MCLXIII

MCLXIIIAnno diCristoMCLXIII. IndizioneXI.AlessandroIII papa 5.FederigoI re 12, imper. 9.Dopo averepapa Alessandrocelebrata la festa del santo Natale nella città di Tours[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], venuta la domenica di settuagesima, passò a Parigi per una conferenza conLodovico VIIre di Francia. Gli venne incontro il piissimo re coi baroni e colle sue guardie due leghe lungi dalla città, e alla vista di lui smontato, corse a baciargli i piedi. Dopo di che amendue continuarono il viaggio fino a Parigi, dove la processionedel clero col vescovo l'accolse. Dimorò ivi il pontefice per tutta la quaresima, e vi solennizzò la Pasqua. Poscia, avvicinandosi il tempo della celebrazion del concilio da lui intimato nella città di Tours, colà si trasferì. Riguardevole fu quella sacra adunanza, a cui fu dato principio nel dì 19 di maggio, perchè v'intervennero diciassette cardinali, cento ventiquattro vescovi, quattrocento quattordici abbati, e una copiosa moltitudine di clerici e laici. Furono ivi pubblicati varii canoni di disciplina ecclesiastica, da' quali apparisce che era già insorta nelle parti di Tolosa, e si andava dilatando, una setta d'eretici, i quali, siccome accenneremo, infettarono in fine tutte quelle contrade. Era anche passato in Francia lo studio delle leggi civili, e molti monaci e canonici regolari, col pretesto d'insegnarle nelle scuole, oppur di spiegare la fisica, o di praticar la medicina, abbandonavano i loro chiostri. Questo fu proibito, e dichiarate nulle e sacrileghe tutte le ordinazioni fatte e da farsi dall'antipapa e dagli altri scismatici. E perciocchè l'andar girando il papa dovea riuscire di non lieve aggravio alle chiese, gli fu fatto sapere che se volea più lungamente fermarsi in Francia, eleggesse una dimora stabile nella città che più gli fosse in grado: laonde egli scelse la città di Sens, dove si trattenne dal principio d'ottobre fino alla Pasqua dell'anno 1165. Circa questi tempi avendoUlrico, novello patriarca di Aquileia, fatta un'invasione nell'isola di Grado[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], vi accorsero i Veneziani con uno stuolo di galee, e il fecero prigione con assai nobili del Friuli nell'ultimo giovedì del carnevale, e tutti li misero nelle carceri di Venezia. Per liberarsi, egli si obbligò di mandare ogni anno da lì innanzi nell'ultimo mercordì del carnevale al doge dodici porci grassi, e dodici pani grossi in memoria della vittoria de' Veneti e della sua liberazione. Allora fu fatto in Venezia uno statuto, che nel giovedì suddetto in avvenire adun toro e ad altri simili porci nella pubblica piazza si dovesse tagliar la testa, il qual uso per conto del toro dura tuttavia in essa città. Credevasi dalla plebe ciò istituito per denotare che si tagliava il capo al suddetto arcivescovo e a dodici de' suoi canonici; ma i saggi sapeano che pel solo fine suddetto si facea quello spettacolo.Era in questi tempi straziato l'infelice popolo milanese dai ministri tedeschi, che tutti aveano nell'ossa il morbo dell'avarizia. Tanta era la parte che il loro vice-governatore Pietro di Cunin esigeva dalle rendite de' poderi[Sire Raul, in Hist., tom. 6 Rer. Ital.], che quasi nulla ne restava ai miseri padroni e ai loro rustici. Oltre di che, da que' poderi che aveano i Milanesi sul Lodigiano e Cremasco, nel Seprio, nella Martesana e in altri luoghi, nulla poteano ricavare. Tutto sel divorano gli uffiziali dell'imperadore. Fabbricarono costoro nel borgo di Noseta una gran torre per far quivi la zecca, e guardarvi il danaro dell'imperatore. Ad un magnifico palagio ancora per servigio d'esso Augusto fu dato principio in Monza; e tutto il dì erano in volta gli strapazzati contadini colle lor carra e buoi per condurre i materiali. Altrettanto si facea per la fabbrica del castello di Landriano, e di un palazzo a Vigiantino. Per queste e per altre doglianze della gente, il vescovo di Liegi richiamò il Cunin, e mandò al governo un Federigo cherico, appellato mastro delle scuole: che così era chiamata una dignità nelle cattedrali. La sperienza mostrò che costui avea l'unghie anche più arrampinate che quelle del precedente ministro. Arrivò poi a Lodi nel dì 29 d'agosto, di ritorno dalla Germania l'imperadorFederigocoll'augusta sua consorteBeatrice[Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.]e con gran comitiva di baroni. Da lì a quattro giorni vi giunse ancora l'antipapa, il quale nel dì 4 di novembre fece la traslazione del corpo di san Bassianoda Lodi vecchio a Lodi nuovo. Lo stesso Ottaviano, ed anche l'imperadore col patriarca d'Aquileia e coll'abbate di Clugnì, ed altri vescovi ed arcivescovi portarono sulle loro spalle la sacra cassa. Nel dì 16 d'esso mese essendosi trasferito a Pavia esso Federigo, allora fu che i Pavesi fecero tante istanze, avvalorate dal rinforzo di una buona somma di danaro, che ottennero di potere smantellar le mura di Tortona, con rappresentare riedificata quella città in obbrobrio dell'imperadore e di Pavia. Corsero dunque all'esecuzion del decreto; nè contenti d'aver diroccato il muro, vi distrussero ancora con fretta incredibile tutte le case, riducendo quella sventurata città in un monte di pietre. Un alto di clemenza esercitò poco appresso l'imperadore coi Milanesi, perchè rimise in libertà i quattrocento loro ostaggi. Passando poi egli da Pavia a Monza nel dì 5 di dicembre, il popolo milanese, confinato in uno dei borghi nuovi, maschi e femmine gli andarono incontro sulla via. Era di notte, e forte piovea. Prostrati a terra in mezzo al fango, gridavano misericordia; e Federigo lasciò iviRinaldoarcivescovo eletto di Colonia, acciocchè gli ascoltasse. Questi ordinò che alcuni d'essi nel dì seguente andassero a Monza, dove darebbe loro udienza. Fece anche venir colà dodici di cadaun borgo, e udito che richiedevano la restituzion de' loro poderi più colle lagrime che colla voce, dimandò, cosa offerissero all'imperadore per ricuperarli. Si scusarono essi per la somma loro povertà e per le tante miserie: il che fece montar in collera l'iniquo arcivescovo, e intimar loro di pagare per tutto gennaio prossimo venturo una somma di danaro, e bisognò sborsarla. Nel precedente anno aveano i Pisani inviata un'ambasceria all'imperador Federigo[Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], che ne mostrò molto piacere, e fece di molte carezze ai loro ambasciatori. Nell'anno presente poi investì egli di tutte le regalie quel popolo, che si obbligò di armare sessantagalee in aiuto del medesimo Augusto per la guerra che si andava meditando contro il re di Sicilia. Ma questo lor palese attaccamento a Federigo fu cagione che non si poterono accordare coll'imperador de' GreciManuello Comneno, pretendente ch'essi rinunziassero all'amicizia di Federigo: al che mai non vollero acconsentire. Ma peggio loro avvenne negli Stati del re di Sicilia, perchè considerandoli il re Guglielmo come nemici della sua corona, benchè avesse pace con loro, pure all'improvviso fece prendere quanti Pisani si trovarono nelle sue contrade, ed occupar tutte le loro mercatanzie. Corse un gran pericolo in quest'anno esso re Guglielmo in Palermo[Hugo Falcandus, Histor, Sicul.]. Folto era il numero de' prigionieri di Stato in quelle carceri. Ebbero costoro maniera di uscire, ed usciti assalirono il palazzo regale con disegno e gran voglia di trucidare il re. Fecero così bene il loro uffizio le guardie, che andò fallito il colpo, e restarono i più d'essi tagliati a pezzi.

Dopo averepapa Alessandrocelebrata la festa del santo Natale nella città di Tours[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], venuta la domenica di settuagesima, passò a Parigi per una conferenza conLodovico VIIre di Francia. Gli venne incontro il piissimo re coi baroni e colle sue guardie due leghe lungi dalla città, e alla vista di lui smontato, corse a baciargli i piedi. Dopo di che amendue continuarono il viaggio fino a Parigi, dove la processionedel clero col vescovo l'accolse. Dimorò ivi il pontefice per tutta la quaresima, e vi solennizzò la Pasqua. Poscia, avvicinandosi il tempo della celebrazion del concilio da lui intimato nella città di Tours, colà si trasferì. Riguardevole fu quella sacra adunanza, a cui fu dato principio nel dì 19 di maggio, perchè v'intervennero diciassette cardinali, cento ventiquattro vescovi, quattrocento quattordici abbati, e una copiosa moltitudine di clerici e laici. Furono ivi pubblicati varii canoni di disciplina ecclesiastica, da' quali apparisce che era già insorta nelle parti di Tolosa, e si andava dilatando, una setta d'eretici, i quali, siccome accenneremo, infettarono in fine tutte quelle contrade. Era anche passato in Francia lo studio delle leggi civili, e molti monaci e canonici regolari, col pretesto d'insegnarle nelle scuole, oppur di spiegare la fisica, o di praticar la medicina, abbandonavano i loro chiostri. Questo fu proibito, e dichiarate nulle e sacrileghe tutte le ordinazioni fatte e da farsi dall'antipapa e dagli altri scismatici. E perciocchè l'andar girando il papa dovea riuscire di non lieve aggravio alle chiese, gli fu fatto sapere che se volea più lungamente fermarsi in Francia, eleggesse una dimora stabile nella città che più gli fosse in grado: laonde egli scelse la città di Sens, dove si trattenne dal principio d'ottobre fino alla Pasqua dell'anno 1165. Circa questi tempi avendoUlrico, novello patriarca di Aquileia, fatta un'invasione nell'isola di Grado[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], vi accorsero i Veneziani con uno stuolo di galee, e il fecero prigione con assai nobili del Friuli nell'ultimo giovedì del carnevale, e tutti li misero nelle carceri di Venezia. Per liberarsi, egli si obbligò di mandare ogni anno da lì innanzi nell'ultimo mercordì del carnevale al doge dodici porci grassi, e dodici pani grossi in memoria della vittoria de' Veneti e della sua liberazione. Allora fu fatto in Venezia uno statuto, che nel giovedì suddetto in avvenire adun toro e ad altri simili porci nella pubblica piazza si dovesse tagliar la testa, il qual uso per conto del toro dura tuttavia in essa città. Credevasi dalla plebe ciò istituito per denotare che si tagliava il capo al suddetto arcivescovo e a dodici de' suoi canonici; ma i saggi sapeano che pel solo fine suddetto si facea quello spettacolo.

Era in questi tempi straziato l'infelice popolo milanese dai ministri tedeschi, che tutti aveano nell'ossa il morbo dell'avarizia. Tanta era la parte che il loro vice-governatore Pietro di Cunin esigeva dalle rendite de' poderi[Sire Raul, in Hist., tom. 6 Rer. Ital.], che quasi nulla ne restava ai miseri padroni e ai loro rustici. Oltre di che, da que' poderi che aveano i Milanesi sul Lodigiano e Cremasco, nel Seprio, nella Martesana e in altri luoghi, nulla poteano ricavare. Tutto sel divorano gli uffiziali dell'imperadore. Fabbricarono costoro nel borgo di Noseta una gran torre per far quivi la zecca, e guardarvi il danaro dell'imperatore. Ad un magnifico palagio ancora per servigio d'esso Augusto fu dato principio in Monza; e tutto il dì erano in volta gli strapazzati contadini colle lor carra e buoi per condurre i materiali. Altrettanto si facea per la fabbrica del castello di Landriano, e di un palazzo a Vigiantino. Per queste e per altre doglianze della gente, il vescovo di Liegi richiamò il Cunin, e mandò al governo un Federigo cherico, appellato mastro delle scuole: che così era chiamata una dignità nelle cattedrali. La sperienza mostrò che costui avea l'unghie anche più arrampinate che quelle del precedente ministro. Arrivò poi a Lodi nel dì 29 d'agosto, di ritorno dalla Germania l'imperadorFederigocoll'augusta sua consorteBeatrice[Acerbus Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.]e con gran comitiva di baroni. Da lì a quattro giorni vi giunse ancora l'antipapa, il quale nel dì 4 di novembre fece la traslazione del corpo di san Bassianoda Lodi vecchio a Lodi nuovo. Lo stesso Ottaviano, ed anche l'imperadore col patriarca d'Aquileia e coll'abbate di Clugnì, ed altri vescovi ed arcivescovi portarono sulle loro spalle la sacra cassa. Nel dì 16 d'esso mese essendosi trasferito a Pavia esso Federigo, allora fu che i Pavesi fecero tante istanze, avvalorate dal rinforzo di una buona somma di danaro, che ottennero di potere smantellar le mura di Tortona, con rappresentare riedificata quella città in obbrobrio dell'imperadore e di Pavia. Corsero dunque all'esecuzion del decreto; nè contenti d'aver diroccato il muro, vi distrussero ancora con fretta incredibile tutte le case, riducendo quella sventurata città in un monte di pietre. Un alto di clemenza esercitò poco appresso l'imperadore coi Milanesi, perchè rimise in libertà i quattrocento loro ostaggi. Passando poi egli da Pavia a Monza nel dì 5 di dicembre, il popolo milanese, confinato in uno dei borghi nuovi, maschi e femmine gli andarono incontro sulla via. Era di notte, e forte piovea. Prostrati a terra in mezzo al fango, gridavano misericordia; e Federigo lasciò iviRinaldoarcivescovo eletto di Colonia, acciocchè gli ascoltasse. Questi ordinò che alcuni d'essi nel dì seguente andassero a Monza, dove darebbe loro udienza. Fece anche venir colà dodici di cadaun borgo, e udito che richiedevano la restituzion de' loro poderi più colle lagrime che colla voce, dimandò, cosa offerissero all'imperadore per ricuperarli. Si scusarono essi per la somma loro povertà e per le tante miserie: il che fece montar in collera l'iniquo arcivescovo, e intimar loro di pagare per tutto gennaio prossimo venturo una somma di danaro, e bisognò sborsarla. Nel precedente anno aveano i Pisani inviata un'ambasceria all'imperador Federigo[Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], che ne mostrò molto piacere, e fece di molte carezze ai loro ambasciatori. Nell'anno presente poi investì egli di tutte le regalie quel popolo, che si obbligò di armare sessantagalee in aiuto del medesimo Augusto per la guerra che si andava meditando contro il re di Sicilia. Ma questo lor palese attaccamento a Federigo fu cagione che non si poterono accordare coll'imperador de' GreciManuello Comneno, pretendente ch'essi rinunziassero all'amicizia di Federigo: al che mai non vollero acconsentire. Ma peggio loro avvenne negli Stati del re di Sicilia, perchè considerandoli il re Guglielmo come nemici della sua corona, benchè avesse pace con loro, pure all'improvviso fece prendere quanti Pisani si trovarono nelle sue contrade, ed occupar tutte le loro mercatanzie. Corse un gran pericolo in quest'anno esso re Guglielmo in Palermo[Hugo Falcandus, Histor, Sicul.]. Folto era il numero de' prigionieri di Stato in quelle carceri. Ebbero costoro maniera di uscire, ed usciti assalirono il palazzo regale con disegno e gran voglia di trucidare il re. Fecero così bene il loro uffizio le guardie, che andò fallito il colpo, e restarono i più d'essi tagliati a pezzi.


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