MCCIAnno diCristoMCCI. IndizioneIV.Innocenzo IIIpapa 4.Vacante l'imperio.Arrivò in questi tempi al sommo l'ambizione e prepotenza diGualtieri vescovodi Troia, eletto arcivescovo di Palermo, e gran cancelliere del regno di Sicilia[Vita Innocentii III, num. 32 et seq.]. Oltre all'aver tirato in corte il perfido Marquardo, cominciò a farla da re, dando e levando le contee a sua voglia, creando nuovi uffiziali, vendendo o impegnando le dogane e l'altre rendite regali, e soprattutto sparlando di papaInnocenzo III, a cagione del conte di Brenna, da lui oltremodo odiato. Tanto ancora operò, che il legato apostolico si levò di Sicilia. Non potè più lungamente il pontefice sofferir questi eccessi, ridondanti in dispregio della sacra sua persona, e del baliato a lui commesso nel regno di Sicilia. Adunque lo scomunicò e privò d'amendue le chiese, e fece ordinar altri vescovi in suo luogo. Di più non occorse perchè, scoppiando l'odio d'ognuno contra di costui, egli restasse abbandonato da tutti; laonde si vide in necessità di fuggirsene dalla corte. Venuto poi in Puglia, ed unitosi col conte Diopoldo, attese da lì innanzi a far quanto di male poteva al sommo pontefice. E, quantunque trattasse dipoi di riconciliarsi conPietro vescovodi Porto, legato del papa in Puglia, pure, ostinato in non voler promettere di non opporsi al conte di Brenna, meglio amò di persistere nella sua contumacia, che di ottenere il perdono offertogli. Intanto Marquardo divenne onnipotente in Sicilia. Aveva in suo potere ilre Federigocol palazzo, e già pendeva da' suoi voleri tutta la Sicilia, a riserva di Messina e di qualche altro luogo. Opinione corse che costui avrebbe usurpata la corona, se non l'avesse ritenuto il timore del conte di Brenna, a cui, dopo la morte di Federigo, perveniva quel regno. Ma non andò molto che colei, la quale scompiglia tanti disegni de' mortali, pose fine anche ai suoi. Era egli tormentato da asprissimi dolori di pietra, ed avendo voluto farsi tagliare (giacchè ancora in que' tempi erano in uso i tagliatori di pietra), così sinistramente andò l'operazione, che nell'atto stesso egli spirò l'anima. Fecesiallora avanti Guglielmo Capperone, di nascita anch'egli Tedesco, ed, occupato il palazzo reale colla persona del re Federigo, sotto il titolo di capitan generale del regno si arrogò tale autorità, che superò quella dello stesso Marquardo. Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]rapporta all'anno seguente la morte d'esso Marquardo, e forse convien differirla sino a quel tempo. Vivente ancora costui, il conte di Brenna riportò un'altra vittoria in Puglia. Quivi egli trovavasi presso al famoso luogo di Canne, e con poche squadre di combattenti, quando comparve a fronte di lui il conte Diopoldo con un esercito superiore di lunga mano al suo. Al vedersi così alle strette, e tanto più perchè il legato apostolico provvide alla sua sicurezza con una pronta ritirata, restò pieno d'affanno. Tuttavia, rivolgendo le sue speranze a Dio, invocato ad alta voce il nome di san Pietro, procedette alla battaglia, che fu ben dura. Ma infine i pochi rimasero superiori ai molti. Fece il conte alcuni riguardevoli prigioni; e dopo questi felici avvenimenti papa Innocenzo III pensava a spedirlo in Sicilia, colla speranza ch'egli avesse da liberare quel regno, e la corte da chi l'opprimeva. In quest'anno ancora i Cremonesi[Sicard., in Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Italic.]riportarono un'insigne vittoria. Per sostenere il partito de' nobili cacciati da Brescia, uscirono armati in campo contro la plebe bresciana; e seguì un fiero conflitto fra loro nelle vicinanze di Calcinato, in cui restò sconfitto l'esercito dei Bresciani. Il loro carroccio preso trionfalmente fu condotto a Cremona. Jacopo Malvezzi racconta[Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]che intervennero a questo fatto d'armi i Bergamaschi e Mantovani in favor di Cremona; che i Veronesi, chiamati in aiuto del popolo di Brescia, erano in viaggio colle lor forze, ma non giunsero a tempo. Aggiugneche la battaglia si diede nel dì 9 d'agosto, e vi fu grande strage dall'una e dall'altra parte; ma tace la perdita del campo e del carroccio, asserita dal vescovo Sicardo allora vivente. Servirono poi questi malanni a produrre un bene; perciocchè, interpostisi gli ambasciatori spediti da Bologna, nel mese di novembre fu ristabilita la pace fra i Cremonesi, Bergamaschi, Comaschi e Bresciani, per cui tornò in Brescia la nobiltà dianzi bandita, ma con serbare in suo cuore un odio implacabile verso la plebe.Anche nell'anno presente con gagliardo esercito entrarono i Milanesi in Lomellina de' Pavesi, e vi diedero il guasto. Assediarono poscia l'importante castello di Vigevano, tentato già due altre volte indarno, e nel dì 4 di giugno se ne impadronirono, con farvi prigioni mille e dugento Pavesi. Il nome di Vigevano è scorretto nel testo di Sicardo e d'altri autori. Se crediamo a Galvano Fiamma[Gualvan. Flam., in Manip. Flor.],ipso armo de mense angusti Papienses in manibus Philippi archiepiscopi juraverunt perpetuo obedire mandatis civitatis Mediolani. S'egli vuol dire che seguì pace fra loro, si può credere; ma non già che i Pavesi per allora si riducessero a giurare ubbidienza e suggezione alla città di Milano. Prima nondimeno della perdita di Vigevano ebbero un'altra scossa i Pavesi, raccontata nella Cronica Piacentina[Annal. Piacentini, tom. 16 Rer. Ital.]: cioè presso al castello di Nigrino si azzuffò l'esercito loro con quello dei Piacentini e Milanesi, e restò rotto, con lasciar prigionieri de' vincitori quattro cavalieri e trecento trentadue fanti. Disfecero poscia i Piacentini la torre di Santo Andrea, e ridussero in ottimo stato le fosse della loro città. A cagion dell'acque del fiume Secchia, che corre fra i Modenesi e i Reggiani, a parte delle quali volevano essere i Reggiani, quando i Modenesi pretendeano d'averne una piena padronanza, erano state negli anni addietro varie liti e rumori fra questi duepopoli. Nell'anno presente si diede mano all'armi daddovero. Venuti i Reggiani coll'esercito loro fin verso Formigine di qua da Secchia, attaccarono battaglia co' Modenesi, e li misero in rotta[Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veter. Mutin., tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], inseguendo i fuggitivi sino al Prato della Tenzone, creduto da me quello in cui, secondo i costumi delle città d'Italia d'allora, s'esercitavano nell'armi specialmente i giovani ne' giorni di festa. Vi restarono prigionieri più di cento cavalieri col podestà di Modena, che era allora Alberto da Lendenara, nobile veronese. In queste guerre de' Lombardi è da notare che d'ordinario non si perdeva la memoria dell'umanità. Si dava quartiere a tutti, mettendo i popoli la loro gloria non già nell'uccidere, ma nel prendere il più che poteano de' loro nemici. Nell'anno presente conculcati i Faentini dal popolo di Forlì, implorarono l'aiuto de' Bolognesi, i quali con possente esercito e col carroccio andarono a campo a Forlì. Scrive il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.]che diedero una rotta ai Forlivesi. Di ciò non parlano le storie bolognesi da me date alla luce. Nè si dee tacere che, quantunque gli affari del reOttone IVfossero in poco buona positura in Germania, e superiori senza paragone fossero le forze del reFilippo, pure papa Innocenzo nell'anno presente[Godefridus Monachus, in Chron.], con ispedire a ColoniaGuido cardinalevescovo di Palestrina, solennemente confermò l'elezione di esso re Ottone, e fulminò le scomuniche contra del re Filippo: il che fu occasione a molti di sparlare d'esso pontefice. Le di lui ragioni e giustificazioni si leggono negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[Raynaldus, in Annalib. Eccles. ad hunc ann.]. Fece sul fine di quest'anno lega il comune di Modena con quello di Mantova, siccome costa dallo strumento da me dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.].
Arrivò in questi tempi al sommo l'ambizione e prepotenza diGualtieri vescovodi Troia, eletto arcivescovo di Palermo, e gran cancelliere del regno di Sicilia[Vita Innocentii III, num. 32 et seq.]. Oltre all'aver tirato in corte il perfido Marquardo, cominciò a farla da re, dando e levando le contee a sua voglia, creando nuovi uffiziali, vendendo o impegnando le dogane e l'altre rendite regali, e soprattutto sparlando di papaInnocenzo III, a cagione del conte di Brenna, da lui oltremodo odiato. Tanto ancora operò, che il legato apostolico si levò di Sicilia. Non potè più lungamente il pontefice sofferir questi eccessi, ridondanti in dispregio della sacra sua persona, e del baliato a lui commesso nel regno di Sicilia. Adunque lo scomunicò e privò d'amendue le chiese, e fece ordinar altri vescovi in suo luogo. Di più non occorse perchè, scoppiando l'odio d'ognuno contra di costui, egli restasse abbandonato da tutti; laonde si vide in necessità di fuggirsene dalla corte. Venuto poi in Puglia, ed unitosi col conte Diopoldo, attese da lì innanzi a far quanto di male poteva al sommo pontefice. E, quantunque trattasse dipoi di riconciliarsi conPietro vescovodi Porto, legato del papa in Puglia, pure, ostinato in non voler promettere di non opporsi al conte di Brenna, meglio amò di persistere nella sua contumacia, che di ottenere il perdono offertogli. Intanto Marquardo divenne onnipotente in Sicilia. Aveva in suo potere ilre Federigocol palazzo, e già pendeva da' suoi voleri tutta la Sicilia, a riserva di Messina e di qualche altro luogo. Opinione corse che costui avrebbe usurpata la corona, se non l'avesse ritenuto il timore del conte di Brenna, a cui, dopo la morte di Federigo, perveniva quel regno. Ma non andò molto che colei, la quale scompiglia tanti disegni de' mortali, pose fine anche ai suoi. Era egli tormentato da asprissimi dolori di pietra, ed avendo voluto farsi tagliare (giacchè ancora in que' tempi erano in uso i tagliatori di pietra), così sinistramente andò l'operazione, che nell'atto stesso egli spirò l'anima. Fecesiallora avanti Guglielmo Capperone, di nascita anch'egli Tedesco, ed, occupato il palazzo reale colla persona del re Federigo, sotto il titolo di capitan generale del regno si arrogò tale autorità, che superò quella dello stesso Marquardo. Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]rapporta all'anno seguente la morte d'esso Marquardo, e forse convien differirla sino a quel tempo. Vivente ancora costui, il conte di Brenna riportò un'altra vittoria in Puglia. Quivi egli trovavasi presso al famoso luogo di Canne, e con poche squadre di combattenti, quando comparve a fronte di lui il conte Diopoldo con un esercito superiore di lunga mano al suo. Al vedersi così alle strette, e tanto più perchè il legato apostolico provvide alla sua sicurezza con una pronta ritirata, restò pieno d'affanno. Tuttavia, rivolgendo le sue speranze a Dio, invocato ad alta voce il nome di san Pietro, procedette alla battaglia, che fu ben dura. Ma infine i pochi rimasero superiori ai molti. Fece il conte alcuni riguardevoli prigioni; e dopo questi felici avvenimenti papa Innocenzo III pensava a spedirlo in Sicilia, colla speranza ch'egli avesse da liberare quel regno, e la corte da chi l'opprimeva. In quest'anno ancora i Cremonesi[Sicard., in Chron. Cremonens., tom. 7 Rer. Italic.]riportarono un'insigne vittoria. Per sostenere il partito de' nobili cacciati da Brescia, uscirono armati in campo contro la plebe bresciana; e seguì un fiero conflitto fra loro nelle vicinanze di Calcinato, in cui restò sconfitto l'esercito dei Bresciani. Il loro carroccio preso trionfalmente fu condotto a Cremona. Jacopo Malvezzi racconta[Malvecius, in Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]che intervennero a questo fatto d'armi i Bergamaschi e Mantovani in favor di Cremona; che i Veronesi, chiamati in aiuto del popolo di Brescia, erano in viaggio colle lor forze, ma non giunsero a tempo. Aggiugneche la battaglia si diede nel dì 9 d'agosto, e vi fu grande strage dall'una e dall'altra parte; ma tace la perdita del campo e del carroccio, asserita dal vescovo Sicardo allora vivente. Servirono poi questi malanni a produrre un bene; perciocchè, interpostisi gli ambasciatori spediti da Bologna, nel mese di novembre fu ristabilita la pace fra i Cremonesi, Bergamaschi, Comaschi e Bresciani, per cui tornò in Brescia la nobiltà dianzi bandita, ma con serbare in suo cuore un odio implacabile verso la plebe.
Anche nell'anno presente con gagliardo esercito entrarono i Milanesi in Lomellina de' Pavesi, e vi diedero il guasto. Assediarono poscia l'importante castello di Vigevano, tentato già due altre volte indarno, e nel dì 4 di giugno se ne impadronirono, con farvi prigioni mille e dugento Pavesi. Il nome di Vigevano è scorretto nel testo di Sicardo e d'altri autori. Se crediamo a Galvano Fiamma[Gualvan. Flam., in Manip. Flor.],ipso armo de mense angusti Papienses in manibus Philippi archiepiscopi juraverunt perpetuo obedire mandatis civitatis Mediolani. S'egli vuol dire che seguì pace fra loro, si può credere; ma non già che i Pavesi per allora si riducessero a giurare ubbidienza e suggezione alla città di Milano. Prima nondimeno della perdita di Vigevano ebbero un'altra scossa i Pavesi, raccontata nella Cronica Piacentina[Annal. Piacentini, tom. 16 Rer. Ital.]: cioè presso al castello di Nigrino si azzuffò l'esercito loro con quello dei Piacentini e Milanesi, e restò rotto, con lasciar prigionieri de' vincitori quattro cavalieri e trecento trentadue fanti. Disfecero poscia i Piacentini la torre di Santo Andrea, e ridussero in ottimo stato le fosse della loro città. A cagion dell'acque del fiume Secchia, che corre fra i Modenesi e i Reggiani, a parte delle quali volevano essere i Reggiani, quando i Modenesi pretendeano d'averne una piena padronanza, erano state negli anni addietro varie liti e rumori fra questi duepopoli. Nell'anno presente si diede mano all'armi daddovero. Venuti i Reggiani coll'esercito loro fin verso Formigine di qua da Secchia, attaccarono battaglia co' Modenesi, e li misero in rotta[Memoriale Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annal. Veter. Mutin., tom. 9 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], inseguendo i fuggitivi sino al Prato della Tenzone, creduto da me quello in cui, secondo i costumi delle città d'Italia d'allora, s'esercitavano nell'armi specialmente i giovani ne' giorni di festa. Vi restarono prigionieri più di cento cavalieri col podestà di Modena, che era allora Alberto da Lendenara, nobile veronese. In queste guerre de' Lombardi è da notare che d'ordinario non si perdeva la memoria dell'umanità. Si dava quartiere a tutti, mettendo i popoli la loro gloria non già nell'uccidere, ma nel prendere il più che poteano de' loro nemici. Nell'anno presente conculcati i Faentini dal popolo di Forlì, implorarono l'aiuto de' Bolognesi, i quali con possente esercito e col carroccio andarono a campo a Forlì. Scrive il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 15.]che diedero una rotta ai Forlivesi. Di ciò non parlano le storie bolognesi da me date alla luce. Nè si dee tacere che, quantunque gli affari del reOttone IVfossero in poco buona positura in Germania, e superiori senza paragone fossero le forze del reFilippo, pure papa Innocenzo nell'anno presente[Godefridus Monachus, in Chron.], con ispedire a ColoniaGuido cardinalevescovo di Palestrina, solennemente confermò l'elezione di esso re Ottone, e fulminò le scomuniche contra del re Filippo: il che fu occasione a molti di sparlare d'esso pontefice. Le di lui ragioni e giustificazioni si leggono negli Annali ecclesiastici del Rinaldi[Raynaldus, in Annalib. Eccles. ad hunc ann.]. Fece sul fine di quest'anno lega il comune di Modena con quello di Mantova, siccome costa dallo strumento da me dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.].