MCCXXXVIIIAnno diCristoMCCXXXVIII. Indiz.XI.GregorioIX papa 12.FederigoII imperadore 19.O per la festa del Natale dell'anno precedente, o nel gennaio presente,Federigoimperadore fu in Pavia. Servì la vicinanza sua ad indurre il popolo di Vercelli a sottomettersi al di lui dominio[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Trovossi egli in essa città di Vercelli nel dì 11 di febbraio. Venne anche alla divozione di lui tutto il paese da Pavia sino a Susa, e cominciò a pagarglitributo. Da tanta prosperità di Federigo mossi i Milanesi, che oramai restavano coi soli Bresciani, Piacentini e Bolognesi esposti all'ira di lui[Matth. Paris, Hist. Angl. Monach. Patavin., in Chron.], gli spedirono ambasciatori per essere rimessi in sua grazia, offerendo fedeltà e denaro, e facendo altre esibizioni, quali si giudicarono più grate a lui. Trovaronlo inesorabile; li voleva a discrezione, nè volle intendere di condizione alcuna, pieno solo d'astio e di vendetta, e dimentico affatto della clemenza, una delle virtù più luminose de' principi saggi. Vedremo bene che Dio seppe abbassare e confondere quest'orgoglioso principe, nè lasciò impunita cotanta sua superbia. Il popolo di Milano, udite sì crude risposte, ben conoscendo di che fosse capace l'animo barbarico di un tale Augusto, allora determinò di morir piuttosto colla spada alla mano, che di mettersi nelle forze, cioè nelle prigioni e sotto le mannaie di questo da lor chiamato tiranno. Inoltre, per attestato di Matteo Paris, cagione fu questo suo fiero contegno che molti popoli cominciarono a guardarlo di mal occhio, e a sospirar la sua rovina. Fece dipoi Federigo[Richardus de S. Germano, in Chron.]nella primavera una scappata in Germania, per trarre di là in Italia un buon rinforzo di soldatesche, ed ordinò alre Corradosuo figliuolo di condurle in persona di qua da' monti. Tornossene di poi a Verona nel mese d'aprile. Ebbe egli, siccome principe libidinoso e poco timoroso di Dio, in uso di tener sempre alla maniera turchesca più concubine, senza curar punto la fede maritale, e però non mancavano a lui bastardi e bastarde. Una di queste appellata Selvaggia[Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]comparve nel presente anno nel dì 22 di maggio a Verona con bella comitiva. Per maggiormente assodare nel suo servigio Eccelino da Romano, sì zelante e profittevol ministro suo, glie la diede in moglie nel dì della Pentecoste,ed egli ne celebrò con gran pompa le nozze. Ebbe ancora Federigo fra gli altri bastardi suoi figliuoli uno, a sè molto caro, che portava il nome d'Arrigo, ma che è già conosciuto nella storia con quello d'Enzio. Gli cercò egli in questo anno buona fortuna, con procurargli in moglieAdelasia, ossiaAdelaide, erede in Sardegna dei due giudicati, o vogliam dire principati di Turri e Gallura[Raynaldus, in Annal. Eccles.]. Forse la Sardegna venne per tali nozze a poco a poco tutta in potere di lui. Fuor di dubbio è ch'egli ne fu creato re dal padre, il quale unì quel regno all'imperio, con gravissimi richiami nondimeno della corte romana, che lo pretendeva suo, sostenendo Federigo in contrario, ch'era di antico diritto del romano imperio, ed allegando l'obbligo suo di ricuperare il perduto. Non cessava egli intanto di ammassar gente per l'accesa voglia di soggiogar Milano e Brescia. Molti ne fece venir di Puglia. Il re Corrado suo figliuolo nel mese di luglio[Richardus de S. Germano, in Chron.]arrivò a Verona con molti principi e un fiorito esercito di Tedeschi. Fino il re d'Inghilterra suo cognato gl'inviò[Matth. Paris, Hist. Angl.]cento uomini a cavallo, tutti ben montati e guerniti, e, quel ch'è più, colla giunta di una gran somma di danaro in dono. I Reggiani[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]vi spedirono ducento cavalieri e mille fanti. I Cremonesi con tutte le lor forze, i Bergamaschi, i Pavesi ed altri popoli concorsero ad ingrossar la cesarea armata. Era già egli passato a Goito nel dì 28 di giugno, per quivi far la massa di tutta la gente[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Determinò poscia col consiglio d'Eccelino, giacchè gli restavano due ossi duri, cioè Milano e Brescia, di sbrigarsi da quello che era creduto più facile, cioè da Brescia, per la cui caduta veniva poi Milano a restar bloccato da tutte le parti. E perciò mossel'esercito alla volta di Brescia, saccheggiando e ardendo dovunque arrivava, e nel dì 3 d'agosto strinse d'assedio quella città.Fra i popoli d'Italia portarono sempre mai i Bresciani il vanto d'essere uomini di gran valore e costanza, e questa volta ancora ne diedero un illustre saggio. Trattavasi dell'ultimo eccidio della lor patria e di sè stessi; però, dopo aver dianzi ben provveduta la città del bisognevole, senza far caso d'oste sì sterminata, si accinsero animosamente alla difesa, risoluti, se così avesse portato il caso, di vendere almeno caro le loro vite. Fece Federigo mettere in esercizio contra della città tutte le macchine allora usate per espugnar fortezze, cioè torri di legno, mangani, manganelle, trabucchi ed altre specie di petriere. Ma di queste ancora non penuriavano i Bresciani. Per buona ventura aveano essi colto un ingegnere spagnuolo, uomo di gran perizia in fabbricar macchine da guerra, che veniva di Alemagna al servigio dell'imperadore. Scoperto il suo mestiere, ed intimatagli la morte, se non soccorreva esattamente ai bisogni della città, servì loro di tutto punto. Non ignorando Federigo l'esecrabil trovato dell'avolo suo Federigo I all'assedio di Crema, anche egli, fatti venir da Cremona i prigioni bresciani, di mano in mano lifacea legare davanti alle sue macchine, affinchè gli assediati, per pietà de' lor cittadini e parenti, non osassero di tirar contra di quelle per romperle. Non restarono per questo i Bresciani di far giocare le lor macchine, nulla badando se uccidevano i propri attinenti, purchè spezzassero le macchine nemiche, od ammazzassero chi le maneggiava. Nondimeno la Cronica di Reggio[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], cioè più antica della Bresciana del Malvezzi, ci assicura che niun male fecero a quei miseri lor concittadini; anzi, per rendere la pariglia all'imperadore, anch'essi attaccavano pe' piedi i prigioni cesarei fuoridel palancato, esponendogli ai colpi delle macchine tedesche. Nè lasciavano i coraggiosi Bresciani di dare di quando in quando delle sortite con grave danno del campo imperiale. Massimamente nella notte del dì 9 d'ottobre, allorchè men se l'aspettavano i Tedeschi, s'inoltrarono tanto ferendo ed uccidendo, che lo stesso imperadore corse pericolo di restar preso. Durò questo assedio due mesi e sei giorni. Scorgendo finalmente Federigo ch'egli gittava il tempo e le fatiche, dopo aver dato il fuoco a tutte le sue macchine, si ritirò coll'armata a Cremona: avvenimento, che, quanto fu di gloria al popolo bresciano, altrettanto riuscì di vergogna all'imperadore, il cui credito cominciò a calare per questo. Secondo le Croniche di Milano[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.], si fecero nel presente anno i Milanesi rendere conto dai Pavesi della fede rotta con darsi all'imperadore. Uscirono con grandi forze addosso al territorio, guastando e bruciando; di maniera che il comune di Pavia implorò misericordia, e tornò a giurar fedeltà a quel di Milano. Non ci resta alcuna storia antica di Pavia che possa assicurarci di questo fatto. Nè ciò s'accorda con quello che fra poco dirò. Rivolsero poscia i Milanesi i loro sdegni e l'armi contra al distretto di Bergamo, dove diedero un terribil guasto. Non lasciarono di recar quel soccorso che poterono a Brescia. Anche i Piacentini[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]inviarono mille de' lor cavalieri in aiuto de' Milanesi, e nel distretto di Lodi presero il castello d'Orio, che appresso fu distrutto. Quivi succedette una battaglia svantaggiosa ad esso popolo di Piacenza. Forse è quella che viene accennata da Alberico Monaco[Alberic. Monachus, in Chron.], con dire che Guglielmo eletto vescovo di Valenza, e poi di Liegi, trovandosi di presidio in Cremona per parte dell'imperadore, co' suoi Borgognoni diede una sconfitta ai Piacentini,con ucciderne molti, e farne prigioni più di mille. In questo medesimo anno, se pure non fu nel seguente, i Pavesi colle lor milizie, e con quelle di Vercelli, Novara, Tortona ed Asti, e col marchese Lancia, vennero per terra ed acqua al Ponte Nuovo, fabbricato da' Piacentini, per distruggerlo; nel qual tempo anche i Cremonesi co' Bergamaschi si portarono a Lodi, affine, credo io, d'impedire il passo ai Milanesi. Per quanto sforzo facessero que' collegati contra d'esso ponte, avendo anche spinto barche incendiarie alla volta d'esso, a nulla servì, perciocchè i Piacentini con altre barche presero que' brulotti, e ne schivarono il danno: sicchè colle mani vote se ne tornarono i lor nemici a casa. Eransi già accorti i Padovani[Roland., lib. 4, cap. 5. Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]che il lupo era venuto alla guardia delle pecore. Eccelino ogni dì facea delle novità, imprigionando or questo or quello, e principalmente gli amici diAzzo VII, marchese d'Este. Perciò tutti i buoni cominciarono a spronar lo stesso marchese che volesse torre di mano ad Eccelino quella città, promettendo di dargli l'entrata per la porta delle Torreselle. Al marchese non fu discaro l'avviso, trovandosi anch'egli maltrattato nei suoi Stati da Eccelino.Fatto dunque segretamente il preparamento convenevole di gente tanto dei suoi sudditi, quanto dei fuorusciti Padovani, e degli altri suoi amici, nel dì 13 di luglio (Rolandino, forse persuaso di queste inezie, avverte che era giorno egiziaco) all'improvviso arrivò al Prato della valle ne' borghi di Padova, credendo che gli sarebbe, secondo il concerto, aperta la porta. Gran rumore tosto si alzò nella città alla di lui comparsa; tutte le porte furono chiuse, ed Eccelino comandò che tutto il popolo fosse in armi. Intanto le milizie estensi faceano ogni sforzo per atterrar la porta delle Torreselle; ma più possa mostravano que' di dentro a difenderla. Avvisato il marcheseda alcuni, che occultamente uscirono di città, qualmente fallita la speranza di corrispondenti nella città, meglio era il retrocedere, e che in essa si dava campana a martello contra di lui, non volle muoversi, e seguitò ad animare la gente all'assalto. Intanto Eccelino co' suoi Tedeschi e col popolo armato venne fuori della città ad assalire i nemici. Non vi fu bisogno di menar le mani. La gente del marchese, senza poterla ritenere, diede tosto alle gambe. Beato chi le avea migliori. Altro partito allora non seppe prendere il marchese, che di raccomandarsi al suo cavallo, il quale bravamente il cavò fuori di pericolo. Molti vi restarono presi, e fra gli altri Jacopo da Carrara, uno de' principali fuorusciti di Padova. Se volle liberarsi, gli convenne cedere il suo castello di Carrara al comune di Padova, ossia ad Eccelino, e riacquistò la sua grazia. Imparò da questa mala condotta, oppure disgrazia, il marchese di Este ad andare più cauto in avvenire. Ma Eccelino, tornato trionfalmente in Padova, ebbe il contento di udire da lì innanzi la gente, chi per timore, chi per adulazione, trattar lui col nome di signore. Per vendicarsi poi del marchese, raunò l'esercito, volendo procedere contra la nobil terra d'Este. Avvertitone dagli amici, esso marchese si ritirò alla sua terra di Rovigo, lasciando tutto in pianti il popolo d'Este. Venne poi Eccelino nel dì 22 di luglio. Se gli arrendè pacificamente la terra senza che ne patissero gli abitanti. Da lì ad alquanti giorni anche la rocca ossia il castello capitolò, e quivi pose in guarnigione un corpo di Saraceni e di Padovani. Colla speranza d'avere a sì buon mercato anche Montagnana, terra del marchese, di non minor popolazione che quella di alcune città, passò colà coll'armata, e vi chiamò anche la milizia di Verona, in cui più confidava che in altri. Virilmente si difesero quegli abitanti, e gli bruciarono anche di bel mezzo giorno il Bilfredo, cioè una torre di legno fatta fabbricare da lui. Sotto v'era egli stessoin quel punto; ma, avvertito, scampò. Gli convenne dunque levar l'assedio; e natogli sospetto che Jacopo da Carrara e l'avvocato di Padova avessero tenuta intelligenza co' nemici, ordinò loro di presentarsi al podestà di Padova: il che allegramente risposero amendue di fare. Ma dacchè si videro in libertà, fuggirono ad Anguillara, che tuttavia teneva la parte del marchese, ed era di Jacopino Pappa-fava, figliuolo di Albertino da Carrara, cioè d'un fratello d'esso Jacopo. Nel mese poi d'agosto il marchese Azzo, tornato ad Este, ricuperò quella terra, ma non già il castello. Ed Eccelino scrisse contra di lui all'imperadore, esortandolo a menar le sue forze addosso a questo principe suo gran nemico, con aggiugnere[Roland., lib. 4, cap. 7.]:Feriendus est serpens in capite, ut corpus facilius devincatur. La risposta di Federigo, data nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, vien riferita da Rolandino. In essa egli si maraviglia, come avendo ilmarchese Azzo(da noi chiamato il Sesto) a' suoi tempi tanto operato in aiuto suo, di maniera che si potè nominar suo balio ed aio, ora il di lui figliuoloAzzodegeneri sì sconciamente dalle azioni del padre, con promettere poi ad Eccelino la sua venula in quelle parti verso il fine del gennaio seguente. Ribellaronsi in questo anno ai Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]i popoli di Savona, Albenga, Porto Maurizio e Ventimiglia; e però convenne far guerra contra di loro. Comparvero a Genova due ambasciatori dell'imperador Federigo, che fecero istanza del giuramento di fedeltà. La risposta de' Genovesi fu che invierebbono alla corte d'esso Augusto i loro ambasciatori, siccome fecero in effetto, dappoichè videro ritornata Ventimiglia in loro potere. Prestato che questi ebbero il giuramento di fedeltà a Federigo, se ne tornarono a casa. Quando ecco sopraggiunsero a Genova due altri ambasciatori del medesimo Augusto, chepresentarono lettere contenenti, come l'imperadore chiedeva giuramento difedeltàe didominio. Furono esse lette in un pieno parlamento del popolo, in cui gran rumore fu fatto all'udir quella paroladominio. Il podestà che era Paolo da Soresina, nobile milanese, prese il tempo, e spiegò con bolla descrizione gli aspri trattamenti (e diceva ben la verità) che faceva Federigo dei suoi sudditi in Sicilia e Puglia, e degli altri luoghi dov'egli comandava. Di più non occorse. Gli ambasciatori furono mandati in pace, e i Genovesi intavolarono tosto un trattato con papaGregorio IXe coi Veneziani contra dell'imperadore, che fu senza gran fatica conchiuso nella corte pontificia. Allora il pontefice prese sotto la sua protezione Venezia e Genova. Faenza fu occupata nel dì 5 di luglio in quest'anno da Acarisio[Chron. Caesen., tom. 14 Re. Ital.]. A lui dopo un mese fu ritolta da Paolo Traversara potente Ravennate. Ma venula l'armata de' Bolognesi cacciò lui fuori con istrage non lieve de' suoi, e difese anche la medesima città contro gli sforzi del conte Aghinolfo di Modigliana, con farlo prigione, e mettere in fuga quei del suo partito. Ciò accadde nell'anno seguente, secondo altre Croniche. Scrive il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.], avere Federigo imperadore, nello stesso tempo che assediò Brescia, con un'altra parte della sua grande armata fatto l'assedio d'Alessandria, e che questa venne in suo potere. Non ne truovo io parola ne' vecchi storici, anzi veggo in contrario una lettera di papa Gregorio[Raynald., in Annal. Eccles., num. 20 ad ann. 1240.]scritta nel 1240, nel dì 10 di maggio, agli Alessandrini, coi quali si rallegra della lor costanza nella divozion verso la Chiesa contro gli attentati di Federigo. Ma nello stesso 1240, siccome vedremo, si suggellarono poi ad esso imperadore.
O per la festa del Natale dell'anno precedente, o nel gennaio presente,Federigoimperadore fu in Pavia. Servì la vicinanza sua ad indurre il popolo di Vercelli a sottomettersi al di lui dominio[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]. Trovossi egli in essa città di Vercelli nel dì 11 di febbraio. Venne anche alla divozione di lui tutto il paese da Pavia sino a Susa, e cominciò a pagarglitributo. Da tanta prosperità di Federigo mossi i Milanesi, che oramai restavano coi soli Bresciani, Piacentini e Bolognesi esposti all'ira di lui[Matth. Paris, Hist. Angl. Monach. Patavin., in Chron.], gli spedirono ambasciatori per essere rimessi in sua grazia, offerendo fedeltà e denaro, e facendo altre esibizioni, quali si giudicarono più grate a lui. Trovaronlo inesorabile; li voleva a discrezione, nè volle intendere di condizione alcuna, pieno solo d'astio e di vendetta, e dimentico affatto della clemenza, una delle virtù più luminose de' principi saggi. Vedremo bene che Dio seppe abbassare e confondere quest'orgoglioso principe, nè lasciò impunita cotanta sua superbia. Il popolo di Milano, udite sì crude risposte, ben conoscendo di che fosse capace l'animo barbarico di un tale Augusto, allora determinò di morir piuttosto colla spada alla mano, che di mettersi nelle forze, cioè nelle prigioni e sotto le mannaie di questo da lor chiamato tiranno. Inoltre, per attestato di Matteo Paris, cagione fu questo suo fiero contegno che molti popoli cominciarono a guardarlo di mal occhio, e a sospirar la sua rovina. Fece dipoi Federigo[Richardus de S. Germano, in Chron.]nella primavera una scappata in Germania, per trarre di là in Italia un buon rinforzo di soldatesche, ed ordinò alre Corradosuo figliuolo di condurle in persona di qua da' monti. Tornossene di poi a Verona nel mese d'aprile. Ebbe egli, siccome principe libidinoso e poco timoroso di Dio, in uso di tener sempre alla maniera turchesca più concubine, senza curar punto la fede maritale, e però non mancavano a lui bastardi e bastarde. Una di queste appellata Selvaggia[Annales Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]comparve nel presente anno nel dì 22 di maggio a Verona con bella comitiva. Per maggiormente assodare nel suo servigio Eccelino da Romano, sì zelante e profittevol ministro suo, glie la diede in moglie nel dì della Pentecoste,ed egli ne celebrò con gran pompa le nozze. Ebbe ancora Federigo fra gli altri bastardi suoi figliuoli uno, a sè molto caro, che portava il nome d'Arrigo, ma che è già conosciuto nella storia con quello d'Enzio. Gli cercò egli in questo anno buona fortuna, con procurargli in moglieAdelasia, ossiaAdelaide, erede in Sardegna dei due giudicati, o vogliam dire principati di Turri e Gallura[Raynaldus, in Annal. Eccles.]. Forse la Sardegna venne per tali nozze a poco a poco tutta in potere di lui. Fuor di dubbio è ch'egli ne fu creato re dal padre, il quale unì quel regno all'imperio, con gravissimi richiami nondimeno della corte romana, che lo pretendeva suo, sostenendo Federigo in contrario, ch'era di antico diritto del romano imperio, ed allegando l'obbligo suo di ricuperare il perduto. Non cessava egli intanto di ammassar gente per l'accesa voglia di soggiogar Milano e Brescia. Molti ne fece venir di Puglia. Il re Corrado suo figliuolo nel mese di luglio[Richardus de S. Germano, in Chron.]arrivò a Verona con molti principi e un fiorito esercito di Tedeschi. Fino il re d'Inghilterra suo cognato gl'inviò[Matth. Paris, Hist. Angl.]cento uomini a cavallo, tutti ben montati e guerniti, e, quel ch'è più, colla giunta di una gran somma di danaro in dono. I Reggiani[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]vi spedirono ducento cavalieri e mille fanti. I Cremonesi con tutte le lor forze, i Bergamaschi, i Pavesi ed altri popoli concorsero ad ingrossar la cesarea armata. Era già egli passato a Goito nel dì 28 di giugno, per quivi far la massa di tutta la gente[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.]. Determinò poscia col consiglio d'Eccelino, giacchè gli restavano due ossi duri, cioè Milano e Brescia, di sbrigarsi da quello che era creduto più facile, cioè da Brescia, per la cui caduta veniva poi Milano a restar bloccato da tutte le parti. E perciò mossel'esercito alla volta di Brescia, saccheggiando e ardendo dovunque arrivava, e nel dì 3 d'agosto strinse d'assedio quella città.
Fra i popoli d'Italia portarono sempre mai i Bresciani il vanto d'essere uomini di gran valore e costanza, e questa volta ancora ne diedero un illustre saggio. Trattavasi dell'ultimo eccidio della lor patria e di sè stessi; però, dopo aver dianzi ben provveduta la città del bisognevole, senza far caso d'oste sì sterminata, si accinsero animosamente alla difesa, risoluti, se così avesse portato il caso, di vendere almeno caro le loro vite. Fece Federigo mettere in esercizio contra della città tutte le macchine allora usate per espugnar fortezze, cioè torri di legno, mangani, manganelle, trabucchi ed altre specie di petriere. Ma di queste ancora non penuriavano i Bresciani. Per buona ventura aveano essi colto un ingegnere spagnuolo, uomo di gran perizia in fabbricar macchine da guerra, che veniva di Alemagna al servigio dell'imperadore. Scoperto il suo mestiere, ed intimatagli la morte, se non soccorreva esattamente ai bisogni della città, servì loro di tutto punto. Non ignorando Federigo l'esecrabil trovato dell'avolo suo Federigo I all'assedio di Crema, anche egli, fatti venir da Cremona i prigioni bresciani, di mano in mano lifacea legare davanti alle sue macchine, affinchè gli assediati, per pietà de' lor cittadini e parenti, non osassero di tirar contra di quelle per romperle. Non restarono per questo i Bresciani di far giocare le lor macchine, nulla badando se uccidevano i propri attinenti, purchè spezzassero le macchine nemiche, od ammazzassero chi le maneggiava. Nondimeno la Cronica di Reggio[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Italic.], cioè più antica della Bresciana del Malvezzi, ci assicura che niun male fecero a quei miseri lor concittadini; anzi, per rendere la pariglia all'imperadore, anch'essi attaccavano pe' piedi i prigioni cesarei fuoridel palancato, esponendogli ai colpi delle macchine tedesche. Nè lasciavano i coraggiosi Bresciani di dare di quando in quando delle sortite con grave danno del campo imperiale. Massimamente nella notte del dì 9 d'ottobre, allorchè men se l'aspettavano i Tedeschi, s'inoltrarono tanto ferendo ed uccidendo, che lo stesso imperadore corse pericolo di restar preso. Durò questo assedio due mesi e sei giorni. Scorgendo finalmente Federigo ch'egli gittava il tempo e le fatiche, dopo aver dato il fuoco a tutte le sue macchine, si ritirò coll'armata a Cremona: avvenimento, che, quanto fu di gloria al popolo bresciano, altrettanto riuscì di vergogna all'imperadore, il cui credito cominciò a calare per questo. Secondo le Croniche di Milano[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.], si fecero nel presente anno i Milanesi rendere conto dai Pavesi della fede rotta con darsi all'imperadore. Uscirono con grandi forze addosso al territorio, guastando e bruciando; di maniera che il comune di Pavia implorò misericordia, e tornò a giurar fedeltà a quel di Milano. Non ci resta alcuna storia antica di Pavia che possa assicurarci di questo fatto. Nè ciò s'accorda con quello che fra poco dirò. Rivolsero poscia i Milanesi i loro sdegni e l'armi contra al distretto di Bergamo, dove diedero un terribil guasto. Non lasciarono di recar quel soccorso che poterono a Brescia. Anche i Piacentini[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]inviarono mille de' lor cavalieri in aiuto de' Milanesi, e nel distretto di Lodi presero il castello d'Orio, che appresso fu distrutto. Quivi succedette una battaglia svantaggiosa ad esso popolo di Piacenza. Forse è quella che viene accennata da Alberico Monaco[Alberic. Monachus, in Chron.], con dire che Guglielmo eletto vescovo di Valenza, e poi di Liegi, trovandosi di presidio in Cremona per parte dell'imperadore, co' suoi Borgognoni diede una sconfitta ai Piacentini,con ucciderne molti, e farne prigioni più di mille. In questo medesimo anno, se pure non fu nel seguente, i Pavesi colle lor milizie, e con quelle di Vercelli, Novara, Tortona ed Asti, e col marchese Lancia, vennero per terra ed acqua al Ponte Nuovo, fabbricato da' Piacentini, per distruggerlo; nel qual tempo anche i Cremonesi co' Bergamaschi si portarono a Lodi, affine, credo io, d'impedire il passo ai Milanesi. Per quanto sforzo facessero que' collegati contra d'esso ponte, avendo anche spinto barche incendiarie alla volta d'esso, a nulla servì, perciocchè i Piacentini con altre barche presero que' brulotti, e ne schivarono il danno: sicchè colle mani vote se ne tornarono i lor nemici a casa. Eransi già accorti i Padovani[Roland., lib. 4, cap. 5. Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]che il lupo era venuto alla guardia delle pecore. Eccelino ogni dì facea delle novità, imprigionando or questo or quello, e principalmente gli amici diAzzo VII, marchese d'Este. Perciò tutti i buoni cominciarono a spronar lo stesso marchese che volesse torre di mano ad Eccelino quella città, promettendo di dargli l'entrata per la porta delle Torreselle. Al marchese non fu discaro l'avviso, trovandosi anch'egli maltrattato nei suoi Stati da Eccelino.
Fatto dunque segretamente il preparamento convenevole di gente tanto dei suoi sudditi, quanto dei fuorusciti Padovani, e degli altri suoi amici, nel dì 13 di luglio (Rolandino, forse persuaso di queste inezie, avverte che era giorno egiziaco) all'improvviso arrivò al Prato della valle ne' borghi di Padova, credendo che gli sarebbe, secondo il concerto, aperta la porta. Gran rumore tosto si alzò nella città alla di lui comparsa; tutte le porte furono chiuse, ed Eccelino comandò che tutto il popolo fosse in armi. Intanto le milizie estensi faceano ogni sforzo per atterrar la porta delle Torreselle; ma più possa mostravano que' di dentro a difenderla. Avvisato il marcheseda alcuni, che occultamente uscirono di città, qualmente fallita la speranza di corrispondenti nella città, meglio era il retrocedere, e che in essa si dava campana a martello contra di lui, non volle muoversi, e seguitò ad animare la gente all'assalto. Intanto Eccelino co' suoi Tedeschi e col popolo armato venne fuori della città ad assalire i nemici. Non vi fu bisogno di menar le mani. La gente del marchese, senza poterla ritenere, diede tosto alle gambe. Beato chi le avea migliori. Altro partito allora non seppe prendere il marchese, che di raccomandarsi al suo cavallo, il quale bravamente il cavò fuori di pericolo. Molti vi restarono presi, e fra gli altri Jacopo da Carrara, uno de' principali fuorusciti di Padova. Se volle liberarsi, gli convenne cedere il suo castello di Carrara al comune di Padova, ossia ad Eccelino, e riacquistò la sua grazia. Imparò da questa mala condotta, oppure disgrazia, il marchese di Este ad andare più cauto in avvenire. Ma Eccelino, tornato trionfalmente in Padova, ebbe il contento di udire da lì innanzi la gente, chi per timore, chi per adulazione, trattar lui col nome di signore. Per vendicarsi poi del marchese, raunò l'esercito, volendo procedere contra la nobil terra d'Este. Avvertitone dagli amici, esso marchese si ritirò alla sua terra di Rovigo, lasciando tutto in pianti il popolo d'Este. Venne poi Eccelino nel dì 22 di luglio. Se gli arrendè pacificamente la terra senza che ne patissero gli abitanti. Da lì ad alquanti giorni anche la rocca ossia il castello capitolò, e quivi pose in guarnigione un corpo di Saraceni e di Padovani. Colla speranza d'avere a sì buon mercato anche Montagnana, terra del marchese, di non minor popolazione che quella di alcune città, passò colà coll'armata, e vi chiamò anche la milizia di Verona, in cui più confidava che in altri. Virilmente si difesero quegli abitanti, e gli bruciarono anche di bel mezzo giorno il Bilfredo, cioè una torre di legno fatta fabbricare da lui. Sotto v'era egli stessoin quel punto; ma, avvertito, scampò. Gli convenne dunque levar l'assedio; e natogli sospetto che Jacopo da Carrara e l'avvocato di Padova avessero tenuta intelligenza co' nemici, ordinò loro di presentarsi al podestà di Padova: il che allegramente risposero amendue di fare. Ma dacchè si videro in libertà, fuggirono ad Anguillara, che tuttavia teneva la parte del marchese, ed era di Jacopino Pappa-fava, figliuolo di Albertino da Carrara, cioè d'un fratello d'esso Jacopo. Nel mese poi d'agosto il marchese Azzo, tornato ad Este, ricuperò quella terra, ma non già il castello. Ed Eccelino scrisse contra di lui all'imperadore, esortandolo a menar le sue forze addosso a questo principe suo gran nemico, con aggiugnere[Roland., lib. 4, cap. 7.]:Feriendus est serpens in capite, ut corpus facilius devincatur. La risposta di Federigo, data nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, vien riferita da Rolandino. In essa egli si maraviglia, come avendo ilmarchese Azzo(da noi chiamato il Sesto) a' suoi tempi tanto operato in aiuto suo, di maniera che si potè nominar suo balio ed aio, ora il di lui figliuoloAzzodegeneri sì sconciamente dalle azioni del padre, con promettere poi ad Eccelino la sua venula in quelle parti verso il fine del gennaio seguente. Ribellaronsi in questo anno ai Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.]i popoli di Savona, Albenga, Porto Maurizio e Ventimiglia; e però convenne far guerra contra di loro. Comparvero a Genova due ambasciatori dell'imperador Federigo, che fecero istanza del giuramento di fedeltà. La risposta de' Genovesi fu che invierebbono alla corte d'esso Augusto i loro ambasciatori, siccome fecero in effetto, dappoichè videro ritornata Ventimiglia in loro potere. Prestato che questi ebbero il giuramento di fedeltà a Federigo, se ne tornarono a casa. Quando ecco sopraggiunsero a Genova due altri ambasciatori del medesimo Augusto, chepresentarono lettere contenenti, come l'imperadore chiedeva giuramento difedeltàe didominio. Furono esse lette in un pieno parlamento del popolo, in cui gran rumore fu fatto all'udir quella paroladominio. Il podestà che era Paolo da Soresina, nobile milanese, prese il tempo, e spiegò con bolla descrizione gli aspri trattamenti (e diceva ben la verità) che faceva Federigo dei suoi sudditi in Sicilia e Puglia, e degli altri luoghi dov'egli comandava. Di più non occorse. Gli ambasciatori furono mandati in pace, e i Genovesi intavolarono tosto un trattato con papaGregorio IXe coi Veneziani contra dell'imperadore, che fu senza gran fatica conchiuso nella corte pontificia. Allora il pontefice prese sotto la sua protezione Venezia e Genova. Faenza fu occupata nel dì 5 di luglio in quest'anno da Acarisio[Chron. Caesen., tom. 14 Re. Ital.]. A lui dopo un mese fu ritolta da Paolo Traversara potente Ravennate. Ma venula l'armata de' Bolognesi cacciò lui fuori con istrage non lieve de' suoi, e difese anche la medesima città contro gli sforzi del conte Aghinolfo di Modigliana, con farlo prigione, e mettere in fuga quei del suo partito. Ciò accadde nell'anno seguente, secondo altre Croniche. Scrive il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 18.], avere Federigo imperadore, nello stesso tempo che assediò Brescia, con un'altra parte della sua grande armata fatto l'assedio d'Alessandria, e che questa venne in suo potere. Non ne truovo io parola ne' vecchi storici, anzi veggo in contrario una lettera di papa Gregorio[Raynald., in Annal. Eccles., num. 20 ad ann. 1240.]scritta nel 1240, nel dì 10 di maggio, agli Alessandrini, coi quali si rallegra della lor costanza nella divozion verso la Chiesa contro gli attentati di Federigo. Ma nello stesso 1240, siccome vedremo, si suggellarono poi ad esso imperadore.