MCCIIAnno diCristoMCCII. IndizioneV.Innocenzo IIIpapa 5.Vacante l'imperio.Furono in quest'anno rivolti gli occhi di tutti gl'Italiani alla ragguardevol crociata che s'incamminava verso Oriente per liberar la Terra santa. Erano già tre anni che in Francia e in Fiandra e in altri paesi oltramontani si predicava questo riguardevol impiego della pietà cristiana per que' sacri luoghi, e non poco calore diede a tale impresa lo zelo dipapa Innocenzo. Capo dell'esercito dei crociati era stato scelto ilconte di Sciampagna; ma, venuto questi a morte, fu proposto il bastone del comando adEude ducadi Borgogna, e aTebaldo contedi Bar, che se ne scusarono. Grande era anche di là da' monti il credito diBonifazio marchesedi Monferrato, fratello di quel valoroso marchese Corrado, che vedemmo principe di Tiro, e proclamato in fine re di Gerusalemme[Vita Innocent. III. P. I, tom. 3 Rer. Ital. Albericus Monachus. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Bernardus Thesaur., tom. 7 Rer. Ital.]. Concorsero que' principi nel desiderio d'averlo per generale, ed avendo spedito messi in Italia a questo fine, il trovarono prontissimo ad assumere così nobil peso. Andò egli in Francia, prese la croce, e concertò con que' principi la maniera dell'esecuzione. Sei deputati vennero in Italia, e, trovato più comodo il dar principio al viaggio per Venezia, colà s'inviarono alcuni deputati per trattarne conArrigo Dandolo, insigne doge di quella repubblica. Infine tu risoluto che i Veneziani somministrerebbono una flotta di tanti legni che fosse capace di condurre quattro mila e cinquecento uomini a cavallo, nove mila scudieri e venti mila fanti con viveri per nove mesi: il tutto col pagamento di ottantacinque mila marche d'argento. Par credibile che in più volte, e non in una sola, si avesse a far lo trasportoper mare di tanta gente e cavalli. Ne fu scritto al pontefice Innocenzo[Vita Innocentii III, num. 83.], che lodò bensì questo pio movimento dei cristiani, ma rispose che l'approverebbe con un patto ed obbligazione, cioè che non fosse loro permesso di nuocere ai cristiani, se non in caso che volessero frastornare il loro passaggio. Non piacque ai Veneziani questa condizione, perchè già andavano meditando di valersi in lor pro di questa spedizione. Comparvero dunque nell'anno presente a Venezia in folla principi, vescovi e nobili di Francia, di Fiandra, di Borgogna e d'altre contrade, e a migliaia i crociati, tutti vogliosi di far prodezze in Oriente per la fede. Molti Italiani vi concorsero, e fra gli altriSicardo vescovodi Cremona, il quale per conseguente nella sua Storia, da me data alla luce, può parlar di quegli avvenimenti con fondamento. Ma con tutte le pratiche fatte dal pontefice Innocenzo per pacificar insieme i Genovesi e Pisani, affinchè poi secondassero colle lor forze l'impresa meditata di Terra santa, nulla si potè ottener da loro, prevalendo più in lor cuore l'odio particolare, che il bene universale della cristianità. Fra questi apparati della guerra sacra venne a frammischiarsi un altro affare di tal rilievo, che in breve lo vedremo d'accessorio divenir principale. AdIsacco Angeloimperador dei Greci avevaAlessiosuo fratello levato nell'anno 1495 gli occhi e il trono, e tenuto fin qui in istretta prigioneAlessiosuo nipote, figliuolo del suddetto[Villharduinus, Sicard., in Chron. Dandul., in Chron. Niceta, in Chron. Abbas Urspergens., in Chron. Vita Innocentii III.]. Ebbe questo giovane principe la fortuna di salvarsi; e, venuto a Roma, si presentò ai piedi di papa Innocenzo III, implorando giustizia contro il tiranno suo zio. Se ne andò poscia in Germania a trovar laregina Irenemoglie delre Filippo, sorella sua. Filippo, veggendo già disposto il passaggio de' crociati in Levante, caldamente raccomandò a Bonifazio marchese diMonferrato la persona e gl'interessi di questo suo cognato.Avevano intanto i Veneziani allestita la gran flotta promessa pel trasporto del preparato esercito; ma a muoverla s'incontrarono varie difficoltà, la maggior delle quali era, che mancava molto a compiere il pagamento accordato dai principi crociati. Il ripiego che si trovò, fu di obbligarsi i Franzesi e i Fiamminghi di dar mano ai Veneziani per ricuperare la città di Zara, loro occupata negli anni addietro dal re d'Ungheria. Fece dunque vela nel dì 8 di ottobre da Venezia l'armata navale, in cui s'imbarcò lo stesso doge Dandolo, benchè vecchio, e benchè quasi cieco; ed arrivò nel dì 10 di novembre a Zara. Cercarono quegli abitanti di rendersi, ma per mala intelligenza fu presa quella città e messa a sacco, con dividersi le ricche spoglie d'essa fra i conquistatori. Ne furono poi atterrate tutte le mura e fortificazioni, per levare ai cittadini la comodità di ribellarsi in avvenire. La troppo avanzata stagione consigliò l'armata a passare il verno in quelle parti. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa prima impresa de' crociati, perchè fatta contra diArrigo red'Ungheria, il quale aveva anche esso con Andrea suo fratello presa la croce, e perchè eseguita contro la precedente proibizione del medesimo papa, al cui giudizio s'erano rimessi gli Zaratini. Ne scrisse perciò delle gravi doglianze all'esercito de' crocesignati[Innocentius III, lib, 5, Epist. 161.], trattandoli come scomunicati, e loro comandando la restituzione di quella città. Ma Bonifazio marchese di Monferrato giudicò meglio di non lasciar correre la lettera pontificia, per timore che si sciogliesse in fumo tutta la spedizione. Essendo morto in quest'anno, oppure nel precedente, Marquardo arbitro della Sicilia, ed avendo prese le redini del governo Guglielmo Capperone, siccome dicemmo, ad onta dal papa, si formò contradi lui una fazione degli aderenti dello stesso Marquardo. Non lasciò Gualtieri gran cancelliere, già vescovo di Troia, di pescare in questo torbido. Maneggiossi egli colla corte di Roma, e, prestato giuramento di ubbidire ai comandamenti del pontefice, impetrò l'assoluzione della scomunica. Dopo di che passò in Sicilia, ed unissi cogli avversarii del Capperone, mostrandosi tutto attaccato alla santa Sede, quantunque non potesse più riavere le mitre perdute. Lo strepito della crociata fu cagione che in quest'anno si osservasse tregua dal più delle città. Contuttociò i Modenesi, non potendo digerire la vergogna della battaglia perduta nel precedente anno coi Reggiani, nel presente, chiamati in aiuto i Ferraresi e Veronesi coi lor carrocci (il che portava seco il maggior nerbo della gente di quelle città), passarono ostilmente all'assedio di Rubiera di là dal fiume Secchia; e coi mangani cominciarono a tormentar quella terra, e dare il guasto al paese, senza che potessero i Reggiani col soccorso dei Bolognesi impedir questi danni. Secondo le Croniche di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.], Rubiera fu presa. Dell'assedio bensì, ma non dell'acquisto parlano gli Annali di Modena[Annales Veteres Mutinens.]. E quei di Reggio[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]scrivono che non fecero danno alcuno a quel castello. Cerio è che s'interposero Lupo marchese, podestà allora di Parma, e Guarizone ed Aimerico, amendue podestà di Cremona, per condurre a pace questi popoli sì animati l'un contra dell'altro. La pace fu conchiusa nella ghiara di Secchia nel dì 6 d'agosto, e giurata da Manfredi Pico podestà di Modena, e da Gherardo figliuolo di Rolandino bolognese, podestà di Reggio. Fu divisa l'acqua di Secchia, e rilasciati i prigioni. Lo strumento si vede da me dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.]. Abbiamo anche dalla Cronica Piacentina[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]che in questoanno i Cremonesi e Parmigiani andarono all'assedio di Fiorenzuola, nobil terra de' Piacentini, senza sapersene l'esito.
Furono in quest'anno rivolti gli occhi di tutti gl'Italiani alla ragguardevol crociata che s'incamminava verso Oriente per liberar la Terra santa. Erano già tre anni che in Francia e in Fiandra e in altri paesi oltramontani si predicava questo riguardevol impiego della pietà cristiana per que' sacri luoghi, e non poco calore diede a tale impresa lo zelo dipapa Innocenzo. Capo dell'esercito dei crociati era stato scelto ilconte di Sciampagna; ma, venuto questi a morte, fu proposto il bastone del comando adEude ducadi Borgogna, e aTebaldo contedi Bar, che se ne scusarono. Grande era anche di là da' monti il credito diBonifazio marchesedi Monferrato, fratello di quel valoroso marchese Corrado, che vedemmo principe di Tiro, e proclamato in fine re di Gerusalemme[Vita Innocent. III. P. I, tom. 3 Rer. Ital. Albericus Monachus. Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Bernardus Thesaur., tom. 7 Rer. Ital.]. Concorsero que' principi nel desiderio d'averlo per generale, ed avendo spedito messi in Italia a questo fine, il trovarono prontissimo ad assumere così nobil peso. Andò egli in Francia, prese la croce, e concertò con que' principi la maniera dell'esecuzione. Sei deputati vennero in Italia, e, trovato più comodo il dar principio al viaggio per Venezia, colà s'inviarono alcuni deputati per trattarne conArrigo Dandolo, insigne doge di quella repubblica. Infine tu risoluto che i Veneziani somministrerebbono una flotta di tanti legni che fosse capace di condurre quattro mila e cinquecento uomini a cavallo, nove mila scudieri e venti mila fanti con viveri per nove mesi: il tutto col pagamento di ottantacinque mila marche d'argento. Par credibile che in più volte, e non in una sola, si avesse a far lo trasportoper mare di tanta gente e cavalli. Ne fu scritto al pontefice Innocenzo[Vita Innocentii III, num. 83.], che lodò bensì questo pio movimento dei cristiani, ma rispose che l'approverebbe con un patto ed obbligazione, cioè che non fosse loro permesso di nuocere ai cristiani, se non in caso che volessero frastornare il loro passaggio. Non piacque ai Veneziani questa condizione, perchè già andavano meditando di valersi in lor pro di questa spedizione. Comparvero dunque nell'anno presente a Venezia in folla principi, vescovi e nobili di Francia, di Fiandra, di Borgogna e d'altre contrade, e a migliaia i crociati, tutti vogliosi di far prodezze in Oriente per la fede. Molti Italiani vi concorsero, e fra gli altriSicardo vescovodi Cremona, il quale per conseguente nella sua Storia, da me data alla luce, può parlar di quegli avvenimenti con fondamento. Ma con tutte le pratiche fatte dal pontefice Innocenzo per pacificar insieme i Genovesi e Pisani, affinchè poi secondassero colle lor forze l'impresa meditata di Terra santa, nulla si potè ottener da loro, prevalendo più in lor cuore l'odio particolare, che il bene universale della cristianità. Fra questi apparati della guerra sacra venne a frammischiarsi un altro affare di tal rilievo, che in breve lo vedremo d'accessorio divenir principale. AdIsacco Angeloimperador dei Greci avevaAlessiosuo fratello levato nell'anno 1495 gli occhi e il trono, e tenuto fin qui in istretta prigioneAlessiosuo nipote, figliuolo del suddetto[Villharduinus, Sicard., in Chron. Dandul., in Chron. Niceta, in Chron. Abbas Urspergens., in Chron. Vita Innocentii III.]. Ebbe questo giovane principe la fortuna di salvarsi; e, venuto a Roma, si presentò ai piedi di papa Innocenzo III, implorando giustizia contro il tiranno suo zio. Se ne andò poscia in Germania a trovar laregina Irenemoglie delre Filippo, sorella sua. Filippo, veggendo già disposto il passaggio de' crociati in Levante, caldamente raccomandò a Bonifazio marchese diMonferrato la persona e gl'interessi di questo suo cognato.
Avevano intanto i Veneziani allestita la gran flotta promessa pel trasporto del preparato esercito; ma a muoverla s'incontrarono varie difficoltà, la maggior delle quali era, che mancava molto a compiere il pagamento accordato dai principi crociati. Il ripiego che si trovò, fu di obbligarsi i Franzesi e i Fiamminghi di dar mano ai Veneziani per ricuperare la città di Zara, loro occupata negli anni addietro dal re d'Ungheria. Fece dunque vela nel dì 8 di ottobre da Venezia l'armata navale, in cui s'imbarcò lo stesso doge Dandolo, benchè vecchio, e benchè quasi cieco; ed arrivò nel dì 10 di novembre a Zara. Cercarono quegli abitanti di rendersi, ma per mala intelligenza fu presa quella città e messa a sacco, con dividersi le ricche spoglie d'essa fra i conquistatori. Ne furono poi atterrate tutte le mura e fortificazioni, per levare ai cittadini la comodità di ribellarsi in avvenire. La troppo avanzata stagione consigliò l'armata a passare il verno in quelle parti. Sommamente dispiacque al pontefice Innocenzo questa prima impresa de' crociati, perchè fatta contra diArrigo red'Ungheria, il quale aveva anche esso con Andrea suo fratello presa la croce, e perchè eseguita contro la precedente proibizione del medesimo papa, al cui giudizio s'erano rimessi gli Zaratini. Ne scrisse perciò delle gravi doglianze all'esercito de' crocesignati[Innocentius III, lib, 5, Epist. 161.], trattandoli come scomunicati, e loro comandando la restituzione di quella città. Ma Bonifazio marchese di Monferrato giudicò meglio di non lasciar correre la lettera pontificia, per timore che si sciogliesse in fumo tutta la spedizione. Essendo morto in quest'anno, oppure nel precedente, Marquardo arbitro della Sicilia, ed avendo prese le redini del governo Guglielmo Capperone, siccome dicemmo, ad onta dal papa, si formò contradi lui una fazione degli aderenti dello stesso Marquardo. Non lasciò Gualtieri gran cancelliere, già vescovo di Troia, di pescare in questo torbido. Maneggiossi egli colla corte di Roma, e, prestato giuramento di ubbidire ai comandamenti del pontefice, impetrò l'assoluzione della scomunica. Dopo di che passò in Sicilia, ed unissi cogli avversarii del Capperone, mostrandosi tutto attaccato alla santa Sede, quantunque non potesse più riavere le mitre perdute. Lo strepito della crociata fu cagione che in quest'anno si osservasse tregua dal più delle città. Contuttociò i Modenesi, non potendo digerire la vergogna della battaglia perduta nel precedente anno coi Reggiani, nel presente, chiamati in aiuto i Ferraresi e Veronesi coi lor carrocci (il che portava seco il maggior nerbo della gente di quelle città), passarono ostilmente all'assedio di Rubiera di là dal fiume Secchia; e coi mangani cominciarono a tormentar quella terra, e dare il guasto al paese, senza che potessero i Reggiani col soccorso dei Bolognesi impedir questi danni. Secondo le Croniche di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.], Rubiera fu presa. Dell'assedio bensì, ma non dell'acquisto parlano gli Annali di Modena[Annales Veteres Mutinens.]. E quei di Reggio[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]scrivono che non fecero danno alcuno a quel castello. Cerio è che s'interposero Lupo marchese, podestà allora di Parma, e Guarizone ed Aimerico, amendue podestà di Cremona, per condurre a pace questi popoli sì animati l'un contra dell'altro. La pace fu conchiusa nella ghiara di Secchia nel dì 6 d'agosto, e giurata da Manfredi Pico podestà di Modena, e da Gherardo figliuolo di Rolandino bolognese, podestà di Reggio. Fu divisa l'acqua di Secchia, e rilasciati i prigioni. Lo strumento si vede da me dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. XLIX.]. Abbiamo anche dalla Cronica Piacentina[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]che in questoanno i Cremonesi e Parmigiani andarono all'assedio di Fiorenzuola, nobil terra de' Piacentini, senza sapersene l'esito.