MCLVI

MCLVIAnno diCristoMCLVI. IndizioneIV.AdrianoIV papa 3.FederigoI re 5, imperad. 2.Nella primavera di quest'anno l'imperador Federigocelebrò in Wirtzburg le sue nozze conBeatricefigliuola diRinaldo contedi Borgogna[Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 30.], che gli portò in dote molti Stati. Vennero in questi tempi gli ambasciatori del greco AugustoManuello Comneno, ma non furono ammessi. Curioso è il motivo che ci vien qui narrato da Ottone Frisingense, per cui svanì tutta la precedente amicizia e confidenza che passava tra i due imperii occidentale ed orientale. Sia verità o bugia, fu rappresentato a Federigo che i Greci, allorchè egli passò da Ancona, aveano destramente colta una lettera sigillata col sigillo d'esso imperador Federigo (quasichè niuna di queste lettere si conservasse nella corte di Costantinopoli), e s'erano serviti di quel sigillo applicato ad altra carta, fingendo che Federigo avesse conceduta al greco Augusto la Campania e la Puglia, per tirar dalla sua i popoli di quelle contrade. Con questa frode e con gran profusione d'oro guadagnati non pochi baroni della Puglia, s'erano fatti padroni di un gran tratto di paese, e specialmente di Bari capital della provincia, dove era morto Michele Paleologo, condottiere di quella impresa. Corse anche voce in Germania cheGuglielmo redi Sicilia fosse o mancato di vita oimpazzito. E infatti abbiamo da Ugone Falcando[Hugo Falcandus, in Chron.]che Guglielmo nell'anno addietro, per artifizio del suo disleale favorito ed ammiraglio Maione, se ne stette come chiuso nelle stanze del suo palazzo in Palermo, senza dar udienza a chi che sia, fuorchè ad esso Maione e adUgone arcivescovodi quella città. Ora, benchè Federigo odiasse non poco il re Guglielmo, pure più rabbia in lui cagionava il vedere che i Greci, potenza maggiore e capace di far maggiori progressi in Italia, avessero usurpata la Puglia; e però, chiamandoli traditori, già si disponeva a tornare in Italia per muovere guerra contra di loro. Ma dacchè intese che Guglielmo era vivo e sano di mente, e che altra faccia aveano presa gli affari di Puglia, siccome dirò fra poco, smontò da quel disegno, e solamente rivolse i suoi pensieri contra de' Milanesi, che erano in sua disgrazia, con fare i preparamenti necessarii per tale impresa.Ora è da sapere che, per attestato del suddetto Ugone Falcando, molte trame furono fatte dal menzionato Maione contra di non pochi baroni della Sicilia, i quali giunsero a ribellarsi con gran confusione di cose in Palermo e in altri luoghi. Servirono tali sconcerti a svegliare l'addormentatoGuglielmo, che non arrivò già per questo a conoscere qual mostro egli tenesse appresso nella persona di Maione. Risaputo bensì finalmente il grave sfasciamento de' suoi affari in Puglia, si applicò tosto al riparo. Il suo primo tentativo fu quello di rimettersi, se potea, in grazia dipapa Adriano[Cardin. de Aragon., in Vita Adriani IV.], e tanto più perchè si venne a sapere che l'imperador greco facea proposizioni ingorde di danaro al medesimo pontefice per ottener tre città marittime, con promettere ancora di dargli tali forze di gente e d'oro da poter cacciare Guglielmo dalla Sicilia. Venuto dunque a Salerno, inviò al papa il vescovo eletto di Catania ed altri della sua corte, con plenipotenza di far pace colla Chiesaromana, offerendole il danaro esibito dai Greci, tre terre per li danni dati, omaggio ed ubbidienza, e la libertà delle chiese. Non prestò fede a tutta prima il pontefice Adriano a queste proposizioni, e per chiarirsene inviò a SalernoUbaldo cardinaledi santa Prassede. Accertossi egli tutto essere vero; e il papa, trovandovi del vantaggio, inclinava forte alla concordia, se non che gli si oppose la maggior parte de' cardinali che macinavano nella lor mente delle inusate grandezze, in maniera che disturbarono tutto il negoziato. Ebbero bene a pentirsi della lor ingordigia, e a provare che chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia verrà esaltato. Il re Guglielmo, messo insieme un poderoso esercito per mare e per terra[Romualdus Salernit., in Chron. Anonym. Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano.], andò alla volta di Brindisi, occupato da' Greci, da dove si ritiròRoberto contedi Loritello, con venire a Benevento. Si teneva tuttavia il castello pel re. Assediata quella città, i Greci co' Pugliesi uscirono in campo aperto, e diedero battaglia. Durò un pezzo dubbioso il combattimento; ma in fine la vittoria si dichiarò in favore di Guglielmo. Molta nobiltà de' Greci fu ivi presa ed inviata nelle carceri di Palermo; gran bottino di danaro e di navi fu fatto, e riacquistata la città nel dì 28 di maggio. A non pochi ancora de' baroni pugliesi ribelli toccò la disgrazia di cader nelle mani del re. Tolta fu ad alcuni la vita, ad altri la vista. Ciò fatto, marciò alla volta di Bari col vittorioso esercito. Uscirono i cittadini ad incontrarlo senz'armi e in abito di penitenza, chiedendo misericordia. Altro non ottennero al re, troppo sdegnato per lo smantellamento della sua cittadella, se non spazio di due giorni per uscir della città con quanto poteano asportare. Dopo di che spianate prima le mura, fu quella dianzi sì superba, sì popolata e ricca città ridotta in un mucchio di pietre, e diviso il suo popolo in varie ville. Un sì lagrimevole spettacolo fece che non tardarono le altre città della Puglia perdute a rimettersiin grazia e sotto il dominio del re Guglielmo, il quale continuò il viaggio sino a Benevento, dove i più de' baroni suoi ribelli s'erano rifugiati.Tal paura mise il suo avvicinamentoa Roberto principedi Capoa, dimorante in essa città di Benevento, che non credendosi sicuro, prese la fuga. Ma nel passare il Garigliano, tesogli un agguato daRiccardodell'Aquila conte di Fondi, fu preso e poi consegnato a Guglielmo. Con questo tradimento Riccardo rientrò in grazia del re; e Roberto inviato prigione a Palermo, ed abbacinato, finì poco appresso nelle miserie la sua vita. S'interpose il pontefice Adriano, che si trovava in Benevento anche egli, per salvare Roberto conte di Loritello, Andrea conte di Rupecanina, ed altri baroni che erano presso di lui chiusi in quella città; ed il re si contentò di non molestarli, purchè uscissero fuori del regno: grazia di cui non tardarono a prevalersi. E allora fu che esso pontefice, chiarito delle umane vicende, e pensando al suo stato, mandò egli stesso a ricercar quella pace, per cui pochi mesi prima era stato supplicato. Inviò dunque i cardinaliUbaldodi santa Prassede,Giuliodi san Marcello eRolandodi san Marco al re Guglielmo, per avvertirlo da parte di san Pietro di non offendere Benevento, di soddisfare per li danni dati, e di conservare i suoi diritti alla Chiesa romana. Furono essi benignamente accolti dal re, intavolarono il trattato della pace, e dopo molti dibattimenti fu essa conchiusa. Mediatore fra gli altri ne fuRomoaldo arcivescovodi Salerno, quel medesimo che ci ha lasciata la sua Storia, da me data alla luce. Rapporta il cardinal Baronio[Baron., Annales, ad hunc annum.]il diploma delre Guglielmo, che contiene le condizioni dell'accordo, e con esso s'ha a confrontare ciò che ne scrivono alcuni moderni. Si obbligò il papa di concedere al re l'investitura del regno di Sicilia, del ducato di Puglia, del principato di Capoa, Napoli, Salerno e Melfi, siccome ancora dellaMarca e dell'altro paese ch'egli dovea avere di qua da Marsi. E il re si obbligò a prestargli omaggio contro ogni persona, e il giurargli fedeltà, con pagare ogni anno il censo di seicento schifati per la Puglia e Calabria, e cinquecento per la Marca: cose tutte eseguite dipoi nella chiesa di san Marciano fuori di Benevento, dove alla presenza di molta nobiltà e popolo diede Guglielmo il giuramento a' piedi del papa, e ricevette l'investitura. Sotto il nome diMarcaè da vedere che paese fosse allora disegnato. Forse quella di Chieti, non osando io spiegar ciò della marca di Camerino, che è la stessa con quella d'Ancona e di Fermo. Confermò papa Adriano IV con sua bolla, riferita parimente dal cardinal Baronio, la concordia suddetta; concordia nondimeno che dispiacque ad alcuni de' cardinali, e molto più all'imperador Federigo, che si vedea precluso con ciò l'adito alla meditata guerra di Puglia. Di grandi regali in oro, argento e drappi di seta lasciò il re Guglielmo al papa, ai cardinali e a tutta la corte pontificia[Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii IV.], e poi se ne andò. Da Benevento venne il papa alla volta di Roma, con passare per Monte Casino e per le montagne di Marsi. E perciocchè la città d'Orvieto, per lunghissimo tempo sottratta alla giurisdizione della Chiesa romana, era tornata alla sua ubbidienza, volle il buon pontefice consolar quei popoli colla sua presenza. Con singolar onore quivi ricevuto, alla venuta poi del verno passò alla volta dell'ameno e popolato castello di Viterbo, e di là a Roma, dove pacificamente alloggiò nel palazzo lateranense. Nell'anno presente i Milanesi, ricevuto qualche rinforzo di gente da Brescia, continuarono la guerra contro ai Pavesi[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.]. Presero loro varii luoghi, e fra gli altri il forte castello di Ceredano, non avendo osato i Pavesi e Novaresi, benchè usciti in campagna con tutto il loro sforzo, di venire ad alcun fatto d'armi, nè di tentar di soccorrere quella terra, che poifu spianata. Andarono ancora i Milanesi nella valle di Lugano, e suggettarono circa venti di quelle castella. Seguì ancora un conflitto fra essi e i Pavesi, in cui ebbero la peggio gli ultimi. Studiaronsi in questi tempi i Piacentini[Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.]di fortificar la loro città con buone mura, torri e fosse, ben prevedendo i malanni che sovrastavano alla Lombardia per la ribellion de' Milanesi. Intanto diede fine a' suoi giorniDomenico Morosinidoge di Venezia[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], in cui luogo fu sostituitoVitale Michele II, il quale non tardò a far pace coi Pisani. Nell'anno presente ancora, se è da prestar fede alla Cronica di Jacopo Malvezzi[Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], i Bresciani, per cagion delle castella di Volpino e Ceretello, mossero guerra ai Bergamaschi. Vennero alle mani coll'esercito d'essi nel mese di marzo vicino a Palusco, e insigne vittoria ne riportarono col far prigioni due mila e cinquecento Bergamaschi, e prendere il loro principal gonfalone, che, portato nella chiesa de' santi Faustino e Giovita, ogni anno nella gran solennità si spiegava. All'incontro fecero i Genovesi pace e concordia con Guglielmo re di Sicilia[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.], e lor ne venne molto vantaggio ed onore.

Nella primavera di quest'anno l'imperador Federigocelebrò in Wirtzburg le sue nozze conBeatricefigliuola diRinaldo contedi Borgogna[Otto Frisingens., de Gest. Friderici I, lib. 2, cap. 30.], che gli portò in dote molti Stati. Vennero in questi tempi gli ambasciatori del greco AugustoManuello Comneno, ma non furono ammessi. Curioso è il motivo che ci vien qui narrato da Ottone Frisingense, per cui svanì tutta la precedente amicizia e confidenza che passava tra i due imperii occidentale ed orientale. Sia verità o bugia, fu rappresentato a Federigo che i Greci, allorchè egli passò da Ancona, aveano destramente colta una lettera sigillata col sigillo d'esso imperador Federigo (quasichè niuna di queste lettere si conservasse nella corte di Costantinopoli), e s'erano serviti di quel sigillo applicato ad altra carta, fingendo che Federigo avesse conceduta al greco Augusto la Campania e la Puglia, per tirar dalla sua i popoli di quelle contrade. Con questa frode e con gran profusione d'oro guadagnati non pochi baroni della Puglia, s'erano fatti padroni di un gran tratto di paese, e specialmente di Bari capital della provincia, dove era morto Michele Paleologo, condottiere di quella impresa. Corse anche voce in Germania cheGuglielmo redi Sicilia fosse o mancato di vita oimpazzito. E infatti abbiamo da Ugone Falcando[Hugo Falcandus, in Chron.]che Guglielmo nell'anno addietro, per artifizio del suo disleale favorito ed ammiraglio Maione, se ne stette come chiuso nelle stanze del suo palazzo in Palermo, senza dar udienza a chi che sia, fuorchè ad esso Maione e adUgone arcivescovodi quella città. Ora, benchè Federigo odiasse non poco il re Guglielmo, pure più rabbia in lui cagionava il vedere che i Greci, potenza maggiore e capace di far maggiori progressi in Italia, avessero usurpata la Puglia; e però, chiamandoli traditori, già si disponeva a tornare in Italia per muovere guerra contra di loro. Ma dacchè intese che Guglielmo era vivo e sano di mente, e che altra faccia aveano presa gli affari di Puglia, siccome dirò fra poco, smontò da quel disegno, e solamente rivolse i suoi pensieri contra de' Milanesi, che erano in sua disgrazia, con fare i preparamenti necessarii per tale impresa.

Ora è da sapere che, per attestato del suddetto Ugone Falcando, molte trame furono fatte dal menzionato Maione contra di non pochi baroni della Sicilia, i quali giunsero a ribellarsi con gran confusione di cose in Palermo e in altri luoghi. Servirono tali sconcerti a svegliare l'addormentatoGuglielmo, che non arrivò già per questo a conoscere qual mostro egli tenesse appresso nella persona di Maione. Risaputo bensì finalmente il grave sfasciamento de' suoi affari in Puglia, si applicò tosto al riparo. Il suo primo tentativo fu quello di rimettersi, se potea, in grazia dipapa Adriano[Cardin. de Aragon., in Vita Adriani IV.], e tanto più perchè si venne a sapere che l'imperador greco facea proposizioni ingorde di danaro al medesimo pontefice per ottener tre città marittime, con promettere ancora di dargli tali forze di gente e d'oro da poter cacciare Guglielmo dalla Sicilia. Venuto dunque a Salerno, inviò al papa il vescovo eletto di Catania ed altri della sua corte, con plenipotenza di far pace colla Chiesaromana, offerendole il danaro esibito dai Greci, tre terre per li danni dati, omaggio ed ubbidienza, e la libertà delle chiese. Non prestò fede a tutta prima il pontefice Adriano a queste proposizioni, e per chiarirsene inviò a SalernoUbaldo cardinaledi santa Prassede. Accertossi egli tutto essere vero; e il papa, trovandovi del vantaggio, inclinava forte alla concordia, se non che gli si oppose la maggior parte de' cardinali che macinavano nella lor mente delle inusate grandezze, in maniera che disturbarono tutto il negoziato. Ebbero bene a pentirsi della lor ingordigia, e a provare che chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia verrà esaltato. Il re Guglielmo, messo insieme un poderoso esercito per mare e per terra[Romualdus Salernit., in Chron. Anonym. Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano.], andò alla volta di Brindisi, occupato da' Greci, da dove si ritiròRoberto contedi Loritello, con venire a Benevento. Si teneva tuttavia il castello pel re. Assediata quella città, i Greci co' Pugliesi uscirono in campo aperto, e diedero battaglia. Durò un pezzo dubbioso il combattimento; ma in fine la vittoria si dichiarò in favore di Guglielmo. Molta nobiltà de' Greci fu ivi presa ed inviata nelle carceri di Palermo; gran bottino di danaro e di navi fu fatto, e riacquistata la città nel dì 28 di maggio. A non pochi ancora de' baroni pugliesi ribelli toccò la disgrazia di cader nelle mani del re. Tolta fu ad alcuni la vita, ad altri la vista. Ciò fatto, marciò alla volta di Bari col vittorioso esercito. Uscirono i cittadini ad incontrarlo senz'armi e in abito di penitenza, chiedendo misericordia. Altro non ottennero al re, troppo sdegnato per lo smantellamento della sua cittadella, se non spazio di due giorni per uscir della città con quanto poteano asportare. Dopo di che spianate prima le mura, fu quella dianzi sì superba, sì popolata e ricca città ridotta in un mucchio di pietre, e diviso il suo popolo in varie ville. Un sì lagrimevole spettacolo fece che non tardarono le altre città della Puglia perdute a rimettersiin grazia e sotto il dominio del re Guglielmo, il quale continuò il viaggio sino a Benevento, dove i più de' baroni suoi ribelli s'erano rifugiati.

Tal paura mise il suo avvicinamentoa Roberto principedi Capoa, dimorante in essa città di Benevento, che non credendosi sicuro, prese la fuga. Ma nel passare il Garigliano, tesogli un agguato daRiccardodell'Aquila conte di Fondi, fu preso e poi consegnato a Guglielmo. Con questo tradimento Riccardo rientrò in grazia del re; e Roberto inviato prigione a Palermo, ed abbacinato, finì poco appresso nelle miserie la sua vita. S'interpose il pontefice Adriano, che si trovava in Benevento anche egli, per salvare Roberto conte di Loritello, Andrea conte di Rupecanina, ed altri baroni che erano presso di lui chiusi in quella città; ed il re si contentò di non molestarli, purchè uscissero fuori del regno: grazia di cui non tardarono a prevalersi. E allora fu che esso pontefice, chiarito delle umane vicende, e pensando al suo stato, mandò egli stesso a ricercar quella pace, per cui pochi mesi prima era stato supplicato. Inviò dunque i cardinaliUbaldodi santa Prassede,Giuliodi san Marcello eRolandodi san Marco al re Guglielmo, per avvertirlo da parte di san Pietro di non offendere Benevento, di soddisfare per li danni dati, e di conservare i suoi diritti alla Chiesa romana. Furono essi benignamente accolti dal re, intavolarono il trattato della pace, e dopo molti dibattimenti fu essa conchiusa. Mediatore fra gli altri ne fuRomoaldo arcivescovodi Salerno, quel medesimo che ci ha lasciata la sua Storia, da me data alla luce. Rapporta il cardinal Baronio[Baron., Annales, ad hunc annum.]il diploma delre Guglielmo, che contiene le condizioni dell'accordo, e con esso s'ha a confrontare ciò che ne scrivono alcuni moderni. Si obbligò il papa di concedere al re l'investitura del regno di Sicilia, del ducato di Puglia, del principato di Capoa, Napoli, Salerno e Melfi, siccome ancora dellaMarca e dell'altro paese ch'egli dovea avere di qua da Marsi. E il re si obbligò a prestargli omaggio contro ogni persona, e il giurargli fedeltà, con pagare ogni anno il censo di seicento schifati per la Puglia e Calabria, e cinquecento per la Marca: cose tutte eseguite dipoi nella chiesa di san Marciano fuori di Benevento, dove alla presenza di molta nobiltà e popolo diede Guglielmo il giuramento a' piedi del papa, e ricevette l'investitura. Sotto il nome diMarcaè da vedere che paese fosse allora disegnato. Forse quella di Chieti, non osando io spiegar ciò della marca di Camerino, che è la stessa con quella d'Ancona e di Fermo. Confermò papa Adriano IV con sua bolla, riferita parimente dal cardinal Baronio, la concordia suddetta; concordia nondimeno che dispiacque ad alcuni de' cardinali, e molto più all'imperador Federigo, che si vedea precluso con ciò l'adito alla meditata guerra di Puglia. Di grandi regali in oro, argento e drappi di seta lasciò il re Guglielmo al papa, ai cardinali e a tutta la corte pontificia[Cardin. de Aragon., in Vita Eugenii IV.], e poi se ne andò. Da Benevento venne il papa alla volta di Roma, con passare per Monte Casino e per le montagne di Marsi. E perciocchè la città d'Orvieto, per lunghissimo tempo sottratta alla giurisdizione della Chiesa romana, era tornata alla sua ubbidienza, volle il buon pontefice consolar quei popoli colla sua presenza. Con singolar onore quivi ricevuto, alla venuta poi del verno passò alla volta dell'ameno e popolato castello di Viterbo, e di là a Roma, dove pacificamente alloggiò nel palazzo lateranense. Nell'anno presente i Milanesi, ricevuto qualche rinforzo di gente da Brescia, continuarono la guerra contro ai Pavesi[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.]. Presero loro varii luoghi, e fra gli altri il forte castello di Ceredano, non avendo osato i Pavesi e Novaresi, benchè usciti in campagna con tutto il loro sforzo, di venire ad alcun fatto d'armi, nè di tentar di soccorrere quella terra, che poifu spianata. Andarono ancora i Milanesi nella valle di Lugano, e suggettarono circa venti di quelle castella. Seguì ancora un conflitto fra essi e i Pavesi, in cui ebbero la peggio gli ultimi. Studiaronsi in questi tempi i Piacentini[Annales Placentini, tom. 16 Rer. Ital.]di fortificar la loro città con buone mura, torri e fosse, ben prevedendo i malanni che sovrastavano alla Lombardia per la ribellion de' Milanesi. Intanto diede fine a' suoi giorniDomenico Morosinidoge di Venezia[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], in cui luogo fu sostituitoVitale Michele II, il quale non tardò a far pace coi Pisani. Nell'anno presente ancora, se è da prestar fede alla Cronica di Jacopo Malvezzi[Malveccius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], i Bresciani, per cagion delle castella di Volpino e Ceretello, mossero guerra ai Bergamaschi. Vennero alle mani coll'esercito d'essi nel mese di marzo vicino a Palusco, e insigne vittoria ne riportarono col far prigioni due mila e cinquecento Bergamaschi, e prendere il loro principal gonfalone, che, portato nella chiesa de' santi Faustino e Giovita, ogni anno nella gran solennità si spiegava. All'incontro fecero i Genovesi pace e concordia con Guglielmo re di Sicilia[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital.], e lor ne venne molto vantaggio ed onore.


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