MCLVIII

MCLVIIIAnno diCristoMCLVIII. IndizioneVI.Adriano IVpapa 5.Federigo Ire 7, imperad. 4.L'anno fu questo in cuiFederigo imperadoredeterminò la seconda sua venuta in Italia, per domare i Milanesi, Bresciani e Piacentini, ribelli alla sua corona. A questo fine mise insieme un potentissimo esercito, e ne fece la massa ne' contorni d'Augusta. Erano già tornati a Roma i due cardinali legati, rimandati indietro dall'imperador Federigo[Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 1, cap. 15.], ed aveano riempiuta la corte pontificia di lamenti per l'affronto lor fatto in Germania. Fu diviso il clero romano: l'una parte accusava di mala condotta i legati, con dar ragione all'imperadore; e l'altra sosteneva il loro operato. Sopra di ciòpapa Adrianoscrisse una lettera agli arcivescovi e vescovi di Germania, gravida bensì di lamenti per lo strapazzo fatto ai suoi legati, ma con raccomandarsi che placassero e mettessero in miglior sentiero l'imperadore. All'incontro quei prelati gl'inviarono una risposta assai vigorosa in difesa delladignità imperiale, rilevando sopra tutto l'insolenza di que' versi, e di quella dipintura che dicono osservata nel palazzo lateranense, la quale dovea per anche essere stata abolita, toccando anche gli abusi ed aggravii introdotti nelle chiese della Germania dai ministri della curia romana. Perciò il saggio pontefice, udendo che Federigo si preparava per tornare coll'armi in Italia, giudicò meglio di smorzare il nato incendio con inviare in Germania due altri legati più prudenti, cioèArrigo cardinalede' santi Nereo ed Achilleo, eGiacinto cardinaledi santa Maria della scuola greca, che per viaggio furono presi, spogliati e posti in prigione da due conti del Tirolo. Furono poi rilasciati, edArrigo il Leoneduca di Baviera e Sassonia fece poi un'esemplare vendetta di que' nobili masnadieri. Trovarono questi legati Federigo ne' contorni d'Augusta, ed ammessi all'udienza, gli parlarono con gran riverenza, e presentarongli una lettera mansueta del papa. In essa egli spiegava la parolabeneficium, dichiarando di aver non mai preteso che l'imperio fosse un feudo. Bastò questo a calmare l'ira di Federigo; ed avendo egli poscia dato buon sesto ad alcune altre differenze che passavano fra lui e la corte di Roma, fu ristabilita la pace, e i legati contenti e nobilmente regalati se ne ritornarono a Roma. Avea già l'Augusto Federigo spediti in Italia per precursori alla sua venutaRinaldosuo cancelliere eOttone contedel palazzo. Questi verso la Chiusa sull'Adige s'impadronirono del castello di Rivola, importante per la sicurezza del passaggio dell'armata. Giunti a Cremona, quivi tennero un gran parlamento, al quale intervennero gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, quindici vescovi, e molti marchesi, conti e consoli delle città. Visitarono dipoi l'esarcato di Ravenna, e nell'andare alla volta d'Ancona, scoprirono che i Greci, allora dominanti in quella città, assoldavano gente sotto pretesto di volere far guerra aGuglielmo redi Sicilia, ma infatti con disegnod'impadronirsi di altre città marittime dell'Adriatico. A man larga spendevano costoro, e però vi concorrea popolo da tutte le bande. I legati incontratisi nel cammino conGuglielmo Maltraverser(vuol dire Radevicoda Traversara), il più nobile dei Ravennati, gli fecero tal paura, che non pensò più a trattar coi Greci. Arrivati poi nelle vicinanze d'Ancona con un drappello d'armati, ne chiamarono fuori i ministri del greco Augusto, e fecero loro una calda ripassata con varie minaccie, in guisa tale che i medesimi stentarono ad iscusarsi. Dopo ciò, sen vennero que' legati a riposare in Modena. Diviso in varii corpi l'immenso suo esercito, Federigo parte ne inviò in Italia pel Friuli, parte pel Mongivì, altri per Chiavenna e pel lago di Como. Calò egli stesso per la valle di Trento col fiore dell'armata, seco conducendoUladislao ducadi Boemia, a cui poco prima avea conferito le insegne e il titolo di re,Federigo ducadi Suevia, figliuolo del re Corrado,Corrado ducapalatino del Reno suo fratello, con varii arcivescovi, marchesi e conti.La prima città, in cui sul principio del mese di luglio si scaricò questo terribil nembo d'armati, fu Brescia. Benchè forte di mura, benchè provveduta di gran copia di forti cittadini[Otto Morena, Histor. Laudens.], fece ben qualche opposizione sulle prime al re di Boemia, che non tardò a devastare i suoi contorni; ma giunto che fu l'imperadore in persona, e fermatosi circa quindici giorni in quelle parti, con saccheggiare e bruciar molte castella e ville, mandarono i Bresciani a trattare d'accordo, e con dargli sessanta ostaggi e una grossa somma di danaro, si procacciarono il perdono e la pace da Federigo. Se vogliamo prestar fede al racconto dell'Urspergense[Abbas Urspergensis, in Chron.]pagò quel popolosessantamila marche d'argento; ma forse quelsessantacade sopra gli ostaggi, sembrando eccessiva una tal somma, giacchè vedremo in breve quanto meno costò ai Milanesi il loroaccordo. Stando sul Bresciano pubblicò l'Augusto Federigo le leggi militari riferite da Radevico[Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 26.], ed intimata la guerra contra di Milano, fu consigliato dai savii e dottori d'allora a citar prima quel popolo, per poter proferire legittimamente la sentenza contra di loro. Comparvero gli avvocati milanesi, sfoderarono leggi e paragrafi con grande eloquenza; ma a nulla servì. Fecero esibizione di molto danaro all'imperadore, si raccomandarono a quanti principi vi erano: tutto indarno. Convenne loro tornarsene colle mani vote, e nel consiglio de' più valenti giurisconsulti d'Italia, chiamati colà, fu proferita contra de' Milanesi la sentenza, e tutti messi al bando dell'imperio. Incamminossi dipoi la formidabil armata alla volta dell'Adda, per passarlo[Otto Morena, Sire Raul.]. Non v'era che il ponte di Cassano per cui si potesse transitare; ma dall'altra parte del ponte v'era un buon corpo di Milanesi con assaissimi villani alla guardia: sicchè si credette disperato il passaggio. Ma venendo il re di Boemia e Corrado duca di Dalmazia all'ingiù dietro il fiume, parve loro di avere scoperto un bel guado; e senza pensarvi più che tanto, spinsero i cavalli nell'acqua. Molti se ne annegarono, ma molti ancora salirono felicemente all'altra riva. Visti costoro di là dal fiume, e portatone l'avviso ai Milanesi che custodivano l'altra testa del ponte: addio, buon pro a chi ebbe migliori le gambe. Allora con tutto suo comodo passò l'imperadore colla nobiltà per quel ponte. Passò anche parte dell'esercito; ma sul più bello una parte d'esso ponte pel troppo peso si ruppe, e precipitarono in acqua molti cavalieri e scudieri. Quei poscia che erano già passati, incalzarono i fuggitivi milanesi, ne uccisero alquanti, e molti ne fecero prigioni. Ingrandì poi la fama talmente questo passaggio, che l'AbbateUrspergense[Abbas Urspergens., in Chronico.]spacciò essersi accampato Federigojuxta flumen Padum, in vece di dir presso l'Adda; e che mancandogli barca da passare, salito a cavallo di un trave, sostenuto di qua e di là da alcune aste, con pochi passò di là, ed assaliti i nemici, li mise in fuga. Dovea lo storico pesar meglio sì bizzarro avvenimento. Recato a Milano questo inaspettato avviso, quando si credeva che il fiume Adda avesse a fermare i passi dell'armata nemica, riempiè di spavento, di lagrime e d'urli il popolo imbelle, e cominciò a fuggire una gran quantità d'uomini e donne plebee, e fino gl'infermi si faceano portar fuori di città. Assediò Federigo il castello di Trezzo, e l'ebbe in poco tempo a patti di buona guerra. Passò di là su quel di Lodi, ed eccoti comparire alla sua presenza una folla di poveri Lodigiani in abito compassionevole colle croci in mano, chiedendo giustizia contra de' Milanesi che gli aveano cacciati dalle lor case e tolti i loro beni. Era pur troppo la verità. Nell'antecedente gennaio aveano i Milanesi voluto obbligare il popolo di Lodi a prestare un nuovo giuramento di fedeltà. Erano pronti i Lodigiani, ma vi voleano inserire la clausolasalva imperatoris fidelitate, stante il giuramento da essi fatto all'imperadore con licenza degli stessi consoli di Milano. Ostinatisi i Milanesi di volere una fedeltà senza eccezion di persone, e minacciando l'esilio e la perdita dei beni, amò piuttosto quasi tutto quell'infelice popolo di abbandonar le lor case e tenute, che di contravvenire al già fatto giuramento; e si ritirò chi a Pizzighettone e chi a Cremona, ma con lasciar molti d'essi la vita in quelle parti per le troppe miserie. Compassionò forte l'imperadore lo stato infelice di quel popolo, e gli assegnò un luogo presso il fiume Adda, appellato Monte Ghezone, per potervi fabbricare la nuova loro città, giacchè il vecchio Lodi, lontano di là quattro miglia, era stato diroccato dai Milanesi.Mentre si tratteneva l'Augusto Federigo sul Lodigiano[Rad., lib. 1, cap. 31.], isperanzito ilconte Echebertodi Butena di far qualche bel colpo, senza chiederne licenza, si portò con circa mille cavalieri ben armati fin quasi alle porte di Milano. Uscirono i Milanesi per dimandargli colle lance e spade ciò che egli andasse cercando; ed attaccata la zuffa, che fu ben dura e sanguinosa per l'una parte e per l'altra, restò in essa ucciso il conte conGiovanni ducadi Traversara, il più nobile dell'esarcato di Ravenna, e con altri. Si salvò con una veloce ritirata il rimanente de' Tedeschi. Federigo condannò la di lui disubbidienza, e provvide per l'avvenire. Aveva esso Augusto preventivamente mandato ordine pel regno d'Italia[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Sire Raul, in Histor.], che gli atti all'armi venissero all'oste per l'impresa di Milano. Però giunsero colà assaissimi armati dalle città diParma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Trevigi, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena e Brescia, e molti altri della Toscana. Erano allora tutte queste città del regno d'Italia. Sire Raul fa conto che ascendessero a quindici mila cavalli, e fosse innumerabile la fanteria. Radevico solamente scrive che l'armata passava i cento mila combattenti. Passò l'imperadore con questo potentissimo esercito all'assedio di Milano, se crediamo a Radevico, nel dì 25 di luglio; ma più meritano fede Ottone Morena, che scrive ciò fatto nel dì 6 d'agosto, e Sire Raul, che lo riferisce al dì 5 d'esso mese. Intorno alla città fu divisa in varii campi e quartieri l'armata. Trovavasi quella nobilissima città guernita di forti mura, di altissime torri, e di una profonda fossa piena d'acqua corrente. Il suo giro, per quanto scrive Radevico, erapiù di cento stadii; del che io dubiterei. Nulla mancava ai cittadini di valore e di sperienza nell'armi per ben difendersi.Fecero eglino una sortita vigorosa addosso ai Boemi, accampati al monistero di san Dionisio; e vi fu aspro combattimento; ma accorso l'imperadore con altre molte squadre, furono obbligati a retrocedere in fretta. Aveano essi Milanesi posta gente alla difesa dell'Arco romano, che non era già un castello, come immaginò il padre Pagi, ma una fabbrica di quattro archi con torrione di sopra[Radev. Otto Moren.], composta di grossissimi marmi fuori di Porta romana. Vi alloggiavano quaranta soldati, che per otto giorni bravamente vi si mantennero; ma non potendo resistere al continuo tirare dei balestrieri, in fine si renderono. Colà sopra fece poi l'imperadore mettere una petriera che incomodava forte i Milanesi; ma questi, con opporne un'altra, fecero sloggiare di là i Tedeschi. Non pochi altri fatti d'armi succederono, che io tralascio. Cresceva intanto nella città la penuria de' viveri per la gran gente che vi s'era rifugiata. Entrò anche una fiera epidemia in quel popolo, la quale mieteva le vite di molti. La Martesana, il Seprio, anzi tutte le castella e ville del distretto Milanese andavano a sacco, scorrendo dappertutto i Tedeschi, con tagliare anche gli alberi e le viti, ma più de' Tedeschi sfogando i Pavesi e Cremonesi la rabbia loro contro le case e tenute degli emuli Milanesi. In tale stato si trovava la misera città, quandoGuido contedi Biandrate, uomo saggio, e che per l'onoratezza sua era egualmente amato e stimato da' Tedeschi che da' Milanesi, entrato in città, con tale facondia perorò, che indusse que' cittadini ad implorare la misericordia dell'Augusto sovrano. Vennero dunque i consoli e primi della città a trovare il re di Boemia e il duca d'Austria, i quali, interpostisi coll'imperadore, ottennero il perdono e la pace colle condizioni che Radevico distesamente riferisce[Radev., de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 41.]. Le principali furono di lasciare in libertà Comoe Lodi; di pagar nove mila marche d'argento, in oro, argento o altra moneta[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 4 Rer. Italic.]; di dare trecento ostaggi; di rilasciare i prigioni; che i consoli sarebbono confermati dall'imperadore; che il comune di Milano dimetterebbe all'imperadore le regalie, come la zecca e le gabelle; che si rimetterebbono i Cremaschi in grazia d'esso Augusto col pagamento di cento venti marche. Sottoscritta che fu dalle parti questa convenzione nel dì 7 di settembre, l'arcivescovo e il clero colle reliquie, i consoli e la nobiltà in veste positiva, co' piedi nudi e colle spade sopra il collo, e la plebe colle corde al collo, vennero nel dì seguente a chiedere perdono al vincitore Augusto[Abbas Urspergens., in Chron. Otto Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.], il quale s'era allontanato quasi quattro miglia dalla città per maggior fasto, ed affinchè passassero i supplichevoli per mezzo ai soldati sfilati per tutta la strada. Furono poi rilasciati dai Milanesi i prigioni, fra i quali si contarono mille Pavesi. La bandiera dell'imperadore fu alzata nella torre della metropolitana di Milano, che era la più alta di tutte le fabbriche di Lombardia.Poscia portatosi l'Augusto Federigoapud Modoicum, sedem regni italici, coronatur,cioè a Monza. Giudicai io[Commentar. de Corona Ferrea, tom. 2. Anecdot. Latin.]una volta che queste parole di Radevico indicassero conferita allora la corona del regno italico a Federigo; ma, secondo le osservazioni fatte di sopra, altro non vogliono significare se non che egli comparve in pubblico colla corona in capo.In die Nativitatis beatae Mariae Virginis imperiali diademate processit coronatus, dice l'Abbate Urspergense. Avea Turisendo, cittadino veronese, occupato il castello regale di Garda, nè volendolo rendere i Veronesi all'imperadore, giacchè il comandar colle lettere non giovava, andò Federigo colà con un corpo di milizie,e, passato l'Adige, cominciò le ostilità nel loro territorio: il che è da credere gl'inducesse ad ubbidire. Volle poi ostaggi da tutte le città del regno; e tutte gl'inviarono, fuorchè Ferrara. All'improvviso arrivò a quella cittàOttone contepalatino di Baviera, e, dopo aver ivi regolate le faccende, seco condusse quaranta Ferraresi per ostaggi. Tenne poi Federigo in Roncaglia per la festa di san Martino la general dieta del regno italico, dove intervennero tutti i vescovi, principe i consoli, e furono anche chiamati gli allora quattro famosi lettori delle leggi nello studio di Bologna, cioèBulgaro, Martino Gossia, JacopoedUgoneda Porta Ravegnana, tutti e quattro discepoli di quell'Irnerio ossia Guarnieri che di sopra vedemmo primo interprete delle leggi in Bologna. Interrogati costoro di chi fossero le regalie, cioè i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, le gabelle, i porti, mulini, le pescagioni ed altri simili proventi:Tutto, tutto, gridarono que' gran dottori,è dell'imperadore. E però niuno vi fu di quei principi e signori, il quale, cedendo alla potenza, non dimettesse le regalie in mano di Federigo. Egli ne rilasciò una parte a quei solamente che con buoni documenti mostrarono di goderle per indulto e concessione degl'imperadori. Fu giudicato il resto del fisco, consistente in una rendita annua di trenta mila talenti. Nè si dee tacere una particolarità, di cui poscia fu fatta strepitosa menzione da molti legisti e storici. Cioè, che cavalcando un dì l'imperador Federigo fra Bulgaro e Martino, due de' suddetti dottori, dimandò loro, s'egli giuridicamente fossepadrone del mondo[Otto Morena, in Histor. Laud., tom. 6 Rer. Italic.]. Rispose Bulgaro,che non ne era padrone quanto alla proprietà; ma il testardo Martino disseche sì. Smontato poi l'imperadore, donò ad esso Martino il palafreno su cui era stato: laonde Bulgaro disse poi queste parole:Amisi equum, quia dixi aequum, quod non fuit aequum.Guadagnò ben Federigo con poca fatica il dominio di tutto il mondo. Sarebbe stato prima da vedere se i Franzesi, Spagnuoli, Inglesi, e molto più se i Greci, Persiani, i Cinesi, ec. l'intendessero così. Ah che l'adulazion sempre è stata e sempre sarà la ben veduta nelle corti dei principi! Pubblicò poscia Federigo alcune leggi per la conservazion della pace, e intorno ai feudi, con proibirne specialmente l'alienazione, e il lasciargli alle chiese; il che operò che non più da lì innanzi agli ecclesiastici, se non difficilmente, pervenissero marchesati, contee, castella ed altri feudi. Portate le doglianze de' Cremonesi dei danni loro inferiti dai Piacentini, contra di questi ultimi, fu proferito il bando imperiale. Per liberarsene, convenne loro pagar grossa somma di danaro, ed atterrare i bastioni fatti nei tre anni addietro alla lor città, siccome ancora le antiche torri delle loro mura. Levò inoltre Federigo Monza dalla suggezion di Milano; ed, accostatosi ai confini del Genovesato, obbligò quel popolo a pagar mille e dugento marche d'argento al suo fisco, e di dismettere la fabbrica delle lor mura. Racconta Caffaro[Caffar., Annal. Genuens., lib. 1.], uno degli ambasciatori spediti a Federigo dai Genovesi, le ragioni addotte in lor favore, per non soggiacere alle rigorose leggi pubblicate allora dal fisco imperiale, allegando massimamente le gravi spese occorrenti a quella città per difendere quelle coste dai nemici dell'imperio: perlochè erano e meritavano d'essere privilegiati. Sì fatte ragioni non furono addotte in vano. Ma nulla dice Caffaro delle mura della città; anzi, secondo lui, queste furono perfezionate nell'anno appresso. Grande imperadore, insigne eroe, gridavano tutti i Tedeschi, allorchè videro con tanta felicità imposto un sì pesante giogo da Federigo agli Italiani; ma fra gl'Italiani coloro ancora che erano amici dell'imperadore, ne' lor cuori ben diversamente parlavano.Celebrò poi Federigo nella città di Alba il santo Natale; spedì alcuni deisuoi principi a mettere i consoli nelle città. Ed avendo trovato che le rendite dei beni della contessa Matilda erano state disperse e trascurate dalduca Guelfosuo zio, le raccolse e rendè al medesimo duca. Tali furono le imprese di Federigo Barbarossa in quest'anno: principe che s'era messo in pensiero di ridurre l'Italia presso a poco come era al tempo dei Longobardi e de' Franchi, per non dire in ischiavitù, e che cominciò a trovar la fortuna favorevole a così vasti disegni. Neppure la Puglia andò in questi tempi esente da turbolenze[Anonymus Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.].Andrea contedi Rupecanina, uno de' baroni fuorusciti, di cui parlammo di sopra, dopo aver preso il contado di Fondi ed altri luoghi, fatta l'Epifania di quest'anno, andò alla città di San Germano, e se ne impadronì, con far prigioni circa dugento soldati delre Guglielmo. Essendo fuggito il resto al monistero di Monte Casino, passò colà Andrea, e diede più battaglie a quel luogo. L'Anonimo Casinense scrive che nol potè avere. Giovanni da Ceccano, nella Cronica di Fossanuova, attesta il contrario; ma amendue concordano ch'egli nel seguente marzo, senza sapersene il motivo, abbandonò quelle contrade, e ritirossi in Ancona, ubbidiente allora ai Greci. IntantoManuello imperadord'essi Greci spedì una formidabil flotta da Costantinopoli[Nicetas, in Hist.], siccome fu creduto, a' danni del re di Sicilia. Aveva il re Guglielmo anche egli allestita una potente flotta, la quale, secondo l'asserzione del Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], inviata in Egitto, diede il sacco alla città di Tani ossia Tanne alla foce del Nilo. Ma, udito il movimento de' Greci[Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], venne Stefano ammiraglio d'essa flotta, e fratello di Maione, in cerca dei nemici; e trovatili nell'Arcipelago, tuttochè inferiore di forze, valorosamente gli assalì, e gloriosamente gli sconfisse, conbruciar molti de' loro legni. Tale era allora il valore e la potenza de' Siciliani. Rimase prigione in tal congiuntura Costantino Angelo generale della greca flotta, e zio dell'imperadore, con Alessio Comneno, Giovanni duca e molt'altra nobiltà e gente, che fu inviata in Sicilia. Scorse poi la vittoriosa armata fino a Negroponte, a cui diede il sacco; e dopo aver fatto altri mali alle contrade dei Greci, se ne tornò trionfante in Sicilia nel mese di settembre. Servì questa sconfitta ad abbassare talmente l'orgoglio dell'Augusto Manuello, che sospirò da lì innanzi di aver pace col re Guglielmo. A questo fine spedì egli ad Ancona Alessio Ausuca, uomo di gran destrezza, che intavolò il trattato, e conchiuse una tregua per trent'anni fra esso Guglielmo e l'Augusto greco: con che si può credere che fossero rilasciati i prigioni fatti nella suddetta sconfitta.

L'anno fu questo in cuiFederigo imperadoredeterminò la seconda sua venuta in Italia, per domare i Milanesi, Bresciani e Piacentini, ribelli alla sua corona. A questo fine mise insieme un potentissimo esercito, e ne fece la massa ne' contorni d'Augusta. Erano già tornati a Roma i due cardinali legati, rimandati indietro dall'imperador Federigo[Radevicus, de Gest. Frider. I, lib. 1, cap. 15.], ed aveano riempiuta la corte pontificia di lamenti per l'affronto lor fatto in Germania. Fu diviso il clero romano: l'una parte accusava di mala condotta i legati, con dar ragione all'imperadore; e l'altra sosteneva il loro operato. Sopra di ciòpapa Adrianoscrisse una lettera agli arcivescovi e vescovi di Germania, gravida bensì di lamenti per lo strapazzo fatto ai suoi legati, ma con raccomandarsi che placassero e mettessero in miglior sentiero l'imperadore. All'incontro quei prelati gl'inviarono una risposta assai vigorosa in difesa delladignità imperiale, rilevando sopra tutto l'insolenza di que' versi, e di quella dipintura che dicono osservata nel palazzo lateranense, la quale dovea per anche essere stata abolita, toccando anche gli abusi ed aggravii introdotti nelle chiese della Germania dai ministri della curia romana. Perciò il saggio pontefice, udendo che Federigo si preparava per tornare coll'armi in Italia, giudicò meglio di smorzare il nato incendio con inviare in Germania due altri legati più prudenti, cioèArrigo cardinalede' santi Nereo ed Achilleo, eGiacinto cardinaledi santa Maria della scuola greca, che per viaggio furono presi, spogliati e posti in prigione da due conti del Tirolo. Furono poi rilasciati, edArrigo il Leoneduca di Baviera e Sassonia fece poi un'esemplare vendetta di que' nobili masnadieri. Trovarono questi legati Federigo ne' contorni d'Augusta, ed ammessi all'udienza, gli parlarono con gran riverenza, e presentarongli una lettera mansueta del papa. In essa egli spiegava la parolabeneficium, dichiarando di aver non mai preteso che l'imperio fosse un feudo. Bastò questo a calmare l'ira di Federigo; ed avendo egli poscia dato buon sesto ad alcune altre differenze che passavano fra lui e la corte di Roma, fu ristabilita la pace, e i legati contenti e nobilmente regalati se ne ritornarono a Roma. Avea già l'Augusto Federigo spediti in Italia per precursori alla sua venutaRinaldosuo cancelliere eOttone contedel palazzo. Questi verso la Chiusa sull'Adige s'impadronirono del castello di Rivola, importante per la sicurezza del passaggio dell'armata. Giunti a Cremona, quivi tennero un gran parlamento, al quale intervennero gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, quindici vescovi, e molti marchesi, conti e consoli delle città. Visitarono dipoi l'esarcato di Ravenna, e nell'andare alla volta d'Ancona, scoprirono che i Greci, allora dominanti in quella città, assoldavano gente sotto pretesto di volere far guerra aGuglielmo redi Sicilia, ma infatti con disegnod'impadronirsi di altre città marittime dell'Adriatico. A man larga spendevano costoro, e però vi concorrea popolo da tutte le bande. I legati incontratisi nel cammino conGuglielmo Maltraverser(vuol dire Radevicoda Traversara), il più nobile dei Ravennati, gli fecero tal paura, che non pensò più a trattar coi Greci. Arrivati poi nelle vicinanze d'Ancona con un drappello d'armati, ne chiamarono fuori i ministri del greco Augusto, e fecero loro una calda ripassata con varie minaccie, in guisa tale che i medesimi stentarono ad iscusarsi. Dopo ciò, sen vennero que' legati a riposare in Modena. Diviso in varii corpi l'immenso suo esercito, Federigo parte ne inviò in Italia pel Friuli, parte pel Mongivì, altri per Chiavenna e pel lago di Como. Calò egli stesso per la valle di Trento col fiore dell'armata, seco conducendoUladislao ducadi Boemia, a cui poco prima avea conferito le insegne e il titolo di re,Federigo ducadi Suevia, figliuolo del re Corrado,Corrado ducapalatino del Reno suo fratello, con varii arcivescovi, marchesi e conti.

La prima città, in cui sul principio del mese di luglio si scaricò questo terribil nembo d'armati, fu Brescia. Benchè forte di mura, benchè provveduta di gran copia di forti cittadini[Otto Morena, Histor. Laudens.], fece ben qualche opposizione sulle prime al re di Boemia, che non tardò a devastare i suoi contorni; ma giunto che fu l'imperadore in persona, e fermatosi circa quindici giorni in quelle parti, con saccheggiare e bruciar molte castella e ville, mandarono i Bresciani a trattare d'accordo, e con dargli sessanta ostaggi e una grossa somma di danaro, si procacciarono il perdono e la pace da Federigo. Se vogliamo prestar fede al racconto dell'Urspergense[Abbas Urspergensis, in Chron.]pagò quel popolosessantamila marche d'argento; ma forse quelsessantacade sopra gli ostaggi, sembrando eccessiva una tal somma, giacchè vedremo in breve quanto meno costò ai Milanesi il loroaccordo. Stando sul Bresciano pubblicò l'Augusto Federigo le leggi militari riferite da Radevico[Radevicus, de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 26.], ed intimata la guerra contra di Milano, fu consigliato dai savii e dottori d'allora a citar prima quel popolo, per poter proferire legittimamente la sentenza contra di loro. Comparvero gli avvocati milanesi, sfoderarono leggi e paragrafi con grande eloquenza; ma a nulla servì. Fecero esibizione di molto danaro all'imperadore, si raccomandarono a quanti principi vi erano: tutto indarno. Convenne loro tornarsene colle mani vote, e nel consiglio de' più valenti giurisconsulti d'Italia, chiamati colà, fu proferita contra de' Milanesi la sentenza, e tutti messi al bando dell'imperio. Incamminossi dipoi la formidabil armata alla volta dell'Adda, per passarlo[Otto Morena, Sire Raul.]. Non v'era che il ponte di Cassano per cui si potesse transitare; ma dall'altra parte del ponte v'era un buon corpo di Milanesi con assaissimi villani alla guardia: sicchè si credette disperato il passaggio. Ma venendo il re di Boemia e Corrado duca di Dalmazia all'ingiù dietro il fiume, parve loro di avere scoperto un bel guado; e senza pensarvi più che tanto, spinsero i cavalli nell'acqua. Molti se ne annegarono, ma molti ancora salirono felicemente all'altra riva. Visti costoro di là dal fiume, e portatone l'avviso ai Milanesi che custodivano l'altra testa del ponte: addio, buon pro a chi ebbe migliori le gambe. Allora con tutto suo comodo passò l'imperadore colla nobiltà per quel ponte. Passò anche parte dell'esercito; ma sul più bello una parte d'esso ponte pel troppo peso si ruppe, e precipitarono in acqua molti cavalieri e scudieri. Quei poscia che erano già passati, incalzarono i fuggitivi milanesi, ne uccisero alquanti, e molti ne fecero prigioni. Ingrandì poi la fama talmente questo passaggio, che l'AbbateUrspergense[Abbas Urspergens., in Chronico.]spacciò essersi accampato Federigojuxta flumen Padum, in vece di dir presso l'Adda; e che mancandogli barca da passare, salito a cavallo di un trave, sostenuto di qua e di là da alcune aste, con pochi passò di là, ed assaliti i nemici, li mise in fuga. Dovea lo storico pesar meglio sì bizzarro avvenimento. Recato a Milano questo inaspettato avviso, quando si credeva che il fiume Adda avesse a fermare i passi dell'armata nemica, riempiè di spavento, di lagrime e d'urli il popolo imbelle, e cominciò a fuggire una gran quantità d'uomini e donne plebee, e fino gl'infermi si faceano portar fuori di città. Assediò Federigo il castello di Trezzo, e l'ebbe in poco tempo a patti di buona guerra. Passò di là su quel di Lodi, ed eccoti comparire alla sua presenza una folla di poveri Lodigiani in abito compassionevole colle croci in mano, chiedendo giustizia contra de' Milanesi che gli aveano cacciati dalle lor case e tolti i loro beni. Era pur troppo la verità. Nell'antecedente gennaio aveano i Milanesi voluto obbligare il popolo di Lodi a prestare un nuovo giuramento di fedeltà. Erano pronti i Lodigiani, ma vi voleano inserire la clausolasalva imperatoris fidelitate, stante il giuramento da essi fatto all'imperadore con licenza degli stessi consoli di Milano. Ostinatisi i Milanesi di volere una fedeltà senza eccezion di persone, e minacciando l'esilio e la perdita dei beni, amò piuttosto quasi tutto quell'infelice popolo di abbandonar le lor case e tenute, che di contravvenire al già fatto giuramento; e si ritirò chi a Pizzighettone e chi a Cremona, ma con lasciar molti d'essi la vita in quelle parti per le troppe miserie. Compassionò forte l'imperadore lo stato infelice di quel popolo, e gli assegnò un luogo presso il fiume Adda, appellato Monte Ghezone, per potervi fabbricare la nuova loro città, giacchè il vecchio Lodi, lontano di là quattro miglia, era stato diroccato dai Milanesi.

Mentre si tratteneva l'Augusto Federigo sul Lodigiano[Rad., lib. 1, cap. 31.], isperanzito ilconte Echebertodi Butena di far qualche bel colpo, senza chiederne licenza, si portò con circa mille cavalieri ben armati fin quasi alle porte di Milano. Uscirono i Milanesi per dimandargli colle lance e spade ciò che egli andasse cercando; ed attaccata la zuffa, che fu ben dura e sanguinosa per l'una parte e per l'altra, restò in essa ucciso il conte conGiovanni ducadi Traversara, il più nobile dell'esarcato di Ravenna, e con altri. Si salvò con una veloce ritirata il rimanente de' Tedeschi. Federigo condannò la di lui disubbidienza, e provvide per l'avvenire. Aveva esso Augusto preventivamente mandato ordine pel regno d'Italia[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Sire Raul, in Histor.], che gli atti all'armi venissero all'oste per l'impresa di Milano. Però giunsero colà assaissimi armati dalle città diParma, Cremona, Pavia, Novara, Asti, Vercelli, Como, Vicenza, Trevigi, Padova, Verona, Ferrara, Ravenna, Bologna, Reggio, Modena e Brescia, e molti altri della Toscana. Erano allora tutte queste città del regno d'Italia. Sire Raul fa conto che ascendessero a quindici mila cavalli, e fosse innumerabile la fanteria. Radevico solamente scrive che l'armata passava i cento mila combattenti. Passò l'imperadore con questo potentissimo esercito all'assedio di Milano, se crediamo a Radevico, nel dì 25 di luglio; ma più meritano fede Ottone Morena, che scrive ciò fatto nel dì 6 d'agosto, e Sire Raul, che lo riferisce al dì 5 d'esso mese. Intorno alla città fu divisa in varii campi e quartieri l'armata. Trovavasi quella nobilissima città guernita di forti mura, di altissime torri, e di una profonda fossa piena d'acqua corrente. Il suo giro, per quanto scrive Radevico, erapiù di cento stadii; del che io dubiterei. Nulla mancava ai cittadini di valore e di sperienza nell'armi per ben difendersi.Fecero eglino una sortita vigorosa addosso ai Boemi, accampati al monistero di san Dionisio; e vi fu aspro combattimento; ma accorso l'imperadore con altre molte squadre, furono obbligati a retrocedere in fretta. Aveano essi Milanesi posta gente alla difesa dell'Arco romano, che non era già un castello, come immaginò il padre Pagi, ma una fabbrica di quattro archi con torrione di sopra[Radev. Otto Moren.], composta di grossissimi marmi fuori di Porta romana. Vi alloggiavano quaranta soldati, che per otto giorni bravamente vi si mantennero; ma non potendo resistere al continuo tirare dei balestrieri, in fine si renderono. Colà sopra fece poi l'imperadore mettere una petriera che incomodava forte i Milanesi; ma questi, con opporne un'altra, fecero sloggiare di là i Tedeschi. Non pochi altri fatti d'armi succederono, che io tralascio. Cresceva intanto nella città la penuria de' viveri per la gran gente che vi s'era rifugiata. Entrò anche una fiera epidemia in quel popolo, la quale mieteva le vite di molti. La Martesana, il Seprio, anzi tutte le castella e ville del distretto Milanese andavano a sacco, scorrendo dappertutto i Tedeschi, con tagliare anche gli alberi e le viti, ma più de' Tedeschi sfogando i Pavesi e Cremonesi la rabbia loro contro le case e tenute degli emuli Milanesi. In tale stato si trovava la misera città, quandoGuido contedi Biandrate, uomo saggio, e che per l'onoratezza sua era egualmente amato e stimato da' Tedeschi che da' Milanesi, entrato in città, con tale facondia perorò, che indusse que' cittadini ad implorare la misericordia dell'Augusto sovrano. Vennero dunque i consoli e primi della città a trovare il re di Boemia e il duca d'Austria, i quali, interpostisi coll'imperadore, ottennero il perdono e la pace colle condizioni che Radevico distesamente riferisce[Radev., de Gest. Friderici I, lib. 1, cap. 41.]. Le principali furono di lasciare in libertà Comoe Lodi; di pagar nove mila marche d'argento, in oro, argento o altra moneta[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 4 Rer. Italic.]; di dare trecento ostaggi; di rilasciare i prigioni; che i consoli sarebbono confermati dall'imperadore; che il comune di Milano dimetterebbe all'imperadore le regalie, come la zecca e le gabelle; che si rimetterebbono i Cremaschi in grazia d'esso Augusto col pagamento di cento venti marche. Sottoscritta che fu dalle parti questa convenzione nel dì 7 di settembre, l'arcivescovo e il clero colle reliquie, i consoli e la nobiltà in veste positiva, co' piedi nudi e colle spade sopra il collo, e la plebe colle corde al collo, vennero nel dì seguente a chiedere perdono al vincitore Augusto[Abbas Urspergens., in Chron. Otto Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.], il quale s'era allontanato quasi quattro miglia dalla città per maggior fasto, ed affinchè passassero i supplichevoli per mezzo ai soldati sfilati per tutta la strada. Furono poi rilasciati dai Milanesi i prigioni, fra i quali si contarono mille Pavesi. La bandiera dell'imperadore fu alzata nella torre della metropolitana di Milano, che era la più alta di tutte le fabbriche di Lombardia.

Poscia portatosi l'Augusto Federigoapud Modoicum, sedem regni italici, coronatur,cioè a Monza. Giudicai io[Commentar. de Corona Ferrea, tom. 2. Anecdot. Latin.]una volta che queste parole di Radevico indicassero conferita allora la corona del regno italico a Federigo; ma, secondo le osservazioni fatte di sopra, altro non vogliono significare se non che egli comparve in pubblico colla corona in capo.In die Nativitatis beatae Mariae Virginis imperiali diademate processit coronatus, dice l'Abbate Urspergense. Avea Turisendo, cittadino veronese, occupato il castello regale di Garda, nè volendolo rendere i Veronesi all'imperadore, giacchè il comandar colle lettere non giovava, andò Federigo colà con un corpo di milizie,e, passato l'Adige, cominciò le ostilità nel loro territorio: il che è da credere gl'inducesse ad ubbidire. Volle poi ostaggi da tutte le città del regno; e tutte gl'inviarono, fuorchè Ferrara. All'improvviso arrivò a quella cittàOttone contepalatino di Baviera, e, dopo aver ivi regolate le faccende, seco condusse quaranta Ferraresi per ostaggi. Tenne poi Federigo in Roncaglia per la festa di san Martino la general dieta del regno italico, dove intervennero tutti i vescovi, principe i consoli, e furono anche chiamati gli allora quattro famosi lettori delle leggi nello studio di Bologna, cioèBulgaro, Martino Gossia, JacopoedUgoneda Porta Ravegnana, tutti e quattro discepoli di quell'Irnerio ossia Guarnieri che di sopra vedemmo primo interprete delle leggi in Bologna. Interrogati costoro di chi fossero le regalie, cioè i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazii, le gabelle, i porti, mulini, le pescagioni ed altri simili proventi:Tutto, tutto, gridarono que' gran dottori,è dell'imperadore. E però niuno vi fu di quei principi e signori, il quale, cedendo alla potenza, non dimettesse le regalie in mano di Federigo. Egli ne rilasciò una parte a quei solamente che con buoni documenti mostrarono di goderle per indulto e concessione degl'imperadori. Fu giudicato il resto del fisco, consistente in una rendita annua di trenta mila talenti. Nè si dee tacere una particolarità, di cui poscia fu fatta strepitosa menzione da molti legisti e storici. Cioè, che cavalcando un dì l'imperador Federigo fra Bulgaro e Martino, due de' suddetti dottori, dimandò loro, s'egli giuridicamente fossepadrone del mondo[Otto Morena, in Histor. Laud., tom. 6 Rer. Italic.]. Rispose Bulgaro,che non ne era padrone quanto alla proprietà; ma il testardo Martino disseche sì. Smontato poi l'imperadore, donò ad esso Martino il palafreno su cui era stato: laonde Bulgaro disse poi queste parole:Amisi equum, quia dixi aequum, quod non fuit aequum.

Guadagnò ben Federigo con poca fatica il dominio di tutto il mondo. Sarebbe stato prima da vedere se i Franzesi, Spagnuoli, Inglesi, e molto più se i Greci, Persiani, i Cinesi, ec. l'intendessero così. Ah che l'adulazion sempre è stata e sempre sarà la ben veduta nelle corti dei principi! Pubblicò poscia Federigo alcune leggi per la conservazion della pace, e intorno ai feudi, con proibirne specialmente l'alienazione, e il lasciargli alle chiese; il che operò che non più da lì innanzi agli ecclesiastici, se non difficilmente, pervenissero marchesati, contee, castella ed altri feudi. Portate le doglianze de' Cremonesi dei danni loro inferiti dai Piacentini, contra di questi ultimi, fu proferito il bando imperiale. Per liberarsene, convenne loro pagar grossa somma di danaro, ed atterrare i bastioni fatti nei tre anni addietro alla lor città, siccome ancora le antiche torri delle loro mura. Levò inoltre Federigo Monza dalla suggezion di Milano; ed, accostatosi ai confini del Genovesato, obbligò quel popolo a pagar mille e dugento marche d'argento al suo fisco, e di dismettere la fabbrica delle lor mura. Racconta Caffaro[Caffar., Annal. Genuens., lib. 1.], uno degli ambasciatori spediti a Federigo dai Genovesi, le ragioni addotte in lor favore, per non soggiacere alle rigorose leggi pubblicate allora dal fisco imperiale, allegando massimamente le gravi spese occorrenti a quella città per difendere quelle coste dai nemici dell'imperio: perlochè erano e meritavano d'essere privilegiati. Sì fatte ragioni non furono addotte in vano. Ma nulla dice Caffaro delle mura della città; anzi, secondo lui, queste furono perfezionate nell'anno appresso. Grande imperadore, insigne eroe, gridavano tutti i Tedeschi, allorchè videro con tanta felicità imposto un sì pesante giogo da Federigo agli Italiani; ma fra gl'Italiani coloro ancora che erano amici dell'imperadore, ne' lor cuori ben diversamente parlavano.

Celebrò poi Federigo nella città di Alba il santo Natale; spedì alcuni deisuoi principi a mettere i consoli nelle città. Ed avendo trovato che le rendite dei beni della contessa Matilda erano state disperse e trascurate dalduca Guelfosuo zio, le raccolse e rendè al medesimo duca. Tali furono le imprese di Federigo Barbarossa in quest'anno: principe che s'era messo in pensiero di ridurre l'Italia presso a poco come era al tempo dei Longobardi e de' Franchi, per non dire in ischiavitù, e che cominciò a trovar la fortuna favorevole a così vasti disegni. Neppure la Puglia andò in questi tempi esente da turbolenze[Anonymus Casinens., in Chron. Johann. de Ceccano, in Chron. Fossaenovae.].Andrea contedi Rupecanina, uno de' baroni fuorusciti, di cui parlammo di sopra, dopo aver preso il contado di Fondi ed altri luoghi, fatta l'Epifania di quest'anno, andò alla città di San Germano, e se ne impadronì, con far prigioni circa dugento soldati delre Guglielmo. Essendo fuggito il resto al monistero di Monte Casino, passò colà Andrea, e diede più battaglie a quel luogo. L'Anonimo Casinense scrive che nol potè avere. Giovanni da Ceccano, nella Cronica di Fossanuova, attesta il contrario; ma amendue concordano ch'egli nel seguente marzo, senza sapersene il motivo, abbandonò quelle contrade, e ritirossi in Ancona, ubbidiente allora ai Greci. IntantoManuello imperadord'essi Greci spedì una formidabil flotta da Costantinopoli[Nicetas, in Hist.], siccome fu creduto, a' danni del re di Sicilia. Aveva il re Guglielmo anche egli allestita una potente flotta, la quale, secondo l'asserzione del Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], inviata in Egitto, diede il sacco alla città di Tani ossia Tanne alla foce del Nilo. Ma, udito il movimento de' Greci[Romualdus Salernitanus, in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], venne Stefano ammiraglio d'essa flotta, e fratello di Maione, in cerca dei nemici; e trovatili nell'Arcipelago, tuttochè inferiore di forze, valorosamente gli assalì, e gloriosamente gli sconfisse, conbruciar molti de' loro legni. Tale era allora il valore e la potenza de' Siciliani. Rimase prigione in tal congiuntura Costantino Angelo generale della greca flotta, e zio dell'imperadore, con Alessio Comneno, Giovanni duca e molt'altra nobiltà e gente, che fu inviata in Sicilia. Scorse poi la vittoriosa armata fino a Negroponte, a cui diede il sacco; e dopo aver fatto altri mali alle contrade dei Greci, se ne tornò trionfante in Sicilia nel mese di settembre. Servì questa sconfitta ad abbassare talmente l'orgoglio dell'Augusto Manuello, che sospirò da lì innanzi di aver pace col re Guglielmo. A questo fine spedì egli ad Ancona Alessio Ausuca, uomo di gran destrezza, che intavolò il trattato, e conchiuse una tregua per trent'anni fra esso Guglielmo e l'Augusto greco: con che si può credere che fossero rilasciati i prigioni fatti nella suddetta sconfitta.


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