendente da sè, non solamente per opporlo allora agli uffiziali tedeschi, che malmettevano il regno di Sicilia e di Puglia, ma forse anche per farlo salire più alto, caso che fosse accaduta la morte del fanciullo Federigo. Si adoperò dunque egli con vigore, acciocchè ad esso conte di Brenna e a sua moglie fosse conceduta la contea di Lecce col principato di Taranto: al che s'era obbligatoArrigo VIimperadore, allorchè la reginaSibiliaa lui si arrendè sotto questa condizione, con aver nondimeno ricavata promessa dallo stesso conte di non pretendere di più, e di far guerra ai nemici del picciolo re Federigo[Vita Innocentii III, num. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Tornò il conte in Francia per condurre in suo aiuto qualche squadra di combattenti in Italia. Ed eccolo comparir di nuovo a Roma con pochi sì, ma scelti uomini d'armi. Con questi intrepidamente entrò in Puglia, e tuttochè tanti fossero gli avversarii che si credeva doverne restare ingoiato, pure, venuto a battaglia col conte Diopoldo presso aCapoa, gli diede una rotta con istupore de' Capoani, che saltarono fuori a spogliare il campo. Aiutò poscia il conte di Celano ad acquistar la contea di Molise; e quindi, passato in Puglia, s'impadronì del castello di Lecce, e poscia d'alcune città del principato di Taranto, cioè di Matera, Otranto, Brindisi, Melfi, Barolo, Montepiloso e d'altri luoghi; e si mise a far guerra a quei di Monopoli e di Taranto, che non si volevano sottomettere al di lui dominio. Non furono minori in questi tempi gli sconcerti in Lombardia, divorandosi l'una coll'altra quelle sfrenate città. Narra Sicardo[Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]che i Milanesi e Bresciani impresero l'assedio di Soncino, appartenente ai Cremonesi, e con poco onore se ne partirono. Essendosi poi affrontati essi Milanesi coi Pavesi a Rosate, rimasero sconfitti. Vennero anche alle mani i Cremonesi coi Piacentini a Sant'Andrea vicino a Busseto, e li sbaragliarono. Secondo gli Annali di Piacenza[Annal. Placentini, tom. 16 Rer. Ital.], restarono prigionieri più di secento sessanta Piacentini col loro podestà Guido da Mandello Milanese. Seguì ancora un'altra battaglia al castello di san Lorenzo fra i Piacentini dall'una parte, e i Cremonesi e Parmigiani dall'altra, colla peggio de' primi. Per lo contrario fu conchiusa pace in quest'anno fra i Cremonesi e Mantovani, dopo essere per alcuni anni durata la discordia e guerra fra loro. Trovavansi assaissimi Mantovani prigioni in Cremona: per questo motivo giovò il venire ad un accordo. Fin qui s'era mantenuta la buona armonia del popolo di Brescia, ma si sconcertò nell'anno presente, perchè la plebe si sollevò contro la nobiltà: disgrazia che verso questi tempi cominciò a propagarsi per altre città. Jacopo Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]attribuisce la cagione della domestica rottura dei Bresciani all'aver alcuni voluto unirsi coi Milanesi ai dannide' Bergamaschi: al che altri s'opposero. Il fine della dissensione fu, che toccò ai nobili l'uscir di città, e questi, ricorsi ai Cremonesi, coll'aiuto loro si diedero a far guerra alla fazion popolare dominante, alla quale fu posto il nome di Bruzella. D'altri vantaggi riportati dai Cremonesi sopra i Bresciani parla la Cronichetta Cremonese[Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Ital.]. Cercavano anche i Romani di dilatare il loro distretto; e però con tutte le loro forze e bandiere spiegate andarono in quest'anno addosso a Viterbo, e talmente strinsero e combatterono quella città, che fu astretta a sottomettersi alla lor signoria, ossia a quella del papa. All'anno presente scrive Galvano dalla Fiamma[Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 233.]che nel dì 4 di settembre i Milanesi col carroccio entrarono nella Lomellina dei Pavesi, e vi presero Mortara con venticinque altre castella. Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.]e il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 15.]riferiscono che Salinguerra figliuolo di Torello, capo della fazion ghibellina in Ferrara, all'improvviso ostilmente assalì coll'esercito ferrarese la terra d'Argenta, e, dopo averla presa, la mise a sacco. Accorsa una mano di Ravegnani per dar soccorso a quella guarnigione, restarono prigioni, e, condotti nelle carceri di Ferrara, quivi miseramente finirono i lor giorni. Per questa disgrazia, e per timore di peggio, furono obbligati i Ravegnani a fare una pace svantaggiosa coi Ferraresi, i capitoli della quale si leggono da me dati alla luce[Antiquit. Ital., Dissert. XLIX.]. Tolta parimente fu ad esso popolo di Ravenna la città di Cervia da quei di Forlì.


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