MCCXXXIII

MCCXXXIIIAnno diCristoMCCXXXIII. IndizioneVI.GregorioIX papa 7.FederigoII imperadore 14.Era sconvolta per interne sedizioni la città di Roma in questi tempi, e molti occupavano le terre della Chiesa romana[Raynald., in Annal. Eccles.]. Implorò papaGregorio IXsoccorso daFederigo II; ma egli, adducendo la non falsa scusa di dover accorrere in Sicilia, dove gli si erano ribellate alcune città, nulla accudì al bisogni del pontefice. Passò a questo fine in Calabria[Richardus de S. German., in Chron.], dove ammassò un buon esercito, ed intanto ordinò che si fortificassero il più possibile le fortezze di Trani, Bari, Napoli e Brindisi. Volle Dio che nel mese di marzo i Romani, scorgendo essere riposta la lor quiete e il maggiore lor bene nell'avere in Roma il sommo pontefice, s'indussero a spedire il senatore con alcuni nobili ad Anagni, dove facea allora la corte pontificia la sua residenza, per pregare il santo padre di voler tornarsene a Roma. Non mancarono cardinali che il dissuasero e contrariarono a sì fatta risoluzione; ma egli intrepido volle venire, e fu accolto con dimostrazioni di molto giubilo dal popolo romano. Allora fu ch'egli si accinse a calmar gli odii dei Romani e Viterbesi: al qual fine spedì a ViterboTommaso cardinaleper trattare di un'amichevol concordia. E questa infatti fu da lì a qualche tempo stabilita. Intanto Federigo Augusto, passalo in Sicilia con un vigoroso esercito, ridusse a' suoi voleri Messina, dove alcuni degli autori della sollevazione pagarono il fio del loro misfatto sulla forca, ed altri furono bruciati vivi. Catania, senza far opposizione, tornò alla di lui ubbidienza. Fu assediato il castello di Centoripi,e tuttochè, per la sua forte situazione in un dirupato monte e per la bravura dei difensori, facesse lunga difesa, pure infine fu obbligato alla resa. Da tal resistenza irritato Federigo, lo fece atterrare da' fondamenti, e gli abitanti, passali in un altro sito, fondarono a poco a poco una nuova città, a cui, per ordine dell'imperadore, fu posto il nome d'Augusta. In Puglia finalmente il castello di Introduco, dopo un penoso e lungo assedio, si arrese alle sue armi. Bertoldo e Rinaldo appellato duca di Spoleti, che vi si erano bravamente fin qui difesi, assicurali, uscirono fuori del regno. In questo anno ancora tornò alle mani d'esso imperadore la città di Gaeta, con restar privata delle vecchie sue esenzioni e del diritto di eleggere i suoi consoli, avendovi Federigo messi i suoi uffiziali, e costituita una dogana. Aveva egli promesso di ben trattare quel popolo, ma era principe che mai non perdonava daddovero, e guai a chi avea fallato. Per questo i Lombardi non s'indussero giammai a fidarsi di lui: gastigo ben dovuto a quei principi che non san perdonare, nè mantener la parola.Per la presa e distruzione di Montepulciano, fatta nell'anno addietro dai Sanesi[Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.], il comune di Firenze adirato forte fece in quest'anno un grande sforzo affine di vendicarsene. Ricordano[Ricordanus Malaspina, in Chron.]e Giovanni Villani[Giovanni Villani.]ciò riferiscono all'anno seguente; ma Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano.], la Cronica sanese e il Rinaldi[Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]ne parlano all'anno presente. Ora i Fiorentini misero l'assedio a Siena, e in vergogna de' Sanesi con un mangano gittarono entro la città un asino con altra carogna. Tornali poscia a Firenze, nel dì 4 del mese di luglio rifecero oste contra de' medesimi Sanesi; presero e disfecero Asciano, e quarantatrè altrecastella e ville di quel territorio, con gravissimo danno d'essi Sanesi. Cagione fu ciò che, compassionando con paterno affetto papa Gregorio lo stato infelice di Siena, s'interpose per la pace, e a questo fine spedì a Firenze fra Giovanni da Vicenza dell'ordine de' Predicatori, uomo eloquentissimo, ed insigne missionario di questi tempi. Dimorava egli allora in Bologna, dove seguitato da innumerabil copia di contadini e cittadini, colle fervorose sue prediche fece infinite paci fra loro, moderò il lusso delle donne, con altri mirabili effetti della parola di Dio. Andò questo buon servo di Dio a Firenze; ma, per quanto facesse e dicesse, non potè smuovere quel comune dall'ostinato suo proposito contra de' Sanesi. Per questo il papa sottopose Firenze all'interdetto, e fece scomunicar i rettori di quella città. Bolliva intanto, anzi ogni dì più andava crescendo la discordia fra le città della marca di Verona. Se non v'ha difetto nella Cronica veronese di Parisio da Cereta[Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.], ancora in quest'anno i Mantovani col loro carroccio, e coll'aiuto dei Milanesi, Bolognesi, Faentini e Bresciani, cavalcarono contra de' Veronesi, e bruciarono e guastarono molte lor ville, fra le altre Villafranca, Cona, Gussolengo, Seccacampagna, Piovezano, Palazzuolo ed Isolalta; il che fatto, si ridussero a casa. Ora colà ancora per ordine del sommo pontefice, e per motivo eziandio di spontanea carità, si portò il suddetto buon servo di Dio fra Giovanni da Vicenza. Tale era il concetto della sua virtù e mirabil facondia, che il popolo di Padova[Roland., lib. 3, cap. 7. Gherardus Maurisius, Hist. Anton., Chron. Veronense.]gli andò incontro, nel venire che egli faceva da Monselice, e, messolo sul carroccio, con gran divozione e giubilo l'introdusse in città. Predicò egli quivi e per le ville con indicibil concorso di gente; poscia se ne andò a Trivigi, Feltre e Belluno, e quindi a Vicenza eVerona, dove Eccelino da Romano coi Montecchi giurò di stare a quello che avesse ordinato il papa. Trasferissi inoltre a Mantova, e Brescia, predicando da per tutto la pace, facendo rimettere in libertà i prigioni, e correggendo a modo suo gli statuti delle città. Il che fatto, intimò un giorno, in cui si dovessero adunar tutte quelle città in un luogo determinato per far la pace generale. Scelse egli una campagna presso all'Adige, quattro miglia di sotto da Verona, e il giorno della festa di santo Agostino, cioè il dì 28 di agosto. Fu uno spettacolo mirabile il vedere in quella giornata comparire al sito prefisso i popoli di Verona, Mantova, Brescia, Vicenza, Padova e Trivigi coi lor carrocci. Vi comparvero ancora il patriarca di Aquileia, il marchese di Este, Eccelino e Alberico da Romano, i signori da Camino, e una gran moltitudine d'altre città, cioè di Feltre, Belluno, Bologna, Ferrara, Modena, Reggio e Parma, coi loro vescovi, tutti senz'armi, e la maggior parte a piedi nudi in segno di penitenza. Da tanti secoli non s'era veduta in un sol luogo d'Italia unione di tanta gente. Secondo lo scandaglio di Parisio, vi furono più di quattro cento mila persone. Frate Giovanni da un palco alto quasi sessanta braccia predicò a questa smisurata udienza, udito da tutti, e con esortar tutti a darsi il bacio di pace, e comandandolo anche a nome di Dio e del romano pontefice. Il che fu prontamente eseguito; ed egli appresso pubblicò la scomunica contra chiunque guastasse sì bell'opra; anzi, per maggiormente assodarla, propose il matrimonio del principe Rinaldo, figliuolo diAzzo VIImarchese d'Este, capo de' Guelfi, e Adelaide figliuola di Alberico fratello di Eccelino da Romano, capo de' Ghibellini: il che fu approvato e lodato da tutti. Lo strumento di questa pace l'ho io pubblicato nelle mie Antichità Italiane.Ma quanto durò questa concordia? Non più che cinque o sei giorni. Quel che è più, andò anche per terra il concettodella di lui santità, ch'era ben grande. Gherardo Maurisio scrive di aver co' suoi proprii orecchi inteso predicare i frati minori nella cattedral di Vicenza, che fra Giovanni avea risuscitato dieci morti. Non mancava gente che portava odio a questo sacro banditor della parola di Dio e della pace, perchè era inesorabile contro gli eretici. Nel mese di luglio n'avea fatto bruciar vivi in tre giorni settanta nella piazza di Verona tra maschi e femmine de' migliori cittadini di quella città. Altri poi cominciavano a malignare sopra le di lui intenzioni, pretendendo che tutte le sue mire fossero per abbassar la parte ghibellina, e che questo fosse un segreto concerto della corte di Roma contra di Federigo II imperadore. Ma quello che diede il crollo all'autorità e stima di fra Giovanni, fu ch'egli, ito a Vicenza sua patria, si fece dare dal popolo un'assoluta padronanza della città, tutta ad arbitrio suo: con che vi mise quegli uffiziali che a lui piacquero, e corresse o mutò gli statuti della città, e ne formò de' nuovi. Ito a Verona, anche ivi si fece eleggere signore della città; volle ostaggi per sicurezza di sua persona; volle in sua mano il castello di San Bonifazio, Ilasio, Ostiglia e le fortezze della città. I Padovani, che facevano prima da padroni in Vicenza, corsero colà, e vi accrebbero la lor guarnigione. Tornato frate Giovanni colà, e trovata questa novità, volle far valere la sua autorità contra chi se gli opponeva; ma in furia ritornarono a Vicenza i Padovani, e, dato di piglio all'armi contra di lui e della sua fazione, infine presero lui con tutta la sua famiglia, e il cacciarono in prigione nel dì 3 di settembre. Rilasciato da lì a pochi giorni, se ne tornò a Verona, nè trovò più ubbidienza, di modo che mise in libertà fra poco tempo gli ostaggi, restituì al conte Ricciardo il castello di San Bonifazio, e infine se ne tornò a Bologna, convinto dell'instabilità delle cose umane, e pentito di avere oltrepassato i termini del sacro suo ministero. Così ripullulòla discordia come prima fra quei popoli; anzi parve che si scatenassero le furie per lacerar da lì innanzi tutta la Lombardia. Il credito de' frati predicatori e minori era incredibile in questi tempi per tutte le città. In alcune aveano anche parte ne' governi. Però nell'anno presente desiderando i frati minori di metter fine alle dissensioni vertenti fra i nobili e popolari di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.], così efficacemente si maneggiarono, che le parti fecero compromesso di tutte le lor differenze in fra Leone dell'ordine loro. Questi diede da lì a poco il laudo, assegnando la metà degli onori della repubblica agli uni, e l'altra metà agli altri, e col bacio della pace ordinò che si confermasse la sentenza sua. Anche in Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], per le prediche del buon servo di Dio fra Gherardo dell'ordine de' Minori, si fecero moltissime paci fra il popolo della città. Ma febbri sì maligne non si sradicavano punto con questi innocenti rimedii. Pochissimo durò la calma in Piacenza, ed alteratisi di nuovo gli animi, la nobiltà si ritirò alle sue castella; con che si riaccese la guerra. Predicando nell'ottobre di quest'anno frate Orlando da Cremona dell'ordine de' Predicatori nella piazza d'essa città di Piacenza, ecco una truppa di eretici dar di piglio a sassi e spade, con ferire mortalmente esso predicatore e un monaco di San Savino. Furono presi costoro ed inviati a Roma. Anche in Milano[Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Corio, Istoria di Milano.]quel podestà Oldrado da Lodi cominciò a far bruciare gli eretici. Ne resta tuttavia la memoria in marmo nella piazza del Broletto, ossia de' Mercatanti, leggendosi sotto l'effigie sua fra l'altre parole ancor queste:CATHAROS, VT DEBVIT, VXIT.Andò anche a Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]il suddetto fra Gherardo da Modena, uomo di santa vita, ed assaissima gente indusse alla pace, con emendare eziandio gli statuti della città, e far assolvere tutti gli sbanditi. Colà inoltre comparve fra Corneto dell'ordine de' Predicatori, che colla sua pia eloquenza si tirava dietro tutto il popolo; e tanto i nobili che i plebei, uomini e donne per divozione portavano terra affin di empiere una borra, ossia luogo basso, dove si fermavano l'acque, presso alla chiesa de' Predicatori. Tutto ciò serva a far conoscere i costumi di questi tempi. Il Guichenon[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.]mette la morte diTommaso contedi Savoia, principe di gran senno e valore, nel dì 20 di gennaio di quest'anno. Io truovo nella Cronica di Alberico Monaco[Albericus Monachus Trium Fontium, in Chron.]ch'egli mancò di vita nell'anno precedente, benchè egli ne torni a parlare all'anno 1234. Succedette a luiAmedeo IVsuo primogenito. Ho io inoltre creduto che esso Guichenon prendesse abbaglio nel favellare della prima moglie diAzzo VIImarchese di Este, la quale senza dubbio figliuola fu di esso conte Tommaso, e madre della beataBeatrice Id'Este[Antichità Estensi, P. I, cap. 40.]. Ebbe questo principe quindici figliuoli, nove maschi e sei femmine. L'una d'esse fu contessa di Provenza, e madre di Leonora regina d'Inghilterra. Tra i figliuoli Amedeo fu vescovo di Morienna; Guglielmo eletto vescovo di Valenza; Bonifazio eletto vescovo di Bellai, e poscia arcivescovo di Cantorberì; e Filippo eletto arcivescovo di Lione. Tommaso colle nozze di Giovanna contessa di Fiandra acquistò quel principato, ma ne restò dipoi spogliato. I principi carichi di molti figliuoli aveano allora gran cura d'incamminarli per la via ecclesiastica, acciocchè venissero provveduti di nobili e lucrose dignità in questa milizia.

Era sconvolta per interne sedizioni la città di Roma in questi tempi, e molti occupavano le terre della Chiesa romana[Raynald., in Annal. Eccles.]. Implorò papaGregorio IXsoccorso daFederigo II; ma egli, adducendo la non falsa scusa di dover accorrere in Sicilia, dove gli si erano ribellate alcune città, nulla accudì al bisogni del pontefice. Passò a questo fine in Calabria[Richardus de S. German., in Chron.], dove ammassò un buon esercito, ed intanto ordinò che si fortificassero il più possibile le fortezze di Trani, Bari, Napoli e Brindisi. Volle Dio che nel mese di marzo i Romani, scorgendo essere riposta la lor quiete e il maggiore lor bene nell'avere in Roma il sommo pontefice, s'indussero a spedire il senatore con alcuni nobili ad Anagni, dove facea allora la corte pontificia la sua residenza, per pregare il santo padre di voler tornarsene a Roma. Non mancarono cardinali che il dissuasero e contrariarono a sì fatta risoluzione; ma egli intrepido volle venire, e fu accolto con dimostrazioni di molto giubilo dal popolo romano. Allora fu ch'egli si accinse a calmar gli odii dei Romani e Viterbesi: al qual fine spedì a ViterboTommaso cardinaleper trattare di un'amichevol concordia. E questa infatti fu da lì a qualche tempo stabilita. Intanto Federigo Augusto, passalo in Sicilia con un vigoroso esercito, ridusse a' suoi voleri Messina, dove alcuni degli autori della sollevazione pagarono il fio del loro misfatto sulla forca, ed altri furono bruciati vivi. Catania, senza far opposizione, tornò alla di lui ubbidienza. Fu assediato il castello di Centoripi,e tuttochè, per la sua forte situazione in un dirupato monte e per la bravura dei difensori, facesse lunga difesa, pure infine fu obbligato alla resa. Da tal resistenza irritato Federigo, lo fece atterrare da' fondamenti, e gli abitanti, passali in un altro sito, fondarono a poco a poco una nuova città, a cui, per ordine dell'imperadore, fu posto il nome d'Augusta. In Puglia finalmente il castello di Introduco, dopo un penoso e lungo assedio, si arrese alle sue armi. Bertoldo e Rinaldo appellato duca di Spoleti, che vi si erano bravamente fin qui difesi, assicurali, uscirono fuori del regno. In questo anno ancora tornò alle mani d'esso imperadore la città di Gaeta, con restar privata delle vecchie sue esenzioni e del diritto di eleggere i suoi consoli, avendovi Federigo messi i suoi uffiziali, e costituita una dogana. Aveva egli promesso di ben trattare quel popolo, ma era principe che mai non perdonava daddovero, e guai a chi avea fallato. Per questo i Lombardi non s'indussero giammai a fidarsi di lui: gastigo ben dovuto a quei principi che non san perdonare, nè mantener la parola.

Per la presa e distruzione di Montepulciano, fatta nell'anno addietro dai Sanesi[Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.], il comune di Firenze adirato forte fece in quest'anno un grande sforzo affine di vendicarsene. Ricordano[Ricordanus Malaspina, in Chron.]e Giovanni Villani[Giovanni Villani.]ciò riferiscono all'anno seguente; ma Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano.], la Cronica sanese e il Rinaldi[Raynaldus, Annal. Ecclesiast.]ne parlano all'anno presente. Ora i Fiorentini misero l'assedio a Siena, e in vergogna de' Sanesi con un mangano gittarono entro la città un asino con altra carogna. Tornali poscia a Firenze, nel dì 4 del mese di luglio rifecero oste contra de' medesimi Sanesi; presero e disfecero Asciano, e quarantatrè altrecastella e ville di quel territorio, con gravissimo danno d'essi Sanesi. Cagione fu ciò che, compassionando con paterno affetto papa Gregorio lo stato infelice di Siena, s'interpose per la pace, e a questo fine spedì a Firenze fra Giovanni da Vicenza dell'ordine de' Predicatori, uomo eloquentissimo, ed insigne missionario di questi tempi. Dimorava egli allora in Bologna, dove seguitato da innumerabil copia di contadini e cittadini, colle fervorose sue prediche fece infinite paci fra loro, moderò il lusso delle donne, con altri mirabili effetti della parola di Dio. Andò questo buon servo di Dio a Firenze; ma, per quanto facesse e dicesse, non potè smuovere quel comune dall'ostinato suo proposito contra de' Sanesi. Per questo il papa sottopose Firenze all'interdetto, e fece scomunicar i rettori di quella città. Bolliva intanto, anzi ogni dì più andava crescendo la discordia fra le città della marca di Verona. Se non v'ha difetto nella Cronica veronese di Parisio da Cereta[Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.], ancora in quest'anno i Mantovani col loro carroccio, e coll'aiuto dei Milanesi, Bolognesi, Faentini e Bresciani, cavalcarono contra de' Veronesi, e bruciarono e guastarono molte lor ville, fra le altre Villafranca, Cona, Gussolengo, Seccacampagna, Piovezano, Palazzuolo ed Isolalta; il che fatto, si ridussero a casa. Ora colà ancora per ordine del sommo pontefice, e per motivo eziandio di spontanea carità, si portò il suddetto buon servo di Dio fra Giovanni da Vicenza. Tale era il concetto della sua virtù e mirabil facondia, che il popolo di Padova[Roland., lib. 3, cap. 7. Gherardus Maurisius, Hist. Anton., Chron. Veronense.]gli andò incontro, nel venire che egli faceva da Monselice, e, messolo sul carroccio, con gran divozione e giubilo l'introdusse in città. Predicò egli quivi e per le ville con indicibil concorso di gente; poscia se ne andò a Trivigi, Feltre e Belluno, e quindi a Vicenza eVerona, dove Eccelino da Romano coi Montecchi giurò di stare a quello che avesse ordinato il papa. Trasferissi inoltre a Mantova, e Brescia, predicando da per tutto la pace, facendo rimettere in libertà i prigioni, e correggendo a modo suo gli statuti delle città. Il che fatto, intimò un giorno, in cui si dovessero adunar tutte quelle città in un luogo determinato per far la pace generale. Scelse egli una campagna presso all'Adige, quattro miglia di sotto da Verona, e il giorno della festa di santo Agostino, cioè il dì 28 di agosto. Fu uno spettacolo mirabile il vedere in quella giornata comparire al sito prefisso i popoli di Verona, Mantova, Brescia, Vicenza, Padova e Trivigi coi lor carrocci. Vi comparvero ancora il patriarca di Aquileia, il marchese di Este, Eccelino e Alberico da Romano, i signori da Camino, e una gran moltitudine d'altre città, cioè di Feltre, Belluno, Bologna, Ferrara, Modena, Reggio e Parma, coi loro vescovi, tutti senz'armi, e la maggior parte a piedi nudi in segno di penitenza. Da tanti secoli non s'era veduta in un sol luogo d'Italia unione di tanta gente. Secondo lo scandaglio di Parisio, vi furono più di quattro cento mila persone. Frate Giovanni da un palco alto quasi sessanta braccia predicò a questa smisurata udienza, udito da tutti, e con esortar tutti a darsi il bacio di pace, e comandandolo anche a nome di Dio e del romano pontefice. Il che fu prontamente eseguito; ed egli appresso pubblicò la scomunica contra chiunque guastasse sì bell'opra; anzi, per maggiormente assodarla, propose il matrimonio del principe Rinaldo, figliuolo diAzzo VIImarchese d'Este, capo de' Guelfi, e Adelaide figliuola di Alberico fratello di Eccelino da Romano, capo de' Ghibellini: il che fu approvato e lodato da tutti. Lo strumento di questa pace l'ho io pubblicato nelle mie Antichità Italiane.

Ma quanto durò questa concordia? Non più che cinque o sei giorni. Quel che è più, andò anche per terra il concettodella di lui santità, ch'era ben grande. Gherardo Maurisio scrive di aver co' suoi proprii orecchi inteso predicare i frati minori nella cattedral di Vicenza, che fra Giovanni avea risuscitato dieci morti. Non mancava gente che portava odio a questo sacro banditor della parola di Dio e della pace, perchè era inesorabile contro gli eretici. Nel mese di luglio n'avea fatto bruciar vivi in tre giorni settanta nella piazza di Verona tra maschi e femmine de' migliori cittadini di quella città. Altri poi cominciavano a malignare sopra le di lui intenzioni, pretendendo che tutte le sue mire fossero per abbassar la parte ghibellina, e che questo fosse un segreto concerto della corte di Roma contra di Federigo II imperadore. Ma quello che diede il crollo all'autorità e stima di fra Giovanni, fu ch'egli, ito a Vicenza sua patria, si fece dare dal popolo un'assoluta padronanza della città, tutta ad arbitrio suo: con che vi mise quegli uffiziali che a lui piacquero, e corresse o mutò gli statuti della città, e ne formò de' nuovi. Ito a Verona, anche ivi si fece eleggere signore della città; volle ostaggi per sicurezza di sua persona; volle in sua mano il castello di San Bonifazio, Ilasio, Ostiglia e le fortezze della città. I Padovani, che facevano prima da padroni in Vicenza, corsero colà, e vi accrebbero la lor guarnigione. Tornato frate Giovanni colà, e trovata questa novità, volle far valere la sua autorità contra chi se gli opponeva; ma in furia ritornarono a Vicenza i Padovani, e, dato di piglio all'armi contra di lui e della sua fazione, infine presero lui con tutta la sua famiglia, e il cacciarono in prigione nel dì 3 di settembre. Rilasciato da lì a pochi giorni, se ne tornò a Verona, nè trovò più ubbidienza, di modo che mise in libertà fra poco tempo gli ostaggi, restituì al conte Ricciardo il castello di San Bonifazio, e infine se ne tornò a Bologna, convinto dell'instabilità delle cose umane, e pentito di avere oltrepassato i termini del sacro suo ministero. Così ripullulòla discordia come prima fra quei popoli; anzi parve che si scatenassero le furie per lacerar da lì innanzi tutta la Lombardia. Il credito de' frati predicatori e minori era incredibile in questi tempi per tutte le città. In alcune aveano anche parte ne' governi. Però nell'anno presente desiderando i frati minori di metter fine alle dissensioni vertenti fra i nobili e popolari di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Italic.], così efficacemente si maneggiarono, che le parti fecero compromesso di tutte le lor differenze in fra Leone dell'ordine loro. Questi diede da lì a poco il laudo, assegnando la metà degli onori della repubblica agli uni, e l'altra metà agli altri, e col bacio della pace ordinò che si confermasse la sentenza sua. Anche in Modena[Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], per le prediche del buon servo di Dio fra Gherardo dell'ordine de' Minori, si fecero moltissime paci fra il popolo della città. Ma febbri sì maligne non si sradicavano punto con questi innocenti rimedii. Pochissimo durò la calma in Piacenza, ed alteratisi di nuovo gli animi, la nobiltà si ritirò alle sue castella; con che si riaccese la guerra. Predicando nell'ottobre di quest'anno frate Orlando da Cremona dell'ordine de' Predicatori nella piazza d'essa città di Piacenza, ecco una truppa di eretici dar di piglio a sassi e spade, con ferire mortalmente esso predicatore e un monaco di San Savino. Furono presi costoro ed inviati a Roma. Anche in Milano[Gualvanus Flamma, in Manip. Flor. Corio, Istoria di Milano.]quel podestà Oldrado da Lodi cominciò a far bruciare gli eretici. Ne resta tuttavia la memoria in marmo nella piazza del Broletto, ossia de' Mercatanti, leggendosi sotto l'effigie sua fra l'altre parole ancor queste:

CATHAROS, VT DEBVIT, VXIT.

CATHAROS, VT DEBVIT, VXIT.

Andò anche a Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]il suddetto fra Gherardo da Modena, uomo di santa vita, ed assaissima gente indusse alla pace, con emendare eziandio gli statuti della città, e far assolvere tutti gli sbanditi. Colà inoltre comparve fra Corneto dell'ordine de' Predicatori, che colla sua pia eloquenza si tirava dietro tutto il popolo; e tanto i nobili che i plebei, uomini e donne per divozione portavano terra affin di empiere una borra, ossia luogo basso, dove si fermavano l'acque, presso alla chiesa de' Predicatori. Tutto ciò serva a far conoscere i costumi di questi tempi. Il Guichenon[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.]mette la morte diTommaso contedi Savoia, principe di gran senno e valore, nel dì 20 di gennaio di quest'anno. Io truovo nella Cronica di Alberico Monaco[Albericus Monachus Trium Fontium, in Chron.]ch'egli mancò di vita nell'anno precedente, benchè egli ne torni a parlare all'anno 1234. Succedette a luiAmedeo IVsuo primogenito. Ho io inoltre creduto che esso Guichenon prendesse abbaglio nel favellare della prima moglie diAzzo VIImarchese di Este, la quale senza dubbio figliuola fu di esso conte Tommaso, e madre della beataBeatrice Id'Este[Antichità Estensi, P. I, cap. 40.]. Ebbe questo principe quindici figliuoli, nove maschi e sei femmine. L'una d'esse fu contessa di Provenza, e madre di Leonora regina d'Inghilterra. Tra i figliuoli Amedeo fu vescovo di Morienna; Guglielmo eletto vescovo di Valenza; Bonifazio eletto vescovo di Bellai, e poscia arcivescovo di Cantorberì; e Filippo eletto arcivescovo di Lione. Tommaso colle nozze di Giovanna contessa di Fiandra acquistò quel principato, ma ne restò dipoi spogliato. I principi carichi di molti figliuoli aveano allora gran cura d'incamminarli per la via ecclesiastica, acciocchè venissero provveduti di nobili e lucrose dignità in questa milizia.


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