MCLIX

MCLIXAnno diCristoMCLIX. IndizioneVII.AlessandroIII papa 1.FederigoI re 8, imperad. 5.Insorsero sul principio di quest'anno principii di nuova discordia fra papaAdriano IVe L'AugustoFederigo. Radevico scrive[Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 15.]che il papa mendicava i pretesti per romperla, senza considerare se fossero giuste o no le doglianze dello stesso pontefice. Lagnavasi Adriano dei messi dell'imperadore, che con somma insolenza esigevano il fodro negli Stati della Chiesa romana, e molto più perchè Federigo avesse coll'aspra legge delle regalie non solamente aggravati i principi e le città d'Italia, ma ancora i vescovi ed abbati. E intorno a ciò gli spedì una lettera, che in apparenza parea amorevole, ma in sostanza era alquanto risentita, per mezzo di una persona bassa, la quale appena l'ebbe presentata, che se la colse. Essendo giovane allora Federigo, l'alterigia si potea chiamare il suo primo mobile; però gli fumò forte questa bravata. Accadde,che morto in questi giorniAnselmo arcivescovodi Ravenna,Guidofigliuolo del conte di Biandrate, protetto dall'imperadore, fu eletto con voti concordi dal clero e popolo di Ravenna per loro arcivescovo. Ma essendo egli cardinale suddiacono della Chiesa romana, senza licenza speciale del papa non poteva passare ad altra chiesa. Ne scrisse per questo l'imperadore ad Adriano, il quale rispose con belle parole sì, ma senza volerlo compiacere. Sdegnato Federigo, ordinò al suo cancelliere che da lì innanzi, scrivendo lettere al papa, anteponesse il nome dell'imperadore, come si facea co' semplici vescovi: rituale contrario all'uso di più secoli, e ingiurioso di troppo alla santa Sede. Due lettere che rapporta il Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]su questo proposito, copiate dal Nauclero, l'una del papa all'imperadore, e l'altra di Federigo al pontefice, a me sembrano fatture di qualche ozioso dei secoli susseguenti, oppur finte allora da qualche sciocco ingegno. In somma andavano crescendo i semi della discordia, e tanto più perchè corse voce d'essere state intercette lettere del papa che incitava di nuovo alla ribellione i Milanesi. Prese poi maggior fuoco la contesa, perchè Adriano inviò a Federigo quattro cardinali, cioèOttavianoprete del titolo di santa Cecilia,Arrigode' santi Nereo ed Achilleo,Guglielmodiacono eGuidoda Crema, anch'esso diacono cardinale. Proposero questi varie pretensioni della corte romana, cioè che l'imperadore non avesse a mandare suoi messi a Roma ad amministrar giustizia, senza saputa del romano pontefice, perchè tutte le regalie e i magistrati di Roma sono del papa. Che non si dovessero esigere fodro dai beni patrimoniali della Chiesa romana, se non al tempo della coronazione imperiale. Che i vescovi d'Italia avessero bensì da prestare il giuramento di fedeltà all'imperadore, ma senza omaggio. Che i nunzii dell'imperadore non alloggiassero per forza ne' palagi de' vescovi. Che si avesseroa restituire i poderi della Chiesa romana e i tributi di Ferrara, Massa, Figheruolo, e di tutta la terra della contessa Matilda, e di tutta quella che è da Acquapendente sino a Roma, e del ducato di Spoleti, e della Corsica e Sardegna. Rispose Federigo che starebbe di tali pretensioni al giudizio d'uomini saggi, al che i legati pontificii non vollero acconsentire, per non sottomettere il pontefice all'altrui giudizio. All'incontro pretendeva egli che Adriano avesse mancato alla concordia stabilita, per cui era vietato il ricevere senza comune consentimento ambasciatori greci, siciliani e romani; e che non fosse permesso ai cardinali di andare per gli Stati imperiali senza permission dell'imperadore, aggravando essi troppo le chiese; e che si mettesse freno alle ingiuste appellazioni, con altre simili pretensioni e querele. Non si trovò ripiego; e Federigo mostrò specialmente dell'indignazione della prima proposizion dei legati, parendogli di diventare un imperador dei Romani di solo nome e da scena, quando se gli volessero levare ogni potere e dominio in Roma. Intanto assai informato il senato romano di queste dissensioni, prese la palla al balzo per rimettersi in grazia di Federigo, e gli spedì nunzii, che furono ben ricevuti, con isprezzo e sfregio dell'autorità pontificia.Ma da questi guai ed imbrogli del mondo venne la morte a liberare il papaAdriano IV, il quale, se si ha da credere all'Abbate Urspergense e a Sire Raul, avea giù conchiusa lega coi Milanesi, Piacentini e Cremaschi contra di Federigo, meditando anche di fulminare contra di lui la scomunica. Passò egli a miglior vita per infiammazion di gola nel primo dì di settembre, mentre era alla villeggiatura d'Anagni, con lasciar dopo di sè gran lode di pietà, di prudenza e di zelo, e molte opere della sua pia e principesca liberalità. Ma da ben più gravi malanni fu seguitata la morte sua. Nel dì 4 del mese suddetto, raunatisi i vescovi e cardinali per dare un successore al defunto pontefice,dopo tre giorni di scrutinio convennero nella persona diRolandoda Siena, prete cardinale del titolo di san Callisto, e cancelliere della santa romana Chiesa[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], che ripugnò forte, e prese in fine il nome diAlessandro III. Univansi in questo personaggio le più eminenti virtù morali, la dottrina e la sperienza del mondo, di maniera che tutti i buoni il riguardarono tosto per un bel regalo fatto alla Chiesa di Dio; ed anche san Bernardo, quando era in vita, ne avea conosciuto ed esaltato il merito singolare. Ma l'ambizione del cardinalOttavianoquella fu che sconcertò così bella armonia, con dar principio e fomento ad un detestabile scisma. V'ebbe segretamente mano anche Federigo, il quale dacchè si mise in testa di aggirare ad un solo suo cenno tutta l'Italia, conoscendo di qual importanza fosse l'avere amico e non nemico il romano pontefice, si studiò di mettere sulla sedia di san Pietro una persona a lui ben nota e confidente; e dovette preventivamente farne maneggi non solamente allorchè Ottaviano fu alla sua corte, ma anche allorchè i Romani nel precedente anno furono in sua grazia rimessi. Era presente all'elezione suddetta esso Ottaviano cardinale di santa Cecilia, di nazione Romano, ed ebbe anche pel pontificato due miseri voti daGiovannicardinale di san Martino e daGuidoda Crema cardinale di san Callisto. Costui invasato dalla voglia d'essere papa, quando si vide deluso, strappò di dosso ad Alessandro il manto pontificale, e sel mise egli furiosamente addosso; ma toltogli questo da un senatore, se ne fece tosto portare un altro preparato da un suo cappellano, e frettolosamente se ne coprì, ma al rovescio, mettendo al collo ciò che dovea andare da piedi: il che dicono che eccitò le risa di tutti, se pur vi fu chi potesse ridere a così orrida tragedia. Assunse Ottaviano antipapa il nome diVittore IV, e con guardie d'armati tenne rinserrato illegittimo papa in un sito forte della basilica di san Pietro insieme coi cardinali per molti giorni. Ma il popolo romano, non potendo sofferire tanta iniquità, unito coi Frangipani rimise in libertà Alessandro, il quale ritiratosi fuor di Roma con essi cardinali alla terra di Ninfe, quivi fu consecrato papa dal vescovo d'Ostia nel dì 20 di settembre.Attese intanto l'antipapa a guadagnar dei voti nel clero e popolo; trasse dalla sua due vescovi, ed ancheJomarovescovo tuscolano, che prima aveva eletto Alessandro, e da lui nel monistero di Farfa si fece consecrare nella prima domenica di ottobre. Due altri cardinali si veggono nominati per lui in una lettera rapportata dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]. Come prendesse questo affare l'imperador Federigo, si accennerà fra poco, esigendo intanto il racconto che si parli prima di una rotta fra lui e i Milanesi[Radevicus, lib. 2. cap. 21. Otto Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital. Sire Raul.]. Mandò egli nel gennaio del presente anno a MilanoRinaldosuo cancelliere, che fu poi arcivescovo di Colonia, eOttone contepalatino di Baviera, per crear quivi un podestà, ed abolire i consoli: rito che Federigo cominciò ad introdurre nelle città italiane, molte delle quali per forza vi si accomodarono. Erano esacerbati forte i Milanesi contra di questo imperadore, che null'altro cercava tuttodì se non di abbatterli sempre più, e di mettere loro addosso i piedi. Già gli avea spogliati del dominio di Como e di Lodi nella capitolazione; poi contra la capitolazione avea smembrata dal loro contado la nobil terra di Monza, e tutto il Seprio e la Martesana, provincie da lungo tempo sottoposte a Milano. S'aggiunse quest'altra pretensione, di non voler più che potessero eleggere i consoli; il che era chiaramente contrario ai patti riferiti da Radevico, nei quali si legge:Venturi consules a populo eligantur, et ab ipso imperatore confirmentur. Diedero perciò nellesmanie i Milanesi, chiamando Federigo mancator di parola, ed infuriati quasi misero le mani addosso ai ministri imperiali, che si salvarono colla fuga. Il cancelliere Rinaldo mai più loro non la perdonò. Similmente avea Federigo nello stesso mese inviati i suoi messi a Crema, con intimare a quel popolo, suddito o collegato de' Milanesi, che prima della festa della Purificazion della Vergine avessero smantellate le mura e spianate le fosse della lor terra. Ancor questo era contro ai patti; ma i Cremonesi, per guadagnar questo punto, aveano promesso all'imperadore quindici mila marche d'argento. A così inaspettata e dura proposizione i Cremaschi non si poterono contenere; e dato all'armi, poco mancò che non trucidassero i messi cesarei, i quali se ne scapparono a ragguagliar l'imperadore di quanto era loro accaduto.Federigo per allora dissimulò la sua collera. Ma nel dì 21 di marzo si trovava egli in Luzzara, terra nel distretto di Reggio, dove confermò tutti i suoi privilegii e diritti alla città di Mantova[Antiquit. Ital., Dissert. XIII, pag. 711.]. Di là venne a Bologna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 12 d'aprile. In questo mentre i Milanesi, credendosi disobbligati dai patti, giacchè il primo a romperli era stato Federigo, e considerando ch'egli amico non macchinava se non la loro totale schiavitù e rovina, determinarono di volerlo piuttosto nemico. Adunque nel sabbato dopo Pasqua andarono coll'esercito loro all'assedio del castello di Trezzo, dove era un buon presidio di Tedeschi. Talmente insisterono all'espugnazion di quel luogo con un castello di legno, con petriere e continui assalti, che v'entrarono vittoriosi. Fu dato il sacco, presa una gran somma di danaro ivi riposta come in sicura fortezza da Federigo; fatti prigioni ed inviati a Milano legati più di dugento Tedeschi con varii villani. Poscia diroccarono da' fondamenti quel castello, se vogliam credere, a Radevico; ma, siccome vedremo all'anno 1167, per testimonianzadi Acerbo Morena, quel castello tuttavia sussisteva. Romoaldo Salernitano aggiugne[Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.]che nella presa di Trezzo eglino liberarono ancora i loro ostaggi ivi detenuti. Di questo non parla nè il Morena, nè Sire Raul, e noi vedremo fra poco quando tali ostaggi furono ricuperati. Due volte poscia dopo la Pentecoste tentarono i Milanesi di sorprendere la nascente città di Lodi nuovo; ma usciti arditamente i Lodigiani, li costrinsero ad una frettolosa ritirata, con far molti di loro prigioni. Si mossero inoltre i Bresciani, collegati di nuovo co' Milanesi, contra del territorio di Cremona: con loro danno nondimeno, perchè respinti dai Cremonesi che ne uccisero o presero in circa quattrocento. Aggiugne Radevico che i Milanesi inviarono anche un sicario per levar di vita Federigo: il che non gli riuscì; ma poi sinceramente confessa d'aver inteso che costui era un furioso, e che innocentemente fu ucciso. Dopo avere l'Augusto Federigo, stando in Bologna fatto dichiarar nemici della corona i Milanesi, anche prima dell'assedio da lor fatto di Trezzo, ed anche senza citarli, attese a far la guerra al loro distretto. Intanto avea spedito pressanti ordini in Germania per far venire con grande sforzo di soldatesche l'Augusta sua consorteBeatrice, eArrigo il Leoneduca di Baviera e Sassonia suo cugino[Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 38.]. In fatti calarono essi, menando seco una possente armata. Di copiosi rinforzi ancora condusseGuelfoprincipe di Sardegna, duca di Spoleti, marchese di Toscana e zio d'esso Arrigo. Si stende Radevico nelle lodi di questi due insigni principi, che per brevità tralascio, ma meritano di esser lette da chiunque ama l'onor dell'Italia, giacchè amendue traevano il lor sangue dall'Italia, cioè dalla nobilissima casa d'Este. Allora fu che i Cremonesi coll'offerta di undicimila talenti (forse marche d'argento)indussero l'imperador Federigo all'assedio e alla distruzione di Crema, contra della quale immenso era il loro odio[Otto Morena, Hist. Laudens.]. A dì 7 di luglio impresero gli stessi Cremonesi l'assedio di quella terra, e colà dopo otto giorni vi comparve ancora l'imperadore colla sua potentissima armata, e si diede principio alle offese.Confidato il popolo cremasco nelle buone mura e fortificazioni della lor terra, rinforzato ancora da quattrocento fanti e da alquanta cavalleria inviata da Milano, si accinse ad una gagliarda difesa. Venne poi Federigo a Lodi, parte per far curare il male d'una sua gamba, e parte per impedire ai Milanesi di portare soccorso alcuno a Crema. Di concerto con lui i Pavesi entrarono nel distretto di Milano, mettendolo a sacco; ma usciti i Milanesi, diedero loro addosso con farne molti prigioni: quando eccoti, mentre ritornavano vittoriosi, sbucare il medesimo imperadore da un'imboscata, che li mise in fuga; e non solamente ricuperò i Pavesi, ma prese ben trecento cavalieri milanesi, mandati poscia da lui nelle carceri di Lodi, e di là trasportati a Pavia. Diffusamente descrive Ottone Morena il famoso assedio di Crema. A me basterà di dire, che se i Tedeschi, Cremonesi e Pavesi intorno a quella terra fecero di molte prodezze per vincerla, non minori furono quelle degli assediati per difenderla. Le testuggini, le catapulte, i gatti, i mangani o le petriere d'ogni sorta ebbero di gran faccende in tal congiuntura. Più di dugento botti piene di terra portate alla fossa diedero campo ad un altissimo castello di legno, fabbricato dai Cremonesi per avvicinarsi alle mura. Ma i mangani dei Cremaschi fulminavano grosse pietre, che lo misero in evidente pericolo di rompersi. Allora cadde in mente a Federigo una diabolica invenzione, cioè di far legare sopra esso castello gli ostaggi de' Cremaschi, ed alcuni nobili milanesi prigioni, acciocchè, vinti dalla compassione de' figliuoli o parenti, gli assediati cessasserodalla tempesta de' sassi. Ma questi non perciò desisterono, e restaronvi uccisi nove di que' nobili, ed altri storpii: il che indusse Federigo a ritirare i sopravvivuti da quel macello. Ma accortisi i Milanesi e Cremaschi del male fatto contra de' suoi, talmente s'inviperirono, che sulle mura e sugli occhi dell'armata scannarono molti Tedeschi, Cremonesi e Lodigiani loro prigioni. E perchè Federigo fece impiccar per la gola quelli di Crema, i Cremaschi anch'essi praticarono la stessa crudeltà contro quei dell'imperadore. Con tali orride scene procedette l'assedio fino al fine dell'anno, senza che riuscisse agli assedianti di far punto rallentare il valore di chi difendea quella terra. Restò morto in quelle baruffeGuarnieri marchesedella marca di Camerino, ossia d'Ancona, venuto colle sue genti alla chiamata dell'imperadore. Intantopapa Alessandroera passato a Terracina, e stava osservando i portamenti diOttone contepalatino e diGuido contedi Biandrate, già spediti da Federigo a Roma, vivente ancora papa Adriano IV[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Davano questi buone parole al pontefice; ma in fatti, per non dispiacere all'imperador lor padrone, prestavano favore ed aiuto all'antipapa Ottaviano. Per parere anche dei cardinali determinò papa Alessandro d'inviare i suoi nunzi all'Augusto Federigo, per esporgli le sue buone ragioni, e chiarirsi delle di lui intenzioni. Non fossero mai andati. Il trovarono all'assedio di Crema. Non solamente ricusò egli di ricevere le lettere, ma volle, o finse di voler fare impiccare chi le avea portate, se non si fossero opposti i duchiArrigo il LeoneeGuelfoprincipi che sempre si fecero conoscer divoti della santa Sede apostolica. Così restò deciso che Federigo era tutto per l'antipapa, il quale appunto, perchè confidato nella di lui protezione, aveva osato di usurpare il pontificato in concorrenza di chi era stato sìcanonicamente eletto papa. Ma il reGuglielmonon istette punto sospeso a riconoscere per vero papa Alessandro, congiungendosi colla giustizia anche i motivi politici che il facevano andar di accordo con chi non era amico dell'imperadore. In quest'anno terminarono i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.]in quarantatrè giorni con ammirabil fretta e lavoro le mura della loro città, ed era il giro d'esse cinque mila e cinquecento piedi, con mille e settanta merli. Federigo facea paura a tutti; e chiunque potea si premuniva.

Insorsero sul principio di quest'anno principii di nuova discordia fra papaAdriano IVe L'AugustoFederigo. Radevico scrive[Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 2, cap. 15.]che il papa mendicava i pretesti per romperla, senza considerare se fossero giuste o no le doglianze dello stesso pontefice. Lagnavasi Adriano dei messi dell'imperadore, che con somma insolenza esigevano il fodro negli Stati della Chiesa romana, e molto più perchè Federigo avesse coll'aspra legge delle regalie non solamente aggravati i principi e le città d'Italia, ma ancora i vescovi ed abbati. E intorno a ciò gli spedì una lettera, che in apparenza parea amorevole, ma in sostanza era alquanto risentita, per mezzo di una persona bassa, la quale appena l'ebbe presentata, che se la colse. Essendo giovane allora Federigo, l'alterigia si potea chiamare il suo primo mobile; però gli fumò forte questa bravata. Accadde,che morto in questi giorniAnselmo arcivescovodi Ravenna,Guidofigliuolo del conte di Biandrate, protetto dall'imperadore, fu eletto con voti concordi dal clero e popolo di Ravenna per loro arcivescovo. Ma essendo egli cardinale suddiacono della Chiesa romana, senza licenza speciale del papa non poteva passare ad altra chiesa. Ne scrisse per questo l'imperadore ad Adriano, il quale rispose con belle parole sì, ma senza volerlo compiacere. Sdegnato Federigo, ordinò al suo cancelliere che da lì innanzi, scrivendo lettere al papa, anteponesse il nome dell'imperadore, come si facea co' semplici vescovi: rituale contrario all'uso di più secoli, e ingiurioso di troppo alla santa Sede. Due lettere che rapporta il Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]su questo proposito, copiate dal Nauclero, l'una del papa all'imperadore, e l'altra di Federigo al pontefice, a me sembrano fatture di qualche ozioso dei secoli susseguenti, oppur finte allora da qualche sciocco ingegno. In somma andavano crescendo i semi della discordia, e tanto più perchè corse voce d'essere state intercette lettere del papa che incitava di nuovo alla ribellione i Milanesi. Prese poi maggior fuoco la contesa, perchè Adriano inviò a Federigo quattro cardinali, cioèOttavianoprete del titolo di santa Cecilia,Arrigode' santi Nereo ed Achilleo,Guglielmodiacono eGuidoda Crema, anch'esso diacono cardinale. Proposero questi varie pretensioni della corte romana, cioè che l'imperadore non avesse a mandare suoi messi a Roma ad amministrar giustizia, senza saputa del romano pontefice, perchè tutte le regalie e i magistrati di Roma sono del papa. Che non si dovessero esigere fodro dai beni patrimoniali della Chiesa romana, se non al tempo della coronazione imperiale. Che i vescovi d'Italia avessero bensì da prestare il giuramento di fedeltà all'imperadore, ma senza omaggio. Che i nunzii dell'imperadore non alloggiassero per forza ne' palagi de' vescovi. Che si avesseroa restituire i poderi della Chiesa romana e i tributi di Ferrara, Massa, Figheruolo, e di tutta la terra della contessa Matilda, e di tutta quella che è da Acquapendente sino a Roma, e del ducato di Spoleti, e della Corsica e Sardegna. Rispose Federigo che starebbe di tali pretensioni al giudizio d'uomini saggi, al che i legati pontificii non vollero acconsentire, per non sottomettere il pontefice all'altrui giudizio. All'incontro pretendeva egli che Adriano avesse mancato alla concordia stabilita, per cui era vietato il ricevere senza comune consentimento ambasciatori greci, siciliani e romani; e che non fosse permesso ai cardinali di andare per gli Stati imperiali senza permission dell'imperadore, aggravando essi troppo le chiese; e che si mettesse freno alle ingiuste appellazioni, con altre simili pretensioni e querele. Non si trovò ripiego; e Federigo mostrò specialmente dell'indignazione della prima proposizion dei legati, parendogli di diventare un imperador dei Romani di solo nome e da scena, quando se gli volessero levare ogni potere e dominio in Roma. Intanto assai informato il senato romano di queste dissensioni, prese la palla al balzo per rimettersi in grazia di Federigo, e gli spedì nunzii, che furono ben ricevuti, con isprezzo e sfregio dell'autorità pontificia.

Ma da questi guai ed imbrogli del mondo venne la morte a liberare il papaAdriano IV, il quale, se si ha da credere all'Abbate Urspergense e a Sire Raul, avea giù conchiusa lega coi Milanesi, Piacentini e Cremaschi contra di Federigo, meditando anche di fulminare contra di lui la scomunica. Passò egli a miglior vita per infiammazion di gola nel primo dì di settembre, mentre era alla villeggiatura d'Anagni, con lasciar dopo di sè gran lode di pietà, di prudenza e di zelo, e molte opere della sua pia e principesca liberalità. Ma da ben più gravi malanni fu seguitata la morte sua. Nel dì 4 del mese suddetto, raunatisi i vescovi e cardinali per dare un successore al defunto pontefice,dopo tre giorni di scrutinio convennero nella persona diRolandoda Siena, prete cardinale del titolo di san Callisto, e cancelliere della santa romana Chiesa[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], che ripugnò forte, e prese in fine il nome diAlessandro III. Univansi in questo personaggio le più eminenti virtù morali, la dottrina e la sperienza del mondo, di maniera che tutti i buoni il riguardarono tosto per un bel regalo fatto alla Chiesa di Dio; ed anche san Bernardo, quando era in vita, ne avea conosciuto ed esaltato il merito singolare. Ma l'ambizione del cardinalOttavianoquella fu che sconcertò così bella armonia, con dar principio e fomento ad un detestabile scisma. V'ebbe segretamente mano anche Federigo, il quale dacchè si mise in testa di aggirare ad un solo suo cenno tutta l'Italia, conoscendo di qual importanza fosse l'avere amico e non nemico il romano pontefice, si studiò di mettere sulla sedia di san Pietro una persona a lui ben nota e confidente; e dovette preventivamente farne maneggi non solamente allorchè Ottaviano fu alla sua corte, ma anche allorchè i Romani nel precedente anno furono in sua grazia rimessi. Era presente all'elezione suddetta esso Ottaviano cardinale di santa Cecilia, di nazione Romano, ed ebbe anche pel pontificato due miseri voti daGiovannicardinale di san Martino e daGuidoda Crema cardinale di san Callisto. Costui invasato dalla voglia d'essere papa, quando si vide deluso, strappò di dosso ad Alessandro il manto pontificale, e sel mise egli furiosamente addosso; ma toltogli questo da un senatore, se ne fece tosto portare un altro preparato da un suo cappellano, e frettolosamente se ne coprì, ma al rovescio, mettendo al collo ciò che dovea andare da piedi: il che dicono che eccitò le risa di tutti, se pur vi fu chi potesse ridere a così orrida tragedia. Assunse Ottaviano antipapa il nome diVittore IV, e con guardie d'armati tenne rinserrato illegittimo papa in un sito forte della basilica di san Pietro insieme coi cardinali per molti giorni. Ma il popolo romano, non potendo sofferire tanta iniquità, unito coi Frangipani rimise in libertà Alessandro, il quale ritiratosi fuor di Roma con essi cardinali alla terra di Ninfe, quivi fu consecrato papa dal vescovo d'Ostia nel dì 20 di settembre.

Attese intanto l'antipapa a guadagnar dei voti nel clero e popolo; trasse dalla sua due vescovi, ed ancheJomarovescovo tuscolano, che prima aveva eletto Alessandro, e da lui nel monistero di Farfa si fece consecrare nella prima domenica di ottobre. Due altri cardinali si veggono nominati per lui in una lettera rapportata dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]. Come prendesse questo affare l'imperador Federigo, si accennerà fra poco, esigendo intanto il racconto che si parli prima di una rotta fra lui e i Milanesi[Radevicus, lib. 2. cap. 21. Otto Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital. Sire Raul.]. Mandò egli nel gennaio del presente anno a MilanoRinaldosuo cancelliere, che fu poi arcivescovo di Colonia, eOttone contepalatino di Baviera, per crear quivi un podestà, ed abolire i consoli: rito che Federigo cominciò ad introdurre nelle città italiane, molte delle quali per forza vi si accomodarono. Erano esacerbati forte i Milanesi contra di questo imperadore, che null'altro cercava tuttodì se non di abbatterli sempre più, e di mettere loro addosso i piedi. Già gli avea spogliati del dominio di Como e di Lodi nella capitolazione; poi contra la capitolazione avea smembrata dal loro contado la nobil terra di Monza, e tutto il Seprio e la Martesana, provincie da lungo tempo sottoposte a Milano. S'aggiunse quest'altra pretensione, di non voler più che potessero eleggere i consoli; il che era chiaramente contrario ai patti riferiti da Radevico, nei quali si legge:Venturi consules a populo eligantur, et ab ipso imperatore confirmentur. Diedero perciò nellesmanie i Milanesi, chiamando Federigo mancator di parola, ed infuriati quasi misero le mani addosso ai ministri imperiali, che si salvarono colla fuga. Il cancelliere Rinaldo mai più loro non la perdonò. Similmente avea Federigo nello stesso mese inviati i suoi messi a Crema, con intimare a quel popolo, suddito o collegato de' Milanesi, che prima della festa della Purificazion della Vergine avessero smantellate le mura e spianate le fosse della lor terra. Ancor questo era contro ai patti; ma i Cremonesi, per guadagnar questo punto, aveano promesso all'imperadore quindici mila marche d'argento. A così inaspettata e dura proposizione i Cremaschi non si poterono contenere; e dato all'armi, poco mancò che non trucidassero i messi cesarei, i quali se ne scapparono a ragguagliar l'imperadore di quanto era loro accaduto.

Federigo per allora dissimulò la sua collera. Ma nel dì 21 di marzo si trovava egli in Luzzara, terra nel distretto di Reggio, dove confermò tutti i suoi privilegii e diritti alla città di Mantova[Antiquit. Ital., Dissert. XIII, pag. 711.]. Di là venne a Bologna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 12 d'aprile. In questo mentre i Milanesi, credendosi disobbligati dai patti, giacchè il primo a romperli era stato Federigo, e considerando ch'egli amico non macchinava se non la loro totale schiavitù e rovina, determinarono di volerlo piuttosto nemico. Adunque nel sabbato dopo Pasqua andarono coll'esercito loro all'assedio del castello di Trezzo, dove era un buon presidio di Tedeschi. Talmente insisterono all'espugnazion di quel luogo con un castello di legno, con petriere e continui assalti, che v'entrarono vittoriosi. Fu dato il sacco, presa una gran somma di danaro ivi riposta come in sicura fortezza da Federigo; fatti prigioni ed inviati a Milano legati più di dugento Tedeschi con varii villani. Poscia diroccarono da' fondamenti quel castello, se vogliam credere, a Radevico; ma, siccome vedremo all'anno 1167, per testimonianzadi Acerbo Morena, quel castello tuttavia sussisteva. Romoaldo Salernitano aggiugne[Romualdus Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.]che nella presa di Trezzo eglino liberarono ancora i loro ostaggi ivi detenuti. Di questo non parla nè il Morena, nè Sire Raul, e noi vedremo fra poco quando tali ostaggi furono ricuperati. Due volte poscia dopo la Pentecoste tentarono i Milanesi di sorprendere la nascente città di Lodi nuovo; ma usciti arditamente i Lodigiani, li costrinsero ad una frettolosa ritirata, con far molti di loro prigioni. Si mossero inoltre i Bresciani, collegati di nuovo co' Milanesi, contra del territorio di Cremona: con loro danno nondimeno, perchè respinti dai Cremonesi che ne uccisero o presero in circa quattrocento. Aggiugne Radevico che i Milanesi inviarono anche un sicario per levar di vita Federigo: il che non gli riuscì; ma poi sinceramente confessa d'aver inteso che costui era un furioso, e che innocentemente fu ucciso. Dopo avere l'Augusto Federigo, stando in Bologna fatto dichiarar nemici della corona i Milanesi, anche prima dell'assedio da lor fatto di Trezzo, ed anche senza citarli, attese a far la guerra al loro distretto. Intanto avea spedito pressanti ordini in Germania per far venire con grande sforzo di soldatesche l'Augusta sua consorteBeatrice, eArrigo il Leoneduca di Baviera e Sassonia suo cugino[Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 38.]. In fatti calarono essi, menando seco una possente armata. Di copiosi rinforzi ancora condusseGuelfoprincipe di Sardegna, duca di Spoleti, marchese di Toscana e zio d'esso Arrigo. Si stende Radevico nelle lodi di questi due insigni principi, che per brevità tralascio, ma meritano di esser lette da chiunque ama l'onor dell'Italia, giacchè amendue traevano il lor sangue dall'Italia, cioè dalla nobilissima casa d'Este. Allora fu che i Cremonesi coll'offerta di undicimila talenti (forse marche d'argento)indussero l'imperador Federigo all'assedio e alla distruzione di Crema, contra della quale immenso era il loro odio[Otto Morena, Hist. Laudens.]. A dì 7 di luglio impresero gli stessi Cremonesi l'assedio di quella terra, e colà dopo otto giorni vi comparve ancora l'imperadore colla sua potentissima armata, e si diede principio alle offese.

Confidato il popolo cremasco nelle buone mura e fortificazioni della lor terra, rinforzato ancora da quattrocento fanti e da alquanta cavalleria inviata da Milano, si accinse ad una gagliarda difesa. Venne poi Federigo a Lodi, parte per far curare il male d'una sua gamba, e parte per impedire ai Milanesi di portare soccorso alcuno a Crema. Di concerto con lui i Pavesi entrarono nel distretto di Milano, mettendolo a sacco; ma usciti i Milanesi, diedero loro addosso con farne molti prigioni: quando eccoti, mentre ritornavano vittoriosi, sbucare il medesimo imperadore da un'imboscata, che li mise in fuga; e non solamente ricuperò i Pavesi, ma prese ben trecento cavalieri milanesi, mandati poscia da lui nelle carceri di Lodi, e di là trasportati a Pavia. Diffusamente descrive Ottone Morena il famoso assedio di Crema. A me basterà di dire, che se i Tedeschi, Cremonesi e Pavesi intorno a quella terra fecero di molte prodezze per vincerla, non minori furono quelle degli assediati per difenderla. Le testuggini, le catapulte, i gatti, i mangani o le petriere d'ogni sorta ebbero di gran faccende in tal congiuntura. Più di dugento botti piene di terra portate alla fossa diedero campo ad un altissimo castello di legno, fabbricato dai Cremonesi per avvicinarsi alle mura. Ma i mangani dei Cremaschi fulminavano grosse pietre, che lo misero in evidente pericolo di rompersi. Allora cadde in mente a Federigo una diabolica invenzione, cioè di far legare sopra esso castello gli ostaggi de' Cremaschi, ed alcuni nobili milanesi prigioni, acciocchè, vinti dalla compassione de' figliuoli o parenti, gli assediati cessasserodalla tempesta de' sassi. Ma questi non perciò desisterono, e restaronvi uccisi nove di que' nobili, ed altri storpii: il che indusse Federigo a ritirare i sopravvivuti da quel macello. Ma accortisi i Milanesi e Cremaschi del male fatto contra de' suoi, talmente s'inviperirono, che sulle mura e sugli occhi dell'armata scannarono molti Tedeschi, Cremonesi e Lodigiani loro prigioni. E perchè Federigo fece impiccar per la gola quelli di Crema, i Cremaschi anch'essi praticarono la stessa crudeltà contro quei dell'imperadore. Con tali orride scene procedette l'assedio fino al fine dell'anno, senza che riuscisse agli assedianti di far punto rallentare il valore di chi difendea quella terra. Restò morto in quelle baruffeGuarnieri marchesedella marca di Camerino, ossia d'Ancona, venuto colle sue genti alla chiamata dell'imperadore. Intantopapa Alessandroera passato a Terracina, e stava osservando i portamenti diOttone contepalatino e diGuido contedi Biandrate, già spediti da Federigo a Roma, vivente ancora papa Adriano IV[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Davano questi buone parole al pontefice; ma in fatti, per non dispiacere all'imperador lor padrone, prestavano favore ed aiuto all'antipapa Ottaviano. Per parere anche dei cardinali determinò papa Alessandro d'inviare i suoi nunzi all'Augusto Federigo, per esporgli le sue buone ragioni, e chiarirsi delle di lui intenzioni. Non fossero mai andati. Il trovarono all'assedio di Crema. Non solamente ricusò egli di ricevere le lettere, ma volle, o finse di voler fare impiccare chi le avea portate, se non si fossero opposti i duchiArrigo il LeoneeGuelfoprincipi che sempre si fecero conoscer divoti della santa Sede apostolica. Così restò deciso che Federigo era tutto per l'antipapa, il quale appunto, perchè confidato nella di lui protezione, aveva osato di usurpare il pontificato in concorrenza di chi era stato sìcanonicamente eletto papa. Ma il reGuglielmonon istette punto sospeso a riconoscere per vero papa Alessandro, congiungendosi colla giustizia anche i motivi politici che il facevano andar di accordo con chi non era amico dell'imperadore. In quest'anno terminarono i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.]in quarantatrè giorni con ammirabil fretta e lavoro le mura della loro città, ed era il giro d'esse cinque mila e cinquecento piedi, con mille e settanta merli. Federigo facea paura a tutti; e chiunque potea si premuniva.


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