MCCXXXIAnno diCristoMCCXXXI. Indiz.IV.GregorioIX papa 5.FederigoII imperadore 12.Tanto il ponteficeGregorio, quanto l'imperadorFederigo[Raynald., in Annal. Eccles.], mirando con incredibil dispiacere i progressi che andava facendo l'eresia de' paterini e di altre sette di manichei per l'Italia, pubblicarono rigorosissimi editti contra di questi pestilenti uomini che infestavano la Chiesa cattolica. Circa questi tempinella città di Perugia[Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.], in cui la nobiltà e il popolo per cagion del governo aveano in addietro avute non poche risse e liti fra loro, la discordia tramontò gli argini, e toccò ai nobili l'uscir di città. Si diedero poi questi a far quanto di male potevano al territorio; e il popolo anche egli faceva altrettanto e peggio contra di essi. Con paterno zelo accorse papa Gregorio al bisogno dell'afflitta città, con ispedir colà il cardinalGiovanni dalla Colonna, il quale con tal efficacia si adoperò, che, calmato il furor delle parti, ridusse in città una buona somma di danaro per la riparazion dei danni. In questo anno parimente contro la mente del pontefice i Romani fecero oste a' danni de' Viterbesi nell'aprile e nel maggio, e obbligarono quei di Montefiascone di dar sicurtà di non prestar loro aiuto. Prese dipoi l'imperador Federigo la protezion di Viterbo, e vi spedì Rinaldo da Acquaviva suo capitano con un buon corpo di milizie per difesa di quella città. Dovette essere il papa che fece questo trattato, ed impegnò Federigo in favor de' Viterbesi; imperocchè i Romani, dacchè n'ebbero l'avviso, imposero, in odio del papa, una grave contribuzione di danaro alle chiese di Roma. Cadde in quest'anno dalla grazia di FederigoRinaldo, appellato duca di Spoleti, quel medesimo che tanto avea fatto per lui in danno della Chiesa romana. Federigo fu de' più accorti e maliziosi principi che mai fossero. Probabilmente gli nacque sospetto che costui tenesse segrete intelligenze colla corte di Roma[Raynaldus, in Annal. Eccles.]; e infatti s'impegnò forte il papa per la sua liberazione. Ora Federigo, preso il pretesto di fargli rendere conto della passata amministrazione del regno, nè potendo Rinaldo trovar cauzione idonea, il fece imprigionare, con ispogliarlo di tutti i suoi beni; dal che prese motivo Bertoldo di lui fratello di ribellarsi e di fortificarsi in Intraduco. In quest'anno ancora pubblicò esso imperadore la determinazionsua di tenere una dieta del regno d'Italia in Ravenna, la qual città era allora governata dall'arcivescovo di Maddeburgo, conte della Romagna, e legato imperiale di tutta la Lombardia. Ora, desiderando egli che v'intervenisse anche ilre Arrigosuo figliuolo coi principi della Germania, pregò il pontefice Gregorio d'interporre i suoi uffizii, affinchè le città collegate di Lombardia non impedissero la venuta del figliuolo e dei Tedeschi in Italia. Non lasciò il papa di scrivere per questo; ma sì egli che i Lombardi, assai conoscendo il naturale finto ed ambizioso di Federigo, e poco fidandosi di lui, seguitarono a star cogli occhi aperti, e in buona guardia per tutti gli accidenti che potessero occorrere.ARobertoimperador latino di Costantinopoli era succedutoBaldovinosuo figliuolo in età non per anche atta al governo. Veggendo i principi latini di quell'imperio la necessità di avere un qualche valoroso principe per loro capo da opporre alla potenza de' Greci[Dandul., in Chron., tom. 11 Rer. Ital.], che ogni dì più cresceva, presero la risoluzion di dare in moglie al fanciullo Augusto una figliuola diGiovanni di Brenna, già re di Gerusalemme, con dichiarar lui vicario e governator dell'imperio, sua vita natural durante. Gli diedero anche il titolo d'imperadore: il che si ricava dalle lettere di papa Gregorio. Tutto lieto Giovanni per così bell'ascendente, venne a Rieti ad abboccarsi col papa, e ad impetrar il suo aiuto[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Spedì anche a Venezia per aver tanti vascelli da condur seco mille e dugento cavalli e cinquecento uomini d'armi. Preparato il tutto, ed imbarcatosi, e ricuperate nel viaggio alcune provincie, felicemente arrivò a Costantinopoli, dove, per attestato ancora del Dandolo, fu coronato imperadore. Si provò in quest'anno un terribil flagello di locuste in Puglia. Federigo, attentissimo a tutto, dopo avere in questo medesimo anno pubblicate molte sue costituzionipel buon governo del suo regno, ordinò sotto varie pene che cadauno la mattina prima della levata del sole dovesse prendere quattro tumoli di sì perniciosi insetti, e consegnarli ai ministri del pubblico, che li bruciassero: ripiego utilissimo, e da osservarsi in simili casi, non ignoti a' giorni nostri. Passò nell'anno presente a miglior vitaAntonio da Lisbonadell'ordine de' minori[Rolandin., Chron., lib. 3, cap. 5.], di cui abbiam parlato di sopra. Tornato egli da Verona, si elesse per sua abitazione un luogo deserto nella villa di Campo San Pietro, diocesi di Padova, con essersi fabbricata una capannuccia sopra una noce, dove si pasceva della lettura del vecchio e nuovo Testamento, con pensiero di scrivere molte cose utili al popolo cristiano. Dio il chiamò a sè nel dì 13 di giugno, con restare di lui un tal odore di santità, comprovata da molti miracoli, che nell'anno seguente papa Gregorio IX, trovandosi nella città di Spoleti, l'aggiunse al catalogo de' santi.A proposito di Spoleti, non si dee ommettere cheMilone vescovodi Beauvais, di cui s'è favellato di sopra, costituito governatore di quel ducato dal papa[Richardus de S. Germano, in Chron.], non fu ricevuto da quel popolo. Il perchè raunato un esercito, si portò a dare il guasto al distretto di Spoleti: il che nondimeno a nulla giovò per far chinare il capo agli Spoletini. Sommamente premeva ai Padovani[Roland, lib. 3, cap. 6. Paris de Cereta. Chron. Veron. Monachus Patavinus, et alii.]e adAzzo VIImarchese d'Este la liberazione del conte Ricciardo da San Bonifazio, e degli amici carcerati in Verona dalla parte ghibellina. Però fu spedito in Lombardia Guiffredo, ossia Giuffredo da Lucino Piacentino podestà di Pavia, a trattarne coi rettori della lega lombarda. Con tal occasione i Padovani confermarono di nuovo essa lega. Ciò fatto, dall'un canto il popolo di Padova col suo carroccio, e i Mantovani anch'essi col loro marciaronosul territorio di Verona. Tra per questo movimento ostile, e per gli efficaci uffizii dei rettori di Lombardia, finalmente s'indussero i Ghibellini veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo cogli altri prigioni: il che ottenuto, se ne tornarono gli eserciti alle loro città. Cotanto ancora si maneggiarono i suddetti rettori, che nel dì 16 di luglio seguì pace fra esso conte e i Montecchi suoi avversarii, nel castello di San Bonifazio: pace nulladimeno simile all'altre di questi tempi, cioè non diverse dalle tele de' ragni. Gli storici di Milano[Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 264. Annales Mediolanenses, tom. 16, Rer. Ital.]scrivono, che volendo i Milanesi far vendetta della morte del loro capitano Uberto da Ozino, inviarono l'esercito loro sotto il comando di Ardighetto Marcellino a danni del marchese di Monferrato coi rinforzi loro somministrati dalle città di Piacenza, Alessandria e Novara. Formarono un ponte sul Po, presero il naviglio del marchese, e le castella di Buzzala, Castiglione, Ostia, Ciriale e Civasso. All'assedio di quest'ultima terra, colpito da una saetta il lor capitano, terminò le sue imprese colla morte; e questo bastò perchè si ritirasse a casa l'armata milanese. La venuta dell'imperador Federigo a Ravenna, e l'aver chiamato in Italia il re Arrigo suo figliuolo coll'armata tedesca, ingelosì sì fattamente i popoli collegati di Lombardia, che, raunato un parlamento in Bologna, giudicarono maggior sicurezza della lor libertà l'opporsegli, che il fidarsi delle di lui parole. Ad istanza di Federigo, il sommo pontefice inviò dipoi per suoi legati in LombardiaJacopo vescovocardinale di Palestrina, eOttone cardinaledi San Nicolò in Carcere Tulliano, con incombenza di trattar di pace. Non passò quest'anno senza disturbi civili in Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.]. Ne fu cacciato Guiffredo da Pirovano Milanese lor podestà. Fu dipoi concordato che la metà degli onori del governo si conferisseai nobili, e l'altra al popolo; il che fece rinvigorire gli antichi odii fra loro. Abbiamo dai Continuatori di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]che Federigo con sue lettere fece intendere al comune di Genova la dieta generale del regno ch'egli avea determinato di tenere per la festa d'Ognissanti in Ravenna, con ordinare che vi mandassero i lor deputati. Si trovò l'imperadore prima di novembre in quella città; ma restò differita sino al Natale la dieta per cagione che i Lombardi non permettevano di passare in Italia ai principi dello imperio. Vennero poi alcuni d'essi principi travestiti par istrade non guardate, temendo dappertutto insidie da essi Lombardi. Per attestato di Riccardo da San Germano, tenuta fu la dieta suddetta in Ravenna con gran magnificenza; e la Cronichetta di Cremona ci fa sapere che Federigo vi comparve colla corona in capo. In tal congiuntura fece egli un giorno pubblicare un editto, comandando sotto rigorose pene che niuna delle città fedeli al suo partito potesse prendere podestà dalle città collegate contra di lui. Ebbero un bel dire i Genovesi di avere eletto Pagano da Pietrasanta Milanese per loro podestà, nè poter essi recedere dal giuramento prestato: nulla valsero le loro scuse e ragioni. Tornati poscia a casa i deputati suddetti, vi fu gran dibattimento per questo nel loro consiglio; ma infine vinse il partito di chi voleva quel podestà per l'anno prossimo, e fu anche eseguito. Nè vo' lasciar di riferire ciò che ha il Sigonio[Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.], il quale l'avrà preso da qualche vecchia storia. Cioè che Federigo diede un singolare spasso ai popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un lionfante, dei leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che, siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti. Nulla di ciò ha il Rossi nella Storia di Ravenna.
Tanto il ponteficeGregorio, quanto l'imperadorFederigo[Raynald., in Annal. Eccles.], mirando con incredibil dispiacere i progressi che andava facendo l'eresia de' paterini e di altre sette di manichei per l'Italia, pubblicarono rigorosissimi editti contra di questi pestilenti uomini che infestavano la Chiesa cattolica. Circa questi tempinella città di Perugia[Cardin. de Aragon., in Vita Gregorii IX.], in cui la nobiltà e il popolo per cagion del governo aveano in addietro avute non poche risse e liti fra loro, la discordia tramontò gli argini, e toccò ai nobili l'uscir di città. Si diedero poi questi a far quanto di male potevano al territorio; e il popolo anche egli faceva altrettanto e peggio contra di essi. Con paterno zelo accorse papa Gregorio al bisogno dell'afflitta città, con ispedir colà il cardinalGiovanni dalla Colonna, il quale con tal efficacia si adoperò, che, calmato il furor delle parti, ridusse in città una buona somma di danaro per la riparazion dei danni. In questo anno parimente contro la mente del pontefice i Romani fecero oste a' danni de' Viterbesi nell'aprile e nel maggio, e obbligarono quei di Montefiascone di dar sicurtà di non prestar loro aiuto. Prese dipoi l'imperador Federigo la protezion di Viterbo, e vi spedì Rinaldo da Acquaviva suo capitano con un buon corpo di milizie per difesa di quella città. Dovette essere il papa che fece questo trattato, ed impegnò Federigo in favor de' Viterbesi; imperocchè i Romani, dacchè n'ebbero l'avviso, imposero, in odio del papa, una grave contribuzione di danaro alle chiese di Roma. Cadde in quest'anno dalla grazia di FederigoRinaldo, appellato duca di Spoleti, quel medesimo che tanto avea fatto per lui in danno della Chiesa romana. Federigo fu de' più accorti e maliziosi principi che mai fossero. Probabilmente gli nacque sospetto che costui tenesse segrete intelligenze colla corte di Roma[Raynaldus, in Annal. Eccles.]; e infatti s'impegnò forte il papa per la sua liberazione. Ora Federigo, preso il pretesto di fargli rendere conto della passata amministrazione del regno, nè potendo Rinaldo trovar cauzione idonea, il fece imprigionare, con ispogliarlo di tutti i suoi beni; dal che prese motivo Bertoldo di lui fratello di ribellarsi e di fortificarsi in Intraduco. In quest'anno ancora pubblicò esso imperadore la determinazionsua di tenere una dieta del regno d'Italia in Ravenna, la qual città era allora governata dall'arcivescovo di Maddeburgo, conte della Romagna, e legato imperiale di tutta la Lombardia. Ora, desiderando egli che v'intervenisse anche ilre Arrigosuo figliuolo coi principi della Germania, pregò il pontefice Gregorio d'interporre i suoi uffizii, affinchè le città collegate di Lombardia non impedissero la venuta del figliuolo e dei Tedeschi in Italia. Non lasciò il papa di scrivere per questo; ma sì egli che i Lombardi, assai conoscendo il naturale finto ed ambizioso di Federigo, e poco fidandosi di lui, seguitarono a star cogli occhi aperti, e in buona guardia per tutti gli accidenti che potessero occorrere.
ARobertoimperador latino di Costantinopoli era succedutoBaldovinosuo figliuolo in età non per anche atta al governo. Veggendo i principi latini di quell'imperio la necessità di avere un qualche valoroso principe per loro capo da opporre alla potenza de' Greci[Dandul., in Chron., tom. 11 Rer. Ital.], che ogni dì più cresceva, presero la risoluzion di dare in moglie al fanciullo Augusto una figliuola diGiovanni di Brenna, già re di Gerusalemme, con dichiarar lui vicario e governator dell'imperio, sua vita natural durante. Gli diedero anche il titolo d'imperadore: il che si ricava dalle lettere di papa Gregorio. Tutto lieto Giovanni per così bell'ascendente, venne a Rieti ad abboccarsi col papa, e ad impetrar il suo aiuto[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Spedì anche a Venezia per aver tanti vascelli da condur seco mille e dugento cavalli e cinquecento uomini d'armi. Preparato il tutto, ed imbarcatosi, e ricuperate nel viaggio alcune provincie, felicemente arrivò a Costantinopoli, dove, per attestato ancora del Dandolo, fu coronato imperadore. Si provò in quest'anno un terribil flagello di locuste in Puglia. Federigo, attentissimo a tutto, dopo avere in questo medesimo anno pubblicate molte sue costituzionipel buon governo del suo regno, ordinò sotto varie pene che cadauno la mattina prima della levata del sole dovesse prendere quattro tumoli di sì perniciosi insetti, e consegnarli ai ministri del pubblico, che li bruciassero: ripiego utilissimo, e da osservarsi in simili casi, non ignoti a' giorni nostri. Passò nell'anno presente a miglior vitaAntonio da Lisbonadell'ordine de' minori[Rolandin., Chron., lib. 3, cap. 5.], di cui abbiam parlato di sopra. Tornato egli da Verona, si elesse per sua abitazione un luogo deserto nella villa di Campo San Pietro, diocesi di Padova, con essersi fabbricata una capannuccia sopra una noce, dove si pasceva della lettura del vecchio e nuovo Testamento, con pensiero di scrivere molte cose utili al popolo cristiano. Dio il chiamò a sè nel dì 13 di giugno, con restare di lui un tal odore di santità, comprovata da molti miracoli, che nell'anno seguente papa Gregorio IX, trovandosi nella città di Spoleti, l'aggiunse al catalogo de' santi.
A proposito di Spoleti, non si dee ommettere cheMilone vescovodi Beauvais, di cui s'è favellato di sopra, costituito governatore di quel ducato dal papa[Richardus de S. Germano, in Chron.], non fu ricevuto da quel popolo. Il perchè raunato un esercito, si portò a dare il guasto al distretto di Spoleti: il che nondimeno a nulla giovò per far chinare il capo agli Spoletini. Sommamente premeva ai Padovani[Roland, lib. 3, cap. 6. Paris de Cereta. Chron. Veron. Monachus Patavinus, et alii.]e adAzzo VIImarchese d'Este la liberazione del conte Ricciardo da San Bonifazio, e degli amici carcerati in Verona dalla parte ghibellina. Però fu spedito in Lombardia Guiffredo, ossia Giuffredo da Lucino Piacentino podestà di Pavia, a trattarne coi rettori della lega lombarda. Con tal occasione i Padovani confermarono di nuovo essa lega. Ciò fatto, dall'un canto il popolo di Padova col suo carroccio, e i Mantovani anch'essi col loro marciaronosul territorio di Verona. Tra per questo movimento ostile, e per gli efficaci uffizii dei rettori di Lombardia, finalmente s'indussero i Ghibellini veronesi a mettere in libertà il conte Ricciardo cogli altri prigioni: il che ottenuto, se ne tornarono gli eserciti alle loro città. Cotanto ancora si maneggiarono i suddetti rettori, che nel dì 16 di luglio seguì pace fra esso conte e i Montecchi suoi avversarii, nel castello di San Bonifazio: pace nulladimeno simile all'altre di questi tempi, cioè non diverse dalle tele de' ragni. Gli storici di Milano[Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 264. Annales Mediolanenses, tom. 16, Rer. Ital.]scrivono, che volendo i Milanesi far vendetta della morte del loro capitano Uberto da Ozino, inviarono l'esercito loro sotto il comando di Ardighetto Marcellino a danni del marchese di Monferrato coi rinforzi loro somministrati dalle città di Piacenza, Alessandria e Novara. Formarono un ponte sul Po, presero il naviglio del marchese, e le castella di Buzzala, Castiglione, Ostia, Ciriale e Civasso. All'assedio di quest'ultima terra, colpito da una saetta il lor capitano, terminò le sue imprese colla morte; e questo bastò perchè si ritirasse a casa l'armata milanese. La venuta dell'imperador Federigo a Ravenna, e l'aver chiamato in Italia il re Arrigo suo figliuolo coll'armata tedesca, ingelosì sì fattamente i popoli collegati di Lombardia, che, raunato un parlamento in Bologna, giudicarono maggior sicurezza della lor libertà l'opporsegli, che il fidarsi delle di lui parole. Ad istanza di Federigo, il sommo pontefice inviò dipoi per suoi legati in LombardiaJacopo vescovocardinale di Palestrina, eOttone cardinaledi San Nicolò in Carcere Tulliano, con incombenza di trattar di pace. Non passò quest'anno senza disturbi civili in Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.]. Ne fu cacciato Guiffredo da Pirovano Milanese lor podestà. Fu dipoi concordato che la metà degli onori del governo si conferisseai nobili, e l'altra al popolo; il che fece rinvigorire gli antichi odii fra loro. Abbiamo dai Continuatori di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]che Federigo con sue lettere fece intendere al comune di Genova la dieta generale del regno ch'egli avea determinato di tenere per la festa d'Ognissanti in Ravenna, con ordinare che vi mandassero i lor deputati. Si trovò l'imperadore prima di novembre in quella città; ma restò differita sino al Natale la dieta per cagione che i Lombardi non permettevano di passare in Italia ai principi dello imperio. Vennero poi alcuni d'essi principi travestiti par istrade non guardate, temendo dappertutto insidie da essi Lombardi. Per attestato di Riccardo da San Germano, tenuta fu la dieta suddetta in Ravenna con gran magnificenza; e la Cronichetta di Cremona ci fa sapere che Federigo vi comparve colla corona in capo. In tal congiuntura fece egli un giorno pubblicare un editto, comandando sotto rigorose pene che niuna delle città fedeli al suo partito potesse prendere podestà dalle città collegate contra di lui. Ebbero un bel dire i Genovesi di avere eletto Pagano da Pietrasanta Milanese per loro podestà, nè poter essi recedere dal giuramento prestato: nulla valsero le loro scuse e ragioni. Tornati poscia a casa i deputati suddetti, vi fu gran dibattimento per questo nel loro consiglio; ma infine vinse il partito di chi voleva quel podestà per l'anno prossimo, e fu anche eseguito. Nè vo' lasciar di riferire ciò che ha il Sigonio[Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.], il quale l'avrà preso da qualche vecchia storia. Cioè che Federigo diede un singolare spasso ai popoli in Ravenna, coll'aver condotto seco un lionfante, dei leoni, de' leopardi, de' cammelli, e degli uccelli stranieri, che, siccome cose rare in Italia, furono lo stupore di tutti. Nulla di ciò ha il Rossi nella Storia di Ravenna.