MCLIII

MCLIIIAnno diCristoMCLIII. IndizioneI.AnastasioIV papa 1.FederigoI re di Germania e d'Italia 2.Meritava bene il piissimo ed ottimo ponteficeEugenio IIIdi vivere più lungamente. Egli s'era già cattivato colle sue liberalità e dolci maniere il popolo di Roma, di modo che già si trovava in istato di abolire il senato, onde era venuta tanta turbazione a lui e ai tre suoi predecessori. Avea fabbricato un palazzo presso san Pietro e un altro a Segna[Cardinal. de Arag., in Vit. Eugenii III.]; avea ricuperata Terracina, Sezza, Normia e la rocca di Fumone, alienate un pezzo fa dal dominio di San Pietro. Le sue rare virtù il facevano venerabile ed ubbidito dappertutto. Ma Iddio il volle chiamare a sè con immenso dolore di tutto quel clero e popolo. Succedette la morte sua nel dì 7 di luglio del presente anno, mentre egli dimorava in Tivoli, e fu il suo sepolcro nella basilica vaticana onorato da Dio con varie miracolose guarigioni.Da lì a due giorni fu promosso al pontificato RomanoCorrado vescovodi Sabina, romano di nazione, che prese il nome diAnastasio IV. In quest'anno ancora l'immortal servo del Signoresan Bernardo, fondatore di tanti monisteri, andò a ricevere in cielo il frutto delle insigni sue virtù e gloriose fatiche. Tanto angustiarono in questi tempi i potenti Bolognesi uniti co' Faentini la città d'Imola, troppo inferiore di forze[Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], che, dopo una rotta data a quel popolo, il costrinsero ad una svantaggiosa pace, e a dipendere da lì innanzi dai loro cenni. Scrive ancora il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 12.]che i Piacentini uniti ai Cremonesi nel dì 26 di giugno vennero alle mani coll'esercito de' Parmigiani a Casalecchio, e restarono sconfitti, e, per la maggior parte presi, furono condotti nelle carceri di Parma. Onde si abbia egli tratte queste notizie nol so io dire. Negli antichi Annali di quella città non ne truovo vestigio. Erano già passati quarantadue anni che la città di Lodi stava sotto il giogo de' Milanesi, trattata non con quella piacevolezza che si cattiva il cuor de' sudditi, ma bensì con quell'asprezza che li fa gemere e sospirar tutto dì mutazion di governo. Accadde che due Lodigiani (siccome abbiamo da Ottone Morena[Otto Morena, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], storico diligente di questi tempi, e nativo di quella città), l'uno appellato Albernando Alamano, e maestro Omobuono, per proprii affari essendo iti alla città di Costanza, vi si trovarono nel tempo stesso che il nuovo re Federigo tenne ivi un parlamento. Osservato che molti sì ricchi che poveri ricorrevano ad esso per giustizia, e la ottenevano, saltò loro in pensiero di fare un passo forte, senza averne commissione e facoltà alcuna dalla loro città. Cioè prese in ispalla oppure in mano due grosse croci di legno (che tale era allora l'uso in Italia di chi aggravato portava le suequerele al trono de' principi), andarono a gittarsi a' piedi di Federigo nel dì 4 di marzo dell'anno presente, chiedendo con assai lagrime misericordia e giustizia contra de' Milanesi, come tiranni della lor patria Lodi, ed esponendo ad uno ad uno tutti gli aspri trattamenti che avea patito e tuttavia pativa questa infelice città.Fra le rare doti che si univano in Federigo, principe di grande accortezza e mente, di petto forte e di valore impareggiabile, non era l'ultima l'amore della giustizia, ma inflessibile e congiunto, siccome vedremo, con tal severità, che andava al barbarico. Appena ebbe intese tali doglianze, che ordinò tosto al suo cancelliere di scrivere lettera vigorosa ai consoli e al popolo di Milano in favore e sollievo della città di Lodi, e deputò a portarla un uomo di sua corte appellato Sicherio. Tornati i due buoni Lodigiani a Lodi, notificarono ai consoli e al consiglio della Credenza di quella città quanto aveano operato. Siccome altrove ho io dimostrato, il consiglio della Credenza, nelle città libere d'Italia, non era composto della sola plebe, come ha creduto taluno. V'entravano anche i nobili, qualora aveano parte nel governo. Altro in somma non era che il consiglio segreto, a cui chi interveniva, prestava giuramento di non rivelar quello che ivi si trattava. In gran pena furono que' cittadini per tal novità, temendo, e con ragione, il risentimento e furore de' Milanesi; però in vece di ringraziamenti caricarono di villanie que' due semplici cittadini, e serrarono loro in petto queste novelle. Venne Sicherio a Lodi, credendosi di portar via grosso regalo; ma i consoli di Lodi, riprovando l'operato de' due lor cittadini, non altro fecero che scongiurarlo di tornarsene indietro senza presentar la lettera del re ai Milanesi. Ma egli arditamente ito a Milano, sfoderò gli ordini del re, ricevuti con sì mal garbo da que' consoli e dal loro consiglio, che dopo aver gittata in terra e pestata coi piedi la lettera, si avventarono addosso aSicherio, ch'ebbe fatica a salvarsi; però se ne tornò egli assai brutto in Germania, ed espose al re e a' suoi baroni il grave affronto fattogli e il pericolo da lui corso. Sommo fu lo sdegno di Federigo e dei suoi principi, e se la legò al dito, per farne vendetta a suo tempo. Crebbe indicibilmente lo spavento ne' Lodigiani. Di dì in dì si aspettavano l'ultimo esterminio, minacciato loro da' Milanesi; e per isperanza di schivarlo, segretamente inviarono al re Federigo una chiave tutta d'oro per mezzo diGuglielmo marchesedi Monferrato, raccomandandosi caldamente alla di lui protezione. Tornati in sè i Milanesi, per placare la collera del re, anch'essi gli mandarono una coppa d'oro piena di danaro, che non fu punto accettata da Federigo. Nello stesso tempo comparvero alla corte gli ambasciatori di Cremona e di Pavia con ricchi regali, e insieme con ordine d'esporre in segreto colloquio al re la superbia de' Milanesi, siccome quelli che erano dietro ad ingoiar tutti i loro vicini, e di far premure in favore dell'oppressa città di Lodi; e fu ben eseguita la commessione. Niega il padre Pagi la spedizione di questi ambasciatori, e la niega a torto. Ottone Morena ce ne assicura. Nè sussiste, come vuol esso Pagi, che i popoli di Puglia inviassero ambascerie a Federigo. Le doglianze furono fatte, come ho detto, da que' baroni cacciati dal re Ruggieri, che si trovavano in Germania.O nel fine di quest'anno, o sul principio del seguente, non volendo il re Federigo che restasse un seminario di guerra in Germania, col lasciare indecisa la lite insorta fraArrigo Leoneduca di Sassonia edArrigoduca di Baviera, a cagion della stessa Baviera[Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. II.], finalmente diede la sentenza, con aggiudicar quel ducato insigne al suddetto Arrigo Leone, goduto da' suoi maggiori per tanti anni addietro. Si venne poi nell'anno 1156 ad una transazione, per cui restò in dominio dell'altroArrigo, col titolo di duca, la provincia dell'Austria, oggidì arciducato, che era in addietro parte della Baviera. Oltre a ciò, aveva esso Federigo data già, oppur diede allora alduca Guelfo, zio paterno dello stesso duca Arrigo Leone, e materno d'esso re Federigo[Chron. Weingart apud Lebnitium Scriptor Brunsvich.], l'investitura dellamarca di Toscana, delducato di Spoleti, delprincipato di Sardegna, e de'beni allodiali della fu celebre contessa Matilda. CheVolderico, dianzi marchese di Toscana, cessasse di godere di quella dignità, si raccoglie da una sua magnifica donazione fatta alla chiesa d'Aquileia nell'anno 1170, che io ho dato alla luce nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., tom. 3, pag. 1221.]. Sicchè possedendo la linea degli Estensi di Germania tali Stati in Italia, e in Germania i vasti e nobilissimi ducati della Sassonia e Baviera con Luneburgo e Brunsvich, anche oggidì esistenti sotto il loro dominio; e signoreggiando l'altra linea de' marchesi estensi una fioritissima porzione di Stati, massimamente nella marca trivisana: la potenza del sangue estense arrivò al sommo in questo tempi. Confermò papaAnastasio IVnell'anno presente i privilegii aPacifico abbatedel monistero di Brescello, fondato da Azzo conte o marchese bisavolo della suddetta Matilda, con bolla data[Antiquit. Ital., Dissert. LXX.]Laterani V idus decembris, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii quarti papae anno primo.

Meritava bene il piissimo ed ottimo ponteficeEugenio IIIdi vivere più lungamente. Egli s'era già cattivato colle sue liberalità e dolci maniere il popolo di Roma, di modo che già si trovava in istato di abolire il senato, onde era venuta tanta turbazione a lui e ai tre suoi predecessori. Avea fabbricato un palazzo presso san Pietro e un altro a Segna[Cardinal. de Arag., in Vit. Eugenii III.]; avea ricuperata Terracina, Sezza, Normia e la rocca di Fumone, alienate un pezzo fa dal dominio di San Pietro. Le sue rare virtù il facevano venerabile ed ubbidito dappertutto. Ma Iddio il volle chiamare a sè con immenso dolore di tutto quel clero e popolo. Succedette la morte sua nel dì 7 di luglio del presente anno, mentre egli dimorava in Tivoli, e fu il suo sepolcro nella basilica vaticana onorato da Dio con varie miracolose guarigioni.Da lì a due giorni fu promosso al pontificato RomanoCorrado vescovodi Sabina, romano di nazione, che prese il nome diAnastasio IV. In quest'anno ancora l'immortal servo del Signoresan Bernardo, fondatore di tanti monisteri, andò a ricevere in cielo il frutto delle insigni sue virtù e gloriose fatiche. Tanto angustiarono in questi tempi i potenti Bolognesi uniti co' Faentini la città d'Imola, troppo inferiore di forze[Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], che, dopo una rotta data a quel popolo, il costrinsero ad una svantaggiosa pace, e a dipendere da lì innanzi dai loro cenni. Scrive ancora il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 12.]che i Piacentini uniti ai Cremonesi nel dì 26 di giugno vennero alle mani coll'esercito de' Parmigiani a Casalecchio, e restarono sconfitti, e, per la maggior parte presi, furono condotti nelle carceri di Parma. Onde si abbia egli tratte queste notizie nol so io dire. Negli antichi Annali di quella città non ne truovo vestigio. Erano già passati quarantadue anni che la città di Lodi stava sotto il giogo de' Milanesi, trattata non con quella piacevolezza che si cattiva il cuor de' sudditi, ma bensì con quell'asprezza che li fa gemere e sospirar tutto dì mutazion di governo. Accadde che due Lodigiani (siccome abbiamo da Ottone Morena[Otto Morena, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], storico diligente di questi tempi, e nativo di quella città), l'uno appellato Albernando Alamano, e maestro Omobuono, per proprii affari essendo iti alla città di Costanza, vi si trovarono nel tempo stesso che il nuovo re Federigo tenne ivi un parlamento. Osservato che molti sì ricchi che poveri ricorrevano ad esso per giustizia, e la ottenevano, saltò loro in pensiero di fare un passo forte, senza averne commissione e facoltà alcuna dalla loro città. Cioè prese in ispalla oppure in mano due grosse croci di legno (che tale era allora l'uso in Italia di chi aggravato portava le suequerele al trono de' principi), andarono a gittarsi a' piedi di Federigo nel dì 4 di marzo dell'anno presente, chiedendo con assai lagrime misericordia e giustizia contra de' Milanesi, come tiranni della lor patria Lodi, ed esponendo ad uno ad uno tutti gli aspri trattamenti che avea patito e tuttavia pativa questa infelice città.

Fra le rare doti che si univano in Federigo, principe di grande accortezza e mente, di petto forte e di valore impareggiabile, non era l'ultima l'amore della giustizia, ma inflessibile e congiunto, siccome vedremo, con tal severità, che andava al barbarico. Appena ebbe intese tali doglianze, che ordinò tosto al suo cancelliere di scrivere lettera vigorosa ai consoli e al popolo di Milano in favore e sollievo della città di Lodi, e deputò a portarla un uomo di sua corte appellato Sicherio. Tornati i due buoni Lodigiani a Lodi, notificarono ai consoli e al consiglio della Credenza di quella città quanto aveano operato. Siccome altrove ho io dimostrato, il consiglio della Credenza, nelle città libere d'Italia, non era composto della sola plebe, come ha creduto taluno. V'entravano anche i nobili, qualora aveano parte nel governo. Altro in somma non era che il consiglio segreto, a cui chi interveniva, prestava giuramento di non rivelar quello che ivi si trattava. In gran pena furono que' cittadini per tal novità, temendo, e con ragione, il risentimento e furore de' Milanesi; però in vece di ringraziamenti caricarono di villanie que' due semplici cittadini, e serrarono loro in petto queste novelle. Venne Sicherio a Lodi, credendosi di portar via grosso regalo; ma i consoli di Lodi, riprovando l'operato de' due lor cittadini, non altro fecero che scongiurarlo di tornarsene indietro senza presentar la lettera del re ai Milanesi. Ma egli arditamente ito a Milano, sfoderò gli ordini del re, ricevuti con sì mal garbo da que' consoli e dal loro consiglio, che dopo aver gittata in terra e pestata coi piedi la lettera, si avventarono addosso aSicherio, ch'ebbe fatica a salvarsi; però se ne tornò egli assai brutto in Germania, ed espose al re e a' suoi baroni il grave affronto fattogli e il pericolo da lui corso. Sommo fu lo sdegno di Federigo e dei suoi principi, e se la legò al dito, per farne vendetta a suo tempo. Crebbe indicibilmente lo spavento ne' Lodigiani. Di dì in dì si aspettavano l'ultimo esterminio, minacciato loro da' Milanesi; e per isperanza di schivarlo, segretamente inviarono al re Federigo una chiave tutta d'oro per mezzo diGuglielmo marchesedi Monferrato, raccomandandosi caldamente alla di lui protezione. Tornati in sè i Milanesi, per placare la collera del re, anch'essi gli mandarono una coppa d'oro piena di danaro, che non fu punto accettata da Federigo. Nello stesso tempo comparvero alla corte gli ambasciatori di Cremona e di Pavia con ricchi regali, e insieme con ordine d'esporre in segreto colloquio al re la superbia de' Milanesi, siccome quelli che erano dietro ad ingoiar tutti i loro vicini, e di far premure in favore dell'oppressa città di Lodi; e fu ben eseguita la commessione. Niega il padre Pagi la spedizione di questi ambasciatori, e la niega a torto. Ottone Morena ce ne assicura. Nè sussiste, come vuol esso Pagi, che i popoli di Puglia inviassero ambascerie a Federigo. Le doglianze furono fatte, come ho detto, da que' baroni cacciati dal re Ruggieri, che si trovavano in Germania.

O nel fine di quest'anno, o sul principio del seguente, non volendo il re Federigo che restasse un seminario di guerra in Germania, col lasciare indecisa la lite insorta fraArrigo Leoneduca di Sassonia edArrigoduca di Baviera, a cagion della stessa Baviera[Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. II.], finalmente diede la sentenza, con aggiudicar quel ducato insigne al suddetto Arrigo Leone, goduto da' suoi maggiori per tanti anni addietro. Si venne poi nell'anno 1156 ad una transazione, per cui restò in dominio dell'altroArrigo, col titolo di duca, la provincia dell'Austria, oggidì arciducato, che era in addietro parte della Baviera. Oltre a ciò, aveva esso Federigo data già, oppur diede allora alduca Guelfo, zio paterno dello stesso duca Arrigo Leone, e materno d'esso re Federigo[Chron. Weingart apud Lebnitium Scriptor Brunsvich.], l'investitura dellamarca di Toscana, delducato di Spoleti, delprincipato di Sardegna, e de'beni allodiali della fu celebre contessa Matilda. CheVolderico, dianzi marchese di Toscana, cessasse di godere di quella dignità, si raccoglie da una sua magnifica donazione fatta alla chiesa d'Aquileia nell'anno 1170, che io ho dato alla luce nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., tom. 3, pag. 1221.]. Sicchè possedendo la linea degli Estensi di Germania tali Stati in Italia, e in Germania i vasti e nobilissimi ducati della Sassonia e Baviera con Luneburgo e Brunsvich, anche oggidì esistenti sotto il loro dominio; e signoreggiando l'altra linea de' marchesi estensi una fioritissima porzione di Stati, massimamente nella marca trivisana: la potenza del sangue estense arrivò al sommo in questo tempi. Confermò papaAnastasio IVnell'anno presente i privilegii aPacifico abbatedel monistero di Brescello, fondato da Azzo conte o marchese bisavolo della suddetta Matilda, con bolla data[Antiquit. Ital., Dissert. LXX.]Laterani V idus decembris, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii quarti papae anno primo.


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