MCCXXXVII

MCCXXXVIIAnno diCristoMCCXXXVII. IndizioneX.GregorioIX papa 11.FederigoII imperadore 18.Gli affanni di papaGregoriolievi non erano in questi tempi, non tanto per li danni già inferiti alla Lombardia dall'imperador Federigo, quanto per li maggiori che si conoscevano imminenti se continuava la guerra[Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Più che mai dunque seguitò a trattar di concordia, facendone istanze a Federigo, e ordinando alle città collegate d'inviare a Mantova i loro plenipotenziarii, con isperanza che l'imperadore darebbe luogo a qualche convenevole aggiustamento[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Spedì esso Augusto nel gennaio del presente anno alla corte pontificia il gran mastro dell'ordine teutonico, e Pietro delle Vigne, famoso suo cancelliere, e, in vece di mostrarsi inclinato ad accordo alcuno, raccomandava al papa di prestargli aiuto e favore per domare i Lombardi ribelli e ricettatori degli eretici[Godefridus Monachus, in Chron.]. Trovavasi allora Federigo in gran fasto ed auge di fortuna, perchè avea quasi ridotto agli estremiFederigo ducad'Austria (principe per altro degno di perdere tutto), con avergli portate le chiavi i cittadini della nobil città di Vienna. Gloriavasi pertanto di aver guadagnato all'imperio uno Stato che fruttava ogni anno sessanta mila marche d'argento, cioè l'Austria e la Stiria: vanti nondimeno che durarono ben poco, perchè tornato che fu l'imperadore in Italia, il duca rialzò ilcapo, e giunse nell'anno seguente a ricuperar tutto il perduto[Chron. Augustan. apud Freherum.]. Nella suddetta città di Vienna fece Federigo eleggere in quest'anno re de' RomaniCorradosuo secondogenito. L'atto d'essa elezione ci è stato conservato da frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.], da cui apparisce che non per anche ai soli sette elettori era riserbato il diritto dell'elezione. La città di Padova[Roland., lib. 3, cap. 11.]in questi tempi, priva di consiglio e di coraggio, non sapeva a qual partito appigliarsi. I sedici di Balìa, creati da quel consiglio, si scoprì che teneano segrete corrispondenze con Eccelino da Romano. Accortosene il podestà, ordinò bene che andassero a' confini a Venezia; ma eglino, senza passar colà, si ribellarono al comune di Padova. Nel febbraio venne a quella città per nuovo podestà Marino Badoero, che inviò tosto dugento cavalieri a Carturio, perchè corse voce che Eccelino e il conte Gaboardo aveano mira sopra Monselice[Gerardus Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Italic.]. Non fu falsa la nuova. Arrivò l'armata imperiale verso il fine di febbraio a Carturio, ed espugnato quel luogo, mise ne' ferri tutta quella guarnigione (e v'erano ben cento nobili padovani), e poscia, passata a Monselice, ebbe a man salva quella nobil terra. Allora fu che Eccelino e il conte Gaboardo fecero venire a MonseliceAzzo VIImarchese d'Este, per sapere s'egli voleva essere amico o nemico dell'imperadore. Veggendo il marchese che niun capitale potea più farsi di Padova, dove ogni di più s'aumentava il disordine, rispose che sarebbe ai servigi dell'imperadore, purchè niuna angaria s'imponesse alla sua gente nè a' suoi Stati. Ciò fatto, gl'imperiali conobbero d'avere oramai in pugno la città di Padova. Nè andò fallita la loro speranza. Trattarono coi loro corrispondenti padovani, e infine tra per la paura dell'armi cesaree, e pel desiderio di riavere i loro prigioni, fu conchiuso in Padova di pacificamente ammettere gli uffiziali dell'imperadore. Infatti nel dì 25 di febbraio Eccelino col conte Gaboardo e con un corpo di truppe imperiali fece l'entrata in Padova, e fu osservato che quando egli arrivò alla porta, diede un bacio ad essa: il che dalla gente stolta fu interpretato in bene della città. Ne fu preso il possesso a nome dell'imperadore: il che inteso dal comune di Trivigi, si suggettò anche esso alle di lui arme vittoriose. Eccelino intanto facea lo schivo in Padova, ma niuna determinazione del consiglio valeva, se non veniva da lui approvata. Ricusò ancora l'uffizio di podestà, contentandosi di quel che più importava, cioè d'aver ottenuto da Federigo il vicariato della marca di Trivigi, ossia di Verona. E per isbrigarsi anche del conte Gaboardo, il consigliò di passare in Germania a ragguagliar l'imperadore di questi felici avvenimenti, fra' quali non è da tacere che ancheSalinguerrasottomise in questo oppure nel precedente anno a' voleri dell'imperadore la città di Ferrara[Roland., lib. 4, cap. 3.]. Nè stette molto Eccelino a dar principio alla sua memorabil tirannia in Padova, con richiedere ostaggi e mandar prigioni in Puglia ed altrove coloro che gli erano sospetti, e ch'egli credeva amici del marchese d'Este, trovando continuamente pretesti per accusar esso marchese, come sprezzatore degli ordini dell'imperadore. Poi circa il principio di luglio coll'esercito de' Padovanie Veronesi andò a mettere l'assedio al castello di San Bonifazio, dove fece un gran guasto di case coi mangani e coi trabucchi; ma senza poter far di più, perchè dentro v'era Leonisio figliuolo del conte Ricciardo, a cui, benchè di tenera età, non mancò il coraggio per una gagliarda difesa. Intanto i Lombardi s'erano impadroniti del castello di Peschiera.Passata la metà d'agosto, arrivò di nuovo in Italia l'imperador Federigo, e fece incontanente dismettere l'assedio di San Bonifazio[Annales Veronens., tom 8 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. eodem.], por attendere a maggiori imprese, e specialmente perchè cominciò ad intavolarsi un trattato del suddetto conte Ricciardo e de' Mantovani con esso Augusto. Verso il fine d'agosto egli passò il fiume Mincio[Roland, lib. 4, cap. 4.], e si accampò coll'esercito a Goito, avendo seco i Padovani, Veronesi e Vicentini, due mila cavalli tedeschi e molti Trentini. Quivi si fermò alquanti giorni per unire gli altri soccorsi ch'egli aspettava. Fece venir di Puglia sette mila Saraceni arcieri. Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]ne conta dieci mila. I Reggiani e Modenesi colle lor forze accorsero colà. Lo stesso fecero i Cremonesi e i Parmigiani coi lor carrocci[Annal. Veronens., tono. 8 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. 9 Rer. Ital.]. Stando Federigo in quell'accampamento, a' suoi piedi si presentarono gli ambasciatori di Mantova, che si offerirono ai di lui servigi col conte Ricciardo da San Bonifazio. Gli accolse egli con volto allegro, perdonò loro le passate ingiurie ed offese, e confermò con suo diploma i privilegii e le consuetudini della loro città. Anche il marchese Azzo Estense comparve colà, e fu ben ricevuto da Federigo. Vi si portarono i cardinali legati del papa per avere udienza da lui[Richardus de S. Germano, in Chron. Card. de Aragon., in Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]. Insuperbito Federigo per l'acquisto di Mantova, neppur volle ascoltarli, di modo che se ne tornarono assai scontenti di lui a Roma. Mossa dipoi la poderosa armata, entrò nel territorio di Brescia, con dare il sacco e il guasto dappertutto, e nel dì 7 di ottobre intraprese l'assedio della forte e ricca terra di Montechiaro. L'aveano i Bresciani eletta per lor antemurale; e peròposto ivi un grosso e valoroso presidio, che si difese finchè potè, ma finalmente nel dì 22 del suddetto mese fece istanza di capitolare. Restò prigioniera tutta la guarnigione, e fu inviata a Cremona; ma con grave biasimo di Federigo, perciocchè, per attestato di Rolandino[Roland., lib. 4, cap. 4.]e di Jacopo Malvezzi[Malvec., Chron. Brixian., cap. 125, tom. 14 Rer. Ital.], avea loro promessa la libertà, se rendevano la terra, e non osservò loro la fede. Andò tutto l'infelice luogo a ruba, ed appresso fu consegnato alle fiamme. Nel dì 2 di novembre vennero in potere di Federigo[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]le castella di Gambara, Gotolengo, Prà Alboino e Pavone; di queste ancora fu fatto un falò. Passò dipoi Federigo coll'imperiale armata al castello di Pontevico con disegno di portarsi di là dal fiume Oglio, ma ritrovò l'esercito milanese[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.], rinforzato dagli Alessandrini, Vercellini e Novaresi, accampato nell'opposta riva, e risoluto di contrastargli il passaggio. In questo mentre i Bolognesi[Chron. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.], prevalendosi della lontananza de' Modenesi che erano iti all'oste dell'imperadore, occuparono Castel Leone, ossia Castiglione, fabbricato da essi Modenesi in faccia a Castelfranco, e talmente lo distrussero, che appena oggidì ne rimane vestigio. Nelle prigioni di Bologna furono condotti tutti i soldati che quivi si trovarono. Presero anche il ponte di Navicello, e fecero scorrerie per varie ville del Modenese. Per molti giorni stettero le due armate dell'imperadore e de' Milanesi separate dal fiume Oglio, l'una l'altra guardandosi[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamma, in Manipul. Flor. Godefridus Monachus, in Chron.]. Ma o sia che per le pioggie e per gli disagi della stagione i Milanesi fossero forzati a decampare; oppure cheprestassero fede ad una voce fatta spargere da Federigo, cioè che tornasse indietro l'esercito cesareo, e veramente alcuni degli ausiliarii erano stati licenziati dal campo; certo è ch'essi Milanesi si misero in viaggio per tornarsene a casa. A questo avviso Federigo ebbe maniera di passare il fiume colle sue milizie, e raggiunse nel dì 27 di novembre a Corte Nuova l'esercito nemico, che con poca disciplina facea viaggio, nè si aspettava d'avere da combattere[Matth. Paris., Hist. Anglic.]. I primi ad assalire l'oste milanese furono i Saraceni, ma ne restarono assaissimi di essi estinti sul campo. Entrato in battaglia il nerbo dell'esercito cesareo, ne seguì un asprissimo combattimento con grande strage dell'una e dell'altra parte. Finalmente piegò e prese la fuga il popolo di Milano; e allora fu che molte migliaia di essi rimasero prigioni.Vi restò nondimeno da superare il corpo di battaglia che era alla guardia del carroccio milanese, tutta gioventù forte ed animosa, che, per quanto sforzo facessero gl'imperiali, tenne saldo il suo posto, e rispinse sempre i nemici, finchè arrivò la notte che fece fine alla battaglia. Gran gloria era, come ho già detto di sopra, il prendere il carroccio ai nemici[Memor. Potest. Regiens.]. Lo stesso Federigo conduceva anch'egli il suo, ma sul dorso d'un elefante col gonfalone in mezzo, con quattro bandiere negli angoli, ed alcuni Saraceni e cristiani ben armati in esso. Dacchè non era riuscito a Federigo di conquistar quel carro trionfale de' Milanesi, ansioso pur di questa gran lode, lasciò bensì riposar nel tempo della notte la gente sua, ma senza che si spogliassero dell'armatura, per essere pronti la seguente mane ad assalir di nuovo gli ostinati difensori del carroccio. Trovò poi, fatto giorno, che i Milanesi s'erano ritirati, lasciando il carroccio spogliato e sfasciato fra la massa dell'altre carrette, giacchè le strade fangose non aveanopermesso loro di condurlo in salvo. Federigo, principe sommamente vanaglorioso sparse per tutta Italia ed Oltramonti questa sua insigne vittoria[Matth. Paris. Richardus de S. Germano, in Chron.], in cui, secondo i suoi conti, facili in tali casi ad essere alterati, e certamente diversi da quei degli storici di Milano e di Cesena, rimasero circa dieci mila Milanesi tra morti e prigioni. Fra questi ultimi si contarono moltissimi nobili di Milano, Alessandria, Novara e Vercelli; e specialmente Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia, che era allora podestà di Milano. Questi poi con altri nobili condotto in Puglia, fu, per ordine di Federigo, fatto barbaramente e pubblicamente impiccare sulla riva del mare[Annal. Veronenses, tom. 8 Rer. Italic.]: la quale onta ed iniquità irritò sì fattamente il popolo di Venezia, che infine si dichiarò apertamente contra di lui. Inoltre perchè passava ottima intelligenza tra Federigo e il popolo romano, il quale anche nel suddetto mese di novembre gli avea spedito degli ambasciatori, mandò esso imperadore fino a Roma lo sguarnito carroccio preso ai Milanesi coll'iscrizione in versi riportata da Ricobaldo[Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.]e da altri, acciocchè questo gran trofeo fosse collocato nel più augusto luogo dell'Italia, cioè nel Campidoglio. E a' dì nostri s'è trovata anche memoria di questo in Roma, siccome ho io dimostrato altrove[Antiq. Ital., Dissert. XXVI.]. Passò dipoi il vittorioso Federigo a Cremona, e di là a Lodi, città che venne alla sua divozione, ed ivi celebrò il santo Natale. Godifredo Monaco[Godefridus Monachus, in Chron.]scrive che lo solennizzò in Pavia. Varie furono in quest'anno le vicende di papa Gregorio IX[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Duravano le differenze d'esso pontefice col senato romano. Creato senatore Giovanni da Poli nel mese di maggio, insorse una sedizione contro di lui, che maggiormente si riaccese nel seguenteluglio, talmente che fu deposto esso Giovanni, e sostituito in suo luogo Giovanni di Cencio: per la qual cagione si venne alle armi, e ne seguì molto sangue. Poscia nell'ottobre, essendo prevaluta la fazione pontificia contro l'imperiale in Roma, papa Gregorio fu, dopo lungo tempo di lontananza, richiamato. Con grande onore si trovò accolto dai Romani; ma siccome nulla v'era di stabile in tempi sì sconcertati, quando egli si credette in porto, si trovò, siccome prima, in tempesta, perchè non tardò quel senato a fargli provare di nuovi disgusti, massimamente col tenere aperta corrispondenza coll'imperadore[Raynald., in Annal. Eccl.]. Si aggiunse che il popolo di Viterbo, dianzi sostenuto e colmato di favori dal papa, dacchè il vide amicato co' Romani, cominciò a voltargli le spalle e ad occupare i diritti della Chiesa. Nè volendo cedere alle ammonizioni, in fine obbligò il pontefice a fulminar contro di loro le sacre censure. Erano antiche le ragioni della Chiesa romana sopra la Sardegna. In quest'anno ancora i giudici, o vogliam dire i regoli di Gallura, di Turri e d'Arborea, cioè di tre parti di quell'isola, prestarono il giuramento di fedeltà al legato di papa Gregorio IX: il che è da avvertire per quello che poscia succedette. Gli atti di questo affare si leggono nelle mie Antichità Italiane.

Gli affanni di papaGregoriolievi non erano in questi tempi, non tanto per li danni già inferiti alla Lombardia dall'imperador Federigo, quanto per li maggiori che si conoscevano imminenti se continuava la guerra[Raynaldus, in Annal. Eccl.]. Più che mai dunque seguitò a trattar di concordia, facendone istanze a Federigo, e ordinando alle città collegate d'inviare a Mantova i loro plenipotenziarii, con isperanza che l'imperadore darebbe luogo a qualche convenevole aggiustamento[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Spedì esso Augusto nel gennaio del presente anno alla corte pontificia il gran mastro dell'ordine teutonico, e Pietro delle Vigne, famoso suo cancelliere, e, in vece di mostrarsi inclinato ad accordo alcuno, raccomandava al papa di prestargli aiuto e favore per domare i Lombardi ribelli e ricettatori degli eretici[Godefridus Monachus, in Chron.]. Trovavasi allora Federigo in gran fasto ed auge di fortuna, perchè avea quasi ridotto agli estremiFederigo ducad'Austria (principe per altro degno di perdere tutto), con avergli portate le chiavi i cittadini della nobil città di Vienna. Gloriavasi pertanto di aver guadagnato all'imperio uno Stato che fruttava ogni anno sessanta mila marche d'argento, cioè l'Austria e la Stiria: vanti nondimeno che durarono ben poco, perchè tornato che fu l'imperadore in Italia, il duca rialzò ilcapo, e giunse nell'anno seguente a ricuperar tutto il perduto[Chron. Augustan. apud Freherum.]. Nella suddetta città di Vienna fece Federigo eleggere in quest'anno re de' RomaniCorradosuo secondogenito. L'atto d'essa elezione ci è stato conservato da frate Francesco Pipino dell'ordine de' Predicatori[Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.], da cui apparisce che non per anche ai soli sette elettori era riserbato il diritto dell'elezione. La città di Padova[Roland., lib. 3, cap. 11.]in questi tempi, priva di consiglio e di coraggio, non sapeva a qual partito appigliarsi. I sedici di Balìa, creati da quel consiglio, si scoprì che teneano segrete corrispondenze con Eccelino da Romano. Accortosene il podestà, ordinò bene che andassero a' confini a Venezia; ma eglino, senza passar colà, si ribellarono al comune di Padova. Nel febbraio venne a quella città per nuovo podestà Marino Badoero, che inviò tosto dugento cavalieri a Carturio, perchè corse voce che Eccelino e il conte Gaboardo aveano mira sopra Monselice[Gerardus Maurisius, Hist., tom. 8 Rer. Italic.]. Non fu falsa la nuova. Arrivò l'armata imperiale verso il fine di febbraio a Carturio, ed espugnato quel luogo, mise ne' ferri tutta quella guarnigione (e v'erano ben cento nobili padovani), e poscia, passata a Monselice, ebbe a man salva quella nobil terra. Allora fu che Eccelino e il conte Gaboardo fecero venire a MonseliceAzzo VIImarchese d'Este, per sapere s'egli voleva essere amico o nemico dell'imperadore. Veggendo il marchese che niun capitale potea più farsi di Padova, dove ogni di più s'aumentava il disordine, rispose che sarebbe ai servigi dell'imperadore, purchè niuna angaria s'imponesse alla sua gente nè a' suoi Stati. Ciò fatto, gl'imperiali conobbero d'avere oramai in pugno la città di Padova. Nè andò fallita la loro speranza. Trattarono coi loro corrispondenti padovani, e infine tra per la paura dell'armi cesaree, e pel desiderio di riavere i loro prigioni, fu conchiuso in Padova di pacificamente ammettere gli uffiziali dell'imperadore. Infatti nel dì 25 di febbraio Eccelino col conte Gaboardo e con un corpo di truppe imperiali fece l'entrata in Padova, e fu osservato che quando egli arrivò alla porta, diede un bacio ad essa: il che dalla gente stolta fu interpretato in bene della città. Ne fu preso il possesso a nome dell'imperadore: il che inteso dal comune di Trivigi, si suggettò anche esso alle di lui arme vittoriose. Eccelino intanto facea lo schivo in Padova, ma niuna determinazione del consiglio valeva, se non veniva da lui approvata. Ricusò ancora l'uffizio di podestà, contentandosi di quel che più importava, cioè d'aver ottenuto da Federigo il vicariato della marca di Trivigi, ossia di Verona. E per isbrigarsi anche del conte Gaboardo, il consigliò di passare in Germania a ragguagliar l'imperadore di questi felici avvenimenti, fra' quali non è da tacere che ancheSalinguerrasottomise in questo oppure nel precedente anno a' voleri dell'imperadore la città di Ferrara[Roland., lib. 4, cap. 3.]. Nè stette molto Eccelino a dar principio alla sua memorabil tirannia in Padova, con richiedere ostaggi e mandar prigioni in Puglia ed altrove coloro che gli erano sospetti, e ch'egli credeva amici del marchese d'Este, trovando continuamente pretesti per accusar esso marchese, come sprezzatore degli ordini dell'imperadore. Poi circa il principio di luglio coll'esercito de' Padovanie Veronesi andò a mettere l'assedio al castello di San Bonifazio, dove fece un gran guasto di case coi mangani e coi trabucchi; ma senza poter far di più, perchè dentro v'era Leonisio figliuolo del conte Ricciardo, a cui, benchè di tenera età, non mancò il coraggio per una gagliarda difesa. Intanto i Lombardi s'erano impadroniti del castello di Peschiera.

Passata la metà d'agosto, arrivò di nuovo in Italia l'imperador Federigo, e fece incontanente dismettere l'assedio di San Bonifazio[Annales Veronens., tom 8 Rer. Ital. Memorial. Potest. Regiens., tom. eodem.], por attendere a maggiori imprese, e specialmente perchè cominciò ad intavolarsi un trattato del suddetto conte Ricciardo e de' Mantovani con esso Augusto. Verso il fine d'agosto egli passò il fiume Mincio[Roland, lib. 4, cap. 4.], e si accampò coll'esercito a Goito, avendo seco i Padovani, Veronesi e Vicentini, due mila cavalli tedeschi e molti Trentini. Quivi si fermò alquanti giorni per unire gli altri soccorsi ch'egli aspettava. Fece venir di Puglia sette mila Saraceni arcieri. Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]ne conta dieci mila. I Reggiani e Modenesi colle lor forze accorsero colà. Lo stesso fecero i Cremonesi e i Parmigiani coi lor carrocci[Annal. Veronens., tono. 8 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. 9 Rer. Ital.]. Stando Federigo in quell'accampamento, a' suoi piedi si presentarono gli ambasciatori di Mantova, che si offerirono ai di lui servigi col conte Ricciardo da San Bonifazio. Gli accolse egli con volto allegro, perdonò loro le passate ingiurie ed offese, e confermò con suo diploma i privilegii e le consuetudini della loro città. Anche il marchese Azzo Estense comparve colà, e fu ben ricevuto da Federigo. Vi si portarono i cardinali legati del papa per avere udienza da lui[Richardus de S. Germano, in Chron. Card. de Aragon., in Vita Gregorii IX, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]. Insuperbito Federigo per l'acquisto di Mantova, neppur volle ascoltarli, di modo che se ne tornarono assai scontenti di lui a Roma. Mossa dipoi la poderosa armata, entrò nel territorio di Brescia, con dare il sacco e il guasto dappertutto, e nel dì 7 di ottobre intraprese l'assedio della forte e ricca terra di Montechiaro. L'aveano i Bresciani eletta per lor antemurale; e peròposto ivi un grosso e valoroso presidio, che si difese finchè potè, ma finalmente nel dì 22 del suddetto mese fece istanza di capitolare. Restò prigioniera tutta la guarnigione, e fu inviata a Cremona; ma con grave biasimo di Federigo, perciocchè, per attestato di Rolandino[Roland., lib. 4, cap. 4.]e di Jacopo Malvezzi[Malvec., Chron. Brixian., cap. 125, tom. 14 Rer. Ital.], avea loro promessa la libertà, se rendevano la terra, e non osservò loro la fede. Andò tutto l'infelice luogo a ruba, ed appresso fu consegnato alle fiamme. Nel dì 2 di novembre vennero in potere di Federigo[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.]le castella di Gambara, Gotolengo, Prà Alboino e Pavone; di queste ancora fu fatto un falò. Passò dipoi Federigo coll'imperiale armata al castello di Pontevico con disegno di portarsi di là dal fiume Oglio, ma ritrovò l'esercito milanese[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.], rinforzato dagli Alessandrini, Vercellini e Novaresi, accampato nell'opposta riva, e risoluto di contrastargli il passaggio. In questo mentre i Bolognesi[Chron. Bononiens. tom. 18 Rer. Ital.], prevalendosi della lontananza de' Modenesi che erano iti all'oste dell'imperadore, occuparono Castel Leone, ossia Castiglione, fabbricato da essi Modenesi in faccia a Castelfranco, e talmente lo distrussero, che appena oggidì ne rimane vestigio. Nelle prigioni di Bologna furono condotti tutti i soldati che quivi si trovarono. Presero anche il ponte di Navicello, e fecero scorrerie per varie ville del Modenese. Per molti giorni stettero le due armate dell'imperadore e de' Milanesi separate dal fiume Oglio, l'una l'altra guardandosi[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualv. Flamma, in Manipul. Flor. Godefridus Monachus, in Chron.]. Ma o sia che per le pioggie e per gli disagi della stagione i Milanesi fossero forzati a decampare; oppure cheprestassero fede ad una voce fatta spargere da Federigo, cioè che tornasse indietro l'esercito cesareo, e veramente alcuni degli ausiliarii erano stati licenziati dal campo; certo è ch'essi Milanesi si misero in viaggio per tornarsene a casa. A questo avviso Federigo ebbe maniera di passare il fiume colle sue milizie, e raggiunse nel dì 27 di novembre a Corte Nuova l'esercito nemico, che con poca disciplina facea viaggio, nè si aspettava d'avere da combattere[Matth. Paris., Hist. Anglic.]. I primi ad assalire l'oste milanese furono i Saraceni, ma ne restarono assaissimi di essi estinti sul campo. Entrato in battaglia il nerbo dell'esercito cesareo, ne seguì un asprissimo combattimento con grande strage dell'una e dell'altra parte. Finalmente piegò e prese la fuga il popolo di Milano; e allora fu che molte migliaia di essi rimasero prigioni.

Vi restò nondimeno da superare il corpo di battaglia che era alla guardia del carroccio milanese, tutta gioventù forte ed animosa, che, per quanto sforzo facessero gl'imperiali, tenne saldo il suo posto, e rispinse sempre i nemici, finchè arrivò la notte che fece fine alla battaglia. Gran gloria era, come ho già detto di sopra, il prendere il carroccio ai nemici[Memor. Potest. Regiens.]. Lo stesso Federigo conduceva anch'egli il suo, ma sul dorso d'un elefante col gonfalone in mezzo, con quattro bandiere negli angoli, ed alcuni Saraceni e cristiani ben armati in esso. Dacchè non era riuscito a Federigo di conquistar quel carro trionfale de' Milanesi, ansioso pur di questa gran lode, lasciò bensì riposar nel tempo della notte la gente sua, ma senza che si spogliassero dell'armatura, per essere pronti la seguente mane ad assalir di nuovo gli ostinati difensori del carroccio. Trovò poi, fatto giorno, che i Milanesi s'erano ritirati, lasciando il carroccio spogliato e sfasciato fra la massa dell'altre carrette, giacchè le strade fangose non aveanopermesso loro di condurlo in salvo. Federigo, principe sommamente vanaglorioso sparse per tutta Italia ed Oltramonti questa sua insigne vittoria[Matth. Paris. Richardus de S. Germano, in Chron.], in cui, secondo i suoi conti, facili in tali casi ad essere alterati, e certamente diversi da quei degli storici di Milano e di Cesena, rimasero circa dieci mila Milanesi tra morti e prigioni. Fra questi ultimi si contarono moltissimi nobili di Milano, Alessandria, Novara e Vercelli; e specialmente Pietro Tiepolo, figliuolo del doge di Venezia, che era allora podestà di Milano. Questi poi con altri nobili condotto in Puglia, fu, per ordine di Federigo, fatto barbaramente e pubblicamente impiccare sulla riva del mare[Annal. Veronenses, tom. 8 Rer. Italic.]: la quale onta ed iniquità irritò sì fattamente il popolo di Venezia, che infine si dichiarò apertamente contra di lui. Inoltre perchè passava ottima intelligenza tra Federigo e il popolo romano, il quale anche nel suddetto mese di novembre gli avea spedito degli ambasciatori, mandò esso imperadore fino a Roma lo sguarnito carroccio preso ai Milanesi coll'iscrizione in versi riportata da Ricobaldo[Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.]e da altri, acciocchè questo gran trofeo fosse collocato nel più augusto luogo dell'Italia, cioè nel Campidoglio. E a' dì nostri s'è trovata anche memoria di questo in Roma, siccome ho io dimostrato altrove[Antiq. Ital., Dissert. XXVI.]. Passò dipoi il vittorioso Federigo a Cremona, e di là a Lodi, città che venne alla sua divozione, ed ivi celebrò il santo Natale. Godifredo Monaco[Godefridus Monachus, in Chron.]scrive che lo solennizzò in Pavia. Varie furono in quest'anno le vicende di papa Gregorio IX[Richardus de S. Germano, in Chron.]. Duravano le differenze d'esso pontefice col senato romano. Creato senatore Giovanni da Poli nel mese di maggio, insorse una sedizione contro di lui, che maggiormente si riaccese nel seguenteluglio, talmente che fu deposto esso Giovanni, e sostituito in suo luogo Giovanni di Cencio: per la qual cagione si venne alle armi, e ne seguì molto sangue. Poscia nell'ottobre, essendo prevaluta la fazione pontificia contro l'imperiale in Roma, papa Gregorio fu, dopo lungo tempo di lontananza, richiamato. Con grande onore si trovò accolto dai Romani; ma siccome nulla v'era di stabile in tempi sì sconcertati, quando egli si credette in porto, si trovò, siccome prima, in tempesta, perchè non tardò quel senato a fargli provare di nuovi disgusti, massimamente col tenere aperta corrispondenza coll'imperadore[Raynald., in Annal. Eccl.]. Si aggiunse che il popolo di Viterbo, dianzi sostenuto e colmato di favori dal papa, dacchè il vide amicato co' Romani, cominciò a voltargli le spalle e ad occupare i diritti della Chiesa. Nè volendo cedere alle ammonizioni, in fine obbligò il pontefice a fulminar contro di loro le sacre censure. Erano antiche le ragioni della Chiesa romana sopra la Sardegna. In quest'anno ancora i giudici, o vogliam dire i regoli di Gallura, di Turri e d'Arborea, cioè di tre parti di quell'isola, prestarono il giuramento di fedeltà al legato di papa Gregorio IX: il che è da avvertire per quello che poscia succedette. Gli atti di questo affare si leggono nelle mie Antichità Italiane.


Back to IndexNext