MCLX

MCLXAnno diCristoMCLX. IndizioneVIII.AlessandroIII papa 2.FederigoI re 9, imperad. 6.Continuarono i Cremaschi assediati a fare una valida difesa contra dell'esercito imperiale, ma essendo fuggito da essi nel campo nemico il loro principal ingegnere[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.], e non potendo più reggere a tante vigilie e stenti, ricorsero aPellegrino patriarcad'Aquileia e adArrigo il Leoneduca di Baviera, pregandoli di trattar della resa coll'Augusto Federigo. Non altro poterono ottenere, se non che fosse permesso ai Milanesi e Bresciani, che quivi erano, di uscire senz'armi, e che i Cremaschi godessero anch'eglino licenza di uscire con quel che poteano portare addosso. Accettata la dura condizione, tutto quell'infelice popolo colla testa china e colle lagrime sugli occhi, detto l'ultimo addio alla patria, uscì nel giorno 27 di gennaio[Abbas Urspergensis, in Chron.], chi portando in vece di mobili sulle spalle i teneri figliuolini, chi la moglie, o il marito febbricitante, con ispettacolo grande della miseria umana, e insieme dell'amore e della fede. Fu poi la misera terra saccheggiata, incendiata e da' fondamenti distrutta dagl'irati Cremonesi. Terminataquesta tragedia, il ducaGuelfo VIse ne tornò in Toscana; tenne un gran parlamento nella terra di San Genesio, dove diede colla bandiera l'investitura di sette contadi ai conti rurali di quelle contrade; alle altre città e castella concedette quel che era di dovere, ed anche ricuperò le rendite a lui dovute. Fu con tutta onorevolezza ricevuto dai popoli di Pisa, Lucca ed altre città. Diede lo stesso ordine al ducato di Spoleti; e giacchè avea risoluto di visitare i suoi Stati di Germania, lasciò al governo di quei d'ItaliaGuelfo VIIsuo figliuolo, il quale si comperò l'amore di tutti per la sua rettitudine e buone maniere; ma specialmente perchè occorrendo facea testa alle genti dell'imperadore, che voleano danneggiar quel paese; perlochè talvolta ancora se ne dichiarò offeso lo stesso Federigo. Ciò è da notare per disporsi ad intendere l'origine dei Guelfi e Ghibellini, cioè di quelle fazioni funestissime che a suo tempo (siccome andremo vedendo) formarono un terribil incendio in Italia. Se n'andò poscia l'imperadore Federigo a Pavia, ricevuto ivi come in trionfo, e cominciò a trattar dello scisma. Aveano già i cardinali dell'una parte e dell'altra nel precedente anno inviate lettere circolari riferite, da Radevico[Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 2, c. 52.], per avvisare i fedeli delle ragioni che loro assistevano. Quei dell'antipapa dicevano d'essere nove cardinali di quel partito, e quattordici quei d'Alessandro. Questi, all'incontro, asserivano che due soli elessero Ottaviano. Quel che è più strano, protestavano quei di Alessandro che l'elezione di lui s'era fatta col consenso del clero e popolo romano; e pure quei di Ottaviano sostenevano anch'essi che egli era stato alzato alla cattedraelectione universi cleri, assensu etiam totius fere senatus, et omnium capitaneorum, baronum, nobilium, tam infra urbem, quam extra urbem habitantium. Perchè Ottaviano avea guadagnato gente a forza di danaro, doveano i suoi parlar così. OraFederigo, mostrandosi zelante della union della Chiesa, pubblicò lettere circolari con esprimere di aver intimato un gran parlamento e concilio da tenersi in Pavia per l'ottava dell'Epifania dell'anno presente, a cui invitava tutti i vescovi ed abbati d'Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna ed Ungheria, per decidere, secondo il loro parere, l'insorta controversia del romano pontificato. Ne scrisse anche a papa Alessandro, chiamandolo solamenteRolando cancelliere, e comandandogli da parte di Dio e della Chiesa cattolica di venire a quel parlamento, per udir la sentenza che proferirebbono gli ecclesiastici. Giusto motivo ebbe il pontefice Alessandro di non accettar questo invito[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], fattogli da chi parlava non come avvocato e difensor della Chiesa, ma come giudice superiore e padrone, e quasi peggio di Teoderico re de' Goti; e massimamente trattandosi di luogo sospetto, e sapendo che già Federigo era dichiarato in favor dell'antipapa. Però ai vescovi di Praga e di Verda, che aveano portata ad Anagni la lettera di Federigo, fu data risposta, essere contro i canoni che l'imperadore senza consenso del papa convocasse un concilio; nè convenire alla dignità del romano pontefice l'andare alla corte dell'imperadore, e l'aspettar da esso lui la sentenza. Non così fece l'antipapa Ottaviano. Furono a trovarlo i due vescovi, l'adorarono, cioè l'inchinarono qual vero papa, ed egli ben volentieri sen venne a Pavia. Seco portò l'attestato de' canonici di san Pietro, di vari abbati e del clero di molte parrocchie di Roma, tutti a sè favorevoli.Questo, unito al non essere comparso colà papa Alessandro III, e fatto credere ch'egli fosse congiurato coi nemici dell'imperio, bastò perchè que' vescovi ed arcivescovi, parte per adulazione, parte per paura, dichiarassero, nel dì 11 di febbraio, vero papa Ottaviano, e condannassero escomunicassero come usurpatore Alessandro. Rendè poscia Federigo a questo idolo tutti gli onori, con tenergli la staffa e baciargli i fetenti piedi. All'incontro papa Alessandro, udito ch'ebbe il risultato del conciliabolo di Pavia, nel giovedì santo, mentre celebrava i divini uffizii nella città di Anagni, pubblicamente scomunicò l'imperador Federigo, e rinnovò le censure contra dell'antipapa e di tutti i suoi aderenti. Furono anche scritte varie lettere per mostrare l'insussistenza ed irregolarità di quanto era stato conchiuso per politica in Pavia. Poscia inviò Alessandro varii cardinali per suoi legati in Francia, Inghilterra, Ungheria e a Costantinopoli. In essi regni, siccome ancora in Ispagna, Sicilia e Gerusalemme, fu egli dipoi accettato e venerato come legittimo successore nella sedia di san Pietro. Abbiamo inoltre da Sire Raul[Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.]cheGiovanni cardinalenativo di Anagni, legato di esso papa Alessandro,tertio kalendas martii, trovandosi in Milano nella chiesa metropolitana insieme coll'arcivescovo di quella cittàOberto, dichiarò scomunicatoOttavianoantipapa eFederigoimperadore. Poscia nel dì 12 di marzo ferì colle censure i vescovi di Mantova e di Lodi, il marchese di Monferrato, il conte di Biandrate, e i consoli di Cremona, Pavia, Novara, Vercelli, Lodi, e del Seprio e della Martesana. Oltre a ciò, nel dì 28 di marzo scomunicò Lodovico, che stava nella fortezza di Baradello, cinque miglia lungi da Como. Intanto papa Alessandro, per attestato di Giovanni da Ceccano,acquisivit totam Campaniam, et misit in suo jure[Johann. de Ceccano, Chron. Fossae novae.]. Perchè tuttavia bolliva la guerra fra l'imperador Federigo e i Milanesi, il primo aiutato da' Pavesi, Cremonesi, Novaresi, Lodigiani e Comaschi, i secondi da' Bresciani e Piacentini[Otto Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, in Histor.], succederono in quest'anno non poche azioni militari.Più d'una volta passarono i Milanesi ai danni de' Lodigiani, ed anche all'assedio di quella città; ma o furono respinti, o per timore de' Cremonesi si ritirarono. Federigo ancora diede il sacco ad alcune parti del distretto di Milano, e vi smantellò qualche luogo. Formarono i Milanesi, coll'aiuto dei Bresciani, l'assedio del castello di Carcano. Vi accorse Federigo colle genti di Pavia, Novara, Vercelli, Como, e di altri luoghi, col marchese di Monferrato e col conte di Biandrate. Avendo egli impedito il trasporto delle vettovaglie ai Milanesi, costretti furono questi nella vigilia di san Lorenzo, cioè nel dì 9 di agosto, a venire ad un fatto d'armi. All'ala comandata dallo stesso imperadore riuscì di sbaragliar le opposte schiere, di giugnere fino al carroccio de' Milanesi, che fu messo in pezzi, uccisi i buoi che lo menavano, e presa la croce indorata che era sull'antenna colla bandiera del comune. Per lo contrario, il nerbo maggiore della cavalleria milanese e bresciana mise in rotta l'altra ala, composta principalmente di Novaresi e Comaschi; ne perseguitò una parte sino a Montorfano, e il marchese di Monferrato sino ad Anghiera. Tornarono dipoi queste vittoriose squadre al campo, dove era restato l'imperadore con poca gente. S'immaginava egli di avere riportata la vittoria. Ma avvertito del pericolo in cui si trovava, perchè già i Milanesi e i Bresciani erano per venire ad un secondo conflitto, non tardò a decampare con lasciar indietro molti padiglioni e prigioni. Spogliarono i Milanesi co' Bresciani il campo e benchè tardi dessero alla coda de' fuggitivi, pure non fu poca la preda che fecero, e i prigioni che guadagnarono. Nel giorno seguente, festa di san Lorenzo, veniva la cavalleria e fanteria de' Cremonesi e Lodigiani per unirsi all'armata dell'imperadore, senza sapere quanto fosse avvenuto nel giorno addietro. Mentre erano fra Cantù e Monte Baradello, i Milanesi e i Bresciani informati del loro arrivo, furono loro addosso, e gli sconfissero, facendonemolti prigioni, col cambio dei quali ricuperarono i lor proprii, ed anche gli ostaggi che restavano in mano di Federigo. Continuarono i Milanesi anche per otto dì l'assedio di Carcano; ma perchè fu bruciato il lor castello di legno, nel dì 19 d'agosto se ne tornarono a Milano. Raccontano Ottone Morena e Sire Raul un terribile incendio che nel dì di san Bartolommeo devastò più della terza parte d'essa città di Milano, con essersi dilatato per varii quartieri, ed aver consumata, oltre ad infiniti mobili, gran quantità di vettovaglie. Mandarono i Milanesi cento cavalieri a Crema, la qual di nuovo cominciò ad alzare la testa e ad essere riabitata. Lo stesso arcivescovoObertocon altrettanti cavalieri s'andò a postare in Varese. Intanto Federigo passò a Pavia; e perchè si trovava assai smilzo di gente, obbligò i vescovi di Novara, Vercelli e d'Asti, e i marchesi di Monferrato, del Bosco e del Guasto, edObizzo marcheseMalaspina, ed altri principi, a somministrargli de' balestrieri ed arcieri per sua guardia in quella città sino a Pasqua grande dell'anno venturo. Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.]parla poco esattamente di questi affari all'anno presente, e al suo s'ha certamente da anteporre il racconto degli storici italiani.Continuando il re di Marocco in questo anno l'assedio per mare e per terra della città di Mahadia nelle coste d'Africa, dove ilre Guglielmoteneva un copioso presidio[Hugo Falcandus, in Histor. Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], spedì esso re di Sicilia ordine alla sua flotta, già inviata per far diversione in Ispagna, di portar soccorso all'assediata città. Consisteva essa flotta poco meno che in cento sessanta galee, ed avrebbe questa potuto far di gran cose, se non fosse stata comandata da Gaito Pietro, un degli eunuchi di palazzo, cristiano di nome, saraceno di cuore. Atterrì l'arrivo suo l'armata de' Mori, e gran festa se ne fece da' cristiani di Mahadia, che si aspettavano di vederlo entrarein porto: quando eccoti Gaito Pietro con somma maraviglia di tutti prender la fuga colla capitana, che fu ben tosto seguitata dall'altre vele. Ciò veduto, i Mori, saltati in sessanta loro galee inseguirono i fuggitivi, e presero sette galee siciliane. Romoaldo Salernitano scrive che Gaito Pietro, data battaglia a quei Mori, ne rimase sconfitto colla perdita di molti legni. Comunque sia, la guarnigione cristiana, veggendo già svanita la speranza del soccorso, trattò di rendersi; e benchè ottenesse di potere spedire a Palermo, e di fatto spedisse colà a rappresentare il bisogno, pure per le cabale segrete dell'ammiraglio Maione, niuno aiuto poterono ottenere: dal che furono necessitati alla resa di sì importante città, colla condizione d'essere ricondotti sani e salvi in Sicilia, e la parola fu lor mantenuta. Intanto l'infingardaggine del re Guglielmo, che sì vergognosamente si lasciava menar pel naso da Maione, e le iniquità continue di costui fecero nascer voce che questo mal uomo tramasse di occupare il regno colla morte del re, ed avesse anche tentato sopra ciòpapa Alessandro. Vera o falsa che fosse tal voce, servì essa ad accrescere il numero dei malcontenti tanto in Sicilia, quanto in Puglia; laonde si venne in fine a formare contra di costui una congiura, specialmente daGionataconte di Conza,Riccardodall'Aquila conte di Fondi,Ruggiericonte di Acerra,Gilibertoconte di Gravina, e da altri baroni di Puglia. Vi aderirono anche le città di Melfi e di Salerno. Avvertitone Maione, spedì Matteo Bonello, uno de' principali baroni della Sicilia, già destinato suo genero, in Calabria per tener saldi que' popoli nella union colla corte. Ma ne avvenne tutto il contrario. Tanto fu detto al Bonello intorno alla necessità di rimediare ai disordini del regno, ch'egli stesso prese la risoluzione di divenire il liberator della patria e del re tradito. Tornato dunque in Sicilia, un dì che Maione era ito a visitar l'arcivescovo di Salerno infermo,affrontatolo con varii armati nel ritorno, il trucidò. Fece scempio il popolo del di lui cadavero, e diede il sacco alle case dei di lui parenti ed amici. Svegliossi allora il re Guglielmo dal suo letargo, ed, informato meglio degli affari, non pensò per allora a farne alcuna vendetta, e si calmò ogni movimento de' popoli, con restar egli liberato da un pessimo arnese, tuttochè gli dispiacesse non poco la maniera con cui gli fu prestato questo servigio.

Continuarono i Cremaschi assediati a fare una valida difesa contra dell'esercito imperiale, ma essendo fuggito da essi nel campo nemico il loro principal ingegnere[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.], e non potendo più reggere a tante vigilie e stenti, ricorsero aPellegrino patriarcad'Aquileia e adArrigo il Leoneduca di Baviera, pregandoli di trattar della resa coll'Augusto Federigo. Non altro poterono ottenere, se non che fosse permesso ai Milanesi e Bresciani, che quivi erano, di uscire senz'armi, e che i Cremaschi godessero anch'eglino licenza di uscire con quel che poteano portare addosso. Accettata la dura condizione, tutto quell'infelice popolo colla testa china e colle lagrime sugli occhi, detto l'ultimo addio alla patria, uscì nel giorno 27 di gennaio[Abbas Urspergensis, in Chron.], chi portando in vece di mobili sulle spalle i teneri figliuolini, chi la moglie, o il marito febbricitante, con ispettacolo grande della miseria umana, e insieme dell'amore e della fede. Fu poi la misera terra saccheggiata, incendiata e da' fondamenti distrutta dagl'irati Cremonesi. Terminataquesta tragedia, il ducaGuelfo VIse ne tornò in Toscana; tenne un gran parlamento nella terra di San Genesio, dove diede colla bandiera l'investitura di sette contadi ai conti rurali di quelle contrade; alle altre città e castella concedette quel che era di dovere, ed anche ricuperò le rendite a lui dovute. Fu con tutta onorevolezza ricevuto dai popoli di Pisa, Lucca ed altre città. Diede lo stesso ordine al ducato di Spoleti; e giacchè avea risoluto di visitare i suoi Stati di Germania, lasciò al governo di quei d'ItaliaGuelfo VIIsuo figliuolo, il quale si comperò l'amore di tutti per la sua rettitudine e buone maniere; ma specialmente perchè occorrendo facea testa alle genti dell'imperadore, che voleano danneggiar quel paese; perlochè talvolta ancora se ne dichiarò offeso lo stesso Federigo. Ciò è da notare per disporsi ad intendere l'origine dei Guelfi e Ghibellini, cioè di quelle fazioni funestissime che a suo tempo (siccome andremo vedendo) formarono un terribil incendio in Italia. Se n'andò poscia l'imperadore Federigo a Pavia, ricevuto ivi come in trionfo, e cominciò a trattar dello scisma. Aveano già i cardinali dell'una parte e dell'altra nel precedente anno inviate lettere circolari riferite, da Radevico[Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 2, c. 52.], per avvisare i fedeli delle ragioni che loro assistevano. Quei dell'antipapa dicevano d'essere nove cardinali di quel partito, e quattordici quei d'Alessandro. Questi, all'incontro, asserivano che due soli elessero Ottaviano. Quel che è più strano, protestavano quei di Alessandro che l'elezione di lui s'era fatta col consenso del clero e popolo romano; e pure quei di Ottaviano sostenevano anch'essi che egli era stato alzato alla cattedraelectione universi cleri, assensu etiam totius fere senatus, et omnium capitaneorum, baronum, nobilium, tam infra urbem, quam extra urbem habitantium. Perchè Ottaviano avea guadagnato gente a forza di danaro, doveano i suoi parlar così. OraFederigo, mostrandosi zelante della union della Chiesa, pubblicò lettere circolari con esprimere di aver intimato un gran parlamento e concilio da tenersi in Pavia per l'ottava dell'Epifania dell'anno presente, a cui invitava tutti i vescovi ed abbati d'Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Spagna ed Ungheria, per decidere, secondo il loro parere, l'insorta controversia del romano pontificato. Ne scrisse anche a papa Alessandro, chiamandolo solamenteRolando cancelliere, e comandandogli da parte di Dio e della Chiesa cattolica di venire a quel parlamento, per udir la sentenza che proferirebbono gli ecclesiastici. Giusto motivo ebbe il pontefice Alessandro di non accettar questo invito[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], fattogli da chi parlava non come avvocato e difensor della Chiesa, ma come giudice superiore e padrone, e quasi peggio di Teoderico re de' Goti; e massimamente trattandosi di luogo sospetto, e sapendo che già Federigo era dichiarato in favor dell'antipapa. Però ai vescovi di Praga e di Verda, che aveano portata ad Anagni la lettera di Federigo, fu data risposta, essere contro i canoni che l'imperadore senza consenso del papa convocasse un concilio; nè convenire alla dignità del romano pontefice l'andare alla corte dell'imperadore, e l'aspettar da esso lui la sentenza. Non così fece l'antipapa Ottaviano. Furono a trovarlo i due vescovi, l'adorarono, cioè l'inchinarono qual vero papa, ed egli ben volentieri sen venne a Pavia. Seco portò l'attestato de' canonici di san Pietro, di vari abbati e del clero di molte parrocchie di Roma, tutti a sè favorevoli.

Questo, unito al non essere comparso colà papa Alessandro III, e fatto credere ch'egli fosse congiurato coi nemici dell'imperio, bastò perchè que' vescovi ed arcivescovi, parte per adulazione, parte per paura, dichiarassero, nel dì 11 di febbraio, vero papa Ottaviano, e condannassero escomunicassero come usurpatore Alessandro. Rendè poscia Federigo a questo idolo tutti gli onori, con tenergli la staffa e baciargli i fetenti piedi. All'incontro papa Alessandro, udito ch'ebbe il risultato del conciliabolo di Pavia, nel giovedì santo, mentre celebrava i divini uffizii nella città di Anagni, pubblicamente scomunicò l'imperador Federigo, e rinnovò le censure contra dell'antipapa e di tutti i suoi aderenti. Furono anche scritte varie lettere per mostrare l'insussistenza ed irregolarità di quanto era stato conchiuso per politica in Pavia. Poscia inviò Alessandro varii cardinali per suoi legati in Francia, Inghilterra, Ungheria e a Costantinopoli. In essi regni, siccome ancora in Ispagna, Sicilia e Gerusalemme, fu egli dipoi accettato e venerato come legittimo successore nella sedia di san Pietro. Abbiamo inoltre da Sire Raul[Sire Raul, Histor., tom. 6 Rer. Ital.]cheGiovanni cardinalenativo di Anagni, legato di esso papa Alessandro,tertio kalendas martii, trovandosi in Milano nella chiesa metropolitana insieme coll'arcivescovo di quella cittàOberto, dichiarò scomunicatoOttavianoantipapa eFederigoimperadore. Poscia nel dì 12 di marzo ferì colle censure i vescovi di Mantova e di Lodi, il marchese di Monferrato, il conte di Biandrate, e i consoli di Cremona, Pavia, Novara, Vercelli, Lodi, e del Seprio e della Martesana. Oltre a ciò, nel dì 28 di marzo scomunicò Lodovico, che stava nella fortezza di Baradello, cinque miglia lungi da Como. Intanto papa Alessandro, per attestato di Giovanni da Ceccano,acquisivit totam Campaniam, et misit in suo jure[Johann. de Ceccano, Chron. Fossae novae.]. Perchè tuttavia bolliva la guerra fra l'imperador Federigo e i Milanesi, il primo aiutato da' Pavesi, Cremonesi, Novaresi, Lodigiani e Comaschi, i secondi da' Bresciani e Piacentini[Otto Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, in Histor.], succederono in quest'anno non poche azioni militari.Più d'una volta passarono i Milanesi ai danni de' Lodigiani, ed anche all'assedio di quella città; ma o furono respinti, o per timore de' Cremonesi si ritirarono. Federigo ancora diede il sacco ad alcune parti del distretto di Milano, e vi smantellò qualche luogo. Formarono i Milanesi, coll'aiuto dei Bresciani, l'assedio del castello di Carcano. Vi accorse Federigo colle genti di Pavia, Novara, Vercelli, Como, e di altri luoghi, col marchese di Monferrato e col conte di Biandrate. Avendo egli impedito il trasporto delle vettovaglie ai Milanesi, costretti furono questi nella vigilia di san Lorenzo, cioè nel dì 9 di agosto, a venire ad un fatto d'armi. All'ala comandata dallo stesso imperadore riuscì di sbaragliar le opposte schiere, di giugnere fino al carroccio de' Milanesi, che fu messo in pezzi, uccisi i buoi che lo menavano, e presa la croce indorata che era sull'antenna colla bandiera del comune. Per lo contrario, il nerbo maggiore della cavalleria milanese e bresciana mise in rotta l'altra ala, composta principalmente di Novaresi e Comaschi; ne perseguitò una parte sino a Montorfano, e il marchese di Monferrato sino ad Anghiera. Tornarono dipoi queste vittoriose squadre al campo, dove era restato l'imperadore con poca gente. S'immaginava egli di avere riportata la vittoria. Ma avvertito del pericolo in cui si trovava, perchè già i Milanesi e i Bresciani erano per venire ad un secondo conflitto, non tardò a decampare con lasciar indietro molti padiglioni e prigioni. Spogliarono i Milanesi co' Bresciani il campo e benchè tardi dessero alla coda de' fuggitivi, pure non fu poca la preda che fecero, e i prigioni che guadagnarono. Nel giorno seguente, festa di san Lorenzo, veniva la cavalleria e fanteria de' Cremonesi e Lodigiani per unirsi all'armata dell'imperadore, senza sapere quanto fosse avvenuto nel giorno addietro. Mentre erano fra Cantù e Monte Baradello, i Milanesi e i Bresciani informati del loro arrivo, furono loro addosso, e gli sconfissero, facendonemolti prigioni, col cambio dei quali ricuperarono i lor proprii, ed anche gli ostaggi che restavano in mano di Federigo. Continuarono i Milanesi anche per otto dì l'assedio di Carcano; ma perchè fu bruciato il lor castello di legno, nel dì 19 d'agosto se ne tornarono a Milano. Raccontano Ottone Morena e Sire Raul un terribile incendio che nel dì di san Bartolommeo devastò più della terza parte d'essa città di Milano, con essersi dilatato per varii quartieri, ed aver consumata, oltre ad infiniti mobili, gran quantità di vettovaglie. Mandarono i Milanesi cento cavalieri a Crema, la qual di nuovo cominciò ad alzare la testa e ad essere riabitata. Lo stesso arcivescovoObertocon altrettanti cavalieri s'andò a postare in Varese. Intanto Federigo passò a Pavia; e perchè si trovava assai smilzo di gente, obbligò i vescovi di Novara, Vercelli e d'Asti, e i marchesi di Monferrato, del Bosco e del Guasto, edObizzo marcheseMalaspina, ed altri principi, a somministrargli de' balestrieri ed arcieri per sua guardia in quella città sino a Pasqua grande dell'anno venturo. Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.]parla poco esattamente di questi affari all'anno presente, e al suo s'ha certamente da anteporre il racconto degli storici italiani.

Continuando il re di Marocco in questo anno l'assedio per mare e per terra della città di Mahadia nelle coste d'Africa, dove ilre Guglielmoteneva un copioso presidio[Hugo Falcandus, in Histor. Romualdus Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], spedì esso re di Sicilia ordine alla sua flotta, già inviata per far diversione in Ispagna, di portar soccorso all'assediata città. Consisteva essa flotta poco meno che in cento sessanta galee, ed avrebbe questa potuto far di gran cose, se non fosse stata comandata da Gaito Pietro, un degli eunuchi di palazzo, cristiano di nome, saraceno di cuore. Atterrì l'arrivo suo l'armata de' Mori, e gran festa se ne fece da' cristiani di Mahadia, che si aspettavano di vederlo entrarein porto: quando eccoti Gaito Pietro con somma maraviglia di tutti prender la fuga colla capitana, che fu ben tosto seguitata dall'altre vele. Ciò veduto, i Mori, saltati in sessanta loro galee inseguirono i fuggitivi, e presero sette galee siciliane. Romoaldo Salernitano scrive che Gaito Pietro, data battaglia a quei Mori, ne rimase sconfitto colla perdita di molti legni. Comunque sia, la guarnigione cristiana, veggendo già svanita la speranza del soccorso, trattò di rendersi; e benchè ottenesse di potere spedire a Palermo, e di fatto spedisse colà a rappresentare il bisogno, pure per le cabale segrete dell'ammiraglio Maione, niuno aiuto poterono ottenere: dal che furono necessitati alla resa di sì importante città, colla condizione d'essere ricondotti sani e salvi in Sicilia, e la parola fu lor mantenuta. Intanto l'infingardaggine del re Guglielmo, che sì vergognosamente si lasciava menar pel naso da Maione, e le iniquità continue di costui fecero nascer voce che questo mal uomo tramasse di occupare il regno colla morte del re, ed avesse anche tentato sopra ciòpapa Alessandro. Vera o falsa che fosse tal voce, servì essa ad accrescere il numero dei malcontenti tanto in Sicilia, quanto in Puglia; laonde si venne in fine a formare contra di costui una congiura, specialmente daGionataconte di Conza,Riccardodall'Aquila conte di Fondi,Ruggiericonte di Acerra,Gilibertoconte di Gravina, e da altri baroni di Puglia. Vi aderirono anche le città di Melfi e di Salerno. Avvertitone Maione, spedì Matteo Bonello, uno de' principali baroni della Sicilia, già destinato suo genero, in Calabria per tener saldi que' popoli nella union colla corte. Ma ne avvenne tutto il contrario. Tanto fu detto al Bonello intorno alla necessità di rimediare ai disordini del regno, ch'egli stesso prese la risoluzione di divenire il liberator della patria e del re tradito. Tornato dunque in Sicilia, un dì che Maione era ito a visitar l'arcivescovo di Salerno infermo,affrontatolo con varii armati nel ritorno, il trucidò. Fece scempio il popolo del di lui cadavero, e diede il sacco alle case dei di lui parenti ed amici. Svegliossi allora il re Guglielmo dal suo letargo, ed, informato meglio degli affari, non pensò per allora a farne alcuna vendetta, e si calmò ogni movimento de' popoli, con restar egli liberato da un pessimo arnese, tuttochè gli dispiacesse non poco la maniera con cui gli fu prestato questo servigio.


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