MCCLVIIAnno diCristoMCCLVII. IndizioneXV.AlessandroIV papa 4.Imperio vacante.Finalmente le dissensioni de' principi di Germania, per l'elezione di un nuovo re de' Romani, andarono a terminare in uno scisma[Stero., Annal. Augustan. Matth. Paris., Hist. Angl. Roland., lib. 11, cap. 2.]. Verso la metà di gennaio gli arcivescovi di Magonza e Colonia,Lodovico contePalatino del Reno ed Arrigo suo fratello duca di Baviera elesseroRiccardo contedi Cornovaglia, fratello del re d'Inghilterra. Da molti altri principi fu riprovata questa elezione. Però circa la metà di quaresima dell'anno seguente l'arcivescovo di Treveri, il re di Boemia, il duca di Sassonia, il marchese di Brandemburgo e molti altri principi acclamarono re anch'essiAlfonso redi Castiglia e di Leone. Venuto in Germania Riccardo, nel dì dell'Ascension del Signore fu coronato in Aquisgrana[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Il ponteficeAlessandro IVstette neutrale in mezzo a questa contesa dei due re, senza aderire ad alcuno. Si agitò la causa nella curia romana, ma non fu mai decisa; e però l'Italia niun pensiero si prese di questi due re, quantunque i medesimi non cessassero di procacciarsi qui dei partigiani.Eccelinoda Romano, fra gli altri, si dichiarò in favore del re di Castiglia; e questo re scrisse anche lettere al comune di Padova, per attestato di Rolandino. Lo stesso avrà fatto all'altre città d'Italia; nè Riccardo dovette dimenticare un somigliante uffizio; ma niun d'essi visitò mai queste contrade. Restavano tuttavia in Sicilia[Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.]disubbidienti a Manfredi Piazza, Aidona e Castrogiovanni. Federigo Lancia, messo all'ordine un gagliardo corpo d'armata,andò a cignere d'assedio Piazza, città allora assai ricca e popolata. Vi trovò dentro gran copia di difensori, e difensori che non conosceano cosa fosse paura, di maniera che quasi ne parea disperato l'acquisto. Pure, dopo molti sanguinosi assalti, per forza v'entrò, e vi gastigò i principali che s'erano mostrati sì ardenti contro la casa di Suevia. Questo successo indusse la città d'Aidona a sottomettersi volontariamente al conte Federigo, il quale non si attentò di assediar Castrogiovanni, perchè città o castello troppo forte, ma fece ben mettere a sacco e fuoco tutto il suo contado, e la ristrinse con un vigoroso blocco. Questo nulladimeno bastò a far prendere a quel popolo la risoluzione di arrendersi a buoni patti: con che Manfredi, già divenuto padrone di tutto il regno di qua dal Faro, nulla ebbe in Sicilia che più contrastasse al suo volere e dominio. Non seppe trovar posaAzzo VIImarchese d'Este, finchè vide le rocche di Monselice e le due sue fortezze di Cerro e Calaone in potere di Eccelino[Roland., lib. 10, cap. 13.]. Ad esse aveva egli già posto il blocco. Gli riuscì nella primavera di quest'anno di guadagnar, con danari e promesse di molti vantaggi, Gherardo e Profeta capitani del tiranno, che tuttavia difendeano i gironi superiori di Monselice; e in questa maniera liberò quell'importante sito. Nè passò molto, che se gli renderono ancora le castella di Cerro e Calaone: con che nulla restò in quelle parti al tiranno. Dimorava intanto esso Eccelino in Verona[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.], nè più potendo dar pascolo all'inumano suo genio contra dei Padovani, si diede a sfogarlo contra dei nobili e popolari d'essa Verona. Fece egli prendere in quest'anno Federigo e Bonifazio fratelli della Scala, famiglia che comincia ad apparire distinta in quella città, e tutti i loro aderenti, e, incolpatili di voler dare la città di Verona aiMantovani e al marchese Azzo, li fece nel mese di ottobre strascinar a coda di cavallo, e bruciar poscia vivi. A forza ancora di tormenti fece morire Ansedisio suo nipote, per non aver saputo difendere Padova, permettendo Iddio che questo iniquo ministro delle crudeltà del zio ricevesse da lui stesso il meritato gastigo. In questo medesimo anno nel dì 8 di maggio Alberico da Romano, il quale dominava in Trivigi, essendo, oppure fingendo di essere, nemico di Eccelino suo fratello, e di seguitar le parti della Chiesa, si cavò infine la maschera, e fece non solamente pace, ma anche lega con esso Eccelino, con dargli in ostaggio tre suoi figliuoli. Seguitò dipoi Alberico ad esercitare anch'egli la crudeltà contra de' cittadini di Trivigi, assaissimi de' quali, sbanditi dalla patria, si rifugiarono sotto l'ali de' Padovani e Veneziani.Era insorta nel precedente anno una fiera discordia rivile fra i Guelfi e Ghibellini di Brescia. Prevalsero gli ultimi, confidati nelle forze diEccelinoe delmarchese ObertoPelavicino, che allora mettevano a sacco il contado di Mantova. Incarcerarono, o fecero fuggire molti degli aderenti alla Chiesa. Ebbero nondimeno tanto giudizio di non ammettere nella lor città il perfido Eccelino, che già era giunto a Montechiaro con isperanza d'entrarvi; ed elessero per loro governatore Griffolino, uomo saggio ed amante della patria. Nell'anno presenteFilippoda Fontana Ferrarese, legato apostolico ed eletto di Ravenna, soggiornando in Mantova, spedì colà[Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.]frate Everardo dell'ordine de' Predicatori, uomo di molta dottrina e destrezza, il quale con tal facondia si adoperò, che la libertà e i beni furono restituiti ai Guelfi incarcerati e fuorusciti. Questo buon principio diede animo al legato di passare con poco seguito alla stessa città di Brescia, dove riconciliò gli animi alterati di que' cittadini, promettendo tutti di star saldi nell'antica divozione verso la Chiesa romana. Fecesianche una riguardevole mutazione in Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Si reggeva quella città a parte Ghibellina; ne era signore e capo il marchese Oberto Pelavicino. Formata una potente congiura, nel dì 24 di luglio levarono i Guelfi rumore, cacciarono dalla città il suddetto marchese ed Ubertino Landò suo fedel seguace, e spogliarono d'armi e cavalli tutta la gente loro, con eleggere dipoi per loro podestà Alberto da Fontana. Questi fece dipoi guerra agli aderenti de' Landi, col condannarli e bandirli dalla città. Non minore commozione civile fu in questi tempi in Milano[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 291.]. ContinuandoLeone da Peregoarcivescovo, coll'assistenza de' nobili, a pretendere il governo della città, a questo suo ambizioso disegno ripugnavano forte i popolari, disgustati anche di molto per la prepotenza d'essi nobili, e per un vecchio iniquo statuto, in cui altra pena non s'imponeva ad un nobile che ucciso avesse uno del popolo, se non di pagare sette lire e danari dodici di terzuoli. Essendo appunto in questi tempi stato ammazzato da Guglielmo da Landriano nobile un popolare, per avergli fatta istanza d'esser pagato, il popolo di Milano prese l'armi, si sollevò, e avendo alla lor testa Martino dalla Torre, obbligò l'arcivescovo e la nobiltà ad uscir di città. Si ritirarono questi nel Seprio, e ricevuto dai Comaschi un gagliardo rinforzo di gente, tentarono poi di rientrare in Milano, e più volte vennero alle mani coi popolari, ma sempre colla peggio. Interpostosi poi papa Alessandro coi cardinali, ne seguì pace, e mandati ai confini molti dei nobili, l'arcivescovo col resto se ne tornò in città. Allora fu che Martino dalla Torre prese per moglie una sorella di Paolo da Sorecina podestà de' nobili; e il popolo, chiamato al sindacato Beno de' Gonzani Bolognese allora podestà, che tante angherie avea fatto in addietro in Milano,il condannarono a pagar dodici mila lire. E perciocchè egli non potè o non volle pagare sì grossa somma, l'uccisero, e il suo corpo come di un cane gittarono nelle fosse. Andava in questi tempi a dismisura crescendo la potenza de' Bolognesi. Erano già padroni d'Imola, Cervia e d'altri luoghi. Nell'anno precedente, siccome diffusamente narra il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.], e s'ha ancora dalla Cronica di Bologna[Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.], stesero la loro giurisdizione sopra Faenza, Forlì, Forlimpopoli e Bagnacavallo, di maniera che parte della Romagna riceveva da essi podestà, e ubbidiva ai loro comandamenti. Cagione fu questo alto loro stato, ch'essi, ridendosi del laudo proferito da Giberto podestà di Parma, non vollero restituire al comune di Modena le castella del Frignano. Mancava ai Modenesi quel buon recipe che per sì fatti mali occorre; perciò fecero ricorso alle città di Lombardia, acciocchè interponessero i lor buoni uffizii, con far loro costare la forza delle proprie ragioni. Unitamente dunque col podestà di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]si portarono a Bologna gli ambasciatori di Milano, Brescia, Mantova, Ferrara, Parma e Reggio; ma, per quante esortazioni e preghiere adoperassero, non si potè espugnare l'avido e superbo cuore de' Bolognesi. Portarono allora i Modenesi le lor doglianze al papa, il quale, per timore che questa città non si gittasse in braccio al partito de' Ghibellini, scrisse nel dì 7 di agosto da Viterbo una lettera, rapportata dal Sigonio, al vescovo di Mantova, dandogli commissione di ordinare ai Bolognesi l'esecuzione del laudo, ma di non sottoporre all'interdetto Bologna senza suo nuovo ordine. Non apparisce che il vescovo facesse più profitto degli altri intercessori. In quest'anno finalmente, secondo il Guichenon[Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.], uscì delle prigioni d'AstiTommaso contedi Savoia; e ciò si può dedurre ancora da Matteo Paris[Matth. Paris. Hist. Angl.], che nell'anno seguente il dice arrivato in Inghilterra. Il trattato della sua liberazione fu conchiuso in Torino nel dì 18 di febbraio, e in esso il conte, forzato dalla necessità, rinunziò a tutti i suoi diritti sopra la città di Torino e sopra altri suoi luoghi. Dal Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]all'anno 1259 si ricava ch'egli diede agli Astigiani in ostaggio i suoi figliuoli.
Finalmente le dissensioni de' principi di Germania, per l'elezione di un nuovo re de' Romani, andarono a terminare in uno scisma[Stero., Annal. Augustan. Matth. Paris., Hist. Angl. Roland., lib. 11, cap. 2.]. Verso la metà di gennaio gli arcivescovi di Magonza e Colonia,Lodovico contePalatino del Reno ed Arrigo suo fratello duca di Baviera elesseroRiccardo contedi Cornovaglia, fratello del re d'Inghilterra. Da molti altri principi fu riprovata questa elezione. Però circa la metà di quaresima dell'anno seguente l'arcivescovo di Treveri, il re di Boemia, il duca di Sassonia, il marchese di Brandemburgo e molti altri principi acclamarono re anch'essiAlfonso redi Castiglia e di Leone. Venuto in Germania Riccardo, nel dì dell'Ascension del Signore fu coronato in Aquisgrana[Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.]. Il ponteficeAlessandro IVstette neutrale in mezzo a questa contesa dei due re, senza aderire ad alcuno. Si agitò la causa nella curia romana, ma non fu mai decisa; e però l'Italia niun pensiero si prese di questi due re, quantunque i medesimi non cessassero di procacciarsi qui dei partigiani.Eccelinoda Romano, fra gli altri, si dichiarò in favore del re di Castiglia; e questo re scrisse anche lettere al comune di Padova, per attestato di Rolandino. Lo stesso avrà fatto all'altre città d'Italia; nè Riccardo dovette dimenticare un somigliante uffizio; ma niun d'essi visitò mai queste contrade. Restavano tuttavia in Sicilia[Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.]disubbidienti a Manfredi Piazza, Aidona e Castrogiovanni. Federigo Lancia, messo all'ordine un gagliardo corpo d'armata,andò a cignere d'assedio Piazza, città allora assai ricca e popolata. Vi trovò dentro gran copia di difensori, e difensori che non conosceano cosa fosse paura, di maniera che quasi ne parea disperato l'acquisto. Pure, dopo molti sanguinosi assalti, per forza v'entrò, e vi gastigò i principali che s'erano mostrati sì ardenti contro la casa di Suevia. Questo successo indusse la città d'Aidona a sottomettersi volontariamente al conte Federigo, il quale non si attentò di assediar Castrogiovanni, perchè città o castello troppo forte, ma fece ben mettere a sacco e fuoco tutto il suo contado, e la ristrinse con un vigoroso blocco. Questo nulladimeno bastò a far prendere a quel popolo la risoluzione di arrendersi a buoni patti: con che Manfredi, già divenuto padrone di tutto il regno di qua dal Faro, nulla ebbe in Sicilia che più contrastasse al suo volere e dominio. Non seppe trovar posaAzzo VIImarchese d'Este, finchè vide le rocche di Monselice e le due sue fortezze di Cerro e Calaone in potere di Eccelino[Roland., lib. 10, cap. 13.]. Ad esse aveva egli già posto il blocco. Gli riuscì nella primavera di quest'anno di guadagnar, con danari e promesse di molti vantaggi, Gherardo e Profeta capitani del tiranno, che tuttavia difendeano i gironi superiori di Monselice; e in questa maniera liberò quell'importante sito. Nè passò molto, che se gli renderono ancora le castella di Cerro e Calaone: con che nulla restò in quelle parti al tiranno. Dimorava intanto esso Eccelino in Verona[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.], nè più potendo dar pascolo all'inumano suo genio contra dei Padovani, si diede a sfogarlo contra dei nobili e popolari d'essa Verona. Fece egli prendere in quest'anno Federigo e Bonifazio fratelli della Scala, famiglia che comincia ad apparire distinta in quella città, e tutti i loro aderenti, e, incolpatili di voler dare la città di Verona aiMantovani e al marchese Azzo, li fece nel mese di ottobre strascinar a coda di cavallo, e bruciar poscia vivi. A forza ancora di tormenti fece morire Ansedisio suo nipote, per non aver saputo difendere Padova, permettendo Iddio che questo iniquo ministro delle crudeltà del zio ricevesse da lui stesso il meritato gastigo. In questo medesimo anno nel dì 8 di maggio Alberico da Romano, il quale dominava in Trivigi, essendo, oppure fingendo di essere, nemico di Eccelino suo fratello, e di seguitar le parti della Chiesa, si cavò infine la maschera, e fece non solamente pace, ma anche lega con esso Eccelino, con dargli in ostaggio tre suoi figliuoli. Seguitò dipoi Alberico ad esercitare anch'egli la crudeltà contra de' cittadini di Trivigi, assaissimi de' quali, sbanditi dalla patria, si rifugiarono sotto l'ali de' Padovani e Veneziani.
Era insorta nel precedente anno una fiera discordia rivile fra i Guelfi e Ghibellini di Brescia. Prevalsero gli ultimi, confidati nelle forze diEccelinoe delmarchese ObertoPelavicino, che allora mettevano a sacco il contado di Mantova. Incarcerarono, o fecero fuggire molti degli aderenti alla Chiesa. Ebbero nondimeno tanto giudizio di non ammettere nella lor città il perfido Eccelino, che già era giunto a Montechiaro con isperanza d'entrarvi; ed elessero per loro governatore Griffolino, uomo saggio ed amante della patria. Nell'anno presenteFilippoda Fontana Ferrarese, legato apostolico ed eletto di Ravenna, soggiornando in Mantova, spedì colà[Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.]frate Everardo dell'ordine de' Predicatori, uomo di molta dottrina e destrezza, il quale con tal facondia si adoperò, che la libertà e i beni furono restituiti ai Guelfi incarcerati e fuorusciti. Questo buon principio diede animo al legato di passare con poco seguito alla stessa città di Brescia, dove riconciliò gli animi alterati di que' cittadini, promettendo tutti di star saldi nell'antica divozione verso la Chiesa romana. Fecesianche una riguardevole mutazione in Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]. Si reggeva quella città a parte Ghibellina; ne era signore e capo il marchese Oberto Pelavicino. Formata una potente congiura, nel dì 24 di luglio levarono i Guelfi rumore, cacciarono dalla città il suddetto marchese ed Ubertino Landò suo fedel seguace, e spogliarono d'armi e cavalli tutta la gente loro, con eleggere dipoi per loro podestà Alberto da Fontana. Questi fece dipoi guerra agli aderenti de' Landi, col condannarli e bandirli dalla città. Non minore commozione civile fu in questi tempi in Milano[Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 291.]. ContinuandoLeone da Peregoarcivescovo, coll'assistenza de' nobili, a pretendere il governo della città, a questo suo ambizioso disegno ripugnavano forte i popolari, disgustati anche di molto per la prepotenza d'essi nobili, e per un vecchio iniquo statuto, in cui altra pena non s'imponeva ad un nobile che ucciso avesse uno del popolo, se non di pagare sette lire e danari dodici di terzuoli. Essendo appunto in questi tempi stato ammazzato da Guglielmo da Landriano nobile un popolare, per avergli fatta istanza d'esser pagato, il popolo di Milano prese l'armi, si sollevò, e avendo alla lor testa Martino dalla Torre, obbligò l'arcivescovo e la nobiltà ad uscir di città. Si ritirarono questi nel Seprio, e ricevuto dai Comaschi un gagliardo rinforzo di gente, tentarono poi di rientrare in Milano, e più volte vennero alle mani coi popolari, ma sempre colla peggio. Interpostosi poi papa Alessandro coi cardinali, ne seguì pace, e mandati ai confini molti dei nobili, l'arcivescovo col resto se ne tornò in città. Allora fu che Martino dalla Torre prese per moglie una sorella di Paolo da Sorecina podestà de' nobili; e il popolo, chiamato al sindacato Beno de' Gonzani Bolognese allora podestà, che tante angherie avea fatto in addietro in Milano,il condannarono a pagar dodici mila lire. E perciocchè egli non potè o non volle pagare sì grossa somma, l'uccisero, e il suo corpo come di un cane gittarono nelle fosse. Andava in questi tempi a dismisura crescendo la potenza de' Bolognesi. Erano già padroni d'Imola, Cervia e d'altri luoghi. Nell'anno precedente, siccome diffusamente narra il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.], e s'ha ancora dalla Cronica di Bologna[Chron. Veronense, tom. 18 Rer. Ital.], stesero la loro giurisdizione sopra Faenza, Forlì, Forlimpopoli e Bagnacavallo, di maniera che parte della Romagna riceveva da essi podestà, e ubbidiva ai loro comandamenti. Cagione fu questo alto loro stato, ch'essi, ridendosi del laudo proferito da Giberto podestà di Parma, non vollero restituire al comune di Modena le castella del Frignano. Mancava ai Modenesi quel buon recipe che per sì fatti mali occorre; perciò fecero ricorso alle città di Lombardia, acciocchè interponessero i lor buoni uffizii, con far loro costare la forza delle proprie ragioni. Unitamente dunque col podestà di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]si portarono a Bologna gli ambasciatori di Milano, Brescia, Mantova, Ferrara, Parma e Reggio; ma, per quante esortazioni e preghiere adoperassero, non si potè espugnare l'avido e superbo cuore de' Bolognesi. Portarono allora i Modenesi le lor doglianze al papa, il quale, per timore che questa città non si gittasse in braccio al partito de' Ghibellini, scrisse nel dì 7 di agosto da Viterbo una lettera, rapportata dal Sigonio, al vescovo di Mantova, dandogli commissione di ordinare ai Bolognesi l'esecuzione del laudo, ma di non sottoporre all'interdetto Bologna senza suo nuovo ordine. Non apparisce che il vescovo facesse più profitto degli altri intercessori. In quest'anno finalmente, secondo il Guichenon[Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.], uscì delle prigioni d'AstiTommaso contedi Savoia; e ciò si può dedurre ancora da Matteo Paris[Matth. Paris. Hist. Angl.], che nell'anno seguente il dice arrivato in Inghilterra. Il trattato della sua liberazione fu conchiuso in Torino nel dì 18 di febbraio, e in esso il conte, forzato dalla necessità, rinunziò a tutti i suoi diritti sopra la città di Torino e sopra altri suoi luoghi. Dal Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]all'anno 1259 si ricava ch'egli diede agli Astigiani in ostaggio i suoi figliuoli.