MCLIV

MCLIVAnno diCristoMCLIV. IndizioneII.AdrianoIV papa 1.FederigoI re di Germania e d'Italia 3.Fu questo l'ultimo anno della vita diRuggieri, primo re di Sicilia, rapito dalla morte, secondo Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.], nel dì 26 di febbraio in età di cinquantottoanni: principe glorioso per tante imprese, di statura alta, corpulento, con faccia leonina, saggio, provvido, accorto, più inclinato a raccogliere che a spendere il danaro, fiero in pubblico, benigno in privato, verso chi era fedele liberale in premiarli, aspro sino ad essere crudele contra chi gli mancava di fede. Era più temuto che amato dai suoi sudditi; e più ancora dei sudditi aveano paura di lui, perchè lo avean provato, i Greci e Saraceni. Altre sue lodi si possono raccogliere da Ugo Falcando nel principio della sua Storia[Hugo Falcandus, in Histor.]. A lui si dee principalmente la fondazione dei due bei regni di Sicilia e di Napoli. Veramente è corso anche a me qualche sospetto che nel precedente anno potesse egli essere mancato di vita. Nel testo di Romoaldo la di lui morte è riferita all'anno 1152, nell'indizione I. Certamente l'anno è fallato, perchè la prima indizione correva solamente nel febbraio del 1153; al che non badò il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]. Ma, per quel che dirò, e l'anno e l'indizione sono ivi scorretti. Oltre a ciò, nella lettera di Corrado Domenicano[Conradi Epist., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]intorno alle cose di Sicilia, e nella Cronica di Roberto del Monte[Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.], Ruggieri si fa morto nell'anno 1153. Quel che è più, Ottone Frisingense, scrittore contemporaneo, ed informato degli affari d'allora, scrive che ilre Federigonel mese di settembre spedì ambasciatori aManuello imperadorde' Greci, non solamente per trattare del suo maritaggio, ma ancora[Otto Frisingens., de Gestis Frider. I, lib. 2, cap. II.]pro Guilielmo Siculo, qui patri suo Rogerio noviter defuncto successerat, utriusque imperii invasore debellando. Tale spedizione, secondo il contesto di quella narrativa, appartiene all'anno 1153. Eppure con più fondamento si dee riferire all'anno presente la morte di Ruggieri, siccome portò opinione CamilloPellegrino[Peregrinius, in Notis ad Anonym. Casin.], uno de' più accurati critici dell'Italia, opinione confermata dipoi dal padre Pagi[Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.], perchè in essa convengono l'Anonimo Casinense e Ridolfo da Diceto; e il Pellegrino, attesta ciò ricavarsi dagli strumenti e diplomi d'allora. Aggiungo io che nella Cronichetta del monistero della Cava, da me data alla luce[Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.], si leggeanno 1154, Indictione II, obiit Rogerius rex, et Guilielmus filius ejus substituitur. Altrettanto ha Bernardo di Guidone nella Vita di Atanasio IV[Bernardus Guidonis, in Vit. Anastasii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Quel poi che può decidere tal controversia, si è uno strumento, rapportato da Rocco Pirro[Pirrus, Sicil. Sacr., in Episcop. Syracus.], e scrittoanno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCLIV, regnante domino nostro Willelmo, Dei gratia sanctissimo et gloriosissimo rege Siciliae, Apuliae et Capuae, principatus anno I, mense vero II post obitum beatissimi Rogerii patris sui, mense aprili, Indictione II. Dopo il qual documento non dovrebbe più restar controversia intorno a questo punto. Al re Ruggieri succedetteGuglielmo Isuo figliuolo, già dichiarato re, ma non erede delle virtù del padre, che diede principio con qualche lode e plauso al suo governo, ma nel progresso di male in peggio andando, si acquistò co' suoi difetti e vizii il soprannome diCattivo. Si fece egli coronare in Palermo nella Pasqua dell'anno presente, e non approvando egli i saggi ministri lasciati a lui da suo padre, parte ne licenziò, e parte ne bandì o cacciò in prigione.Leggesi da una bolla di papaAnastasio IV, da me data alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. LXV.], in favore della badia della Pomposa, che si dice dataLaterani XIV kalendas aprilis, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii papae quarti primo. Quando per avventura non fosse qui adoperato l'anno fiorentino e veneto,si dee scrivereanno MCLIV. Un'altra bolla, speditaVIII kalendas maii, vien riferita da Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 2.]. Continuò questo pontefice la sua vita fino al dì 2 di dicembre dell'anno presente, in cui Dio il chiamò a sè. Succedette a lui nella cattedra pontificiaNiccolò, nato in Inghilterra nel castello di Santo Albano già canonico regolare in san Rufo d'Arles, poivescovo di Albano, che, spedito in Norvegia, confermò nella fede di Gesù Cristo quella barbara nazione, eletto nel dì 3 d'esso dicembre, benchè renitente, da' voti concordi di tutto il sacro collegio[Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]. Assunse egli il nome diAdriano IV, personaggio di esemplarissima vita, di sublime intendimento e fermezza d'animo, tardo alla collera, veloce al perdono, e gran limosiniere. Sotto il pontificato di Eugenio III e d'Anastasio IV era sempre dimorato in Roma l'eretico Arnaldo da Brescia, protetto e sostenuto da alcuni perversi potenti, e massimamente dai senatori contro il divieto de' papi. Non cessava costui di seminare il suo veleno, e benchè scomunicato e, bandito dal novello papa Adriano, non solo si rideva delle censure, ma pubblicamente inveiva contra di lui. Avvenne che il cardinale di santa Podenzana, nell'andare a palazzo, fu insultato da uno di quegli eretici e ferito a morte. Adriano per tali eccessi sottopose all'interdetto tutta Roma, e quivi cessarono i divini uffizii: gastigo non mai per l'addietro provato da quell'augusta città[Romualdus Salernit., in Chron.]. All'avviso dell'assunzione di papa Adriano, non tardò ilredi SiciliaGuglielmoad inviargli ambasciatori per attestargli il suo ossequio, e insieme per trattar di pace. Ma ritrovarono ben lontano da questa il nuovo pontefice, che colla venuta del re Federigo sperava di meglio acconciare gl'interessi della Chiesa romana ne' principati di Puglia e di Capoa. Intanto i Milanesi, informati de' mali uffiziifatti contra di loro dal popolo di Pavia, con incitare lo sdegno del re Federigo ai lor danni[Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.], marciarono coll'esercito per farne vendetta. Galvano Fiamma scrive[Gualvanus Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Italic.], cheexpulsis Laudensibus et Cremonensibus, super Papiam equitaverunt de mense augusti, eosque in admirabilem servitutem redegerunt. Ma questo autore, fecondo di favole nel raccontar le avventure di questi tempi, troppo dice con quelle parole. Non altro gli autori contemporanei scrivono, se non che ne seguì un gran guasto[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.]. Coi Milanesi andarono in oste i Comaschi, Lodigiani e Cremaschi, nè v'era memoria di un sì grande esercito come fu questo. Nel dì 11 d'agosto a Lardiraga sopra il fiume Olona vennero alle mani coi Pavesi; e nella battaglia, che durò dubbiosa fino al tramontar del sole, furono molti gli uccisi, molti i prigioni dall'una parte e dall'altra. Ma nel giorno seguente i Milanesi, che s'erano accampati, furono per un accidente presi da un sì panico terrore, che se ne tornarono alle lor case, lasciando indietro un ricco bottino d'armi, tende ed arnesi.Durante questa guerra calò per la valle di Trento in Italia ilre Federigonel mese di ottobre, coll'accompagnamento conveniente al suo grado, cioè con un fioritissimo esercito. Seco fra gli altri eraArrigo IVguelfo estense, soprannominato il lione, duca di Sassonia e Baviera, il qual, per attestato di Ottone Morena,in Lombardiam cum ipso rege fere non cum minori copia equitum, quam ipse rex, venerat. S'attendò il re presso il lago di Garda, per ivi aspettar tutta la sua gente, e nel dì seguente giunse ad accamparsi nei prati di Roncaglia sul Piacentino. Era il costume, che venendo in Italia il re, ossia l'imperadore, andava a posar colà, e vi si dava la revista di tutti i vassalli,cioè feudatarii, sì di quei di Germania che degl'Italiani, obbligati cadauno a concorrere colà per riconoscere il sovrano. Chi mancava senza licenza del re perdeva i suoi feudi. Li perderono appunto in tal congiuntura i vescovi di Brema e di Alberstad, ma solamente lor vita durante, perchè si toglievano alle persone, e non alle chiese. Non si dee qui tralasciare il ritratto che fece allora dell'ItaliaOttone vescovodi Frisinga[Otto Frisingensis, de Gest. Frideric. I, lib. 2, cap. 13.], zio dello stesso Federigo. Confessa che i popoli nulla più riteneano de' barbarici costumi degli antichi Longobardi, e ne' loro costumi e linguaggio compariva molto della pulizia e leggiadria de' vecchi Romani. Talmente si piccavano della libertà, che non voleano esser governati da un solo, eleggendo piuttosto i consoli, scelti dai tre ordini, cioè dai capitani, valvassori e plebe, affinchè niuno d'essi ordini soperchiasse l'altro. Uso era ancora di mutar ogni anno questi consoli. E per maggiormente popolar le città, costrignevano tutti i nobili e signorotti abitanti nelle loro diocesi, ancorchè feudatarii liberi dal lor dominio, di suggettarsi alle città, e di venire ad abitarvi. Ammettevano ancora alla milizia e ai pubblici ufizi gli artigiani più meccanici e vili: il che strano pareva al suddetto Ottone, perchè in Germania non si praticava così, confessando nulladimeno che in tal maniera le città d'Italia in ricchezze e potenza avanzavano tutte l'altre fuori d'Italia. Ma un sì felice stato veniva accompagnato anche dalla superbia e dal pessimo costume di portar poco rispetto al re, vedendolo mal volentieri venire in Italia, e spesso non ubbidendolo, se i di lui comandamenti non erano assistiti dalla forza di un buon esercito. Ma sopra gli altri si facea distinguere l'alterigia del popolo di Milano, che teneva il primato fra queste città, sì per la sua forza e per la copia di uomini bellicosi, come ancora per aver sottoposte al suo dominio le città di Como e diLodi. Fermossi il re Federigo per cinque o sei giorni in Roncaglia, dove comparvero i consoli di quasi tutte le città a dir le loro ragioni, e tutti a giurargli fedeltà. V'intervenneGuglielmo marchesedi Monferrato, signor nobile e grande, e quasi l'unico che si fosse salvato dall'imperio delle città, il quale portò querele contra de' popoli d'Asti e del Cairo. Altrettanto fece degli Astigiani il loro vescovo. Ma più lamentevoli furono le doglianze dei Comaschi e Lodigiani contra de' Milanesi, benchè presenti fossero i consoli stessi di Milano, cioè Oberto dall'Orto e Gherardo Negro. Colà ancora vennero i legati di Genova a venerare il sovrano, a cui presentarono lioni, struzzoli, pappagalli ed altri preziosi regali di Levante. Racconta Caffaro ne' suoi Annali (era egli uno degli ambasciatori) che Federigo[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.]fece loro molto onore e confidenza degli affari del regno, con promesse di onorar sopra l'altre città quella di Genova. Meditava già questo principe di far guerra aGuglielmo redi Sicilia; e però tante carezze dovette fare ai Genovesi, per valersi della lor flotta in quella occorrenza. Non mancarono, come ho detto, i Milanesi d'inviare due de' loro consoli a Roncaglia[Otto Morena, Hist. Laud. Otto Frising., de Gest. Frider.], per attestare la lor fedeltà a Federigo, con cui ancora s'accordarono di pagargli quattro mila marche d'argento, e di restituire i prigioni ai Pavesi. Ma durò ben poco questo sereno. Volendo Federigo marciare alla volta del Piemonte, prese per condottieri i consoli di Milano, che il menarono per luoghi disabitati, dove non si trovarono tappe, nè mercato per comperarne. I due storici Ottoni credono ciò fatto per frode de' Milanesi, e che di qui avesse principio lo scoppio dell'ira di Federigo contro d'essi. Ma Sire Raul pretende che Federigo cercasse col fuscellino i pretesti di prenderla contro il popolo di Milano, perchè pensò ladi lui politica che se metteva al basso i Milanesi, gli altri popoli tutti avrebbono chinata la testa. Dovette essere un accidente quel cammino per paese desertato dalle guerre precedenti. E che non venisse da cabala de' Milanesi, lo fecero essi conoscere, perchè saputa l'ira di Federigo, andarono tosto a dirupar la casa di Gherardo Negro, l'uno di que' consoli, per cui balordaggine si può credere che succedesse quell'inconveniente.Comunque sia, Federigo incominciò le ostilità contro Milano. Arrivato a Landriano, fece restituire a Pavia i suoi prigioni; ma i milanesi prigioni fece legarli alle code de' cavalli, alcuni de' quali si sottrassero poi colla fuga, ed altri si riscattarono con danaro. Arrivò alla terra di Rosate, dove erano di presidio cinquecento cavalli milanesi; e volendovi entrar per forza i Tedeschi affamati, venne ordine da Milano a quella guarnigione e a tutti gli abitanti di uscirne. Entrativi poscia i Tedeschi, dopo il sacco bruciarono tutta la terra. Passò il Ticino su quel di Novara, e bruciò i ponti che vi aveano fatto fabbricare i Milanesi. Mentre era in Biagrasso, comparvero i deputati di Milano per pagare le quattro mila marche accordate; ma Federigo le rifiutò e strapazzò i messi, con trattare il lor popolo da gente di mala fede ed ingannatrice. Aggiunse di più, che non isperassero da lui accordo alcuno, finchè non avessero rimesse in libertà le città di Como e di Lodi. E per conto di Lodi, aveva egli già inviato un suo cappellano colà per farsi giurare fedeltà. Risposero que' cittadini di non poter farlo senza il beneplacito di Milano, a cui erano sudditi. Spedirono poscia colà a chiederne licenza, e questa non fu negata dai Milanesi. Continuò il suo viaggio Federigo con distruggere da' fondamenti tre terre di giurisdizion di Milano, cioè Galliate, che era dell'arcivescovo, Trecate e Mumma. Sire Raul scrive:Castra et villas de Monti, et Trecate. Trovasi nondimeno presso di luiturris de Mommo. In que' contorni celebrò Federigo la festa del Natale con grande allegria, mentre gl'innocenti abitatori di quelle terre piagneano, detestando la di lui crudeltà. Era col re Federigo calato in Italia anche ilduca Guelfo, e sappiamo dalla Cronica di Weingart[Chron. Weingart., apud Leibnitium, tom. 1 Scriptorum Brunsvic.]che vennero a trovarlolegati de omnibus civitatibus Tusciae, necnon ex omnibus civitatibus Spoleti, munera condigna offerentes, et subjectionem voluntariam promittentes. Prese egli anche possesso di tutte le castella e beni della fu contessa Matilda, nè apparisce che il pontefice ne facesse alcuna querela[Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.]. Vennero in quest'anno i Mori mossamuti al castello di Pozzuolo, e gli diedero il sacco; ma ne pagarono la pena, perchè accorsa la flotta delre Guglielmo, ne prese molti, e sterminò il resto colle spade. Chiuderò le presenti notizie con una spettante alla casa d'Este. Per l'eredità del comune stipite, cioè del marcheseAlberto Azzo II, erano state fin qui liti ed anche guerra[Antichità Estensi, p. I, cap. 39.], di cui fa menzione la Cronica di Weingart, fra gli Estensi di Germania duchi di Baviera e Sassonia, e gli Estensi d'Italia marchesi. Per terminar sì fatte differenze,Arrigo il Leoneduca di Sassonia, venuto in quest'anno col re Federigo in Italia, trovandosi sul Veronese nella villa di Povegliano nel dì 27 di ottobre, concedette a titolo di feudo tutte le sue ragioni sopra Este, Soresino, Arquada e Merendola ai marchesiBonifazio, Folco II, AlbertoedObizzo, dall'ultimo de' quali discende la serenissima casa d'Este, che già ne erano in possesso, facendo lor fine di tutte le offese fatte da essi e dai lor maggiori alla linea de' duchi. Con questa concordia i marchesi tennero da lì innanzi pacificamente quegli Stati. Di Rovigo e d'altri Stati, ch'essi parimente godeano, non si vede parola in questoaccordo. Il medesimo accordo fecero dipoi i marchesi conGuelfo ducadi Spoleti e marchese della Toscana nell'anno 1160.

Fu questo l'ultimo anno della vita diRuggieri, primo re di Sicilia, rapito dalla morte, secondo Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.], nel dì 26 di febbraio in età di cinquantottoanni: principe glorioso per tante imprese, di statura alta, corpulento, con faccia leonina, saggio, provvido, accorto, più inclinato a raccogliere che a spendere il danaro, fiero in pubblico, benigno in privato, verso chi era fedele liberale in premiarli, aspro sino ad essere crudele contra chi gli mancava di fede. Era più temuto che amato dai suoi sudditi; e più ancora dei sudditi aveano paura di lui, perchè lo avean provato, i Greci e Saraceni. Altre sue lodi si possono raccogliere da Ugo Falcando nel principio della sua Storia[Hugo Falcandus, in Histor.]. A lui si dee principalmente la fondazione dei due bei regni di Sicilia e di Napoli. Veramente è corso anche a me qualche sospetto che nel precedente anno potesse egli essere mancato di vita. Nel testo di Romoaldo la di lui morte è riferita all'anno 1152, nell'indizione I. Certamente l'anno è fallato, perchè la prima indizione correva solamente nel febbraio del 1153; al che non badò il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]. Ma, per quel che dirò, e l'anno e l'indizione sono ivi scorretti. Oltre a ciò, nella lettera di Corrado Domenicano[Conradi Epist., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]intorno alle cose di Sicilia, e nella Cronica di Roberto del Monte[Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.], Ruggieri si fa morto nell'anno 1153. Quel che è più, Ottone Frisingense, scrittore contemporaneo, ed informato degli affari d'allora, scrive che ilre Federigonel mese di settembre spedì ambasciatori aManuello imperadorde' Greci, non solamente per trattare del suo maritaggio, ma ancora[Otto Frisingens., de Gestis Frider. I, lib. 2, cap. II.]pro Guilielmo Siculo, qui patri suo Rogerio noviter defuncto successerat, utriusque imperii invasore debellando. Tale spedizione, secondo il contesto di quella narrativa, appartiene all'anno 1153. Eppure con più fondamento si dee riferire all'anno presente la morte di Ruggieri, siccome portò opinione CamilloPellegrino[Peregrinius, in Notis ad Anonym. Casin.], uno de' più accurati critici dell'Italia, opinione confermata dipoi dal padre Pagi[Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.], perchè in essa convengono l'Anonimo Casinense e Ridolfo da Diceto; e il Pellegrino, attesta ciò ricavarsi dagli strumenti e diplomi d'allora. Aggiungo io che nella Cronichetta del monistero della Cava, da me data alla luce[Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.], si leggeanno 1154, Indictione II, obiit Rogerius rex, et Guilielmus filius ejus substituitur. Altrettanto ha Bernardo di Guidone nella Vita di Atanasio IV[Bernardus Guidonis, in Vit. Anastasii IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Quel poi che può decidere tal controversia, si è uno strumento, rapportato da Rocco Pirro[Pirrus, Sicil. Sacr., in Episcop. Syracus.], e scrittoanno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi MCLIV, regnante domino nostro Willelmo, Dei gratia sanctissimo et gloriosissimo rege Siciliae, Apuliae et Capuae, principatus anno I, mense vero II post obitum beatissimi Rogerii patris sui, mense aprili, Indictione II. Dopo il qual documento non dovrebbe più restar controversia intorno a questo punto. Al re Ruggieri succedetteGuglielmo Isuo figliuolo, già dichiarato re, ma non erede delle virtù del padre, che diede principio con qualche lode e plauso al suo governo, ma nel progresso di male in peggio andando, si acquistò co' suoi difetti e vizii il soprannome diCattivo. Si fece egli coronare in Palermo nella Pasqua dell'anno presente, e non approvando egli i saggi ministri lasciati a lui da suo padre, parte ne licenziò, e parte ne bandì o cacciò in prigione.

Leggesi da una bolla di papaAnastasio IV, da me data alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. LXV.], in favore della badia della Pomposa, che si dice dataLaterani XIV kalendas aprilis, Indictione II, Incarnationis dominicae anno MCLIII, pontificatus vero domni Anastasii papae quarti primo. Quando per avventura non fosse qui adoperato l'anno fiorentino e veneto,si dee scrivereanno MCLIV. Un'altra bolla, speditaVIII kalendas maii, vien riferita da Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 2.]. Continuò questo pontefice la sua vita fino al dì 2 di dicembre dell'anno presente, in cui Dio il chiamò a sè. Succedette a lui nella cattedra pontificiaNiccolò, nato in Inghilterra nel castello di Santo Albano già canonico regolare in san Rufo d'Arles, poivescovo di Albano, che, spedito in Norvegia, confermò nella fede di Gesù Cristo quella barbara nazione, eletto nel dì 3 d'esso dicembre, benchè renitente, da' voti concordi di tutto il sacro collegio[Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]. Assunse egli il nome diAdriano IV, personaggio di esemplarissima vita, di sublime intendimento e fermezza d'animo, tardo alla collera, veloce al perdono, e gran limosiniere. Sotto il pontificato di Eugenio III e d'Anastasio IV era sempre dimorato in Roma l'eretico Arnaldo da Brescia, protetto e sostenuto da alcuni perversi potenti, e massimamente dai senatori contro il divieto de' papi. Non cessava costui di seminare il suo veleno, e benchè scomunicato e, bandito dal novello papa Adriano, non solo si rideva delle censure, ma pubblicamente inveiva contra di lui. Avvenne che il cardinale di santa Podenzana, nell'andare a palazzo, fu insultato da uno di quegli eretici e ferito a morte. Adriano per tali eccessi sottopose all'interdetto tutta Roma, e quivi cessarono i divini uffizii: gastigo non mai per l'addietro provato da quell'augusta città[Romualdus Salernit., in Chron.]. All'avviso dell'assunzione di papa Adriano, non tardò ilredi SiciliaGuglielmoad inviargli ambasciatori per attestargli il suo ossequio, e insieme per trattar di pace. Ma ritrovarono ben lontano da questa il nuovo pontefice, che colla venuta del re Federigo sperava di meglio acconciare gl'interessi della Chiesa romana ne' principati di Puglia e di Capoa. Intanto i Milanesi, informati de' mali uffiziifatti contra di loro dal popolo di Pavia, con incitare lo sdegno del re Federigo ai lor danni[Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.], marciarono coll'esercito per farne vendetta. Galvano Fiamma scrive[Gualvanus Flamma, Manip. Flor., tom. 11 Rer. Italic.], cheexpulsis Laudensibus et Cremonensibus, super Papiam equitaverunt de mense augusti, eosque in admirabilem servitutem redegerunt. Ma questo autore, fecondo di favole nel raccontar le avventure di questi tempi, troppo dice con quelle parole. Non altro gli autori contemporanei scrivono, se non che ne seguì un gran guasto[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.]. Coi Milanesi andarono in oste i Comaschi, Lodigiani e Cremaschi, nè v'era memoria di un sì grande esercito come fu questo. Nel dì 11 d'agosto a Lardiraga sopra il fiume Olona vennero alle mani coi Pavesi; e nella battaglia, che durò dubbiosa fino al tramontar del sole, furono molti gli uccisi, molti i prigioni dall'una parte e dall'altra. Ma nel giorno seguente i Milanesi, che s'erano accampati, furono per un accidente presi da un sì panico terrore, che se ne tornarono alle lor case, lasciando indietro un ricco bottino d'armi, tende ed arnesi.

Durante questa guerra calò per la valle di Trento in Italia ilre Federigonel mese di ottobre, coll'accompagnamento conveniente al suo grado, cioè con un fioritissimo esercito. Seco fra gli altri eraArrigo IVguelfo estense, soprannominato il lione, duca di Sassonia e Baviera, il qual, per attestato di Ottone Morena,in Lombardiam cum ipso rege fere non cum minori copia equitum, quam ipse rex, venerat. S'attendò il re presso il lago di Garda, per ivi aspettar tutta la sua gente, e nel dì seguente giunse ad accamparsi nei prati di Roncaglia sul Piacentino. Era il costume, che venendo in Italia il re, ossia l'imperadore, andava a posar colà, e vi si dava la revista di tutti i vassalli,cioè feudatarii, sì di quei di Germania che degl'Italiani, obbligati cadauno a concorrere colà per riconoscere il sovrano. Chi mancava senza licenza del re perdeva i suoi feudi. Li perderono appunto in tal congiuntura i vescovi di Brema e di Alberstad, ma solamente lor vita durante, perchè si toglievano alle persone, e non alle chiese. Non si dee qui tralasciare il ritratto che fece allora dell'ItaliaOttone vescovodi Frisinga[Otto Frisingensis, de Gest. Frideric. I, lib. 2, cap. 13.], zio dello stesso Federigo. Confessa che i popoli nulla più riteneano de' barbarici costumi degli antichi Longobardi, e ne' loro costumi e linguaggio compariva molto della pulizia e leggiadria de' vecchi Romani. Talmente si piccavano della libertà, che non voleano esser governati da un solo, eleggendo piuttosto i consoli, scelti dai tre ordini, cioè dai capitani, valvassori e plebe, affinchè niuno d'essi ordini soperchiasse l'altro. Uso era ancora di mutar ogni anno questi consoli. E per maggiormente popolar le città, costrignevano tutti i nobili e signorotti abitanti nelle loro diocesi, ancorchè feudatarii liberi dal lor dominio, di suggettarsi alle città, e di venire ad abitarvi. Ammettevano ancora alla milizia e ai pubblici ufizi gli artigiani più meccanici e vili: il che strano pareva al suddetto Ottone, perchè in Germania non si praticava così, confessando nulladimeno che in tal maniera le città d'Italia in ricchezze e potenza avanzavano tutte l'altre fuori d'Italia. Ma un sì felice stato veniva accompagnato anche dalla superbia e dal pessimo costume di portar poco rispetto al re, vedendolo mal volentieri venire in Italia, e spesso non ubbidendolo, se i di lui comandamenti non erano assistiti dalla forza di un buon esercito. Ma sopra gli altri si facea distinguere l'alterigia del popolo di Milano, che teneva il primato fra queste città, sì per la sua forza e per la copia di uomini bellicosi, come ancora per aver sottoposte al suo dominio le città di Como e diLodi. Fermossi il re Federigo per cinque o sei giorni in Roncaglia, dove comparvero i consoli di quasi tutte le città a dir le loro ragioni, e tutti a giurargli fedeltà. V'intervenneGuglielmo marchesedi Monferrato, signor nobile e grande, e quasi l'unico che si fosse salvato dall'imperio delle città, il quale portò querele contra de' popoli d'Asti e del Cairo. Altrettanto fece degli Astigiani il loro vescovo. Ma più lamentevoli furono le doglianze dei Comaschi e Lodigiani contra de' Milanesi, benchè presenti fossero i consoli stessi di Milano, cioè Oberto dall'Orto e Gherardo Negro. Colà ancora vennero i legati di Genova a venerare il sovrano, a cui presentarono lioni, struzzoli, pappagalli ed altri preziosi regali di Levante. Racconta Caffaro ne' suoi Annali (era egli uno degli ambasciatori) che Federigo[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.]fece loro molto onore e confidenza degli affari del regno, con promesse di onorar sopra l'altre città quella di Genova. Meditava già questo principe di far guerra aGuglielmo redi Sicilia; e però tante carezze dovette fare ai Genovesi, per valersi della lor flotta in quella occorrenza. Non mancarono, come ho detto, i Milanesi d'inviare due de' loro consoli a Roncaglia[Otto Morena, Hist. Laud. Otto Frising., de Gest. Frider.], per attestare la lor fedeltà a Federigo, con cui ancora s'accordarono di pagargli quattro mila marche d'argento, e di restituire i prigioni ai Pavesi. Ma durò ben poco questo sereno. Volendo Federigo marciare alla volta del Piemonte, prese per condottieri i consoli di Milano, che il menarono per luoghi disabitati, dove non si trovarono tappe, nè mercato per comperarne. I due storici Ottoni credono ciò fatto per frode de' Milanesi, e che di qui avesse principio lo scoppio dell'ira di Federigo contro d'essi. Ma Sire Raul pretende che Federigo cercasse col fuscellino i pretesti di prenderla contro il popolo di Milano, perchè pensò ladi lui politica che se metteva al basso i Milanesi, gli altri popoli tutti avrebbono chinata la testa. Dovette essere un accidente quel cammino per paese desertato dalle guerre precedenti. E che non venisse da cabala de' Milanesi, lo fecero essi conoscere, perchè saputa l'ira di Federigo, andarono tosto a dirupar la casa di Gherardo Negro, l'uno di que' consoli, per cui balordaggine si può credere che succedesse quell'inconveniente.

Comunque sia, Federigo incominciò le ostilità contro Milano. Arrivato a Landriano, fece restituire a Pavia i suoi prigioni; ma i milanesi prigioni fece legarli alle code de' cavalli, alcuni de' quali si sottrassero poi colla fuga, ed altri si riscattarono con danaro. Arrivò alla terra di Rosate, dove erano di presidio cinquecento cavalli milanesi; e volendovi entrar per forza i Tedeschi affamati, venne ordine da Milano a quella guarnigione e a tutti gli abitanti di uscirne. Entrativi poscia i Tedeschi, dopo il sacco bruciarono tutta la terra. Passò il Ticino su quel di Novara, e bruciò i ponti che vi aveano fatto fabbricare i Milanesi. Mentre era in Biagrasso, comparvero i deputati di Milano per pagare le quattro mila marche accordate; ma Federigo le rifiutò e strapazzò i messi, con trattare il lor popolo da gente di mala fede ed ingannatrice. Aggiunse di più, che non isperassero da lui accordo alcuno, finchè non avessero rimesse in libertà le città di Como e di Lodi. E per conto di Lodi, aveva egli già inviato un suo cappellano colà per farsi giurare fedeltà. Risposero que' cittadini di non poter farlo senza il beneplacito di Milano, a cui erano sudditi. Spedirono poscia colà a chiederne licenza, e questa non fu negata dai Milanesi. Continuò il suo viaggio Federigo con distruggere da' fondamenti tre terre di giurisdizion di Milano, cioè Galliate, che era dell'arcivescovo, Trecate e Mumma. Sire Raul scrive:Castra et villas de Monti, et Trecate. Trovasi nondimeno presso di luiturris de Mommo. In que' contorni celebrò Federigo la festa del Natale con grande allegria, mentre gl'innocenti abitatori di quelle terre piagneano, detestando la di lui crudeltà. Era col re Federigo calato in Italia anche ilduca Guelfo, e sappiamo dalla Cronica di Weingart[Chron. Weingart., apud Leibnitium, tom. 1 Scriptorum Brunsvic.]che vennero a trovarlolegati de omnibus civitatibus Tusciae, necnon ex omnibus civitatibus Spoleti, munera condigna offerentes, et subjectionem voluntariam promittentes. Prese egli anche possesso di tutte le castella e beni della fu contessa Matilda, nè apparisce che il pontefice ne facesse alcuna querela[Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.]. Vennero in quest'anno i Mori mossamuti al castello di Pozzuolo, e gli diedero il sacco; ma ne pagarono la pena, perchè accorsa la flotta delre Guglielmo, ne prese molti, e sterminò il resto colle spade. Chiuderò le presenti notizie con una spettante alla casa d'Este. Per l'eredità del comune stipite, cioè del marcheseAlberto Azzo II, erano state fin qui liti ed anche guerra[Antichità Estensi, p. I, cap. 39.], di cui fa menzione la Cronica di Weingart, fra gli Estensi di Germania duchi di Baviera e Sassonia, e gli Estensi d'Italia marchesi. Per terminar sì fatte differenze,Arrigo il Leoneduca di Sassonia, venuto in quest'anno col re Federigo in Italia, trovandosi sul Veronese nella villa di Povegliano nel dì 27 di ottobre, concedette a titolo di feudo tutte le sue ragioni sopra Este, Soresino, Arquada e Merendola ai marchesiBonifazio, Folco II, AlbertoedObizzo, dall'ultimo de' quali discende la serenissima casa d'Este, che già ne erano in possesso, facendo lor fine di tutte le offese fatte da essi e dai lor maggiori alla linea de' duchi. Con questa concordia i marchesi tennero da lì innanzi pacificamente quegli Stati. Di Rovigo e d'altri Stati, ch'essi parimente godeano, non si vede parola in questoaccordo. Il medesimo accordo fecero dipoi i marchesi conGuelfo ducadi Spoleti e marchese della Toscana nell'anno 1160.


Back to IndexNext