MCLVIIAnno diCristoMCLVII. IndizioneV.Adriano IVpapa 4.FederigoI re 6, imperad. 3.Dappoichèpapa Adrianoavea fatte coll'AugustoFederigotante doglianze diGuglielmo redi Sicilia, ed era restato con lui in concerto di fargli guerra; cosa che Federigo non avea potuto eseguire dopo aver presa la corona imperiale a cagion delle malattie entrate nell'esercito suo; restò forte esacerbato esso imperadore all'udire nell'anno precedente la pace data dal papa a Guglielmo con accordargli il titolo di re, senza participazione alcunaed assenso suo. Adirato perciò fin da allora, cominciò a far conoscere il suo mal talento contro d'esso Adriano col difficultare agli ecclesiastici del regno germanico di passare alla corte pontificia per ottener benefizii o per altri affari. Mosso da questa non picciola novità Adriano spedì nell'anno presente due cardinali, cioèRolandocancelliere eBernardodel titolo di san Clemente, alla corte cesarea[Radevicus, de Gestis Frider. I, lib. 1, cap. 8.]. Correva il mese d'ottobre, e Federigo Augusto s'era portato a Besanzone per farsi riconoscere padrone del regno della Borgogna, siccome in fatti ottenne, avendo in persona o per lettere prestata a lui ubbidienza gli arcivescovi diLione, Vienna, Arles, i vescovi diValenza, d'Avignonee d'altre città. Era concorsa a Besanzone gran foresteria per veder l'imperadore, e per affari. V'erano Romani, Pugliesi, Veneziani, Lombardi, Franzesi, Inglesi e Spagnuoli. Furono ricevuti onorevolmente i legati apostolici, i quali presentarono a Federigo una lettera del papa, conceputa con gravi risentimenti, perch'esso imperadore non avesse finora gastigato quegli scellerati di Germania che aveano preso e messo in prigioneEsquilo arcivescovodi Lunden in Isvezia (e non già di Londra, come immaginò il Baronio) nel ritorno di Roma, con ricordargli appresso la prontezza con cui esso pontefice gli avea conferita l'imperial corona; del che non era pentito, nè si pentirebbe, quando anchemajora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset. Letta la lettera, e spiegata a chi non sapeva il latino, si alzò un gran bisbiglio nell'assemblea a cagione de' termini forti in essa adoperati, ma principalmente per quella parola dibeneficia, che fu presa in senso rigoroso, quasichè adoperata nel senso de' legisti, presso i quali significafeudo, volesse il pontefice far sapere che l'imperadore dalle mani del papa riceveva in feudo l'imperio. Diede motivo a tale interpretazione l'aver veduto in Roma una pittura, rappresentante nel palazzolateranense l'imperador Lottarioai piedi del papa, con questi due versi sotto:REX VENIT ANTE FORES, IVRANS PRIVS VRBIS HONORES,POST HOMO FIT PAPAE, SVMIT QVO DANTE CORONAM.Quell'homovuol direvassallo. Ne fu fatta doglianza collo stesso papa Adriano che avea promesso di farlo cancellare. Uscirono parole calde su questo nell'assemblea, e s'aumentò il fuoco, perchè dicono avere risposto uno dei legati:A quo ergo habet, si a domino papa non habet imperium? A tali parole poco mancò cheOttone contepalatino di Baviera, sguainata la spada, non gli tagliasse il capo. Quetò Federigo il tumulto, e poi diede ordine che i legati fossero messi in sicuro, acciocchè nel dì seguente per la più corta se ne tornassero a Roma. Notificò poi esso imperadore quest'avvenimento con sua lettera sparsa per tutta la Germania, lamentandosi del fatto dei legati, e del poco rispetto a lui mostrato dal papa, con aggiugnere essersi trovati presso quei legati non pochi fogli in bianco sigillati, per potere a loro arbitrio scrivervi quel che volevano, per accumular danari e spogliar le chiese del regno. Si vede che tanto il papa, quanto l'imperadore erano inclinati alla rottura. L'avere il papa dalla sua il potente re di Sicilia, il facea parlar alto; ma questa loro concordia quella appunto era che a Federigo maggiormente movea la bile. Nè mancavano i baroni pugliesi rifugiati colà di accenderla vieppiù, con isparlar dappertutto del papa. Ottone da San Biagio[Otto de Sancto Blasio, in Chron.]mette l'avvenimento suddetto sotto l'anno 1156, ma Radevico, scrittore di maggior peso, sotto il presente.Durando tuttavia la guerra in Lombardia, i Milanesi, fatto un grande sforzo contra dei Pavesi, con qualche aiuto ancora de' Bresciani, e dato il comando dell'armata aGuido contedi Biandrate, nel mese di giugno si portarono alla volta di Vigevano, terra insigne de' Pavesi, alla cuidifesa s'erano postiGuglielmo marchesedi Monferrato,Obizzo Malaspinamarchese, che dovea aver cangiata casacca, ed altri baroni[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Otto Morena, Histor. Laudens.]. Distrussero il castello di Gambalò, assediarono dipoi Vigevano, e tanto lo tennero stretto, che per mancanza di viveri lo strinsero alla resa, e dipoi lo spianarono. Seguì in tal congiuntura un accordo fra i Milanesi e Pavesi, che durò ben poco. Ottone Morena scrive per colpa de' Milanesi, e Sire Raul per mancamento de' Pavesi. Perciò il popolo di Milano, che era tornato a casa, di nuovo uscì in campagna, e passato in Lomellina, fertilissimo paese già tolto dai Pavesi ai nobili conti palatini di Lombardia, si diedero a rifabbricar la terra di Lomello, capitale allora di quella provincia. Nel medesimo tempo maggiormente accalorarono il rifacimento e le fortificazioni di Tortona, di Gagliate, Trecate e d'altri luoghi, fecero di buone fosse a Milano, di maniera che, per attestato di Sire Raul, in tali fatture e nel rimettere dei fortissimi ponti sopra i fiumi Ticino ed Adda, spesero più di cinquanta mila marche di argento purissimo. Si mossero contra di loro in quest'anno i Cremonesi; ma senza alcuna impresa di rilievo se ne ritornarono alla loro città. Intanto gl'infelici Lodigiani, secondo l'asserzione di Ottone Morena, storico contemporaneo di quella città, furono con aggravii nuovi maggiormente afflitti dal popolo di Milano. Non si sa che in quest'anno il re di SiciliaGuglielmoalcuna impresa facesse. Perduto ne' piaceri, e ritirato nel suo palagio di Palermo, lasciava le redini all'indegno Maione suo ammiraglio, il quale gli dovea lodar la vita ritirata e lussuriosa dei sultani turcheschi, per farla egli intanto da re e per continuare in questi tempi la persecuzione contra di qualunque barone siciliano che fosse o paresse contrario ai suoi voleri e disegni. Ma nel mese dinovembreAndrea contedi Rupecanina[Anonymus Casinensis, in Chron. Johan. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.], uno de' baroni di Puglia ribelli, che dianzi era fuggito fuori del regno, vi tornò per voglia massimamente di vendicare il tradimento fatto aRoberto principedi Capoa daRiccardodall'Aquila conte di Fondi. Unì egli una picciola armata di Romani, Greci e Pugliesi, e con essa entrato nel contado di Fondi, lo prese insieme colla città d'Acquino, e bruciò il traghetto dove tradito fu il suddetto principe di Capoa. Confermò papa Adriano in questo annoIV idus novembris, stando nel palazzo lateranense, i privilegii aGuifredo abbatedel monistero di san Dionisio di Milano, come costa da sua bolla da me data alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. LXX.].
Dappoichèpapa Adrianoavea fatte coll'AugustoFederigotante doglianze diGuglielmo redi Sicilia, ed era restato con lui in concerto di fargli guerra; cosa che Federigo non avea potuto eseguire dopo aver presa la corona imperiale a cagion delle malattie entrate nell'esercito suo; restò forte esacerbato esso imperadore all'udire nell'anno precedente la pace data dal papa a Guglielmo con accordargli il titolo di re, senza participazione alcunaed assenso suo. Adirato perciò fin da allora, cominciò a far conoscere il suo mal talento contro d'esso Adriano col difficultare agli ecclesiastici del regno germanico di passare alla corte pontificia per ottener benefizii o per altri affari. Mosso da questa non picciola novità Adriano spedì nell'anno presente due cardinali, cioèRolandocancelliere eBernardodel titolo di san Clemente, alla corte cesarea[Radevicus, de Gestis Frider. I, lib. 1, cap. 8.]. Correva il mese d'ottobre, e Federigo Augusto s'era portato a Besanzone per farsi riconoscere padrone del regno della Borgogna, siccome in fatti ottenne, avendo in persona o per lettere prestata a lui ubbidienza gli arcivescovi diLione, Vienna, Arles, i vescovi diValenza, d'Avignonee d'altre città. Era concorsa a Besanzone gran foresteria per veder l'imperadore, e per affari. V'erano Romani, Pugliesi, Veneziani, Lombardi, Franzesi, Inglesi e Spagnuoli. Furono ricevuti onorevolmente i legati apostolici, i quali presentarono a Federigo una lettera del papa, conceputa con gravi risentimenti, perch'esso imperadore non avesse finora gastigato quegli scellerati di Germania che aveano preso e messo in prigioneEsquilo arcivescovodi Lunden in Isvezia (e non già di Londra, come immaginò il Baronio) nel ritorno di Roma, con ricordargli appresso la prontezza con cui esso pontefice gli avea conferita l'imperial corona; del che non era pentito, nè si pentirebbe, quando anchemajora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset. Letta la lettera, e spiegata a chi non sapeva il latino, si alzò un gran bisbiglio nell'assemblea a cagione de' termini forti in essa adoperati, ma principalmente per quella parola dibeneficia, che fu presa in senso rigoroso, quasichè adoperata nel senso de' legisti, presso i quali significafeudo, volesse il pontefice far sapere che l'imperadore dalle mani del papa riceveva in feudo l'imperio. Diede motivo a tale interpretazione l'aver veduto in Roma una pittura, rappresentante nel palazzolateranense l'imperador Lottarioai piedi del papa, con questi due versi sotto:
REX VENIT ANTE FORES, IVRANS PRIVS VRBIS HONORES,POST HOMO FIT PAPAE, SVMIT QVO DANTE CORONAM.
REX VENIT ANTE FORES, IVRANS PRIVS VRBIS HONORES,
POST HOMO FIT PAPAE, SVMIT QVO DANTE CORONAM.
Quell'homovuol direvassallo. Ne fu fatta doglianza collo stesso papa Adriano che avea promesso di farlo cancellare. Uscirono parole calde su questo nell'assemblea, e s'aumentò il fuoco, perchè dicono avere risposto uno dei legati:A quo ergo habet, si a domino papa non habet imperium? A tali parole poco mancò cheOttone contepalatino di Baviera, sguainata la spada, non gli tagliasse il capo. Quetò Federigo il tumulto, e poi diede ordine che i legati fossero messi in sicuro, acciocchè nel dì seguente per la più corta se ne tornassero a Roma. Notificò poi esso imperadore quest'avvenimento con sua lettera sparsa per tutta la Germania, lamentandosi del fatto dei legati, e del poco rispetto a lui mostrato dal papa, con aggiugnere essersi trovati presso quei legati non pochi fogli in bianco sigillati, per potere a loro arbitrio scrivervi quel che volevano, per accumular danari e spogliar le chiese del regno. Si vede che tanto il papa, quanto l'imperadore erano inclinati alla rottura. L'avere il papa dalla sua il potente re di Sicilia, il facea parlar alto; ma questa loro concordia quella appunto era che a Federigo maggiormente movea la bile. Nè mancavano i baroni pugliesi rifugiati colà di accenderla vieppiù, con isparlar dappertutto del papa. Ottone da San Biagio[Otto de Sancto Blasio, in Chron.]mette l'avvenimento suddetto sotto l'anno 1156, ma Radevico, scrittore di maggior peso, sotto il presente.
Durando tuttavia la guerra in Lombardia, i Milanesi, fatto un grande sforzo contra dei Pavesi, con qualche aiuto ancora de' Bresciani, e dato il comando dell'armata aGuido contedi Biandrate, nel mese di giugno si portarono alla volta di Vigevano, terra insigne de' Pavesi, alla cuidifesa s'erano postiGuglielmo marchesedi Monferrato,Obizzo Malaspinamarchese, che dovea aver cangiata casacca, ed altri baroni[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital. Otto Morena, Histor. Laudens.]. Distrussero il castello di Gambalò, assediarono dipoi Vigevano, e tanto lo tennero stretto, che per mancanza di viveri lo strinsero alla resa, e dipoi lo spianarono. Seguì in tal congiuntura un accordo fra i Milanesi e Pavesi, che durò ben poco. Ottone Morena scrive per colpa de' Milanesi, e Sire Raul per mancamento de' Pavesi. Perciò il popolo di Milano, che era tornato a casa, di nuovo uscì in campagna, e passato in Lomellina, fertilissimo paese già tolto dai Pavesi ai nobili conti palatini di Lombardia, si diedero a rifabbricar la terra di Lomello, capitale allora di quella provincia. Nel medesimo tempo maggiormente accalorarono il rifacimento e le fortificazioni di Tortona, di Gagliate, Trecate e d'altri luoghi, fecero di buone fosse a Milano, di maniera che, per attestato di Sire Raul, in tali fatture e nel rimettere dei fortissimi ponti sopra i fiumi Ticino ed Adda, spesero più di cinquanta mila marche di argento purissimo. Si mossero contra di loro in quest'anno i Cremonesi; ma senza alcuna impresa di rilievo se ne ritornarono alla loro città. Intanto gl'infelici Lodigiani, secondo l'asserzione di Ottone Morena, storico contemporaneo di quella città, furono con aggravii nuovi maggiormente afflitti dal popolo di Milano. Non si sa che in quest'anno il re di SiciliaGuglielmoalcuna impresa facesse. Perduto ne' piaceri, e ritirato nel suo palagio di Palermo, lasciava le redini all'indegno Maione suo ammiraglio, il quale gli dovea lodar la vita ritirata e lussuriosa dei sultani turcheschi, per farla egli intanto da re e per continuare in questi tempi la persecuzione contra di qualunque barone siciliano che fosse o paresse contrario ai suoi voleri e disegni. Ma nel mese dinovembreAndrea contedi Rupecanina[Anonymus Casinensis, in Chron. Johan. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.], uno de' baroni di Puglia ribelli, che dianzi era fuggito fuori del regno, vi tornò per voglia massimamente di vendicare il tradimento fatto aRoberto principedi Capoa daRiccardodall'Aquila conte di Fondi. Unì egli una picciola armata di Romani, Greci e Pugliesi, e con essa entrato nel contado di Fondi, lo prese insieme colla città d'Acquino, e bruciò il traghetto dove tradito fu il suddetto principe di Capoa. Confermò papa Adriano in questo annoIV idus novembris, stando nel palazzo lateranense, i privilegii aGuifredo abbatedel monistero di san Dionisio di Milano, come costa da sua bolla da me data alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. LXX.].