MCCXLI

MCCXLIAnno diCristoMCCXLI. IndizioneXIV.GregorioIX papa 15.CelestinoIV papa 1.FederigoII imperadore 22.Ostinatamente continuò l'imperadorFederigoper tutto il verno l'assedio di Faenza[Ricordano Malaspina, cap. 130.]; e perciocchè gli era mancato il danaro da pagar le truppe, impegnò le sue gioie e vasellamenti d'oro e d'argento. Nè ciò bastando, ricorse al ripiego di far battere moneta di cuoio, facendola prendere come moneta buona, con promessa di pagarne il valore a chi la riportasse al suo tesoriere: siccome poi fece, con cambiarla in agostari d'oro, moneta da lui battuta, cadaun de' quali valeva un fiorino d'oro e un quarto. Finalmente nel dì 14, oppure nel dì 15 d'aprile dell'anno presente, per maneggio di Rinieri conte di Cunio, quella città capitolò la resa, salve le persone e robe. Tenuto fu gran cosa che questo inesorabile imperadore dopo tanta resistenza perdonasse a que' cittadini. Anche Cesena piegò il capo ai voleri d'esso Augusto[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Matth. Paris, Hist. Angl.]; e quel popolo gli consegnò il castello nuovo della città, ch'egli fece diroccar tutto, per farvi una fortezza di pianta secondo il gusto suo. Nello stesso mese d'aprile[Richardus de S. Germano, in Chron.]dopo avere la città di Benevento, città pontificia, anch'essa sofferto un lungo assedio, fu infine forzata a rendersiall'armi d'esso imperadore. Ne fece egli spianare da' fondamenti le mura, abbassar le torri, e spogliò di tutte le lor armi que' cittadini: colpo che sommamente afflisse la corte romana. Nè di minor molestia fu l'essersi nel gennaio di quest'anno il cardinalGiovanni dalla Colonna, per differenze insorte fra il papa e lui, gittato nel partito dell'imperadore, con aver poscia afforzata in Roma una sua fortezza appellata l'Agosta ossia Lagosta, e fuori di Roma alquante sue castella contra del pontefice. Ma soprattutto trafisse l'animo dello stesso papa e della corte sua, un'altra disavventura che fece grande strepito per la cristianità. Avea papa Gregorio mandate nel precedente anno le lettere circolari coll'intimazione di un concilio generale, da farsi nel presente anno in Roma[Raynaldus, Annal. Eccles. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6. Richardus de S. Germano, in Chron. Matth. Paris, Hist. Angl.]. Di questo concilio era in gran pena Federigo II, ben prevedendo che in esso verrebbe confermate contra di lui la sentenza della scomunica, ed anche della deposizione. Però entrato in pensiero di impedirlo, quanti prelati di Italia incamminati a Roma capitarono nelle sue mani, tutti li fece fermare, e colla prigionia e in altre maniere li maltrattò. Una gran frotta di vescovi ed abbati franzesi s'era già messa in viaggio per passare in Italia insieme conJacopo cardinalevescovo di Palestrina, eOttone cardinaledi San Niccolò in Carcere. Pel trasporto loro con grosso nolo fu preparata in Genova una bella flotta di galee e d'altri legni sottili. Molti de' prelati franzesi venuti fino a Nizza, colla scusa che non bastasse al bisogno e alla sicurezza loro l'armamento di Genova, se ne tornarono indietro. Gli altri più animosi arrivarono nel mese d'aprile a Genova e, colà ancora ne giunsero molti altri d'Italia cogli ambasciatori di Milano, Piacenza e Brescia, tutti per imbarcarsi. Intanto Federigoavea fatto allestire in Sicilia e Puglia quante galee potè, e le inviò col re Enzo suo figliuolo verso Pisa, per opporsi alla venuta di questi prelati. Ordinò parimente ai Pisani suoi aderenti di fare ogni possibile sforzo per mare, ad oggetto di unitamente procedere contro la armata navale de' Genovesi. Non lasciarono i Pisani nel mese di marzo di spedire a Genova i loro ambasciatori, con pregar quel comune di desistere da quella impresa, perchè aveano comandamento da Federigo di far loro opposizione. Stettero saldi nel proposito loro i Genovesi, animati dalle premurose lettere del pontefice, che scrivea non doversi aver paura di chi era in disgrazia di Dio. Furono nello stesso tempo intercette lettere di Federigo, per le quali si scoprì che egli avea guadagnati al suo partito varii nobili di Genova, e nominatamente alcuni della casa Spinola e Doria, la fazion de' quali fu chiamata da lì innanzi de' Mascherati: perlochè il podestà fece prendere l'armi al popolo, e procedette contro i ribelli. Quetato il tumulto, si mosse la flotta genovese coi cardinali e prelati per passare alla volta di Roma; e il temerario capitano, tuttochè consigliato di aspettare il rinforzo d'altre dieci galee, e di tirar verso Corsica, per non incontrarsi co' nemici, volle andar diritto; e infatti gl'incontrò in vicinanza dell'isoletta della Melora. Si venne ad un aspro combattimento; ma siccome d'ordinario i più vincono i meno, così restò sconfitta l'armata genovese, e di ventisette galee sole cinque si salvarono colla fuga. L'altre coi cardinali, portanti dei gran tesori, e col resto de' prelati vennero in potere della flotta cesarea e pisana. In una sua lettera al re d'Inghilterra[Matth. Paris, Hist. Angl.]Federigo scrive, che oltre alle ventidue galee prese, se ne affondarono tre con circa due mila uomini, e che circa quattro mila Genovesi restarono prigioni coi suddetti cardinali, prelati ed ambasciatori.Succedette questa infelice battaglia[Richardus de S. Germano, in Chron.]nel dì 3 di maggio, festa della; Croce. Per ordine di Federigo furono poi condotti i cardinali e gli altri prigionieri a Napoli, distribuiti per varie castella di quelle contrade, e inumanamente trattati da lui. Gran doglia che per questo colpo ebbe la corte di Roma! Spedì poi esso Augusto a' danni de' Genovesi una flotta di quaranta galee. Inoltre per terra fece assalirli dal marchese Oberto Pelavicino, e dai Pavesi, Alessandrini, Tortonesi, Vercellini, e da altri popoli della Lombardia, e da' marchesi di Monferrato e del Bosco. Ma il bellicoso popolo di Genova mise tosto in mare una flotta di cinquantadue tra galee e tartane, ossieno altri legni; e per terra fece due altri eserciti, e gloriosamente si difese da tanti nemici.Nel mese di giugno ito l'imperadore a Fano, imprese l'assedio di quella città. Trovandovi una gagliarda resistenza, dopo aver dato il guasto al distretto passò, a Spoleti, e se ne impadronì con facilità. E perchè un abisso si tira dietro l'altro, fece intanto richiedere in prestito tutti tesori delle chiese di Puglia sì d'oro e d'argento, come di gemme e di sacri preziosi arredi; e convenne darglieli. Bisogna pure ridirlo: ecco dove andavano infine a terminare in que' miseri tempi doni fatti dalla pietà cristiana ai sacri templi. Gran rumore faceva intanto l'avvicinamento all'Ungheria di un formidabile, perchè innumerabile, esercito di Tartari Comani, gente inumana e bestiale; e temevasi che, ingoiato il regno ungarico, passerebbe la tempesta nella Germania. Aveano già devastata la Russia, la Polonia, la Boemia. Entrarono dipoi nell'Ungheria: vi fecero un mondo di mali. Federigo, giacchè capitò alla sua corte, di ritorno dalla Terra santa,Riccardofratello del re d'Inghilterra e dell'imperadrice sua moglie, lo spedì a Roma con plenipotenza per trattar di pace in quelgrave bisogno della cristianità. Secondochè abbiamo da Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], scrittore che per lo più sparla di papa Gregorio, e della venalità e rapacità de' ministri pontificii, Riccardo trovò il papa inesorabile. Niuna proposizion d'accordo a lui piacque. Sempre insiste in esigere che Federigo assolutamente si sottomettesse all'arbitrio e volontà di lui: al che non avendo voluto acconsentire Riccardo, tornò al cognato Augusto senza aver fatto nulla. Continuò dunque Federigo la guerra[Richardus de S. Germano, in Chron.], e nel giugno s'impossessò di Terni, ma non già di Narni, nè di Rieti, che resisterono, e costò loro un grave guasto. Chiamato poi verso Roma dal cardinal Colonna ribello del papa, prese Tivoli, Monte Albano, e varie castella del monistero di Farfa, e si accampò a Grottaferrata. Matteo Paris aggiugne che egli per forza prese e smantellò un castello che il papa avea fatto fabbricare appresso Monforte per li suoi nipoti: il che talmente afflisse il santo vecchio, che se ne morì. Ma non conviene cercar altronde le cagioni della morte di questo pontefice, perchè, se è vero ciò che scrive lo stesso Paris, egli era giunto coll'età fin quasi a cento anni, e pativa di calcoli. Diede dunque fine a' suoi giorni papaGregorio IXnel dì 21 d'agosto. Più di dieci cardinali non si trovarono allora in Roma, a' quali apparteneva l'elezion del successore. Riccardo scrive chede imperatoris licentia cardinales omnes, qui extra urbem fuerant, pro electione papae facienda ad urbem redeunt. E ch'egli vi lasciasse ancora intervenire i due cardinali da lui detenuti in prigione, con patto poscia di ritornarvi (al qual fine diedero ostaggi), non credo che s'abbia a mettere in dubbio, dacchè lo dice espressamente Matteo Paris, scrittore di questi tempi; e Riccardo attesta che furono condotti a Tivoli, non per altro, come si può giudicare, che per quivi dar loro il giuramento del ritorno dopo l'elezione. Entrò poi ladiscordia fra que' pochi cardinali, e durò circa quaranta giorni[Roland., lib. 5, cap. 6. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.]: ma infine nell'ottobre essendo i voti dei più concorsi nel cardinalGiuffredo, oGoffredo, di patria Milanese, vescovo sabinense, egli veramente fu papa, e prese il nome diCelestino IV. Anche Federigo n'ebbe piacere. Ma essendo egli assai vecchio ed infermiccio, benchè nell'Ognisanti celebrasse solenne messa nella basilica lateranense, ed ordinasse alcuni cardinali e vescovi, non passarono diciassette, oppur dieciotto dì che fu chiamato da Dio a miglior vita, lasciando più che mai desolata la Chiesa e sconvolta l'Italia. Ch'egli non ricevesse il pallio, nè fosse consecrato, lo scrive Pietro da Curbio nella vita di Innocenzo IV[Vita Innocentii IV, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Secondo Matteo Paris[Matth. Paris, Histor. Angl.], corse voce di veleno, voce che facilmente in tempi tali era in voga, ma che presso di noi non dee sì di leggieri meritar credenza.In questo mentre Matteo Ruffo ossia Rosso, già creato senator di Roma da papa Gregorio IX, avendo assediata Lagosta ossia l'Augusta, fortezza del cardinal Colonna, la costrinse alla resa. Pare eziandio che Federigo, dacchè seppe la morte del suddetto pontefice Gregorio, sospendesse le offese contro gli Stati della Chiesa romana; e si sa ch'egli se ne tornò in Puglia, dove ai confini del regno in faccia a Ceperano ordinò che si fabbricasse una città nuova. Quel ch'è strano, racconta Riccardo[Richardus de S. Germano, in Chron.]che dopo la morte di Celestino IV, prima ancora che gli fosse data sepoltura,de cardinalibus quidam de urbe fugerunt, et contulerunt se Anagniam. C'è luogo di sospettare che in Roma vi fossero non pochi torbidi, nè si trovasse la libertà convenevole per l'elezione del nuovo papa. Forse anche temevano essi della pelle. Infatti vacò poi per gran tempo la santa Sede.Nel dicembre di quest'anno l'imperadriceIsabella, sorella del re d'Inghilterra, dimorando in Foggia, morì di parto, e fu seppellita in Andria. Federigo intanto continuava ad aggravar di nuove imposte e taglie i sudditi suoi. Tentò in questo annoEccelinoda Romano di torre la bella terra d'Este almarchese Azzoper tradimento[Roland., lib. 5, cap. 5.]. Per buona ventura s'ebbe sentore del suo trattato, e, presi i traditori, che dianzi pareano de' più fedeli della casa d'Este, cessò il pericolo di quella terra. Abbiamo dagli Annali vecchi di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]che anche i Bolognesi tramarono con alcuni prigioni modenesi di levar proditoriamente al comune di Modena il castello di Bazzano; e già vi erano entrati alcuni d'essi con armi e vettovaglia. Si scoprì la mena; presi furono que' Bolognesi, e da' Modenesi venne ben rinforzato quel castello. La Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]aggiugne che poscia in questo medesimo anno seguì pace fra essi Bolognesi, Modenesi e Parmigiani: nella qual congiuntura furono rilasciati tutti i prigioni d'amendue le parti. Il marcheseOberto Pelavicino[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.], vicario dell'imperadore in Lunigiana, distrusse la nobil terra di Pontremoli. Si riaccese in quest'anno la lagrimevol discordia civile tra i nobili e popolari della città di Milano[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor., cap. 274.]. Capo de' primi era fraLeone da Peregodell'ordine dei Minori, arcivescovo allora di Milano; capo del popolo era Pagano dalla Torre, la cui famiglia, che dicono fosse padrona di Valsasina, cominciò in tali congiunture ad acquistar gran credito in Milano. Infestavano intanto i Pavesi il distretto milanese. Fu proposto nel consiglio di far oste contra di loro; ma, essendo così mal d'accordo fra loro, non si volle muovere il popolo. Uscirono bensì i nobili, e nel dì 11 di maggio adun luogo appellato Ginestre vennero alle mani coi Pavesi; ma furono sconfitti colla morte e prigionia di molti. A questa funesta nuova Pagano dalla Torre col popolo in armi andò ad assalire i vittoriosi Pavesi, li respinse fino alle porte di Pavia, e tal terrore mise in quella città, che tosto si trattò di pace fra i due popoli rivali. Fu questa conchiusa colla liberazion de' prigionieri. Circa questi tempi i Bresciani[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]presero le castella di Gavardo, d'Iseo e di Vanzago, togliendole ai Veronesi loro nemici. Pare che Riccardo da San Germano parli di questo all'anno seguente.

Ostinatamente continuò l'imperadorFederigoper tutto il verno l'assedio di Faenza[Ricordano Malaspina, cap. 130.]; e perciocchè gli era mancato il danaro da pagar le truppe, impegnò le sue gioie e vasellamenti d'oro e d'argento. Nè ciò bastando, ricorse al ripiego di far battere moneta di cuoio, facendola prendere come moneta buona, con promessa di pagarne il valore a chi la riportasse al suo tesoriere: siccome poi fece, con cambiarla in agostari d'oro, moneta da lui battuta, cadaun de' quali valeva un fiorino d'oro e un quarto. Finalmente nel dì 14, oppure nel dì 15 d'aprile dell'anno presente, per maneggio di Rinieri conte di Cunio, quella città capitolò la resa, salve le persone e robe. Tenuto fu gran cosa che questo inesorabile imperadore dopo tanta resistenza perdonasse a que' cittadini. Anche Cesena piegò il capo ai voleri d'esso Augusto[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Matth. Paris, Hist. Angl.]; e quel popolo gli consegnò il castello nuovo della città, ch'egli fece diroccar tutto, per farvi una fortezza di pianta secondo il gusto suo. Nello stesso mese d'aprile[Richardus de S. Germano, in Chron.]dopo avere la città di Benevento, città pontificia, anch'essa sofferto un lungo assedio, fu infine forzata a rendersiall'armi d'esso imperadore. Ne fece egli spianare da' fondamenti le mura, abbassar le torri, e spogliò di tutte le lor armi que' cittadini: colpo che sommamente afflisse la corte romana. Nè di minor molestia fu l'essersi nel gennaio di quest'anno il cardinalGiovanni dalla Colonna, per differenze insorte fra il papa e lui, gittato nel partito dell'imperadore, con aver poscia afforzata in Roma una sua fortezza appellata l'Agosta ossia Lagosta, e fuori di Roma alquante sue castella contra del pontefice. Ma soprattutto trafisse l'animo dello stesso papa e della corte sua, un'altra disavventura che fece grande strepito per la cristianità. Avea papa Gregorio mandate nel precedente anno le lettere circolari coll'intimazione di un concilio generale, da farsi nel presente anno in Roma[Raynaldus, Annal. Eccles. Caffari, Annal. Genuens., lib. 6. Richardus de S. Germano, in Chron. Matth. Paris, Hist. Angl.]. Di questo concilio era in gran pena Federigo II, ben prevedendo che in esso verrebbe confermate contra di lui la sentenza della scomunica, ed anche della deposizione. Però entrato in pensiero di impedirlo, quanti prelati di Italia incamminati a Roma capitarono nelle sue mani, tutti li fece fermare, e colla prigionia e in altre maniere li maltrattò. Una gran frotta di vescovi ed abbati franzesi s'era già messa in viaggio per passare in Italia insieme conJacopo cardinalevescovo di Palestrina, eOttone cardinaledi San Niccolò in Carcere. Pel trasporto loro con grosso nolo fu preparata in Genova una bella flotta di galee e d'altri legni sottili. Molti de' prelati franzesi venuti fino a Nizza, colla scusa che non bastasse al bisogno e alla sicurezza loro l'armamento di Genova, se ne tornarono indietro. Gli altri più animosi arrivarono nel mese d'aprile a Genova e, colà ancora ne giunsero molti altri d'Italia cogli ambasciatori di Milano, Piacenza e Brescia, tutti per imbarcarsi. Intanto Federigoavea fatto allestire in Sicilia e Puglia quante galee potè, e le inviò col re Enzo suo figliuolo verso Pisa, per opporsi alla venuta di questi prelati. Ordinò parimente ai Pisani suoi aderenti di fare ogni possibile sforzo per mare, ad oggetto di unitamente procedere contro la armata navale de' Genovesi. Non lasciarono i Pisani nel mese di marzo di spedire a Genova i loro ambasciatori, con pregar quel comune di desistere da quella impresa, perchè aveano comandamento da Federigo di far loro opposizione. Stettero saldi nel proposito loro i Genovesi, animati dalle premurose lettere del pontefice, che scrivea non doversi aver paura di chi era in disgrazia di Dio. Furono nello stesso tempo intercette lettere di Federigo, per le quali si scoprì che egli avea guadagnati al suo partito varii nobili di Genova, e nominatamente alcuni della casa Spinola e Doria, la fazion de' quali fu chiamata da lì innanzi de' Mascherati: perlochè il podestà fece prendere l'armi al popolo, e procedette contro i ribelli. Quetato il tumulto, si mosse la flotta genovese coi cardinali e prelati per passare alla volta di Roma; e il temerario capitano, tuttochè consigliato di aspettare il rinforzo d'altre dieci galee, e di tirar verso Corsica, per non incontrarsi co' nemici, volle andar diritto; e infatti gl'incontrò in vicinanza dell'isoletta della Melora. Si venne ad un aspro combattimento; ma siccome d'ordinario i più vincono i meno, così restò sconfitta l'armata genovese, e di ventisette galee sole cinque si salvarono colla fuga. L'altre coi cardinali, portanti dei gran tesori, e col resto de' prelati vennero in potere della flotta cesarea e pisana. In una sua lettera al re d'Inghilterra[Matth. Paris, Hist. Angl.]Federigo scrive, che oltre alle ventidue galee prese, se ne affondarono tre con circa due mila uomini, e che circa quattro mila Genovesi restarono prigioni coi suddetti cardinali, prelati ed ambasciatori.Succedette questa infelice battaglia[Richardus de S. Germano, in Chron.]nel dì 3 di maggio, festa della; Croce. Per ordine di Federigo furono poi condotti i cardinali e gli altri prigionieri a Napoli, distribuiti per varie castella di quelle contrade, e inumanamente trattati da lui. Gran doglia che per questo colpo ebbe la corte di Roma! Spedì poi esso Augusto a' danni de' Genovesi una flotta di quaranta galee. Inoltre per terra fece assalirli dal marchese Oberto Pelavicino, e dai Pavesi, Alessandrini, Tortonesi, Vercellini, e da altri popoli della Lombardia, e da' marchesi di Monferrato e del Bosco. Ma il bellicoso popolo di Genova mise tosto in mare una flotta di cinquantadue tra galee e tartane, ossieno altri legni; e per terra fece due altri eserciti, e gloriosamente si difese da tanti nemici.

Nel mese di giugno ito l'imperadore a Fano, imprese l'assedio di quella città. Trovandovi una gagliarda resistenza, dopo aver dato il guasto al distretto passò, a Spoleti, e se ne impadronì con facilità. E perchè un abisso si tira dietro l'altro, fece intanto richiedere in prestito tutti tesori delle chiese di Puglia sì d'oro e d'argento, come di gemme e di sacri preziosi arredi; e convenne darglieli. Bisogna pure ridirlo: ecco dove andavano infine a terminare in que' miseri tempi doni fatti dalla pietà cristiana ai sacri templi. Gran rumore faceva intanto l'avvicinamento all'Ungheria di un formidabile, perchè innumerabile, esercito di Tartari Comani, gente inumana e bestiale; e temevasi che, ingoiato il regno ungarico, passerebbe la tempesta nella Germania. Aveano già devastata la Russia, la Polonia, la Boemia. Entrarono dipoi nell'Ungheria: vi fecero un mondo di mali. Federigo, giacchè capitò alla sua corte, di ritorno dalla Terra santa,Riccardofratello del re d'Inghilterra e dell'imperadrice sua moglie, lo spedì a Roma con plenipotenza per trattar di pace in quelgrave bisogno della cristianità. Secondochè abbiamo da Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], scrittore che per lo più sparla di papa Gregorio, e della venalità e rapacità de' ministri pontificii, Riccardo trovò il papa inesorabile. Niuna proposizion d'accordo a lui piacque. Sempre insiste in esigere che Federigo assolutamente si sottomettesse all'arbitrio e volontà di lui: al che non avendo voluto acconsentire Riccardo, tornò al cognato Augusto senza aver fatto nulla. Continuò dunque Federigo la guerra[Richardus de S. Germano, in Chron.], e nel giugno s'impossessò di Terni, ma non già di Narni, nè di Rieti, che resisterono, e costò loro un grave guasto. Chiamato poi verso Roma dal cardinal Colonna ribello del papa, prese Tivoli, Monte Albano, e varie castella del monistero di Farfa, e si accampò a Grottaferrata. Matteo Paris aggiugne che egli per forza prese e smantellò un castello che il papa avea fatto fabbricare appresso Monforte per li suoi nipoti: il che talmente afflisse il santo vecchio, che se ne morì. Ma non conviene cercar altronde le cagioni della morte di questo pontefice, perchè, se è vero ciò che scrive lo stesso Paris, egli era giunto coll'età fin quasi a cento anni, e pativa di calcoli. Diede dunque fine a' suoi giorni papaGregorio IXnel dì 21 d'agosto. Più di dieci cardinali non si trovarono allora in Roma, a' quali apparteneva l'elezion del successore. Riccardo scrive chede imperatoris licentia cardinales omnes, qui extra urbem fuerant, pro electione papae facienda ad urbem redeunt. E ch'egli vi lasciasse ancora intervenire i due cardinali da lui detenuti in prigione, con patto poscia di ritornarvi (al qual fine diedero ostaggi), non credo che s'abbia a mettere in dubbio, dacchè lo dice espressamente Matteo Paris, scrittore di questi tempi; e Riccardo attesta che furono condotti a Tivoli, non per altro, come si può giudicare, che per quivi dar loro il giuramento del ritorno dopo l'elezione. Entrò poi ladiscordia fra que' pochi cardinali, e durò circa quaranta giorni[Roland., lib. 5, cap. 6. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.]: ma infine nell'ottobre essendo i voti dei più concorsi nel cardinalGiuffredo, oGoffredo, di patria Milanese, vescovo sabinense, egli veramente fu papa, e prese il nome diCelestino IV. Anche Federigo n'ebbe piacere. Ma essendo egli assai vecchio ed infermiccio, benchè nell'Ognisanti celebrasse solenne messa nella basilica lateranense, ed ordinasse alcuni cardinali e vescovi, non passarono diciassette, oppur dieciotto dì che fu chiamato da Dio a miglior vita, lasciando più che mai desolata la Chiesa e sconvolta l'Italia. Ch'egli non ricevesse il pallio, nè fosse consecrato, lo scrive Pietro da Curbio nella vita di Innocenzo IV[Vita Innocentii IV, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Secondo Matteo Paris[Matth. Paris, Histor. Angl.], corse voce di veleno, voce che facilmente in tempi tali era in voga, ma che presso di noi non dee sì di leggieri meritar credenza.

In questo mentre Matteo Ruffo ossia Rosso, già creato senator di Roma da papa Gregorio IX, avendo assediata Lagosta ossia l'Augusta, fortezza del cardinal Colonna, la costrinse alla resa. Pare eziandio che Federigo, dacchè seppe la morte del suddetto pontefice Gregorio, sospendesse le offese contro gli Stati della Chiesa romana; e si sa ch'egli se ne tornò in Puglia, dove ai confini del regno in faccia a Ceperano ordinò che si fabbricasse una città nuova. Quel ch'è strano, racconta Riccardo[Richardus de S. Germano, in Chron.]che dopo la morte di Celestino IV, prima ancora che gli fosse data sepoltura,de cardinalibus quidam de urbe fugerunt, et contulerunt se Anagniam. C'è luogo di sospettare che in Roma vi fossero non pochi torbidi, nè si trovasse la libertà convenevole per l'elezione del nuovo papa. Forse anche temevano essi della pelle. Infatti vacò poi per gran tempo la santa Sede.Nel dicembre di quest'anno l'imperadriceIsabella, sorella del re d'Inghilterra, dimorando in Foggia, morì di parto, e fu seppellita in Andria. Federigo intanto continuava ad aggravar di nuove imposte e taglie i sudditi suoi. Tentò in questo annoEccelinoda Romano di torre la bella terra d'Este almarchese Azzoper tradimento[Roland., lib. 5, cap. 5.]. Per buona ventura s'ebbe sentore del suo trattato, e, presi i traditori, che dianzi pareano de' più fedeli della casa d'Este, cessò il pericolo di quella terra. Abbiamo dagli Annali vecchi di Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]che anche i Bolognesi tramarono con alcuni prigioni modenesi di levar proditoriamente al comune di Modena il castello di Bazzano; e già vi erano entrati alcuni d'essi con armi e vettovaglia. Si scoprì la mena; presi furono que' Bolognesi, e da' Modenesi venne ben rinforzato quel castello. La Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]aggiugne che poscia in questo medesimo anno seguì pace fra essi Bolognesi, Modenesi e Parmigiani: nella qual congiuntura furono rilasciati tutti i prigioni d'amendue le parti. Il marcheseOberto Pelavicino[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.], vicario dell'imperadore in Lunigiana, distrusse la nobil terra di Pontremoli. Si riaccese in quest'anno la lagrimevol discordia civile tra i nobili e popolari della città di Milano[Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor., cap. 274.]. Capo de' primi era fraLeone da Peregodell'ordine dei Minori, arcivescovo allora di Milano; capo del popolo era Pagano dalla Torre, la cui famiglia, che dicono fosse padrona di Valsasina, cominciò in tali congiunture ad acquistar gran credito in Milano. Infestavano intanto i Pavesi il distretto milanese. Fu proposto nel consiglio di far oste contra di loro; ma, essendo così mal d'accordo fra loro, non si volle muovere il popolo. Uscirono bensì i nobili, e nel dì 11 di maggio adun luogo appellato Ginestre vennero alle mani coi Pavesi; ma furono sconfitti colla morte e prigionia di molti. A questa funesta nuova Pagano dalla Torre col popolo in armi andò ad assalire i vittoriosi Pavesi, li respinse fino alle porte di Pavia, e tal terrore mise in quella città, che tosto si trattò di pace fra i due popoli rivali. Fu questa conchiusa colla liberazion de' prigionieri. Circa questi tempi i Bresciani[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]presero le castella di Gavardo, d'Iseo e di Vanzago, togliendole ai Veronesi loro nemici. Pare che Riccardo da San Germano parli di questo all'anno seguente.


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