MCCLVIAnno diCristoMCCLVI. IndizioneXIV.AlessandroIV papa 3.Imperio vacante.S'era fin qui assai poco mischiato nelle cose d'ItaliaGuglielmo d'Olanda, già creato re de' Romani e di Germania[Matth. Paris Hist. Anglic. Stero Hist. Augustan.]. Di molte guerre aveva egli avuto colla contessa di Fiandra e coi popoli della Frisia. Ma dopo esser giunto nel presente anno a domar questi ultimi, caduto in un agguato a lui teso dai medesimi, miseramente lasciò ivi la vita. Trattossi dunque dai principi tedeschi di eleggere un successore. Papa Alessandro con lettere[Raynald., in Annal. Eccl.]assai forti incaricò gli elettori ecclesiastici di non promuovereCorradinofigliuolo del re Corrado, con intimar la scomunica contro a chiunque diversamente facesse. Imbrogliaronsi per questo e per altri accidenti que' principi, e andò sì avanti la discordia insorta fra loro, che passò tutto quest'anno senza che potessero convenire in alcuno dei candidati. Tenne Manfredi nella festa della Purificazion della Vergine in Barletta un gran parlamento[Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.]. Quivi diedeil principato di Salerno a Federigo Lancia, altro suo zio materno. Degradò da tutti i suoi onori Pietro Ruffo; e fatto processo contra Bertoldo marchese e contra dei suoi fratelli, li condannò ad una perpetua prigione, dove finirono i loro giorni. Era già stato spedito in Calabria da Manfredi il suddetto Federigo Lancia suo vicario, acciocchè riducesse la Sicilia alla di lui ubbidienza. Tali ordini con somma destrezza egli eseguì. Per suoi maneggi il popolo di Palermo si ritirò dalla suggezion de' ministri pontificii, e fece prigione frate Ruffino dell'ordine de' Minori, che col titolo di legato apostolico si faceva ubbidire in quelle parti. Crebbe con ciò ogni di più in Sicilia il credito e il partito di Manfredi, e formossi ancora in favore di lui un esercito di Siciliani. Allora Federigo Lancia passò col suo dalla Calabria contro Messina, città che non tardò molto a riconoscere per signore Manfredi. Con che la di lui signoria si stese per quasi tutta la Sicilia e Calabria. Essendo intanto ritornati dalla corte pontificia i suoi ambasciatori coll'avviso dell'accordo rigettato dal papa, veggendosi Manfredi libero, mosse le bandiere verso Terra di Lavoro. Gli vennero incontro i deputati spediti da Napoli con offerirgli la città, e pregarlo di voler dimenticare le ricevute offese. Manfredi era principe benigno ed amorevole; ben sapea che la clemenza si tira dietro lo amore dei popoli, e però, passato a dirittura a Napoli, non solamente perdonò a quel popolo, ma fece di gran bene a quella nobil città. Quivi ancora ricevette i delegati di Capoa, che si sottomisero alla di lui signoria. Altrettanto sospirava di fare il popolo d'Aversa, ma, essendovi dentro un buon presidio papalino, non ardiva di alzare un dito. Passò dunque Manfredi all'assedio di quella città, a cui furono dati varii assalti, ma indarno tutti. La vicinanza nondimeno della sua armata recò tal coraggio a que' cittadini, che, alzato rumore un dì, uccisi non pochidegli stipendiati del papa, e ricevuto soccorso da quei di fuori, venne ancora quella città alle mani di Manfredi. Riccardo da Avella, uomo potente, dopo aver difeso sino agli estremi il castello, volendo poi fuggire, colto, fu messo a pezzi. Furono sì fortunati successi cagione che l'altre città di Terra di Lavoro alzarono le bandiere di Manfredi, fuorchè Sora ed Arce, dove stavano di presidio alcuni Tedeschi postivi dal marchese Bertoldo. Inviossi dipoi l'infaticabil Manfredi a Taranto per desiderio di soggiogare l'ostinata città di Brindisi. Ebbe il contento di veder venire quel popolo ai suoi piedi, e di riceverlo in grazia sua. La sola città d'Ariano, forte per la sua situazione, restava in quelle parti ripugnante al suo dominio. Molti di Nocera, fingendosi banditi da' suoi, s'introdussero colà, e, levato rumore una notte, tal confusione produssero, che gli stessi cittadini scannarono l'un l'altro. Così fu presa la città e distrutta, e il resto degli abitanti distribuito per altri luoghi del regno. L'Aquila, città nuova, perchè negli anni addietro fondata dal re Corrado, era già pervenuta ad una gran popolazione, e fin qui avea tenuta la parte del papa. All'intendere i continuati progressi di Manfredi, giudicò che più non era da indugiare a sottoporsi, e però, a lui spediti suoi ambasciatori, il riconobbe per suo signore. Ma, secondo Saba Malaspina[Sabas Malaspina, Histor., lib. 2, cap. 1.], fino all'anno 1258 questa città si tenne per la Chiesa; e ne abbiamo anche delle pruove dal Rinaldi[Raynaldus, in Annal. Eccl.].Così procedevano gli affari della Sicilia e della Puglia. Passiamo ora ad un avvenimento della marca di Trivigi, ossia di Verona, che fece grande strepito in quest'anno per tutta Italia. I gemiti dei miseri Padovani per le enormi crudeltà di Eccelino da Romano[Roland, lib. 8, cap. 1. Monach. Patavinus, in Chron. Chron. Veronense et alii.], le istanze continue diAzzo VIImarchese d'Este,e i tanti richiami de' circonvicini e degli esiliati mossero a compassione il buon papaAlessandro IV, e a desiderio di rimediarvi. Dichiarò dunque suo legato nella marca di TrivigiFilippo, eletto arcivescovo di Ravenna, il quale, venuto a Venezia, ed ammassato un esercito di crocesignati, con dichiarar podestà de' fuorusciti padovani Marco Querino, e maresciallo dell'armata Marco Badoero, si disposero ad entrare nel Padovano. Ansedisio podestà di Padova, perchè Eccelino colle forze de' popoli di Padova, Vicenza e Verona era nel mese di maggio passato sul Mantovano, lusingandosi di poter mettere il piede in quella città, prese molte precauzioni per impedir lo ingresso dell'armata nemica; ma per giudizio di Dio esse facilitarono piuttosto la di lui rovina. Sul principio di giugno coraggiosamente entrò il legato apostolico nel territorio di Padova; prese Concadalbero, Causelve e Pieve di Sacco; ed avanzandosi ogni dì più, e crescendo l'armata sua per l'arrivo delle genti spedite per cura del marchese d'Este da Ferrara, Rovigo ed altri luoghi, a dirittura passò fin sotto Padova, e nel dì 19 di giugno s'impadronì, con poco spargimento di sangue, de' borghi di quella città. Nel giorno seguente dato di piglio alle armi, con gran giubilo tutta l'oste crocesignata diede un generale assalto alla città. Fu condotta una vigna, ossia gatto, macchina, sotto la quale speravano gli aggressori di rompere le porte di Ponte Altinate. Tanta quantità di pece, zolfo e di altra materia accesa fu gittata addosso a quella macchina, che il fuoco, attaccatosi ad essa, servì ad accendere e ridurre in cenere la porta stessa. Portatone l'avviso ad Ansedisio, allora gli cadde il cuore per terra; e perchè un buon Padovano il consigliò di capitolare col legato, affinchè la città non andasse a sacco, l'iniquo con una stoccata nel petto, per cui restò morto, gl'insegnò a non dar più dei pareri ai tiranni. Insomma costui pien di spavento, salito a cavallo, per la porta diSan Giovanni prese la fuga, nè i suoi furono lenti a tenergli dietro. Entrò dunque l'armata de' crociati vittoriosamente in Padova nel dì 20 di giugno; male nondimeno per gl'innocenti cittadini, che dianzi miseri, maggiormente divennero tali per la sfrenata avidità de' vincitori. Costoro, avendo presa la croce più per isperanza d'arricchire che per voglia di conseguir le indulgenze plenarie, appena furono dentro, che diedero il sacco a quante case e botteghe erano nella città; nè altro fecero per sette giorni che ruberie, lasciando spogliata di tutto l'infelice cittadinanza, non senza biasimo de' comandanti, i quali in tanto tempo niun provvedimento trovarono all'inestimabil danno degli abitanti. Furono allora aperte le orrende carceri di Eccelino che erano in Padova. Essendosi anche renduta la terra di Cittadella, dove Eccelino avea dell'altre diaboliche prigioni, uscì alla luce una gran copia d'infelici, quivi piuttosto seppelliti che rinchiusi. A riserva di pochissimi luoghi, tutte le castella e terre del Padovano si diedero al legato, e tornarono sotto l'ubbidienza della città. Anche il marchese Azzo VII ricuperò la sua terra d'Este colle altre della Scodesia; ma non potè per allora riavere Cerro e Calaone, fortezze quasi inespugnabili per la lor situazione. Fecero poscia i Padovani nell'anno seguente un decreto, da me altrove rapportato[Antiquit. Italic., Dissert. XXIX, pag. 851.], che si dovesse solennizzar da lì innanzi con processione universale la felice liberazione della lor città; la quale funzione si fa anche oggidì.Dopo avere Eccelino dato il guasto alla maggior parte del Mantovano senza poter nuocere alla città, alla quale impresa[Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital. Roland., lib. 9, cap. 7.]concorse ancora coi Cremonesi ilmarchese ObertoPelavicino, decampò per venire a Verona, ed accorrere al soccorso di Padova. Al passaggio del Mincio gli arriva davanti uno tutto sudato ed ansante.Che nuova?disse Eccelino.Ed egli:Cattive. Padova è perduta. Eccelino il fece tosto impiccare. Da lì a poco ne arriva un altro.Che nuove?Rispose che con sua permissione volea parlargli in segreto. Costui ebbe più giudizio, e gli passò bene. Continuò il tiranno la marcia sino a Verona, senza permettere un momento di posata all'esercito stanco; e quivi insospettito de' Padovani che erano seco, tutti li fece imprigionare e spogliare di quanto aveano. Per attestato di Rolandino, erano undici mila persone tra nobili e plebei, ed Eccelino con una crudeltà, di cui mai più non si perderà la memoria, quasi tutti li fece parte uccidere, e il resto morire di stento: non ne tornarono forse ducento a Padova. Potrebbesi nondimeno dubitare di qualche esagerazion di Rolandino in sì gran numero d'infelici Padovani. Intanto il legato apostolico Filippo attese a rinforzare il suo esercito. Era volato a Padova Azzo marchese d'Este. Fece egli venire un buon rinforzo di gente da' suoi Stati e da Ferrara. Vi accorsero tutti i banditi da Verona e Vicenza, e vennero più brigate di Bolognesi, comandate in certa guisa dal famoso fra Giovanni dell'ordine de' Predicatori: il che è da notare per conoscere i costumi di questi tempi. S'ebbero ancora da Venezia e Chioggia assaissimi balestrieri. Premeva al legato di ridurre Vicenza al suo partito, e verso colà mosse l'armata nel dì 30 di luglio, e nel dì primo d'agosto andò ad accamparsi a Longare; e nello stesso tempo vi arrivò anche Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con un corpo di Trivisani, facendosi credere fedele alla Chiesa: del che tutti si stupirono, e ne venne grande bisbiglio. Allora fu creato capitan generale dell'esercito il marchese d'Este, con plauso di ognuno. Ma da lì a poco levatosi un susurro, che Eccelino con un formidabil esercito si avvicinava, entrò tal timor panico nell'armata de' crocesignati, che, per quanto facessero il legato ed il marchese, i Bolognesi furono i primi a tornarsene a casa, ed altri dimano in mano a ritirarsi: laonde il legato giudicò meglio di ridurre l'esercito a Padova. Sospetto corse che Alberico da Romano avesse segretamente fatto spargere questo terror nella gente. Per attestato della Cronica di Verona[Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.], la terra di Legnago sull'Adige, acclamando in quest'anno il marchese Azzo d'Este, si sottrasse all'ubbidienza di Eccelino e di Verona. Lo stesso fece quella ancora di Cologna. Tirarono poscia i Padovani una gran fossa quasi di tre miglia fuori della città con isteccati, torri di legno e petriere disposte in varii siti, e quivi s'accampò l'esercito pontificio, aspettando il tiranno. Colà fece venire il marchese Azzo tutta la cavalleria di Ferrara, e dovea in breve arrivare anche la fanteria. Gran copia di Mantovani e il patriarca di Aquileia con isforzo numeroso di gente accorsero alla difesa di Padova. Arrivò sul fine d'agosto Eccelino, diede varii assalti alle fortificazioni nemiche, ributtato sempre, tuttochè superiore al doppio di forze ai Padovani: il perchè scornato se ne tornò a Vicenza, dalla qual città con belle parole fece uscire la milizia urbana, facendola stare ne' borghi, e dentro dispose una buona guarnigione di Veronesi e Tedeschi.Secondo la Cronica di Milano[Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], fu in quest'anno divisione fra i nobili e popolari di Milano. Ognun voleva comandar le feste. Guerra eziandio si fece fra i cittadini e fuorusciti di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma in Toscana fu ben più fiera. Uscirono in campagna i Fiorentini, Lucchesi e Genovesi collegati contro ai Pisani[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital., Ptolomeus Lucens., tom. 11 Rer. Ital. Ricord. Malaspina, et alii.]. A tutta prima i Lucchesi rimasero spelazzati; ma, accorsi i Fiorentini, sconfissero l'oste pisana vicino al Serchio; e fu in pericolo la stessa città di Pisa. Tolsero i Genovesi ai Pisani il castello d'Ilice.La debolezza in cui restò allora il popolo pisano il ridusse a chiedere pace. E l'ottennero con restituire ai Lucchesi Motrone, dimettere il castello di Corvara, che fu distrutto, e quello di Massa, che fu restituito almarchese BonifazioMalaspina. Circa questi tempi cominciò ilmarchese ObertoPelavicino[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], siccome capo de' Ghibellini in Lombardia, ad aver qualche dominio anche in Pavia. Leggiamo poscia nelle Croniche d'Asti[Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.]che nell'anno presente, ad istanza e per ordine del papa, tutti gli Astigiani che erano in Francia furono presi dai soldati del santore Lodovico, e consegnati aTommaso contedi Savoia, oppur detenuti per lungo tempo nelle carceri di Parigi. Perderono gli Astigiani quanto aveano in Francia, e nella lunga guerra che ebbero col suddetto conte di Savoia, spesero più di ottocento mila lire. L'origine della disgrazia di questo popolo si ha da Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], dal Guichenone[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], e da Antonio poeta astigiano[Anton. Astens., tom. 14 Rer. Ital.], secondo i quali nel precedente anno cominciò la guerra fra esso Tommaso conte di Savoia e il popolo d'Asti. Occupò il conte Chieri agli Astigiani. Usciti con grande sforzo gli Astigiani, ruppero il popolo di Chieri, e poi presero Moncalieri, dove fecero prigione l'abbate di Susa loro gran nemico. A questa nuova il conte Tommaso, ch'era in Torino, ammassato l'esercito suo, venne a dar battaglia agli Astigiani a Montebruno, ma se ne andò egli sconfitto, e gran copia di Torinesi vi restò prigione. Tornato a Torino, fecesi una matta sollevazione contra di lui, e da quel popolo fu detenuto prigione, con intimazione di non rilasciarlo, se prima non facea restituire i lor cittadini. Matteo Paris ne attribuisce la cagione al suo duro governo. Diedero poscia i Torinesi barbaramente essoconte in mano agli Astigiani, e con ciò liberarono la lor gente. La disavventura di questo illustre principe, già conte ancora di Fiandra, e parente dei re d'Inghilterra e di Francia, fece gran rumori dappertutto. Papa Alessandro IV ne scrisse lettera di condoglianza alla regina d'Inghilterra, rapportata da Matteo Paris, e l'esortò a far prendere tutte le persone e i beni de' Torinesi ed Astigiani, che fossero nel suo dominio. Altrettanto fece il santo re di Francia nel suo, per ordine dello stesso papa. Presero poscia gli Astigiani Fossano ed altre terre del conte, ed arrivarono fino alla valle di Susa, con egual felicità in altri fatti d'armi. Abbiamo da Matteo Paris che venne in Italia l'arcivescovo di Cantorberì per liberare il conte suo fratello. Mosse i Savoiardi a fare l'assedio di Torino, ma senza profitto; e dopo avere inutilmente consumate immense somme di danaro, se ne tornò in Inghilterra, con lasciare tuttavia prigione il fratello. Aggiugne il medesimo storico che nell'anno presente i Romani, stanchi della severità ed inesorabil giustizia di Brancaleone d'Andalò Bolognese lor senatore, il cacciarono in prigione. A lui volea gran male la nobiltà, e più la corte pontificia. Segretamente se ne fuggì sua moglie, e, venuta a Bologna, operò che gli ostaggi de' Romani quivi dimoranti fossero ben custoditi. Ricorsi i Romani al papa, fecero ch'egli scrivesse al comune di Bologna, intimando l'interdetto alla città, se non rendeva gli ostaggi. Sofferirono i Bolognesi piuttosto l'interdetto, ben conoscendo che, qualora gli avessero dati, vi andava la testa del loro concittadino. Questo avvenimento ci fa comprendere con quali costumi si regolassero allora le città italiane, o almen qual precauzione avesse presa Brancaleone, perchè assai conoscente delle instabili leste dei Romani d'allora, i quali presero dipoi per loro senatore Manuello Maggi Bresciano. Potrebbe nondimeno essere che questi ostaggi e l'interdetto suddetto appartenesseroall'anno 1260, siccome vedremo.
S'era fin qui assai poco mischiato nelle cose d'ItaliaGuglielmo d'Olanda, già creato re de' Romani e di Germania[Matth. Paris Hist. Anglic. Stero Hist. Augustan.]. Di molte guerre aveva egli avuto colla contessa di Fiandra e coi popoli della Frisia. Ma dopo esser giunto nel presente anno a domar questi ultimi, caduto in un agguato a lui teso dai medesimi, miseramente lasciò ivi la vita. Trattossi dunque dai principi tedeschi di eleggere un successore. Papa Alessandro con lettere[Raynald., in Annal. Eccl.]assai forti incaricò gli elettori ecclesiastici di non promuovereCorradinofigliuolo del re Corrado, con intimar la scomunica contro a chiunque diversamente facesse. Imbrogliaronsi per questo e per altri accidenti que' principi, e andò sì avanti la discordia insorta fra loro, che passò tutto quest'anno senza che potessero convenire in alcuno dei candidati. Tenne Manfredi nella festa della Purificazion della Vergine in Barletta un gran parlamento[Nicolaus de Jamsilla, tom. 8 Rer. Ital.]. Quivi diedeil principato di Salerno a Federigo Lancia, altro suo zio materno. Degradò da tutti i suoi onori Pietro Ruffo; e fatto processo contra Bertoldo marchese e contra dei suoi fratelli, li condannò ad una perpetua prigione, dove finirono i loro giorni. Era già stato spedito in Calabria da Manfredi il suddetto Federigo Lancia suo vicario, acciocchè riducesse la Sicilia alla di lui ubbidienza. Tali ordini con somma destrezza egli eseguì. Per suoi maneggi il popolo di Palermo si ritirò dalla suggezion de' ministri pontificii, e fece prigione frate Ruffino dell'ordine de' Minori, che col titolo di legato apostolico si faceva ubbidire in quelle parti. Crebbe con ciò ogni di più in Sicilia il credito e il partito di Manfredi, e formossi ancora in favore di lui un esercito di Siciliani. Allora Federigo Lancia passò col suo dalla Calabria contro Messina, città che non tardò molto a riconoscere per signore Manfredi. Con che la di lui signoria si stese per quasi tutta la Sicilia e Calabria. Essendo intanto ritornati dalla corte pontificia i suoi ambasciatori coll'avviso dell'accordo rigettato dal papa, veggendosi Manfredi libero, mosse le bandiere verso Terra di Lavoro. Gli vennero incontro i deputati spediti da Napoli con offerirgli la città, e pregarlo di voler dimenticare le ricevute offese. Manfredi era principe benigno ed amorevole; ben sapea che la clemenza si tira dietro lo amore dei popoli, e però, passato a dirittura a Napoli, non solamente perdonò a quel popolo, ma fece di gran bene a quella nobil città. Quivi ancora ricevette i delegati di Capoa, che si sottomisero alla di lui signoria. Altrettanto sospirava di fare il popolo d'Aversa, ma, essendovi dentro un buon presidio papalino, non ardiva di alzare un dito. Passò dunque Manfredi all'assedio di quella città, a cui furono dati varii assalti, ma indarno tutti. La vicinanza nondimeno della sua armata recò tal coraggio a que' cittadini, che, alzato rumore un dì, uccisi non pochidegli stipendiati del papa, e ricevuto soccorso da quei di fuori, venne ancora quella città alle mani di Manfredi. Riccardo da Avella, uomo potente, dopo aver difeso sino agli estremi il castello, volendo poi fuggire, colto, fu messo a pezzi. Furono sì fortunati successi cagione che l'altre città di Terra di Lavoro alzarono le bandiere di Manfredi, fuorchè Sora ed Arce, dove stavano di presidio alcuni Tedeschi postivi dal marchese Bertoldo. Inviossi dipoi l'infaticabil Manfredi a Taranto per desiderio di soggiogare l'ostinata città di Brindisi. Ebbe il contento di veder venire quel popolo ai suoi piedi, e di riceverlo in grazia sua. La sola città d'Ariano, forte per la sua situazione, restava in quelle parti ripugnante al suo dominio. Molti di Nocera, fingendosi banditi da' suoi, s'introdussero colà, e, levato rumore una notte, tal confusione produssero, che gli stessi cittadini scannarono l'un l'altro. Così fu presa la città e distrutta, e il resto degli abitanti distribuito per altri luoghi del regno. L'Aquila, città nuova, perchè negli anni addietro fondata dal re Corrado, era già pervenuta ad una gran popolazione, e fin qui avea tenuta la parte del papa. All'intendere i continuati progressi di Manfredi, giudicò che più non era da indugiare a sottoporsi, e però, a lui spediti suoi ambasciatori, il riconobbe per suo signore. Ma, secondo Saba Malaspina[Sabas Malaspina, Histor., lib. 2, cap. 1.], fino all'anno 1258 questa città si tenne per la Chiesa; e ne abbiamo anche delle pruove dal Rinaldi[Raynaldus, in Annal. Eccl.].
Così procedevano gli affari della Sicilia e della Puglia. Passiamo ora ad un avvenimento della marca di Trivigi, ossia di Verona, che fece grande strepito in quest'anno per tutta Italia. I gemiti dei miseri Padovani per le enormi crudeltà di Eccelino da Romano[Roland, lib. 8, cap. 1. Monach. Patavinus, in Chron. Chron. Veronense et alii.], le istanze continue diAzzo VIImarchese d'Este,e i tanti richiami de' circonvicini e degli esiliati mossero a compassione il buon papaAlessandro IV, e a desiderio di rimediarvi. Dichiarò dunque suo legato nella marca di TrivigiFilippo, eletto arcivescovo di Ravenna, il quale, venuto a Venezia, ed ammassato un esercito di crocesignati, con dichiarar podestà de' fuorusciti padovani Marco Querino, e maresciallo dell'armata Marco Badoero, si disposero ad entrare nel Padovano. Ansedisio podestà di Padova, perchè Eccelino colle forze de' popoli di Padova, Vicenza e Verona era nel mese di maggio passato sul Mantovano, lusingandosi di poter mettere il piede in quella città, prese molte precauzioni per impedir lo ingresso dell'armata nemica; ma per giudizio di Dio esse facilitarono piuttosto la di lui rovina. Sul principio di giugno coraggiosamente entrò il legato apostolico nel territorio di Padova; prese Concadalbero, Causelve e Pieve di Sacco; ed avanzandosi ogni dì più, e crescendo l'armata sua per l'arrivo delle genti spedite per cura del marchese d'Este da Ferrara, Rovigo ed altri luoghi, a dirittura passò fin sotto Padova, e nel dì 19 di giugno s'impadronì, con poco spargimento di sangue, de' borghi di quella città. Nel giorno seguente dato di piglio alle armi, con gran giubilo tutta l'oste crocesignata diede un generale assalto alla città. Fu condotta una vigna, ossia gatto, macchina, sotto la quale speravano gli aggressori di rompere le porte di Ponte Altinate. Tanta quantità di pece, zolfo e di altra materia accesa fu gittata addosso a quella macchina, che il fuoco, attaccatosi ad essa, servì ad accendere e ridurre in cenere la porta stessa. Portatone l'avviso ad Ansedisio, allora gli cadde il cuore per terra; e perchè un buon Padovano il consigliò di capitolare col legato, affinchè la città non andasse a sacco, l'iniquo con una stoccata nel petto, per cui restò morto, gl'insegnò a non dar più dei pareri ai tiranni. Insomma costui pien di spavento, salito a cavallo, per la porta diSan Giovanni prese la fuga, nè i suoi furono lenti a tenergli dietro. Entrò dunque l'armata de' crociati vittoriosamente in Padova nel dì 20 di giugno; male nondimeno per gl'innocenti cittadini, che dianzi miseri, maggiormente divennero tali per la sfrenata avidità de' vincitori. Costoro, avendo presa la croce più per isperanza d'arricchire che per voglia di conseguir le indulgenze plenarie, appena furono dentro, che diedero il sacco a quante case e botteghe erano nella città; nè altro fecero per sette giorni che ruberie, lasciando spogliata di tutto l'infelice cittadinanza, non senza biasimo de' comandanti, i quali in tanto tempo niun provvedimento trovarono all'inestimabil danno degli abitanti. Furono allora aperte le orrende carceri di Eccelino che erano in Padova. Essendosi anche renduta la terra di Cittadella, dove Eccelino avea dell'altre diaboliche prigioni, uscì alla luce una gran copia d'infelici, quivi piuttosto seppelliti che rinchiusi. A riserva di pochissimi luoghi, tutte le castella e terre del Padovano si diedero al legato, e tornarono sotto l'ubbidienza della città. Anche il marchese Azzo VII ricuperò la sua terra d'Este colle altre della Scodesia; ma non potè per allora riavere Cerro e Calaone, fortezze quasi inespugnabili per la lor situazione. Fecero poscia i Padovani nell'anno seguente un decreto, da me altrove rapportato[Antiquit. Italic., Dissert. XXIX, pag. 851.], che si dovesse solennizzar da lì innanzi con processione universale la felice liberazione della lor città; la quale funzione si fa anche oggidì.
Dopo avere Eccelino dato il guasto alla maggior parte del Mantovano senza poter nuocere alla città, alla quale impresa[Paris de Cereta, Annal. Veronens, tom. 8 Rer. Ital. Roland., lib. 9, cap. 7.]concorse ancora coi Cremonesi ilmarchese ObertoPelavicino, decampò per venire a Verona, ed accorrere al soccorso di Padova. Al passaggio del Mincio gli arriva davanti uno tutto sudato ed ansante.Che nuova?disse Eccelino.Ed egli:Cattive. Padova è perduta. Eccelino il fece tosto impiccare. Da lì a poco ne arriva un altro.Che nuove?Rispose che con sua permissione volea parlargli in segreto. Costui ebbe più giudizio, e gli passò bene. Continuò il tiranno la marcia sino a Verona, senza permettere un momento di posata all'esercito stanco; e quivi insospettito de' Padovani che erano seco, tutti li fece imprigionare e spogliare di quanto aveano. Per attestato di Rolandino, erano undici mila persone tra nobili e plebei, ed Eccelino con una crudeltà, di cui mai più non si perderà la memoria, quasi tutti li fece parte uccidere, e il resto morire di stento: non ne tornarono forse ducento a Padova. Potrebbesi nondimeno dubitare di qualche esagerazion di Rolandino in sì gran numero d'infelici Padovani. Intanto il legato apostolico Filippo attese a rinforzare il suo esercito. Era volato a Padova Azzo marchese d'Este. Fece egli venire un buon rinforzo di gente da' suoi Stati e da Ferrara. Vi accorsero tutti i banditi da Verona e Vicenza, e vennero più brigate di Bolognesi, comandate in certa guisa dal famoso fra Giovanni dell'ordine de' Predicatori: il che è da notare per conoscere i costumi di questi tempi. S'ebbero ancora da Venezia e Chioggia assaissimi balestrieri. Premeva al legato di ridurre Vicenza al suo partito, e verso colà mosse l'armata nel dì 30 di luglio, e nel dì primo d'agosto andò ad accamparsi a Longare; e nello stesso tempo vi arrivò anche Alberico da Romano, fratello di Eccelino, con un corpo di Trivisani, facendosi credere fedele alla Chiesa: del che tutti si stupirono, e ne venne grande bisbiglio. Allora fu creato capitan generale dell'esercito il marchese d'Este, con plauso di ognuno. Ma da lì a poco levatosi un susurro, che Eccelino con un formidabil esercito si avvicinava, entrò tal timor panico nell'armata de' crocesignati, che, per quanto facessero il legato ed il marchese, i Bolognesi furono i primi a tornarsene a casa, ed altri dimano in mano a ritirarsi: laonde il legato giudicò meglio di ridurre l'esercito a Padova. Sospetto corse che Alberico da Romano avesse segretamente fatto spargere questo terror nella gente. Per attestato della Cronica di Verona[Paris. de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.], la terra di Legnago sull'Adige, acclamando in quest'anno il marchese Azzo d'Este, si sottrasse all'ubbidienza di Eccelino e di Verona. Lo stesso fece quella ancora di Cologna. Tirarono poscia i Padovani una gran fossa quasi di tre miglia fuori della città con isteccati, torri di legno e petriere disposte in varii siti, e quivi s'accampò l'esercito pontificio, aspettando il tiranno. Colà fece venire il marchese Azzo tutta la cavalleria di Ferrara, e dovea in breve arrivare anche la fanteria. Gran copia di Mantovani e il patriarca di Aquileia con isforzo numeroso di gente accorsero alla difesa di Padova. Arrivò sul fine d'agosto Eccelino, diede varii assalti alle fortificazioni nemiche, ributtato sempre, tuttochè superiore al doppio di forze ai Padovani: il perchè scornato se ne tornò a Vicenza, dalla qual città con belle parole fece uscire la milizia urbana, facendola stare ne' borghi, e dentro dispose una buona guarnigione di Veronesi e Tedeschi.
Secondo la Cronica di Milano[Chron. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], fu in quest'anno divisione fra i nobili e popolari di Milano. Ognun voleva comandar le feste. Guerra eziandio si fece fra i cittadini e fuorusciti di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma in Toscana fu ben più fiera. Uscirono in campagna i Fiorentini, Lucchesi e Genovesi collegati contro ai Pisani[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital., Ptolomeus Lucens., tom. 11 Rer. Ital. Ricord. Malaspina, et alii.]. A tutta prima i Lucchesi rimasero spelazzati; ma, accorsi i Fiorentini, sconfissero l'oste pisana vicino al Serchio; e fu in pericolo la stessa città di Pisa. Tolsero i Genovesi ai Pisani il castello d'Ilice.La debolezza in cui restò allora il popolo pisano il ridusse a chiedere pace. E l'ottennero con restituire ai Lucchesi Motrone, dimettere il castello di Corvara, che fu distrutto, e quello di Massa, che fu restituito almarchese BonifazioMalaspina. Circa questi tempi cominciò ilmarchese ObertoPelavicino[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], siccome capo de' Ghibellini in Lombardia, ad aver qualche dominio anche in Pavia. Leggiamo poscia nelle Croniche d'Asti[Chron. Astens., tom. 11 Rer. Ital.]che nell'anno presente, ad istanza e per ordine del papa, tutti gli Astigiani che erano in Francia furono presi dai soldati del santore Lodovico, e consegnati aTommaso contedi Savoia, oppur detenuti per lungo tempo nelle carceri di Parigi. Perderono gli Astigiani quanto aveano in Francia, e nella lunga guerra che ebbero col suddetto conte di Savoia, spesero più di ottocento mila lire. L'origine della disgrazia di questo popolo si ha da Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], dal Guichenone[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.], e da Antonio poeta astigiano[Anton. Astens., tom. 14 Rer. Ital.], secondo i quali nel precedente anno cominciò la guerra fra esso Tommaso conte di Savoia e il popolo d'Asti. Occupò il conte Chieri agli Astigiani. Usciti con grande sforzo gli Astigiani, ruppero il popolo di Chieri, e poi presero Moncalieri, dove fecero prigione l'abbate di Susa loro gran nemico. A questa nuova il conte Tommaso, ch'era in Torino, ammassato l'esercito suo, venne a dar battaglia agli Astigiani a Montebruno, ma se ne andò egli sconfitto, e gran copia di Torinesi vi restò prigione. Tornato a Torino, fecesi una matta sollevazione contra di lui, e da quel popolo fu detenuto prigione, con intimazione di non rilasciarlo, se prima non facea restituire i lor cittadini. Matteo Paris ne attribuisce la cagione al suo duro governo. Diedero poscia i Torinesi barbaramente essoconte in mano agli Astigiani, e con ciò liberarono la lor gente. La disavventura di questo illustre principe, già conte ancora di Fiandra, e parente dei re d'Inghilterra e di Francia, fece gran rumori dappertutto. Papa Alessandro IV ne scrisse lettera di condoglianza alla regina d'Inghilterra, rapportata da Matteo Paris, e l'esortò a far prendere tutte le persone e i beni de' Torinesi ed Astigiani, che fossero nel suo dominio. Altrettanto fece il santo re di Francia nel suo, per ordine dello stesso papa. Presero poscia gli Astigiani Fossano ed altre terre del conte, ed arrivarono fino alla valle di Susa, con egual felicità in altri fatti d'armi. Abbiamo da Matteo Paris che venne in Italia l'arcivescovo di Cantorberì per liberare il conte suo fratello. Mosse i Savoiardi a fare l'assedio di Torino, ma senza profitto; e dopo avere inutilmente consumate immense somme di danaro, se ne tornò in Inghilterra, con lasciare tuttavia prigione il fratello. Aggiugne il medesimo storico che nell'anno presente i Romani, stanchi della severità ed inesorabil giustizia di Brancaleone d'Andalò Bolognese lor senatore, il cacciarono in prigione. A lui volea gran male la nobiltà, e più la corte pontificia. Segretamente se ne fuggì sua moglie, e, venuta a Bologna, operò che gli ostaggi de' Romani quivi dimoranti fossero ben custoditi. Ricorsi i Romani al papa, fecero ch'egli scrivesse al comune di Bologna, intimando l'interdetto alla città, se non rendeva gli ostaggi. Sofferirono i Bolognesi piuttosto l'interdetto, ben conoscendo che, qualora gli avessero dati, vi andava la testa del loro concittadino. Questo avvenimento ci fa comprendere con quali costumi si regolassero allora le città italiane, o almen qual precauzione avesse presa Brancaleone, perchè assai conoscente delle instabili leste dei Romani d'allora, i quali presero dipoi per loro senatore Manuello Maggi Bresciano. Potrebbe nondimeno essere che questi ostaggi e l'interdetto suddetto appartenesseroall'anno 1260, siccome vedremo.