MCLXIV

MCLXIVAnno diCristoMCLXIV. IndizioneXII.AlessandroIII papa 6.FederigoI re 15, imper. 10.Continuòpapa Alessandroancora per quest'anno la sua dimora in Francia nella città di Sens, dove ebbe molte faccende per le differenze insorte in questi tempi fraArrigo red'Inghilterra eTommaso arcivescovodi Cantorberì, che fu poi santo martire. Intanto l'ambizioso antipapa Ottaviano, chiamato Vittore III, mentre dimorava in Lucca[Cardin. de Aragon., in Vit, Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], fu colto da una mortale infermità, e quivi impenitente passò al tribunale di Dio nel dì 20 d'aprile. Pietro Blesense, che ne parla per esperienza, descrive il di lui fasto e la di lui crudeltà; e pure si fece credere alla buona gente che al suo sepolcro erano succeduti non pochimiracoli:Pro cujus sanctis meritis dicitur, Deum multa miracula ibi fecisse: così scrive Acerbo Morena[Acerbo Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.], uno de' suoi parziali: il che sempre più ci dee rendere cauti a distinguere i veri dai finti o dai creduti miracoli. Restavano tuttavia in vita due soli cardinali scismatici, cioè Giovanni da san Martino e Guido da Crema. Costoro fecero un'adunanza di molti ecclesiastici della lor fazione; e giacchèArrigo vescovodi Liegi ricusò il falso pontificato, fu questo conferito allo stesso Guido da Crema, il quale senza alcuna osservanza degli antichi riti ricevette la consecrazione dallo stesso vescovo di Liegi, con assumere il nome diPasquale III. Speditone tosto l'avviso all'Augusto Federigo, in vece di valersi egli di tal congiuntura per estinguere lo scisma, approvò il fatto, e riconobbe costui per legittimo papa. Intanto le città di Lombardia avvezze per assaissimi anni addietro a vivere lautamente col godimento delle regalie e della libertà, con decoro ed autorità principesca, al vedersi ora ridotte ad una vile schiavitù, troppo mal volentieri s'accomodavano a questo insolito giogo. Si aggiunsero le continue avanie che faceano i ministri imperiali, oppressori dei grandi e de' piccioli, intenti solo a smugnere danaro dagli afflitti popoli. Fece tutto ciò perdere a que' popoli la pazienza, e cominciarono a risorgere gli spiriti generosi in alcune città, determinate di non lasciarsi così obbrobriosamente calpestar da li innanzi[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III. Acerbus Morena, in Histor. Laudens. Sire Raul., tom. 6 Rer. Ital.]. Queste furono le città della marca di Verona, cioèVerona, Vicenza, Padova, Trevigi, ed altre minori, che strinsero una segreta società e lega fra loro. Trovavansi mal soddisfatti anche i Veneziani per aggravii patiti dagli uffiziali dell'imperadore, e però anch'essi entrarono in essa lega; e tutti cominciarono a far testa agli ordini di Federigoe de' suoi ministri. Appena scoppiò questo principio di ribellione, che Federigo, messo insieme l'esercito de' Pavesi, Cremonesi e dell'altre città fedeli, e col poco che gli restava de' suoi Tedeschi, marciò verso Verona. Prese e distrusse alcune castella di quel territorio: quando eccoti uscirgli incontro l'esercito delle città collegate, che animosamente venne ad accamparsi in faccia sua, disposto e preparato a ricevere o dar battaglia. Tra perchè era superiore di forze questa armata, e perchè cominciò Federigo ad accorgersi del poco capitale che potea far de' Lombardi suoi seguaci, ne' quali più non concorreva l'odio, che li rendè sì fieri contra di Milano, e si scorgeva in essi piuttosto del compatimento e dell'inclinazione per chi avea preso l'armi per la sua libertà: restò esso Augusto assai confuso. Giudicò dunque miglior partito il ritirarsi, benchè non senza rabbia e vergogna, che di azzardare ad un troppo dubbioso fatto d'armi la sua dignità e riputazione. Da lì innanzi ebbe sempre in sospetto tutte le città d'Italia, perchè conosciute troppo vogliose e gelose della libertà; e però, giacchè non sapea farsi amare da esse, cercò da indi in poi di farsi temere. Aveva egli dalla sua di certo solamente i marchesi, conti ed altri nobili vassalli, perchè questi abbisognavano del di lui braccio e patrocinio per non essere divorati dalle città. Mise pertanto in tutte le rocche e fortezze presidii e governatori tedeschi, de' quali unicamente si fidava, senza valersi più d'Italiani.Accade in quest'anno[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Acerb. Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.]cheBarasonegiudice di Turri, ossia di Logodoro in Sardegna, ePietrogiudice di Cagliari, uniti co' Pisani, per vendicarsi di varie ingiurie ricevute da Barasone giudice di Arborea, oggidì Oristagno, gli fecero guerra, con bruciargli il paese e menar via gran copia di prigioni. Allora questo giudice d'Arborea si raccomandò ai Genovesi,perchè l'aiutassero ad impetrare dall'imperador Federigo il titolo di re di tutta la Sardegna. E non già del solo suo giudicato; perciocchè, siccome ho io altrove dimostrato[Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.], la Sardegna era divisa in quattro giudicati, e que' giudici ben cento anni prima si truovavano intitolati re, perchè niun superiore riconoscevano. Promise costui di gran cose ai Genovesi, dai quali perciò fu condotto a Pavia e presentato a Federigo. Condiscese ben volentieri l'imperadore alla dimanda, non tanto per acquistar diritto sopra la Sardegna, quanto per godersi quattro mila marche d'argento, che gli furono esibite per questa grazia. Gli Annali di Pisa dicono che l'offerta fu di trenta mila lire di soldi imperiali. Forse le quattro mila marche davano questa somma. Ma si opposero forte gli ambasciatori pisani alle istanze del giudice e alla risoluzion dell'imperadore, pretendendo che la Sardegna fosse di lor giurisdizione. Altrettanto ancora pretendevano i Genovesi. Federigo che non volle perdere l'oro promesso, senza curarsi delle lor brighe, nel dì 5 d'agosto, nella chiesa di san Siro di Pavia, solennemente coronò e dichiarò re della Sardegna essoBarasone. Il bello fu, che quando Federigo si credea di mettere le mani sopra il danaro accordato, si trovò che il re novello non aveva un soldo, e lavorava solo di promesse. Era Federigo in procinto di condurlo seco prigione in Germania, finchè avesse soddisfatto; ma costui tanto si adoperò coi Genovesi, che fecero sigurtà per lui, ed essi effettivamente dopo alquanti giorni sborsarono la somma, con prenderla ad usura da varii cittadini. Non trovandosi poi maniera ch'egli soddisfacesse ai Genovesi, fu detenuto prigione in Genova; e i Pisani cogli altri giudici della Sardegna mossero di nuovo guerra ad Arborea, e distrussero quasi tutto il paese, di modo che la vanità di Barasone andò a terminare in un re da teatro. Fecero dipiù i Pisani. Passò Federigo nell'anno presente in Germania ad oggetto di metter insieme una buona armata, per maggiormente assodare il piede in Italia. Colà spedirono i Pisani Uguccione, uno dei lor consoli, per cui maneggio Federigo investì col gonfalone la città di Pisa di tutta l'isola di Sardegna; nè andò molto che i Pisani la renderono interamente tributaria alla loro repubblica. L'onnipotenza dell'oro quella fu che fece dimenticar sì presto a Federigo di aver già dichiaratoprincipe della Sardegnail duca Guelfo suo zio, e poco primare d'essa isolail vanissimo Barasone. Dagli Annali genovesi si sa che i Pisani sborsarono tredicimila lire per ottenere quel privilegio. Diede fine in quest'anno alla sua vita nel dì 20 di luglioPietro Lombardo, Novarese di patria, già vescovo di Parigi, celebre personaggio, e conosciuto da tutti col nome di mastro delle sentenze. Abbiamo ancora dagli Annali di Bologna[Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]e di Modena[Annales veteres Mutinens., tom 9 Rer. Ital.]che Bozzo, luogotenente dell'imperadore in Lombardia, fu ucciso nel contado di Bologna, verisimilmente a cagion delle sue angarie. Nè si dee tacere, che, avendo in quest'anno l'Augusto Federigo richiesto aiuto da' Ferraresipro motione et guerra Venetorumn, Paduanorum, Vicentinorum et Veronensium, quae cornua rebellionis et superbiae contra nos et imperium erexerunt, concedette o confermò loro tutte le regalie con altri privilegii, siccome apparisce dal diploma da me pubblicato[Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.], e datoapud sanctum Salvatorem juxta Papiam, VIIII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MCLXIV, Indictione XII. Con altro diploma confermò al popolo di Mantova parimente tutti i suoi privilegii. Ma, ossia per errore, come io credo, ossia perchè fu usato l'anno pisano, quel diploma si dice bensì datoPapiae apud sanctum Salvatorem VI kalendas junii, anno millesimo centesimosexagesimo quinto, Indictione XII; ma è certo ch'esso appartiene all'anno presente.

Continuòpapa Alessandroancora per quest'anno la sua dimora in Francia nella città di Sens, dove ebbe molte faccende per le differenze insorte in questi tempi fraArrigo red'Inghilterra eTommaso arcivescovodi Cantorberì, che fu poi santo martire. Intanto l'ambizioso antipapa Ottaviano, chiamato Vittore III, mentre dimorava in Lucca[Cardin. de Aragon., in Vit, Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], fu colto da una mortale infermità, e quivi impenitente passò al tribunale di Dio nel dì 20 d'aprile. Pietro Blesense, che ne parla per esperienza, descrive il di lui fasto e la di lui crudeltà; e pure si fece credere alla buona gente che al suo sepolcro erano succeduti non pochimiracoli:Pro cujus sanctis meritis dicitur, Deum multa miracula ibi fecisse: così scrive Acerbo Morena[Acerbo Morena, Histor. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.], uno de' suoi parziali: il che sempre più ci dee rendere cauti a distinguere i veri dai finti o dai creduti miracoli. Restavano tuttavia in vita due soli cardinali scismatici, cioè Giovanni da san Martino e Guido da Crema. Costoro fecero un'adunanza di molti ecclesiastici della lor fazione; e giacchèArrigo vescovodi Liegi ricusò il falso pontificato, fu questo conferito allo stesso Guido da Crema, il quale senza alcuna osservanza degli antichi riti ricevette la consecrazione dallo stesso vescovo di Liegi, con assumere il nome diPasquale III. Speditone tosto l'avviso all'Augusto Federigo, in vece di valersi egli di tal congiuntura per estinguere lo scisma, approvò il fatto, e riconobbe costui per legittimo papa. Intanto le città di Lombardia avvezze per assaissimi anni addietro a vivere lautamente col godimento delle regalie e della libertà, con decoro ed autorità principesca, al vedersi ora ridotte ad una vile schiavitù, troppo mal volentieri s'accomodavano a questo insolito giogo. Si aggiunsero le continue avanie che faceano i ministri imperiali, oppressori dei grandi e de' piccioli, intenti solo a smugnere danaro dagli afflitti popoli. Fece tutto ciò perdere a que' popoli la pazienza, e cominciarono a risorgere gli spiriti generosi in alcune città, determinate di non lasciarsi così obbrobriosamente calpestar da li innanzi[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III. Acerbus Morena, in Histor. Laudens. Sire Raul., tom. 6 Rer. Ital.]. Queste furono le città della marca di Verona, cioèVerona, Vicenza, Padova, Trevigi, ed altre minori, che strinsero una segreta società e lega fra loro. Trovavansi mal soddisfatti anche i Veneziani per aggravii patiti dagli uffiziali dell'imperadore, e però anch'essi entrarono in essa lega; e tutti cominciarono a far testa agli ordini di Federigoe de' suoi ministri. Appena scoppiò questo principio di ribellione, che Federigo, messo insieme l'esercito de' Pavesi, Cremonesi e dell'altre città fedeli, e col poco che gli restava de' suoi Tedeschi, marciò verso Verona. Prese e distrusse alcune castella di quel territorio: quando eccoti uscirgli incontro l'esercito delle città collegate, che animosamente venne ad accamparsi in faccia sua, disposto e preparato a ricevere o dar battaglia. Tra perchè era superiore di forze questa armata, e perchè cominciò Federigo ad accorgersi del poco capitale che potea far de' Lombardi suoi seguaci, ne' quali più non concorreva l'odio, che li rendè sì fieri contra di Milano, e si scorgeva in essi piuttosto del compatimento e dell'inclinazione per chi avea preso l'armi per la sua libertà: restò esso Augusto assai confuso. Giudicò dunque miglior partito il ritirarsi, benchè non senza rabbia e vergogna, che di azzardare ad un troppo dubbioso fatto d'armi la sua dignità e riputazione. Da lì innanzi ebbe sempre in sospetto tutte le città d'Italia, perchè conosciute troppo vogliose e gelose della libertà; e però, giacchè non sapea farsi amare da esse, cercò da indi in poi di farsi temere. Aveva egli dalla sua di certo solamente i marchesi, conti ed altri nobili vassalli, perchè questi abbisognavano del di lui braccio e patrocinio per non essere divorati dalle città. Mise pertanto in tutte le rocche e fortezze presidii e governatori tedeschi, de' quali unicamente si fidava, senza valersi più d'Italiani.

Accade in quest'anno[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Ital. Acerb. Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Ital.]cheBarasonegiudice di Turri, ossia di Logodoro in Sardegna, ePietrogiudice di Cagliari, uniti co' Pisani, per vendicarsi di varie ingiurie ricevute da Barasone giudice di Arborea, oggidì Oristagno, gli fecero guerra, con bruciargli il paese e menar via gran copia di prigioni. Allora questo giudice d'Arborea si raccomandò ai Genovesi,perchè l'aiutassero ad impetrare dall'imperador Federigo il titolo di re di tutta la Sardegna. E non già del solo suo giudicato; perciocchè, siccome ho io altrove dimostrato[Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.], la Sardegna era divisa in quattro giudicati, e que' giudici ben cento anni prima si truovavano intitolati re, perchè niun superiore riconoscevano. Promise costui di gran cose ai Genovesi, dai quali perciò fu condotto a Pavia e presentato a Federigo. Condiscese ben volentieri l'imperadore alla dimanda, non tanto per acquistar diritto sopra la Sardegna, quanto per godersi quattro mila marche d'argento, che gli furono esibite per questa grazia. Gli Annali di Pisa dicono che l'offerta fu di trenta mila lire di soldi imperiali. Forse le quattro mila marche davano questa somma. Ma si opposero forte gli ambasciatori pisani alle istanze del giudice e alla risoluzion dell'imperadore, pretendendo che la Sardegna fosse di lor giurisdizione. Altrettanto ancora pretendevano i Genovesi. Federigo che non volle perdere l'oro promesso, senza curarsi delle lor brighe, nel dì 5 d'agosto, nella chiesa di san Siro di Pavia, solennemente coronò e dichiarò re della Sardegna essoBarasone. Il bello fu, che quando Federigo si credea di mettere le mani sopra il danaro accordato, si trovò che il re novello non aveva un soldo, e lavorava solo di promesse. Era Federigo in procinto di condurlo seco prigione in Germania, finchè avesse soddisfatto; ma costui tanto si adoperò coi Genovesi, che fecero sigurtà per lui, ed essi effettivamente dopo alquanti giorni sborsarono la somma, con prenderla ad usura da varii cittadini. Non trovandosi poi maniera ch'egli soddisfacesse ai Genovesi, fu detenuto prigione in Genova; e i Pisani cogli altri giudici della Sardegna mossero di nuovo guerra ad Arborea, e distrussero quasi tutto il paese, di modo che la vanità di Barasone andò a terminare in un re da teatro. Fecero dipiù i Pisani. Passò Federigo nell'anno presente in Germania ad oggetto di metter insieme una buona armata, per maggiormente assodare il piede in Italia. Colà spedirono i Pisani Uguccione, uno dei lor consoli, per cui maneggio Federigo investì col gonfalone la città di Pisa di tutta l'isola di Sardegna; nè andò molto che i Pisani la renderono interamente tributaria alla loro repubblica. L'onnipotenza dell'oro quella fu che fece dimenticar sì presto a Federigo di aver già dichiaratoprincipe della Sardegnail duca Guelfo suo zio, e poco primare d'essa isolail vanissimo Barasone. Dagli Annali genovesi si sa che i Pisani sborsarono tredicimila lire per ottenere quel privilegio. Diede fine in quest'anno alla sua vita nel dì 20 di luglioPietro Lombardo, Novarese di patria, già vescovo di Parigi, celebre personaggio, e conosciuto da tutti col nome di mastro delle sentenze. Abbiamo ancora dagli Annali di Bologna[Matth. de Griffonibus, Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]e di Modena[Annales veteres Mutinens., tom 9 Rer. Ital.]che Bozzo, luogotenente dell'imperadore in Lombardia, fu ucciso nel contado di Bologna, verisimilmente a cagion delle sue angarie. Nè si dee tacere, che, avendo in quest'anno l'Augusto Federigo richiesto aiuto da' Ferraresipro motione et guerra Venetorumn, Paduanorum, Vicentinorum et Veronensium, quae cornua rebellionis et superbiae contra nos et imperium erexerunt, concedette o confermò loro tutte le regalie con altri privilegii, siccome apparisce dal diploma da me pubblicato[Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.], e datoapud sanctum Salvatorem juxta Papiam, VIIII kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MCLXIV, Indictione XII. Con altro diploma confermò al popolo di Mantova parimente tutti i suoi privilegii. Ma, ossia per errore, come io credo, ossia perchè fu usato l'anno pisano, quel diploma si dice bensì datoPapiae apud sanctum Salvatorem VI kalendas junii, anno millesimo centesimosexagesimo quinto, Indictione XII; ma è certo ch'esso appartiene all'anno presente.


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