MCLV

MCLVAnno diCristoMCLV. IndizioneIII.AdrianoIV papa 2.FederigoI re 4, imperad. 1.Verso la quaresima venneGuglielmo redi Sicilia a Salerno: il che pervenuto a notizia dipapa Adriano, gli spedìArrigo cardinalede' santi Nereo ed Achilleo per affari che noi non sappiamo[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.]. Perchè nella lettera a lui scritta non gli diede il papa il titolo di re, ma quello solamente di signor della Sicilia, se l'ebbe tanto a male, che rimandò il legato senza voler trattare con lui: cosa che turbò forte la corte romana. Nè contento di ciò, prima di tornarsene in Sicilia, diede ordine ad Asclintino o Anscotino suo cancelliere, dichiarato governator della Puglia, di muovere guerra allo Stato ecclesiastico. Portossi costui all'assedio di Benevento, e ne devastò i contorni. Trovaronsi ben animati alla difesa que' cittadini, anzi avendo presa diffidenza diPietroloroarcivescovo, l'uccisero. Fu questo assedio un suono di tromba che eccitò alla ribellione molti de' baroni di Puglia, o perchè gente facile alla rivolta, o perchè sotto mano commossi dalla corte di Roma. Alcuni d'essi accorsero alla difesa di Benevento, altri abbandonarono l'armata del re: il che fece sciogliere quell'assedio. Entrò poscia[Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.]il cancelliere nella Campania romana; diede alle fiamme Ceperano, Babuco, Todi e i luoghi vicini; e, nel tornare indietro, fece smantellar le mura d'Aquino, di Pontecorvo e d'altre terre, e cacciò via tutti i monaci, a riserva di dodici. Per queste ostilità papa Adriano fulminò la scomunica contra del re Guglielmo[Card. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.]:il che maggiormente servì ad accrescere la ribellion de' baroni di Puglia. Per le istanze del clero i Romani fecero istanza che si levasse l'interdetto da Roma, promettendo di cacciarne Arnaldo da Brescia. Tornò dunque il papa in Roma, e andò ad abitare al palazzo lateranense. Sul principio di quest'anno marciò ilre Federigocoll'esercito suo a Vercelli e a Torino[Otto Frisingens., de Gest. Frider. I.], senza che resti memoria di quanto egli ivi operasse. Passato il Po verso quelle parti, venne alla volta della grossa terra del Cairo e della città d'Asti. Sempre era secoGuglielmo marchesedel Monferrato, con inculcar le sue doglianze contra que' popoli per torti a lui fatti. E perciocchè questi non aveano ubbidito ai precetti lor fatti dal re, furono posti al bando come ribelli. Arrivato Federigo al Cairo, trovollo voto di abitatori, ma pieno di vettovaglie. Dopo varii giorni di posata in quel luogo, fece atterrarne le torri, che non erano poche, e tutta la terra diede in preda al fuoco. Eransi anche ritirati gli Astigiani coi lor nobili ad un forte loro castello, credutoNovidall'Osio, eAnonedal signor Sassi[Saxius, in Notis ad Ottonem Morenam.]. Diede Federigo quella città al marchese di Monferrato, che ne fece smantellar molte torri e una parte delle mura. Aggiungono gli Annali di Asti[Annal. Astens., tom. 11 Rer. Ital.]che quasi tutta quella città fu consegnata alle fiamme. Non cessavano intanto i Pavesi d'incitar Federigo contro la città di Tortona[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.], allegando varii aggravi ricevuti da que' cittadini. Era nondimeno il reato principale de' Tortonesi l'aver eglino lega coi Milanesi, dai quali ancora animati alla difesa ed anche sovvenuti, benchè Federigo li citasse a comparire, non vennero. Egli dunque intraprese l'assedio di quella città nei primi giorni di quaresima, nel dì 13 di febbraio dell'anno presente. Seco eraArrigoestense-guelfo duca di Baviera e Sassonia, che aveva condotto in sua parte un grosso nerbo di cavalleria; e a quella impresa concorsero ancora colla lor gente i Pavesi e Guglielmo marchese di Monferrato. Elegantemente si vede descritto da Ottone vescovo di Frisinga questo lungo assedio sostenuto con vigore da quel popolo, a cui si era unito anche in tale congiunturaObizzo Malaspinamarchese, potente signore in quelle parti e in Lunigiana. I mangani e le petriere, gli archi, le balestre e le mine furono in un continuo esercizio; ma con tutto lo sforzo dei nemici non sarebbe caduta quella forte città, se la penuria dell'acqua e del pane non l'avesse finalmente astretta a capitolare. Federigo, ansioso di non perdere più tempo, perchè gli premeva forte il viaggio di Roma affine di ricevere la corona imperiale, accordò a tutti gli abitanti l'uscita libera con quanto poteano portar seco. Entrò egli dipoi coll'esercito nell'abbandonata città circa il dì 4 d'aprile (Sire Raul[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.]scrive nel dì 18 di quel mese), la quale, dopo un sacco generale, tutta fu data in preda alle fiamme. Se vogliam credere ad esso Sire Raul, avea promesso Federigo di lasciarla intatta nel suo stato; ma non fu mantenuta la parola, perchè prima i Pavesi aveano sborsata gran somma di danaro con patto della distruzion della medesima, se cadeva nelle mani del re.Bruno abbatedi Chiaravalle di Bagnolo, che avea trattata la resa con quella promessa, veggendosi burlato, fama fu che pel dolore da lì a tre giorni mancasse di vita. Lasciarono i Pavesi un corpo di lor gente, che altro per otto giorni non fece che rovinar dai fondamenti le case non affatto atterrate dal fuoco.Nel dì 17 di aprile, giorno di domenica, Federigo invitato da' Pavesi alla lor città, quivi, per attestato di OttoneFrisingense[Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.],in ecclesia sancti Michælis, ubi antiquum regum longobardorum palatium fuit, cum multo civium tripudio coronatur. Galvano Flamma, Buonincontro Morigia, ed altri scrittori milanesi lasciarono scritto che Federigo fu coronato in santo Ambrosio di Milano, oppure in Monza, chi dice nell'anno 1154, e chi nel presente 1155. Senza esaminar meglio questa loro opinione, anche io la riferii nel mio trattatode corona ferrea[Anecdot. Latin., tom. 2.]stampato nell'anno 1698. Ora conosco essere una frottola di questi storici. La nimicizia insorta fra lui e i Milanesi non gli permise di visitar Milano o Monza, e molto meno di ricevere la corona del ferro dalle mani diUberto arcivescovo. Anzi, siccome osservò il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 12.], e dopo lui il signor Sassi[Saxius, in Notis ad Sigonium.], neppur si dee credere che seguisse la coronazione ed unzione di lui in Pavia. Ilcoronaturdel Frisingense unicamente vuol dire ch'egli nella basilica di san Michele si fece vedere colla corona in capo e lo scettro in mano. Venne Federigo a Piacenza, città, che dopo avere nel dì 26 d'aprile ricevuto il soccorso della cavalleria e fanteria di due porte di Milano, s'era ben preparata alla difesa. Questo apparato e la fretta di Federigo esentarono da ulteriori molestie quella città. Celebrò Federigo vicino a Bologna la festa della Pentecoste, e il Ghirardacci[Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.]rapporta un suo diploma datoIII idus maii juxta Rhenum, in cui ordina ai Bolognesi di rifare il castello di Medicina, da essi distrutto. Di là passò in Toscana, dove comandò ai Pisani d'armare la lor flotta contra di Guglielmo re di Sicilia, e diede l'arcivescovato di Ravenna adAnselmo vescovodi Avelberg, stato suo ambasciatore a Costantinopoli, con investirlo, secondo il solito, dell'esarcato di Ravenna. Camminava a gran giornate egli e l'esercito suo verso Roma,e questa sua fretta diede non poca apprensione apapa Adriano[Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.], che per anche non sapeva con qual animo venisse questo principe, e principe a cui costava poco l'eccidio della città. Per consiglio di Pietro prefetto di Roma e di Ottone Frangipane, gli mandò incontro, per concertar prima le cose, tre cardinali, che trovarono Federigo in San Quirico. Fra le altre domande che questi gli fecero, vi fu quella di avere in mano Arnaldo da Brescia, che i visconti o conti di Campania aveano tolto alle genti del papa, e il teneano in un lor castello, onorandolo qual profeta. Non tardò Federigo a spedir gente, che prese uno di quei visconti, il quale, per liberarsi, consegnò quell'eretico ai cardinali. Messo costui nelle forze del prefetto di Roma[Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.], fu impiccato e bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il corpo di questo infame. Andarono innanzi e indietro ambasciatori, prima che seguisse l'accordo fra il papa e l'imperadore; ma finalmente Federigo promise e giurò di conservar tutti gli onori e stati al pontefice e ai cardinali; e il pontefice, di coronarlo. Giunto Federigo nel territorio di Sutri, si attendò coll'esercito nel Campo grasso. Colà venne da Nepi papa Adriano, incontrato prima da molti principi tedeschi; e quando fu per ismontare al padiglione reale, aspettò indarno che Federigo gli venisse a tenere la staffa. Fu cagione questo accidente che i cardinali spaventati se ne fuggissero a Città Castellana, lasciando con pochi familiari il pontefice, che smontato si mise sul faldistorio preparato. Allora comparve Federigo, e baciatigli i piedi, s'accostava per ricevere il bacio di pace; ma il papa intrepidamente gli rispose, che non avendo esso re usata quella riverenza che i di lui predecessori aveano praticata coi romani pontefici, non volea baciarlo. Era papa Adriano di animo grande e forte insostenere i suoi diritti. Non la cedeva a lui Federigo, e pretendea di non essere tenuto a questo. Durò il dibattimento di questo punto per tutto il dì seguente. Ma fatto conoscere a Federigo che tale era il cerimoniale e costume con varii esempli, egli si arrendè; e passato a Nepi, dove era la tenda del papa, che gli veniva incontro, sceso da cavallo, andò a tenere la staffa ad esso pontefice, che poi lo ammise al bacio di pace; e di là insieme s'inviarono alla volta di Roma. Di questo litigio ho io rapportato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. IV. pag. 117.]un documento. Aveano anche i Romani prima spediti a Federigo i loro ambasciatori[Otto Frisingensis, lib. 2, cap. 22.]per rallegrarsi del suo arrivo, offerirgli la lor suggezione, chiedere la confermazion del senato e di molti pretesi privilegii, e inoltre cinque mila lire per la coronazione; e soprattutto che tornasse il governo temporale di Roma, come era ne' secoli vecchi, con esclusione de' papi. All'alterigia e baldanza con cui parlarono i Romani, non potè stare a segno la sofferenza di Federigo. Rispose loro di maravigliarsi che fossero venuti con pensiero di dar legge a chi siccome principe e sovrano di Roma doveva egli imporle ad essi. Esaltò la potenza e il diritto degl'imperadori franchi e tedeschi, e rigettò le lor proposizioni. Participato poi l'affare al papa, fu consigliato a non fidarsi di quel popolo, e di spedire il più presto possibile ad impossessarsi di San Pietro e della città leonina: parere che tosto fu e con felicità eseguito.Nella mattina del dì seguente, giorno 18 di giugno, solennemente marciò Federigo a San Pietro, accolto dal papa ai gradini della basilica, e dopo aver prestato i soliti giuramenti, cantata che fu la messa, ricevette dalle mani del pontefice la corona imperiale cogli altri ornamenti, e con alte acclamazioni di tutta l'armata. Ma i Romani, che videro fatta la festa senza di loro, come impazziti per la rabbia, dopo aver tenuto consiglio in Campidoglio,diedero all'armi, e circa il mezzogiorno furiosamente uscirono di città, e cominciarono verso San Pietro a far man bassa contra qualunque Tedesco che incontravano. Corsero anche i Tedeschi all'armi, e si diede principio ad una terribil mischia, cedendo ora gli uni ora gli altri; e questa durò fin verso la notte, ma colla peggio de' Romani, de' quali circa mille rimasero sul campo, innumerabili feriti, dugento prigioni: il resto si salvò nella città. Afflittissimo per questa tragedia il papa, tanto si adoperò colle preghiere, che fece rilasciar i prigioni al prefetto di Roma. Nel dì seguente egli e l'imperadore, giacchè mancava loro la sussistenza de' viveri, ritiratisi a Tivoli, quivi diedero riposo all'esercito; e dipoi, venuta la festa di san Pietro, la celebrarono solennemente a Ponte Lucano.Missam Adriano papa celebrante, imperator coronatur, dice il Frisingense[Otto Frisingens., lib. 2, cap. 24.]: cioè vi assistè Federigo colla corona in capo, il qual passo dichiara l'altro sopraddetto di coronatur in Pavia. L'autore della Vita di Adriano IV[Cardinal. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.]scrive che in tal occasione:Pontifex et Augustus ad missarum solemnia in die illa pariter coronati processerunt. Crescendo poscia i caldi e le malattie de' soldati, Federigo, lasciato il papa, come si può credere, assai deluso, dopo avergli lasciato il dominio di Tivoli, salvoin omnibus jure imperiali, si rimise in viaggio alla volta della Lombardia. Giunto a Spoleti, nè potendo ottener vettovaglia nè contribuzione da quel popolo che avea anche ritenuto prigione il conte Guido Guerra, il più ricco fra i baroni della Toscana, già inviato da esso Augusto al re di Sicilia, senza volerlo rendere mosse l'oste contra di loro. Uscirono baldanzosi gli Spoletini ed attaccarono la zuffa; ma furono così ben respinti ed incalzati, che con esso loro alle spalle entrarono nella città anche i Tedeschi vittoriosi. Andò la sconsigliata città a sacco, e poi ne fu fatto un miserabil falò: gastigo barbaricoe sempre detestabile di questi tempi. Nella Vita di sant'Ubaldo[Vit. S. Ubaldi, in Actis Sanct., ad diem 16 maii.]vescovo di Gubbio è scritto che Federigo passò per quella città, e benchè istigato dai castellani circonvicini a distruggerla, pure per intercession del santo prelato, nessun male le fece. Potrebbe dubitarsi del suo arrivo colà, sapendosi ch'egli nel viaggio arrivò ad Ancona, città allora dipendente dall'imperador de' Greci, dove dai di lui ambasciatori fu visitato e riccamente regalato. Passò poscia il Po a San Benedetto di Polirone, e pervenne nel distretto di Verona. In quella città pubblicò la sentenza contra de' Milanesi, per aver essi distrutte le città di Como e di Lodi[Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 591.], privandoli del diritto della zecca, con trasferirlo alla città di Cremona sua fedele, siccome ancora di tutte l'altre regalie godute in addietro da esso popolo di Milano. Ebbe poscia nel passaggio dell'Adige a dolersi de' Veronesi pel ponte malamente fatto su quel fiume; e alla Chiusa trovò una man di assassini che gli vietavano il passo, richiedendo regali e pagamento per chiunque volesse passare. Fece Federigo salire una brigata de' suoi sull'erto monte, e faticar tanto con rotolar pietre, che avendo snidati da quelle caverne quei malandrini, gli ebbe nelle mani, e di loro fece far la giustizia che meritavano. Così sano e salvo se ne tornò in Germania l'Augusto Federigo, con aver ottenuta la corona, e nulla operato in favore di chi l'avea coronato.Finita questa scena, un'altra ne ebbe principio in Puglia. Avrebbe desiderato esso imperadore, allorchè fu in Roma, di portar la guerra in quelle parti; ma l'esercito suo, in cui si vedeano cader malati tanti di loro, troppa ripugnanza ne avea dimostrato. Pertanto i baroni fuorusciti altro far non poterono se non impetrar delle patenti da esso imperadore, come inviati da lui a que' popoli. Ricorsero ancora a papa Adriano, che promiseloro ogni aiuto, anzi fu egli il principal promotore di quelle ribellioni, come accennano Romoaldo Salernitano[Romualdus Salern., in Chron.], Guglielmo Tirio[Guillelmus Tyrius, lib. 18, cap. 2. Cardin. de Aragon., in Vit. Adrian. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Anonym. Casinens., in Chron.]ed altri. Fra i principali che armati congiurarono contra del reGuglielmo, vi fuRobertogià principe di Capoa,Andreaconte di Rupecanina, eRiccardodall'Aquila. AncheRobertodi Bissavilla conte di Loritello, benchè cugino germano del re Guglielmo, entrò in quella congiura, anzi ne fu il capo, dacchè il perfido ammiraglio Maione, favorito del re, l'avea messo in disgrazia di lui[Hugo Falcandus, in Chron.]. Mossero pertanto questi baroni una fiera sollevazione in Puglia contra del re Guglielmo. Al principe Roberto riuscì di ricuperare Capoa col suo principato; all'altro Roberto di prendere Suessa, Tiano e la città di Bari, il cui castello fece egli spianare. Il conte Andrea s'impadronì del contado d'Alife. Aveano essi baroni sul principio tenuto trattato conManuello imperadoredi Costantinopoli, per tirarlo in questa guerra: occasione da lui sospirata molti anni addietro[Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]. Vi entrò egli dunque a braccia aperte, e spedì in Puglia Michele Paleologo, quel medesimo che in Ancona fece l'ambasciata all'imperadore Federigo, con gran somma di danaro al conte Roberto e agli altri baroni, acciocchè assoldassero gente e facessero guerra al re Guglielmo. Mandò inoltre una flotta comandata da un Sebasto, la quale s'impossessò di Brindisi, a riserva del castello. Tutte le altre città marittime s'accordarono coi Greci e col suddetto Roberto conte di Loritello. In somma si sostennero in sì fiera tempesta alla divozione del re Guglielmo solamente Napoli, Amalfi, Surrento, Troia, Melfi, e poche altre città e castella forti. Per accalorar maggiormente questa impresamosse da Romapapa Adriano[Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.], accompagnato da molte schiere d'armati, e circa la festa di san Michele di settembre arrivò a san Germano, dove Roberto, di nuovo principe di Capoa, e gli altri baroni gli giurarono fedeltà ed omaggio. Di là passò a Benevento, e per tutte quelle parti fu riconosciuta la di lui sovranità. Intanto dugento cavalli milanesi con dugento fanti, appena partito da Piacenza Federigo[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], entrarono nella distrutta città di Tortona, e vi si afforzarono il meglio che poterono. V'accorsero i Pavesi colla loro armata[Otto Morena, Hist. Landens., tom. 6 Rer. Italic.]; ma o perchè non si attentarono, o perchè il marchese di Monferrato per suoi segreti fini li dissuase, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco. Ciò udito dai Milanesi, che dianzi aveano richiamato da Tortona quel corpo di gente senza essere stati ubbiditi, sentendosi animati a soccorrere una città che per loro amore s'era sacrificata, nacque in loro gran voglia di rifabbricarla, e a questo fine spedirono colà le genti di Porta Ticinese e Vercellina, che si diedero a rimettere in piedi le mura. Successivamente vi mandarono i soldati di due altre porte. Ma eccoti nel dì 25 di maggio l'esercito pavese venire a trovarli. Uscirono in campagna i Milanesi, e si affrontarono co' nemici; ma infine toccò loro la mala fortuna, e il dare alle gambe, con lasciare in preda de' Pavesi tutto il loro equipaggio, oltre a molti uccisi o presi. In questo fatto d'armi coi Milanesi si trovò lo stesso Ottone Morena istorico. Nel dì seguente diedero i Pavesi un fiero assalto alla città, e v'entrarono anche due bandiere d'essi, ma furono respinti con bravura. Essendo poi tornati a Pavia i nemici, attesero i Milanesi a rifar le mura e le fosse di Tortona, tutte alle loro spese. E questo passava in Italia. Dacchè fu in Germania l'Augusto Federigo[Otto Frisingens., de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 29.],alla metà d'ottobre tenne una gran dieta in Ratisbona, dove diede il possesso della Baviera adArrigo Leoneestense-guelfo duca di Sassonia, e ammise all'udienzaTebaldo vescovodi Verona, inviato dalla sua città a scusarsi ed umiliarsi. Nè vi andò indarno.In gratiam, dice Ottone da Frisinga,recepta est Verona. Nam et magnam pecuniam dedit ac militiam, quam habere posset, contra Mediolanenses ducere sacramento firmavit.

Verso la quaresima venneGuglielmo redi Sicilia a Salerno: il che pervenuto a notizia dipapa Adriano, gli spedìArrigo cardinalede' santi Nereo ed Achilleo per affari che noi non sappiamo[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.]. Perchè nella lettera a lui scritta non gli diede il papa il titolo di re, ma quello solamente di signor della Sicilia, se l'ebbe tanto a male, che rimandò il legato senza voler trattare con lui: cosa che turbò forte la corte romana. Nè contento di ciò, prima di tornarsene in Sicilia, diede ordine ad Asclintino o Anscotino suo cancelliere, dichiarato governator della Puglia, di muovere guerra allo Stato ecclesiastico. Portossi costui all'assedio di Benevento, e ne devastò i contorni. Trovaronsi ben animati alla difesa que' cittadini, anzi avendo presa diffidenza diPietroloroarcivescovo, l'uccisero. Fu questo assedio un suono di tromba che eccitò alla ribellione molti de' baroni di Puglia, o perchè gente facile alla rivolta, o perchè sotto mano commossi dalla corte di Roma. Alcuni d'essi accorsero alla difesa di Benevento, altri abbandonarono l'armata del re: il che fece sciogliere quell'assedio. Entrò poscia[Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.]il cancelliere nella Campania romana; diede alle fiamme Ceperano, Babuco, Todi e i luoghi vicini; e, nel tornare indietro, fece smantellar le mura d'Aquino, di Pontecorvo e d'altre terre, e cacciò via tutti i monaci, a riserva di dodici. Per queste ostilità papa Adriano fulminò la scomunica contra del re Guglielmo[Card. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.]:il che maggiormente servì ad accrescere la ribellion de' baroni di Puglia. Per le istanze del clero i Romani fecero istanza che si levasse l'interdetto da Roma, promettendo di cacciarne Arnaldo da Brescia. Tornò dunque il papa in Roma, e andò ad abitare al palazzo lateranense. Sul principio di quest'anno marciò ilre Federigocoll'esercito suo a Vercelli e a Torino[Otto Frisingens., de Gest. Frider. I.], senza che resti memoria di quanto egli ivi operasse. Passato il Po verso quelle parti, venne alla volta della grossa terra del Cairo e della città d'Asti. Sempre era secoGuglielmo marchesedel Monferrato, con inculcar le sue doglianze contra que' popoli per torti a lui fatti. E perciocchè questi non aveano ubbidito ai precetti lor fatti dal re, furono posti al bando come ribelli. Arrivato Federigo al Cairo, trovollo voto di abitatori, ma pieno di vettovaglie. Dopo varii giorni di posata in quel luogo, fece atterrarne le torri, che non erano poche, e tutta la terra diede in preda al fuoco. Eransi anche ritirati gli Astigiani coi lor nobili ad un forte loro castello, credutoNovidall'Osio, eAnonedal signor Sassi[Saxius, in Notis ad Ottonem Morenam.]. Diede Federigo quella città al marchese di Monferrato, che ne fece smantellar molte torri e una parte delle mura. Aggiungono gli Annali di Asti[Annal. Astens., tom. 11 Rer. Ital.]che quasi tutta quella città fu consegnata alle fiamme. Non cessavano intanto i Pavesi d'incitar Federigo contro la città di Tortona[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.], allegando varii aggravi ricevuti da que' cittadini. Era nondimeno il reato principale de' Tortonesi l'aver eglino lega coi Milanesi, dai quali ancora animati alla difesa ed anche sovvenuti, benchè Federigo li citasse a comparire, non vennero. Egli dunque intraprese l'assedio di quella città nei primi giorni di quaresima, nel dì 13 di febbraio dell'anno presente. Seco eraArrigoestense-guelfo duca di Baviera e Sassonia, che aveva condotto in sua parte un grosso nerbo di cavalleria; e a quella impresa concorsero ancora colla lor gente i Pavesi e Guglielmo marchese di Monferrato. Elegantemente si vede descritto da Ottone vescovo di Frisinga questo lungo assedio sostenuto con vigore da quel popolo, a cui si era unito anche in tale congiunturaObizzo Malaspinamarchese, potente signore in quelle parti e in Lunigiana. I mangani e le petriere, gli archi, le balestre e le mine furono in un continuo esercizio; ma con tutto lo sforzo dei nemici non sarebbe caduta quella forte città, se la penuria dell'acqua e del pane non l'avesse finalmente astretta a capitolare. Federigo, ansioso di non perdere più tempo, perchè gli premeva forte il viaggio di Roma affine di ricevere la corona imperiale, accordò a tutti gli abitanti l'uscita libera con quanto poteano portar seco. Entrò egli dipoi coll'esercito nell'abbandonata città circa il dì 4 d'aprile (Sire Raul[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.]scrive nel dì 18 di quel mese), la quale, dopo un sacco generale, tutta fu data in preda alle fiamme. Se vogliam credere ad esso Sire Raul, avea promesso Federigo di lasciarla intatta nel suo stato; ma non fu mantenuta la parola, perchè prima i Pavesi aveano sborsata gran somma di danaro con patto della distruzion della medesima, se cadeva nelle mani del re.Bruno abbatedi Chiaravalle di Bagnolo, che avea trattata la resa con quella promessa, veggendosi burlato, fama fu che pel dolore da lì a tre giorni mancasse di vita. Lasciarono i Pavesi un corpo di lor gente, che altro per otto giorni non fece che rovinar dai fondamenti le case non affatto atterrate dal fuoco.

Nel dì 17 di aprile, giorno di domenica, Federigo invitato da' Pavesi alla lor città, quivi, per attestato di OttoneFrisingense[Otto Frisingensis, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.],in ecclesia sancti Michælis, ubi antiquum regum longobardorum palatium fuit, cum multo civium tripudio coronatur. Galvano Flamma, Buonincontro Morigia, ed altri scrittori milanesi lasciarono scritto che Federigo fu coronato in santo Ambrosio di Milano, oppure in Monza, chi dice nell'anno 1154, e chi nel presente 1155. Senza esaminar meglio questa loro opinione, anche io la riferii nel mio trattatode corona ferrea[Anecdot. Latin., tom. 2.]stampato nell'anno 1698. Ora conosco essere una frottola di questi storici. La nimicizia insorta fra lui e i Milanesi non gli permise di visitar Milano o Monza, e molto meno di ricevere la corona del ferro dalle mani diUberto arcivescovo. Anzi, siccome osservò il Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 12.], e dopo lui il signor Sassi[Saxius, in Notis ad Sigonium.], neppur si dee credere che seguisse la coronazione ed unzione di lui in Pavia. Ilcoronaturdel Frisingense unicamente vuol dire ch'egli nella basilica di san Michele si fece vedere colla corona in capo e lo scettro in mano. Venne Federigo a Piacenza, città, che dopo avere nel dì 26 d'aprile ricevuto il soccorso della cavalleria e fanteria di due porte di Milano, s'era ben preparata alla difesa. Questo apparato e la fretta di Federigo esentarono da ulteriori molestie quella città. Celebrò Federigo vicino a Bologna la festa della Pentecoste, e il Ghirardacci[Ghirardacci, Istor. di Bologna, lib. 3.]rapporta un suo diploma datoIII idus maii juxta Rhenum, in cui ordina ai Bolognesi di rifare il castello di Medicina, da essi distrutto. Di là passò in Toscana, dove comandò ai Pisani d'armare la lor flotta contra di Guglielmo re di Sicilia, e diede l'arcivescovato di Ravenna adAnselmo vescovodi Avelberg, stato suo ambasciatore a Costantinopoli, con investirlo, secondo il solito, dell'esarcato di Ravenna. Camminava a gran giornate egli e l'esercito suo verso Roma,e questa sua fretta diede non poca apprensione apapa Adriano[Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.], che per anche non sapeva con qual animo venisse questo principe, e principe a cui costava poco l'eccidio della città. Per consiglio di Pietro prefetto di Roma e di Ottone Frangipane, gli mandò incontro, per concertar prima le cose, tre cardinali, che trovarono Federigo in San Quirico. Fra le altre domande che questi gli fecero, vi fu quella di avere in mano Arnaldo da Brescia, che i visconti o conti di Campania aveano tolto alle genti del papa, e il teneano in un lor castello, onorandolo qual profeta. Non tardò Federigo a spedir gente, che prese uno di quei visconti, il quale, per liberarsi, consegnò quell'eretico ai cardinali. Messo costui nelle forze del prefetto di Roma[Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 21.], fu impiccato e bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere, acciocchè la stolida plebe non venerasse il corpo di questo infame. Andarono innanzi e indietro ambasciatori, prima che seguisse l'accordo fra il papa e l'imperadore; ma finalmente Federigo promise e giurò di conservar tutti gli onori e stati al pontefice e ai cardinali; e il pontefice, di coronarlo. Giunto Federigo nel territorio di Sutri, si attendò coll'esercito nel Campo grasso. Colà venne da Nepi papa Adriano, incontrato prima da molti principi tedeschi; e quando fu per ismontare al padiglione reale, aspettò indarno che Federigo gli venisse a tenere la staffa. Fu cagione questo accidente che i cardinali spaventati se ne fuggissero a Città Castellana, lasciando con pochi familiari il pontefice, che smontato si mise sul faldistorio preparato. Allora comparve Federigo, e baciatigli i piedi, s'accostava per ricevere il bacio di pace; ma il papa intrepidamente gli rispose, che non avendo esso re usata quella riverenza che i di lui predecessori aveano praticata coi romani pontefici, non volea baciarlo. Era papa Adriano di animo grande e forte insostenere i suoi diritti. Non la cedeva a lui Federigo, e pretendea di non essere tenuto a questo. Durò il dibattimento di questo punto per tutto il dì seguente. Ma fatto conoscere a Federigo che tale era il cerimoniale e costume con varii esempli, egli si arrendè; e passato a Nepi, dove era la tenda del papa, che gli veniva incontro, sceso da cavallo, andò a tenere la staffa ad esso pontefice, che poi lo ammise al bacio di pace; e di là insieme s'inviarono alla volta di Roma. Di questo litigio ho io rapportato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. IV. pag. 117.]un documento. Aveano anche i Romani prima spediti a Federigo i loro ambasciatori[Otto Frisingensis, lib. 2, cap. 22.]per rallegrarsi del suo arrivo, offerirgli la lor suggezione, chiedere la confermazion del senato e di molti pretesi privilegii, e inoltre cinque mila lire per la coronazione; e soprattutto che tornasse il governo temporale di Roma, come era ne' secoli vecchi, con esclusione de' papi. All'alterigia e baldanza con cui parlarono i Romani, non potè stare a segno la sofferenza di Federigo. Rispose loro di maravigliarsi che fossero venuti con pensiero di dar legge a chi siccome principe e sovrano di Roma doveva egli imporle ad essi. Esaltò la potenza e il diritto degl'imperadori franchi e tedeschi, e rigettò le lor proposizioni. Participato poi l'affare al papa, fu consigliato a non fidarsi di quel popolo, e di spedire il più presto possibile ad impossessarsi di San Pietro e della città leonina: parere che tosto fu e con felicità eseguito.

Nella mattina del dì seguente, giorno 18 di giugno, solennemente marciò Federigo a San Pietro, accolto dal papa ai gradini della basilica, e dopo aver prestato i soliti giuramenti, cantata che fu la messa, ricevette dalle mani del pontefice la corona imperiale cogli altri ornamenti, e con alte acclamazioni di tutta l'armata. Ma i Romani, che videro fatta la festa senza di loro, come impazziti per la rabbia, dopo aver tenuto consiglio in Campidoglio,diedero all'armi, e circa il mezzogiorno furiosamente uscirono di città, e cominciarono verso San Pietro a far man bassa contra qualunque Tedesco che incontravano. Corsero anche i Tedeschi all'armi, e si diede principio ad una terribil mischia, cedendo ora gli uni ora gli altri; e questa durò fin verso la notte, ma colla peggio de' Romani, de' quali circa mille rimasero sul campo, innumerabili feriti, dugento prigioni: il resto si salvò nella città. Afflittissimo per questa tragedia il papa, tanto si adoperò colle preghiere, che fece rilasciar i prigioni al prefetto di Roma. Nel dì seguente egli e l'imperadore, giacchè mancava loro la sussistenza de' viveri, ritiratisi a Tivoli, quivi diedero riposo all'esercito; e dipoi, venuta la festa di san Pietro, la celebrarono solennemente a Ponte Lucano.Missam Adriano papa celebrante, imperator coronatur, dice il Frisingense[Otto Frisingens., lib. 2, cap. 24.]: cioè vi assistè Federigo colla corona in capo, il qual passo dichiara l'altro sopraddetto di coronatur in Pavia. L'autore della Vita di Adriano IV[Cardinal. de Aragon., in Vit. Adrian. IV.]scrive che in tal occasione:Pontifex et Augustus ad missarum solemnia in die illa pariter coronati processerunt. Crescendo poscia i caldi e le malattie de' soldati, Federigo, lasciato il papa, come si può credere, assai deluso, dopo avergli lasciato il dominio di Tivoli, salvoin omnibus jure imperiali, si rimise in viaggio alla volta della Lombardia. Giunto a Spoleti, nè potendo ottener vettovaglia nè contribuzione da quel popolo che avea anche ritenuto prigione il conte Guido Guerra, il più ricco fra i baroni della Toscana, già inviato da esso Augusto al re di Sicilia, senza volerlo rendere mosse l'oste contra di loro. Uscirono baldanzosi gli Spoletini ed attaccarono la zuffa; ma furono così ben respinti ed incalzati, che con esso loro alle spalle entrarono nella città anche i Tedeschi vittoriosi. Andò la sconsigliata città a sacco, e poi ne fu fatto un miserabil falò: gastigo barbaricoe sempre detestabile di questi tempi. Nella Vita di sant'Ubaldo[Vit. S. Ubaldi, in Actis Sanct., ad diem 16 maii.]vescovo di Gubbio è scritto che Federigo passò per quella città, e benchè istigato dai castellani circonvicini a distruggerla, pure per intercession del santo prelato, nessun male le fece. Potrebbe dubitarsi del suo arrivo colà, sapendosi ch'egli nel viaggio arrivò ad Ancona, città allora dipendente dall'imperador de' Greci, dove dai di lui ambasciatori fu visitato e riccamente regalato. Passò poscia il Po a San Benedetto di Polirone, e pervenne nel distretto di Verona. In quella città pubblicò la sentenza contra de' Milanesi, per aver essi distrutte le città di Como e di Lodi[Antiquit. Italic., Dissert. XXVII, pag. 591.], privandoli del diritto della zecca, con trasferirlo alla città di Cremona sua fedele, siccome ancora di tutte l'altre regalie godute in addietro da esso popolo di Milano. Ebbe poscia nel passaggio dell'Adige a dolersi de' Veronesi pel ponte malamente fatto su quel fiume; e alla Chiusa trovò una man di assassini che gli vietavano il passo, richiedendo regali e pagamento per chiunque volesse passare. Fece Federigo salire una brigata de' suoi sull'erto monte, e faticar tanto con rotolar pietre, che avendo snidati da quelle caverne quei malandrini, gli ebbe nelle mani, e di loro fece far la giustizia che meritavano. Così sano e salvo se ne tornò in Germania l'Augusto Federigo, con aver ottenuta la corona, e nulla operato in favore di chi l'avea coronato.

Finita questa scena, un'altra ne ebbe principio in Puglia. Avrebbe desiderato esso imperadore, allorchè fu in Roma, di portar la guerra in quelle parti; ma l'esercito suo, in cui si vedeano cader malati tanti di loro, troppa ripugnanza ne avea dimostrato. Pertanto i baroni fuorusciti altro far non poterono se non impetrar delle patenti da esso imperadore, come inviati da lui a que' popoli. Ricorsero ancora a papa Adriano, che promiseloro ogni aiuto, anzi fu egli il principal promotore di quelle ribellioni, come accennano Romoaldo Salernitano[Romualdus Salern., in Chron.], Guglielmo Tirio[Guillelmus Tyrius, lib. 18, cap. 2. Cardin. de Aragon., in Vit. Adrian. IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Anonym. Casinens., in Chron.]ed altri. Fra i principali che armati congiurarono contra del reGuglielmo, vi fuRobertogià principe di Capoa,Andreaconte di Rupecanina, eRiccardodall'Aquila. AncheRobertodi Bissavilla conte di Loritello, benchè cugino germano del re Guglielmo, entrò in quella congiura, anzi ne fu il capo, dacchè il perfido ammiraglio Maione, favorito del re, l'avea messo in disgrazia di lui[Hugo Falcandus, in Chron.]. Mossero pertanto questi baroni una fiera sollevazione in Puglia contra del re Guglielmo. Al principe Roberto riuscì di ricuperare Capoa col suo principato; all'altro Roberto di prendere Suessa, Tiano e la città di Bari, il cui castello fece egli spianare. Il conte Andrea s'impadronì del contado d'Alife. Aveano essi baroni sul principio tenuto trattato conManuello imperadoredi Costantinopoli, per tirarlo in questa guerra: occasione da lui sospirata molti anni addietro[Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]. Vi entrò egli dunque a braccia aperte, e spedì in Puglia Michele Paleologo, quel medesimo che in Ancona fece l'ambasciata all'imperadore Federigo, con gran somma di danaro al conte Roberto e agli altri baroni, acciocchè assoldassero gente e facessero guerra al re Guglielmo. Mandò inoltre una flotta comandata da un Sebasto, la quale s'impossessò di Brindisi, a riserva del castello. Tutte le altre città marittime s'accordarono coi Greci e col suddetto Roberto conte di Loritello. In somma si sostennero in sì fiera tempesta alla divozione del re Guglielmo solamente Napoli, Amalfi, Surrento, Troia, Melfi, e poche altre città e castella forti. Per accalorar maggiormente questa impresamosse da Romapapa Adriano[Cardin. de Aragon., in Vit. Adriani IV.], accompagnato da molte schiere d'armati, e circa la festa di san Michele di settembre arrivò a san Germano, dove Roberto, di nuovo principe di Capoa, e gli altri baroni gli giurarono fedeltà ed omaggio. Di là passò a Benevento, e per tutte quelle parti fu riconosciuta la di lui sovranità. Intanto dugento cavalli milanesi con dugento fanti, appena partito da Piacenza Federigo[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], entrarono nella distrutta città di Tortona, e vi si afforzarono il meglio che poterono. V'accorsero i Pavesi colla loro armata[Otto Morena, Hist. Landens., tom. 6 Rer. Italic.]; ma o perchè non si attentarono, o perchè il marchese di Monferrato per suoi segreti fini li dissuase, se ne tornarono indietro colle pive nel sacco. Ciò udito dai Milanesi, che dianzi aveano richiamato da Tortona quel corpo di gente senza essere stati ubbiditi, sentendosi animati a soccorrere una città che per loro amore s'era sacrificata, nacque in loro gran voglia di rifabbricarla, e a questo fine spedirono colà le genti di Porta Ticinese e Vercellina, che si diedero a rimettere in piedi le mura. Successivamente vi mandarono i soldati di due altre porte. Ma eccoti nel dì 25 di maggio l'esercito pavese venire a trovarli. Uscirono in campagna i Milanesi, e si affrontarono co' nemici; ma infine toccò loro la mala fortuna, e il dare alle gambe, con lasciare in preda de' Pavesi tutto il loro equipaggio, oltre a molti uccisi o presi. In questo fatto d'armi coi Milanesi si trovò lo stesso Ottone Morena istorico. Nel dì seguente diedero i Pavesi un fiero assalto alla città, e v'entrarono anche due bandiere d'essi, ma furono respinti con bravura. Essendo poi tornati a Pavia i nemici, attesero i Milanesi a rifar le mura e le fosse di Tortona, tutte alle loro spese. E questo passava in Italia. Dacchè fu in Germania l'Augusto Federigo[Otto Frisingens., de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 29.],alla metà d'ottobre tenne una gran dieta in Ratisbona, dove diede il possesso della Baviera adArrigo Leoneestense-guelfo duca di Sassonia, e ammise all'udienzaTebaldo vescovodi Verona, inviato dalla sua città a scusarsi ed umiliarsi. Nè vi andò indarno.In gratiam, dice Ottone da Frisinga,recepta est Verona. Nam et magnam pecuniam dedit ac militiam, quam habere posset, contra Mediolanenses ducere sacramento firmavit.


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