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MCCLAnno diCristoMCCL. IndizioneVIII.InnocenzoIV papa 8.FederigoII imperadore 31.Non passò l'anno presente senza memorabili avvenimenti. Lagrimevole fu quello della sacra spedizione del santo re di FranciaLodovico IXin Egitto. Già egli era padrone di Damiata; si magnificava dappertutto in quelle parti la sua probità, e il valore delle sue armi per varie rotte date ai Saraceni, talmente che (se pur è mai verisimile ciò che racconta il Joinville[Joinvill.]) dopo le disgrazie che fra poco accennerò, avendo que' barbari ucciso il loro Sultano, fu dibattuto non poco fra loro, se doveano proclamar Lodovico re di Francia per loro imperadore. Eransi inoltre coloro ridotti a chieder pace[Nangius, Matth. Paris, et alii.], e ad esibirgli la restituzion di Gerusalemme e degli altri luoghi di Terra santa tolti ai cristiani, purchè rendesse loro la città di Damiata. La superbia, la discordia, l'avarizia de' consiglieri e baroni del re non permisero che si accettasse così vantaggiosa offerta. Inviossi poi l'armata regale alla volta del Cairo, ma fu arrestata in cammino dalla fortezza di Massora. Quivi stando, nè potendo ricevere viveri da Damiata, perchè i Saraceni presero i passi per terra e per acqua, l'esercito per la fame e per le malattieepidemiche insortevi cominciò a venir meno; e calando ogni dì più il numero dei combattenti, il re, anch'egli infermo, determinò di tornarsene a Damiata. Ma nel viaggio assaliti i cristiani dall'immenso esercito di quegl'infedeli, nel dì 5 d'aprile furono sconfitti, ed il santo re co' principi suoi fratelli, e con gran numero di baroni e dodici mila di gente bassa, rimase prigione. Non so se abbia buon fondamento il dirsi da Giovanni Villani[Giovanni Villani, Istor., lib. 6, cap. 36.]che il re fu messo ne' ceppi: forse fu sui primi giorni. I più antichi scrittori scrivono ch'egli dipoi fu onorevolmente trattato da quei Barbari. Per liberarsi convenne rendere Damiata, e promettere di pagare settanta mila bisanti saraceni: il Villani suddetto dice ducento mila di parigini. Ma i più accertati riscontri sono, che il riscatto suo e di tutti i baroni, e del resto de' prigioni ascendesse ad ottocento mila bisanti d'oro. Fecesi una tregua, che fu mal eseguita da que' perfidi. Doveano rimettere in libertà molte migliaia di prigionieri; neppur mille uscirono dalle lor mani. Continuò poscia il piissimo re, venuto ad Accon ossia Acri, a soggiornare in quelle parti circa due anni, attendendo a fortificar que' pochi luoghi che restavano in poter de' cristiani. Penuriava di viveri la città di Parma. Perchè quella di Reggio tuttavia stava costante nel partito imperiale, si mosse, affine di condurvene con sicurezza, l'esercito de' Bolognesi, Modenesi, Ferraresi e fuorusciti reggiani, e nel dì 8 di giugno, o, per dir meglio, nel dì 15 fino al fiume Crostolo ne condusse una gran quantità[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], che fu ricevuta dai Parmigiani, e felicemente introdotta nelle lor città. Venuto Ugo dei Sanvitali da Parma alla nobil terra di Carpi, che era allora sotto la giurisdizione di Modena, quell'arciprete gliela consegnò, ed egli cominciò a farvi il padrone. Alterato per questo affare il comunedi Modena, mise al bando tutti i Carpigiani, e già si disponeva per procedere ostilmente contro quella terra e distruggerla. Ma i Carpigiani prevennero il colpo con iscacciarne il suddetto Ugo, e allora i Modenesi colà spedirono una buona guarnigione per assicurarsi in avvenire da somiglianti insulti. Anche i Milanesi[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], per sovvenire al bisogno di Parma, vi spedirono in quest'anno quattro mila moggia di biade; ma nel passare pel Piacentino, quel popolo prese e ritenne per sè tutto quel grano. Diversamente parla di ciò la Cronica di Parma. Ossia che già in Piacenza fossero de' mali umori, e a cagion d'essi venisse fatto questo aggravio ai Milanesi e Parmigiani, che pur erano lor collegati; ovvero che di qua prendesse origine la discordia: certo è che in quest'anno la fazion ghibellina prevalse nella città di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], e quel popolo, per tanti anni in addietro sì attaccato alla Chiesa, voltò mantello: cotanto erano allora instabili gli animi de' popoli italiani. Ritirossi per questo il cardinale legato del papa da quella città, ed anche i nobili, cedendo alla forza de' popolari, si ridussero alle lor castella.Aveano i Cremonesi eletto per loro podestà nell'anno presente ilmarchese Obertoossia Uberto Pelavicino, signor potente, e Ghibellinissimo, per desiderio specialmente di vendicarsi dell'insopportabile affronto ricevuto dai Parmigiani, che nella vittoria del 1248 aveano preso il loro carroccio. Figurandosi dunque di poter prendere Parma, che scarseggiava allora di vettovaglie, il marchese Oberto, con grosso esercito di essi Cremonesi e dei fuorusciti di Parma, da Borgo San Donnino s'incamminò a quella volta. Arditamente, benchè con forze disuguali, uscì il popolo di Parma[Monachus Patavinus, in Chron. Memorial. Potest. Regiens.]contro i nemici, conducendo il suo carroccio appellatoBiancardo, e nel giovedì 18 di agosto in un luogo chiamato Agrola attaccò un fierissimo combattimento. Nel furor della battaglia s'alzò una voce de' fuorusciti:alla città, alla città: il che udito da' Parmigiani, abbandonato il conflitto, furiosamente retrocederono per prevenire il tentativo de' nemici. Tale fu la calca di essi al ponte della città, che questo si ruppe, nè solamente precipitarono e si annegarono nell'acqua della fossa coloro che v'erano sopra, ma assaissimi altri di quei che venivano dietro, incalzati non meno dai suoi che dai Cremonesi. Perì per quell'accidente e per le spade dei nemici gran quantità di cittadini di Parma, e ne restarono prigionieri tre mila pedoni ed assaissimi cavalieri, giacchè era loro tolto l'ingresso nella città. Furono tutti condotti a Cremona in trionfo, trionfo soprattutto, secondo l'opinion d'allora, nobilitato dalla presa ancora del carroccio parmigiano, per cui si fece gran festa da' Cremonesi. Restò in Parma per lungo tempo la memoria di questo infelice giorno, nominato lamala zobia. Scrive il Sigonio[Antonio Campo, Istor. di Cremona.]ch'essi prigioni furono dipoi tormentati e ingiuriati, acciocchè si riscattassero; ma, se crediamo ad Antonio Campo[Sigon., de Regno Ital., lib. 18.], cavate loro le brache per ischerno e vergogna, furono rimessi in libertà. Con questa vittoria tal credito si acquistò il marchese Oberto Pelavicino, che a poco a poco in altissimo stato salì, siccome andremo vedendo. Da lì a tre dì essendo assediato Mozano castello di Parma da Alverio da Palù ossia da Palude, e giunta nuova che i Mantovani venivano in aiuto di Parma, animosamente essi Parmigiani corsero a liberar quel castello, e vi fecero prigioni cento degli assedianti. Anche i Reggiani diedero il guasto a Novi, e presero Campagnola con ducento sessanta uomini. Dal vedere che i Milanesi[Annal. Mediol., tom. 8 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 284.]in questoanno presero ai Lodigiani le castella di Fissiraga, Brignate e Zimido, si può conghietturare che il comune di Lodi coll'esempio di Piacenza si staccasse dalla lega di Lombardia, ed abbracciasse il partito imperiale. Molti nondimeno de' Milanesi pel soverchio caldo morirono in essa spedizione; laonde quello fu poi chiamatol'esercito della Caldana. Nell'agosto dell'anno precedente[Rolandinus, lib. 6, cap. 3 et seq.]aveva Eccelino da Romano data la podesteria di Padova ad Ansedisio de' Guidotti, figliuolo d'una sua sorella, fatto dalla natura per essere ministro d'un crudele tiranno. Costui nell'anno presente per sua iniquità, ed ordine ancora dell'inumano suo zio, levò di vita molti cittadini di Padova a cagione d'alcuni versi fatti contra di Eccelino, o sotto altri pretesti. Fra questi spezialmente si contò Guglielmo da Campo San Piero, uno de' più cospicui non solo di Padova, ma anche della marca di Ancona.PassòFederigoimperadore l'anno presente in Puglia, senza che resti memoria d'alcuna sua particolare azione od impresa. Probabilmente pativa egli qualche sconcerto nella sanità. Nondimeno Pietro da Curbio scrive[Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]ch'egli in questi tempi cacciò fuori del regno i frati predicatori e minori, che troppo a lui erano sospetti; alcuni ancora ne fece tormentare e morire. Ma si è di sopra veduto ch'egli non aspettò a quest'anno a bandire i religiosi suddetti. Assalito fu egli da una mortale dissenteria nel castello di Fiorentino in Capitanata di Puglia, e nel dì 13 di dicembre, festa di santa Lucia, per consenso de' migliori autori[Caffari, Annal. Genuens. Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Albertus Stadensis. Ricordano Malaspina et alii.], cessò di vivere. Le circostanze della sua morte posso ben io riferirle, ma con protesta di non saper che mi credere a quegli storici e tempi che niuna misura ebbero negli odii e nelle passioni, nè sistudiavano di depurar la verità dalle dicerie del volgo. Ricordano Malaspina[Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.]e il suo copiatore Giovanni Villani[Giovanni Villani, Istor., lib. 6.], ed anche Saba Malaspina[Saba Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 2.], scrissero che gli era stata predetta la sua morte in Firenze, e però non volle mai entrare nè in Firenze, nè in Faenza, senza avvedersi che in Fiorenzuola (Fiorentino era appellato quel luogo) dovea trovarlo la morte. Questo racconto ha cera d'una fandonia, dedotta forse dal non essere egli entrato per qualche accidente in quelle città. Aggiugne Ricordano che Manfredi suo figliuolo bastardo, per vogliadi avere il tesoro di Federigo suo padre e la signoria del regno di Sicilia, con un guanciale postogli sulla bocca l'affogò. Anche questa può essere una ciarla. Niuno degli autori più antichi ne parla; nè è punto ciò verisimile, perciocchè Federigo avea de' figliuoli legittimi, chiamati al regno, nè Manfredi vi potea allora aspirare; e se questi avesse occupato i tesori del padre, ne avrebbe renduto buon conto al re Corrado. Finalmente scrive che Federigo IImorì scomunicato e senza penitenza. Lo stesso viene asserito da Pietro da Curbio, cappellano di papa Innocenzo IV, e scrittore della sua Vita[Petrus de Curbio, in Vit. Innocentii IV, cap. 29.], e dal Monaco Padovano[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.]. Eppure Guglielmo dal Poggio, storico di questi tempi[Guillelmus de Podio, apud Du-Chesne, cap. 49.], Alberto Stadense[Albertus Stadensis, in Chron.], scrittore parimente contemporaneo, e Matteo Paris (non già il suo Continuatore), che scriveva anche egli allora le sue storie[Matth. Paris, Hist. Angl.], affermano esser egli morto compunto e penitente, con aver ricevuta l'assoluzione de' suoi peccati dall'arcivescovo di Salerno. E lo stesso si vede confermato da una lettera scritta da Manfredi alre Corradosuofratello, pubblicata dal Baluzio[Baluz., tom. 1 Miscellan.]. Il cattivo concetto, in cui era Federigo, facea che solamente si pensasse e credesse il male di lui. In quest'anno ancora aveva egli spedito al sultano per la liberazione del re di Francia prigioniere. Dai malevoli suoi fu interpretato che la spedizione fosse tutta a fine contrario. Per altro a Federigo non mancarono delle rare doti, accennate da Niccolò da Jamsilla[Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.], affezionato partigiano di Manfredi suo figliuolo; cioè gran cuore, grande intendimento ed accortezza, amore delle lettere, ch'egli fu il primo a richiamare e dilatare nel suo regno; amore della giustizia, per cui fece molti bei regolamenti, conoscenza di varie lingue, ed altre prerogative. Ma questi suoi pregi furono di troppo offuscati dalla sfrenata sua ambizione, per cui si mise in pensiero di abbattere la libertà de' Lombardi, senza mai volere ammettere la pace di Costanza, e di abbassare sconciamente anche l'autorità e potenza del romano pontefice e degli altri ecclesiastici. La religione, che in lui era ben poca, veniva perciò bene spesso calpestata dalla sua politica. Quindi le discordie e guerre, e da esse la necessità di scorticare i sudditi, e il pretesto d'affliggere con ismoderate gravezze le persone ecclesiastiche e le chiese. Colla sua crudeltà, colla sua lussuria diede ancora frequenti occasioni di sparlare di lui; e principalmente la doppiezza sua, e il non attener parola, gli tirarono addosso la solita pena, che non gli era creduto neppur quando parlava di cuore e daddovero. Insomma lasciò egli dopo di sè fama e nome piuttosto abbominevole, di cui non si cancellerà sì di leggeri la memoria. Fece testamento, in cui dichiarò suo erede nel regno di SiciliaCorradore dei Romani e di Germania. V'ha chi scrive, aver egli lasciata la Sicilia e Calabria adArrigofanciullo, a lui partorito da Isabellad'Inghilterra sua terza moglie. Non così parla il suo testamento. Costituì ancora balio ossia governatore del regno in lontananza d'esso Corrado,Manfredisuo figliuolo bastardo, a cui lasciò in retaggio il principato di Taranto con quattro altri contadi. Ordinò che si restituissero alla Chiesa tutti i suoi Stati e diritti, purchè anch'essa restituisse quelli dell'impero. Le altre sue disposizioni si leggono nel suo testamento, pubblicato in questi ultimi tempi da varie persone.

Non passò l'anno presente senza memorabili avvenimenti. Lagrimevole fu quello della sacra spedizione del santo re di FranciaLodovico IXin Egitto. Già egli era padrone di Damiata; si magnificava dappertutto in quelle parti la sua probità, e il valore delle sue armi per varie rotte date ai Saraceni, talmente che (se pur è mai verisimile ciò che racconta il Joinville[Joinvill.]) dopo le disgrazie che fra poco accennerò, avendo que' barbari ucciso il loro Sultano, fu dibattuto non poco fra loro, se doveano proclamar Lodovico re di Francia per loro imperadore. Eransi inoltre coloro ridotti a chieder pace[Nangius, Matth. Paris, et alii.], e ad esibirgli la restituzion di Gerusalemme e degli altri luoghi di Terra santa tolti ai cristiani, purchè rendesse loro la città di Damiata. La superbia, la discordia, l'avarizia de' consiglieri e baroni del re non permisero che si accettasse così vantaggiosa offerta. Inviossi poi l'armata regale alla volta del Cairo, ma fu arrestata in cammino dalla fortezza di Massora. Quivi stando, nè potendo ricevere viveri da Damiata, perchè i Saraceni presero i passi per terra e per acqua, l'esercito per la fame e per le malattieepidemiche insortevi cominciò a venir meno; e calando ogni dì più il numero dei combattenti, il re, anch'egli infermo, determinò di tornarsene a Damiata. Ma nel viaggio assaliti i cristiani dall'immenso esercito di quegl'infedeli, nel dì 5 d'aprile furono sconfitti, ed il santo re co' principi suoi fratelli, e con gran numero di baroni e dodici mila di gente bassa, rimase prigione. Non so se abbia buon fondamento il dirsi da Giovanni Villani[Giovanni Villani, Istor., lib. 6, cap. 36.]che il re fu messo ne' ceppi: forse fu sui primi giorni. I più antichi scrittori scrivono ch'egli dipoi fu onorevolmente trattato da quei Barbari. Per liberarsi convenne rendere Damiata, e promettere di pagare settanta mila bisanti saraceni: il Villani suddetto dice ducento mila di parigini. Ma i più accertati riscontri sono, che il riscatto suo e di tutti i baroni, e del resto de' prigioni ascendesse ad ottocento mila bisanti d'oro. Fecesi una tregua, che fu mal eseguita da que' perfidi. Doveano rimettere in libertà molte migliaia di prigionieri; neppur mille uscirono dalle lor mani. Continuò poscia il piissimo re, venuto ad Accon ossia Acri, a soggiornare in quelle parti circa due anni, attendendo a fortificar que' pochi luoghi che restavano in poter de' cristiani. Penuriava di viveri la città di Parma. Perchè quella di Reggio tuttavia stava costante nel partito imperiale, si mosse, affine di condurvene con sicurezza, l'esercito de' Bolognesi, Modenesi, Ferraresi e fuorusciti reggiani, e nel dì 8 di giugno, o, per dir meglio, nel dì 15 fino al fiume Crostolo ne condusse una gran quantità[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital. Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital. Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], che fu ricevuta dai Parmigiani, e felicemente introdotta nelle lor città. Venuto Ugo dei Sanvitali da Parma alla nobil terra di Carpi, che era allora sotto la giurisdizione di Modena, quell'arciprete gliela consegnò, ed egli cominciò a farvi il padrone. Alterato per questo affare il comunedi Modena, mise al bando tutti i Carpigiani, e già si disponeva per procedere ostilmente contro quella terra e distruggerla. Ma i Carpigiani prevennero il colpo con iscacciarne il suddetto Ugo, e allora i Modenesi colà spedirono una buona guarnigione per assicurarsi in avvenire da somiglianti insulti. Anche i Milanesi[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], per sovvenire al bisogno di Parma, vi spedirono in quest'anno quattro mila moggia di biade; ma nel passare pel Piacentino, quel popolo prese e ritenne per sè tutto quel grano. Diversamente parla di ciò la Cronica di Parma. Ossia che già in Piacenza fossero de' mali umori, e a cagion d'essi venisse fatto questo aggravio ai Milanesi e Parmigiani, che pur erano lor collegati; ovvero che di qua prendesse origine la discordia: certo è che in quest'anno la fazion ghibellina prevalse nella città di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], e quel popolo, per tanti anni in addietro sì attaccato alla Chiesa, voltò mantello: cotanto erano allora instabili gli animi de' popoli italiani. Ritirossi per questo il cardinale legato del papa da quella città, ed anche i nobili, cedendo alla forza de' popolari, si ridussero alle lor castella.

Aveano i Cremonesi eletto per loro podestà nell'anno presente ilmarchese Obertoossia Uberto Pelavicino, signor potente, e Ghibellinissimo, per desiderio specialmente di vendicarsi dell'insopportabile affronto ricevuto dai Parmigiani, che nella vittoria del 1248 aveano preso il loro carroccio. Figurandosi dunque di poter prendere Parma, che scarseggiava allora di vettovaglie, il marchese Oberto, con grosso esercito di essi Cremonesi e dei fuorusciti di Parma, da Borgo San Donnino s'incamminò a quella volta. Arditamente, benchè con forze disuguali, uscì il popolo di Parma[Monachus Patavinus, in Chron. Memorial. Potest. Regiens.]contro i nemici, conducendo il suo carroccio appellatoBiancardo, e nel giovedì 18 di agosto in un luogo chiamato Agrola attaccò un fierissimo combattimento. Nel furor della battaglia s'alzò una voce de' fuorusciti:alla città, alla città: il che udito da' Parmigiani, abbandonato il conflitto, furiosamente retrocederono per prevenire il tentativo de' nemici. Tale fu la calca di essi al ponte della città, che questo si ruppe, nè solamente precipitarono e si annegarono nell'acqua della fossa coloro che v'erano sopra, ma assaissimi altri di quei che venivano dietro, incalzati non meno dai suoi che dai Cremonesi. Perì per quell'accidente e per le spade dei nemici gran quantità di cittadini di Parma, e ne restarono prigionieri tre mila pedoni ed assaissimi cavalieri, giacchè era loro tolto l'ingresso nella città. Furono tutti condotti a Cremona in trionfo, trionfo soprattutto, secondo l'opinion d'allora, nobilitato dalla presa ancora del carroccio parmigiano, per cui si fece gran festa da' Cremonesi. Restò in Parma per lungo tempo la memoria di questo infelice giorno, nominato lamala zobia. Scrive il Sigonio[Antonio Campo, Istor. di Cremona.]ch'essi prigioni furono dipoi tormentati e ingiuriati, acciocchè si riscattassero; ma, se crediamo ad Antonio Campo[Sigon., de Regno Ital., lib. 18.], cavate loro le brache per ischerno e vergogna, furono rimessi in libertà. Con questa vittoria tal credito si acquistò il marchese Oberto Pelavicino, che a poco a poco in altissimo stato salì, siccome andremo vedendo. Da lì a tre dì essendo assediato Mozano castello di Parma da Alverio da Palù ossia da Palude, e giunta nuova che i Mantovani venivano in aiuto di Parma, animosamente essi Parmigiani corsero a liberar quel castello, e vi fecero prigioni cento degli assedianti. Anche i Reggiani diedero il guasto a Novi, e presero Campagnola con ducento sessanta uomini. Dal vedere che i Milanesi[Annal. Mediol., tom. 8 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 284.]in questoanno presero ai Lodigiani le castella di Fissiraga, Brignate e Zimido, si può conghietturare che il comune di Lodi coll'esempio di Piacenza si staccasse dalla lega di Lombardia, ed abbracciasse il partito imperiale. Molti nondimeno de' Milanesi pel soverchio caldo morirono in essa spedizione; laonde quello fu poi chiamatol'esercito della Caldana. Nell'agosto dell'anno precedente[Rolandinus, lib. 6, cap. 3 et seq.]aveva Eccelino da Romano data la podesteria di Padova ad Ansedisio de' Guidotti, figliuolo d'una sua sorella, fatto dalla natura per essere ministro d'un crudele tiranno. Costui nell'anno presente per sua iniquità, ed ordine ancora dell'inumano suo zio, levò di vita molti cittadini di Padova a cagione d'alcuni versi fatti contra di Eccelino, o sotto altri pretesti. Fra questi spezialmente si contò Guglielmo da Campo San Piero, uno de' più cospicui non solo di Padova, ma anche della marca di Ancona.

PassòFederigoimperadore l'anno presente in Puglia, senza che resti memoria d'alcuna sua particolare azione od impresa. Probabilmente pativa egli qualche sconcerto nella sanità. Nondimeno Pietro da Curbio scrive[Petrus de Curbio, Vit. Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]ch'egli in questi tempi cacciò fuori del regno i frati predicatori e minori, che troppo a lui erano sospetti; alcuni ancora ne fece tormentare e morire. Ma si è di sopra veduto ch'egli non aspettò a quest'anno a bandire i religiosi suddetti. Assalito fu egli da una mortale dissenteria nel castello di Fiorentino in Capitanata di Puglia, e nel dì 13 di dicembre, festa di santa Lucia, per consenso de' migliori autori[Caffari, Annal. Genuens. Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Albertus Stadensis. Ricordano Malaspina et alii.], cessò di vivere. Le circostanze della sua morte posso ben io riferirle, ma con protesta di non saper che mi credere a quegli storici e tempi che niuna misura ebbero negli odii e nelle passioni, nè sistudiavano di depurar la verità dalle dicerie del volgo. Ricordano Malaspina[Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.]e il suo copiatore Giovanni Villani[Giovanni Villani, Istor., lib. 6.], ed anche Saba Malaspina[Saba Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 2.], scrissero che gli era stata predetta la sua morte in Firenze, e però non volle mai entrare nè in Firenze, nè in Faenza, senza avvedersi che in Fiorenzuola (Fiorentino era appellato quel luogo) dovea trovarlo la morte. Questo racconto ha cera d'una fandonia, dedotta forse dal non essere egli entrato per qualche accidente in quelle città. Aggiugne Ricordano che Manfredi suo figliuolo bastardo, per vogliadi avere il tesoro di Federigo suo padre e la signoria del regno di Sicilia, con un guanciale postogli sulla bocca l'affogò. Anche questa può essere una ciarla. Niuno degli autori più antichi ne parla; nè è punto ciò verisimile, perciocchè Federigo avea de' figliuoli legittimi, chiamati al regno, nè Manfredi vi potea allora aspirare; e se questi avesse occupato i tesori del padre, ne avrebbe renduto buon conto al re Corrado. Finalmente scrive che Federigo IImorì scomunicato e senza penitenza. Lo stesso viene asserito da Pietro da Curbio, cappellano di papa Innocenzo IV, e scrittore della sua Vita[Petrus de Curbio, in Vit. Innocentii IV, cap. 29.], e dal Monaco Padovano[Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.]. Eppure Guglielmo dal Poggio, storico di questi tempi[Guillelmus de Podio, apud Du-Chesne, cap. 49.], Alberto Stadense[Albertus Stadensis, in Chron.], scrittore parimente contemporaneo, e Matteo Paris (non già il suo Continuatore), che scriveva anche egli allora le sue storie[Matth. Paris, Hist. Angl.], affermano esser egli morto compunto e penitente, con aver ricevuta l'assoluzione de' suoi peccati dall'arcivescovo di Salerno. E lo stesso si vede confermato da una lettera scritta da Manfredi alre Corradosuofratello, pubblicata dal Baluzio[Baluz., tom. 1 Miscellan.]. Il cattivo concetto, in cui era Federigo, facea che solamente si pensasse e credesse il male di lui. In quest'anno ancora aveva egli spedito al sultano per la liberazione del re di Francia prigioniere. Dai malevoli suoi fu interpretato che la spedizione fosse tutta a fine contrario. Per altro a Federigo non mancarono delle rare doti, accennate da Niccolò da Jamsilla[Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.], affezionato partigiano di Manfredi suo figliuolo; cioè gran cuore, grande intendimento ed accortezza, amore delle lettere, ch'egli fu il primo a richiamare e dilatare nel suo regno; amore della giustizia, per cui fece molti bei regolamenti, conoscenza di varie lingue, ed altre prerogative. Ma questi suoi pregi furono di troppo offuscati dalla sfrenata sua ambizione, per cui si mise in pensiero di abbattere la libertà de' Lombardi, senza mai volere ammettere la pace di Costanza, e di abbassare sconciamente anche l'autorità e potenza del romano pontefice e degli altri ecclesiastici. La religione, che in lui era ben poca, veniva perciò bene spesso calpestata dalla sua politica. Quindi le discordie e guerre, e da esse la necessità di scorticare i sudditi, e il pretesto d'affliggere con ismoderate gravezze le persone ecclesiastiche e le chiese. Colla sua crudeltà, colla sua lussuria diede ancora frequenti occasioni di sparlare di lui; e principalmente la doppiezza sua, e il non attener parola, gli tirarono addosso la solita pena, che non gli era creduto neppur quando parlava di cuore e daddovero. Insomma lasciò egli dopo di sè fama e nome piuttosto abbominevole, di cui non si cancellerà sì di leggeri la memoria. Fece testamento, in cui dichiarò suo erede nel regno di SiciliaCorradore dei Romani e di Germania. V'ha chi scrive, aver egli lasciata la Sicilia e Calabria adArrigofanciullo, a lui partorito da Isabellad'Inghilterra sua terza moglie. Non così parla il suo testamento. Costituì ancora balio ossia governatore del regno in lontananza d'esso Corrado,Manfredisuo figliuolo bastardo, a cui lasciò in retaggio il principato di Taranto con quattro altri contadi. Ordinò che si restituissero alla Chiesa tutti i suoi Stati e diritti, purchè anch'essa restituisse quelli dell'impero. Le altre sue disposizioni si leggono nel suo testamento, pubblicato in questi ultimi tempi da varie persone.


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