MCLXVII

MCLXVIIAnno diCristoMCLXVII. IndizioneXV.AlessandroIII papa 9.FederigoI re 16, imper. 13.Celebre e memorando è quest'anno nella Storia d'Italia per le strepitose avventure che succederono. Avea l'imperadore Federigomandato avanti con un corpo di truppe Rinaldo, eletto arcivescovo di Colonia e arcicancelliere d'Italia, uomo fatto più per gl'imbrogli secolareschi, che per maneggiare il pastorale, affinchè riducesse i contorni di Roma all'ubbidienza dell'antipapa Pasquale[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Tra la forza e i regali ridusse Rinaldo ai suoi voleri molte di quelle terre e città; quelle che fecero resistenza, la pagarono con patire saccheggi, incendii od altre calamità figliuole della guerra. Nè solamente fuori di Roma fece egli de' progressi,ma studiossi con profusione d'oro di guadagnare in Roma stessa partito. E perciocchè, come scrive l'autor della vita di papaAlessandro III, con servirsi di un detto degli antichi,Roma, si inveniret emtorem, se venalem praeberet; non furono pochi i Romani che, adescati dalla pecunia, giurarono fedeltà all'antipapa Guido da Crema e all'imperadore contra di ogni persona. Non mancava il buon papa Alessandro con paterne ammonizioni di esortar tutti alla concordia, alla fedeltà e alla difesa della patria, offerendo ancora il danaro necessario per questo; e davano essi buone parole, ma camminavano con doppiezza, volendo piacere all'una e all'altra parte, infedeli nello stesso tempo a tutte e due. Intanto l'Augusto Federigo nel dì 11 di gennaio si mosse da Lodi colla imperadrice e coll'armata alla volta di Roma[Acerb. Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, tom. 6 Rer. Ital.]. Arrivò sul Bolognese, dove, in vendetta della morte data già al suo ministro Bozzo, diede il guasto sino alle porte della città, e ridusse quel popolo a dargli cento ostaggi, che furono mandati sotto buona scorta a Parma, e a pagare sei mila lire di moneta di Lucca. Passò dipoi a Imola, Faenza, Forlì e Forlimpopoli, e in quelle contrade si fermò sino a San Pietro, esigendo da que' popoli e dagli altri della Romagna grosse contribuzioni di danaro. Non si sa il motivo perch'egli facesse quivi sì lunga dimora, non accordandosi ciò col costume di un principe sì focoso e diligente. Finalmente sul principio di luglio marciò verso la città di Ancona, e ne intraprese l'assedio. Era questa città in quei tempi ubbidiente e suddita aManuello imperadorde' Greci, e contuttochè gli costasse di molto il mantenere tale acquisto, pure se ne compiaceva, lusingandosi che potesse un dì quel piccolo nido riuscire di gran vantaggio alle mire non mai interrotte sopra l'Italia. Ora i cittadini, sì perchè animati dai Greci, e perchè restava ad essi libero il mare, nè mancavano buone fortificazioni alla lor terra, siaccinsero con vigore alla difesa. Fece Federigo fabbricar varie macchine di guerra, e succederono varii conflitti con vicendevoli perdite, usale in simili contrasti.Intanto dacchè fu partito l'imperadore dalla Lombardia, Arrigo conte di Des, lasciato governatore in Pavia, perchè verisimilmente subodorò i segreti maneggi delle città lombarde, nel mese di marzo dimandò e volle cento ostaggi del popolo milanese, cinquanta de' quattro borghi, e altrettanti de' forensi. Da lì a qualche tempo crescendo i sospetti, ne volle altri dugento, che tutti mise nelle carceri di Pavia, e fece anche istanza di danari. Allora l'infelice popolo milanese giunto ai termini della disperazione, al vedersi si maltrattato ed oppresso, diede ascolto a chi proponeva di unirsi in lega con altre città, per iscuotere l'insoffribil giogo tedesco. Fecesi dunque un congresso, a cui intervennero i Cremonesi, Bergamaschi, Mantovani, Bresciani e Ferraresi; e senza dubbio vi si contò ancora qualche inviato della lega della marca di Verona. Quivi, rammentati gli aggravii e le crudeltà che tuttodì pativano per l'insaziabilità e indiscretezza de' ministri cesarei, determinarono di voler piuttosto morire una volta con onore, se occorresse, che di viver con tanta lor vergogna e miseria sotto chi si dimenticava d'essere lor principe, e principe cristiano. Una lega dunque fu stabilita fra loro, con obbligarsi, sotto forte giuramento, di difendersi l'un popolo l'altro, se l'imperadore o i suoi uffiziali volessero da lì innanzi recar loro ingiuria o danno senza ragione,salva tamen imperatoris fidelitate, clausola nondimeno che nulla dovea significare secondo i bisogni. Fu specialmente convenuto il giorno d'introdurre i dispersi Milanesi nell'abbattuta e abbandonata loro città, e di star ivi finchè quel popolo si fosse messo in istato di potervi sussistere da sè solo. Erano stati finora i Cremonesi de' maggiori nemici che avesse Milano, e de' più fedeli che potesse vantar Federigo. È da credere che si movessero a mutar massimadal vedere, e fors'anche dal provar eglino il duro trattamento e l'alterigia de' ministri imperiali sulle città lombarde, e temere col tempo di una somigliante fortuna. Sicardo, che pochi anni dappoi fu vescovo di Cremona, e scrisse una Cronica da me in buona parte data alla luce[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], si lagna non poco di questa risoluzion del suo popolo, perchè a' suoi dì i Milanesi divenuti potenti, e dimentichi de' benefizii, angustiavano forte la città di Cremona: quasichè in quest'anno essa città avesse fabbricato un martello che dovea poi schiacciare il capo a lei. Ma anche i saggi provveggono al bisogno d'oggi, come possono il meglio, rimettendo poi alla provvidenza di Dio il resto, giacchè niuno vi è che arrivi con sicurezza a leggere nel libro dell'avvenire.Erano i Milanesi in una somma costernazione, perchè veniva minacciata la distruzione de' loro borghi, e i Pavesi ne lasciavano correre la voce; laonde per quattro settimane stettero come in agonia tra i pianti e le grida; e chi a Como, e chi a Novara, a Pavia, a Lodi trasportava i suoi pochi mobili, perchè di dì in dì aspettavano l'ultimo eccidio. Quando nel felicissimo dì 27 d'aprile comparvero le milizie bresciane, cremonesi, bergamasche, mantovane e veronesi, che introdussero quel popolo nella desolata città, con immenso gaudio di tutti[Acta S. Galdini, apud Bolland. ad diem 18 april.]. Che menassero tosto le mani per alzar terra, e valersi delle reliquie dell'antico muro, e serrarsi in casa, ben giusto è il crederlo. Riportata questa nuova all'imperador Federigo, benchè altamente se ne cruciasse il suo cuore, pure mostrò di non curarsene punto. Ed allorchè i collegati videro la città ridotta in istato di competente difesa, si ritirarono per attendere a guadagnar Lodi. Sussistendo questa città sì attaccata al servigio dell'imperadore, niuno di quei popoli si vedeva sicuro. Però trattarono di tirarla nella lega: e perchè i Lodigiania niun patto volevano staccarsi dal servigio imperiale dopo i tanti beneficii ricevuti da Federigo, si venne alla forza. Fu assediata quella città dai Milanesi e dagli altri alleati nel dì 17 di maggio: seguirono varii combattimenti; fu dato il guasto al paese, e adoperate tante minacce, che finalmente s'indusse quel popolo, per non poter di meno, ad entrar nella lega,salva imperatoris fidelitate. Passarono i collegati al castello di Trezzo, fortezza di gran polso, perchè cinta di un muro e di una torre che non avea pari in Lombardia. Quivi era riposto un gran tesoro dell'imperadore, come in luogo di somma sicurezza. Tanto nulladimeno lo strinsero e batterono colle macchine di guerra, che il presidio tedesco, a riserva del governatore, fu astretto alla resa, salva la lor vita e libertà. Messo a sacco quel castello, fu poi consegnato alle fiamme ed interamente distrutto. Tali notizie le abbiamo da Acerbo Morena, autore lodigiano e contemporaneo; il perchè o non sussiste ciò che scrisse Radevico all'anno 1159 della distruzion di quel castello oppure convien immaginare che fosse rifatto dipoi. Portato questo spiacevole avviso all'imperadore, ne provò allora un immenso dispiacere; ma impegnato nella guerra contra d'Ancona e di Roma, altro per allora non potè fare che legarsela al dito.Avvenne in questo mentre che il popolo romano concepì, o, per dir meglio, rinnovò l'odio antico contra quei di Tuscolo e di Albano, perchè li vedea inclinati o aderenti ai Tedeschi, e renitenti a pagar gli eccessivi tributi loro imposti[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Sul fine dunque di maggio essi Romani con tutto il loro sforzo, ancorchè si opponesse a tal risoluzione il prudentissimo papa Alessandro III, andarono a dare il guasto a tutto il territorio tuscolano, con tagliar le biade, gli alberi e le viti: dopo di che assediarono quella città. Rainone padrone di Tuscolo, nonavendo forze da poter resistere, per necessità ricorse all'aiuto dell'imperadore, che assediava Ancona. Ordinò egli tosto a Rinaldo eletto arcivescovo di Colonia, esistente in que' contorni, che con alquante schiere d'armati s'affrettasse al soccorso di Tuscolo. Così fece egli. Ma, se vogliam credere a Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio in Chron.], restò Rinaldo rinserrato ed assediato dai Romani in quella città. Ne fu bensì avvisato Federigo, e perchè parve ch'egli non se ne mettesse gran pensiero, Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, con Roberto conte di Bassavilla e con altri baroni, prese l'assunto di marciare in aiuto di lui con poco più di mille cavalieri tedeschi e borgognoni, ma i più bravi dell'armata[Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.]. Allora i Romani si misero in punto di dar battaglia, confidando nella superiorità delle forze, giacchè si tiene che nel campo loro si contassero tra cavalieri e fanti ben tre mila persone armate. Romoaldo Salernitano scrive[Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]che i Romani, sedotti dalla lor prosunzione e superbia, vollero venire alle mani, ma senza ordine e cautela alcuna. Si azzuffarono dunque nel dì 30 di maggio coi nemici. Sulle prime poco mancò che i Tedeschi, sopraffatti dal troppo numero degli avversarii, non piegassero; ma uscito di Tuscolo l'arcivescovo Rinaldo coi suoi, e dando alle spalle ai Romani, così vigorosamente li caricò, che la lor cavalleria prese la fuga, lasciando alla discrezion de' Tedeschi la fanteria. Non erano i Romani d'allora come gli antichi loro antenati; però da lì innanzi non fu più battaglia, ma solamente una fuga e un macello di que' miseri. Ingrandiscono qui alcuni a dismisura la perdita de' Romani, facendola Ottone da San Biagio ascendere a quindici mila tra morti e prigioni. Lo scrittor della vita di papa Alessandro apre più la bocca, con dire cheappena si salvò la terza parte di sì copiosa armata, e che dalla battaglia d'Annibale a Canne in qua non era più succeduta strage sì grande del popolo romano. Sicardo copiò anch'egli questo bell'epifonema. E l'autore della Cronica reicherspergense arrivò a dire che di quaranta mila Romanipaucissimi evaserunt, qui non occisi, aut captivati fuerint. Più ancora ne disse Gotifredo monaco nei suoi Annali. Giovanni da Ceccano nella sua cronica di Fossanuova ne fa morti sei mila, e molte altre migliaia di rimasti prigioni. Ma perchè suol più spesso avvenire che la fama e la millanteria de' vincitori faccia in casi tali di troppe frange al vero, meglio sarà l'attenersi qui alla relazione di Acerbo Morena, autor di questi tempi, che dice d'averlo inteso da Romani disappassionati; cioè esservi restati morti più di due mila d'essi Romani, e più di tre mila fatti prigioni, che legati furono condotti alle carceri di Viterbo. L'Anonimo Casinense scrive di mille e cinquecento uccisi, e di mille e settecento prigioni. Meno ancora dice il continuatore degli Annali genovesi di Caffaro.Non potè contener le lagrime all'avviso di sì funesto successo il buon papa Alessandro. Tuttavia senza avvilirsi attese a premunir la città di Roma, e a procurar degli aiuti dal di fuori. Mosse la regina di Sicilia e il figliuoloGuglielmo IIa spedir le loro truppe, che giunte nella campagna di Roma, si diedero ad assediare un forte castello presediato da' Tedeschi. Secondo Acerbo Morena, pare che il giovinetto re venisse in persona a tale impresa; ma è cosa non sì facile da credere. Ora l'avviso della vittoria riportata dalle sue genti sotto Tuscolo, ma più questa mossa delle armi siciliane, furono i motivi che indussero Federigo a dismettere l'assedio d'Ancona a fine di trasferirsi verso Roma. Per mantener nondimeno il decoro, ed acciocchè non paresse che la ritirata venisse da paura, ammise dopo quasi tre settimane d'assedio ad untrattato d'accordo gli Anconitani, i quali si obbligarono di pagargli una gran somma di danaro, e per sicurezza del pagamento gli diedero quindici ostaggi. S'ingannò Ottone da San Biagio con altri, allorchè scrisse che Ancona si rendè all'imperadore. L'impazienza di Federigo era grande, nè volendo aspettare i lenti passi della fanteria, presa seco la cavalleria e l'Augusta sua moglie, a gran giornate marciò verso la Puglia. Alla nuova che si accostava l'imperadore, e sulla credenza ancora che con tutta l'armata egli venisse, si ritirarono ben prestamente dall'assedio del suddetto castello le soldatesche del re di Sicilia. Con tal fretta marciò Federigo, che raggiunse i fuggitivi al passo di un fiume, dove molti ne fece prigioni. Assediò e vinse un castello tolto dal re Guglielmo a Roberto conte di Bassavilla, con restituirlo poi ad esso conte. Arrivò sino al Tronto, mettendo a sacco e fuoco tutte quelle contrade. Sua intenzione pareva di passar più oltre; ma sì vigorose furono le istanze dell'antipapa Pasquale dimorante in Viterbo, per tirarlo a Roma, sì in virtù delle promesse a lui fatte, come anche per la speranza di cacciarne papa Alessandro, che Federigo con tutto l'esercito si mosse a quella volta, e nel dì 24 di luglio giunse a mettere il campo nel monte del Gaudio, appellato monte Malo dallo scrittor della vita di papa Alessandro, che racconta il di lui arrivo colàXIV kalendas augusti. Nulla più sospirava egli che d'impadronirsi della basilica vaticana; nè tardò a superar la cortina e il portico di san Pietro, con ispogliare e dar alle fiamme tutte quelle case. Ma nella vaticana non potè egli entrare, perchè fortificata e ben difesa dalla masnada di san Pietro, cioè dai soldati raccolti dai beni patrimoniali della Chiesa romana. Diedero i Tedeschi varie battaglie al sacro luogo per una continua settimana, sempre inutilmente, finchè riuscì loro di potere attaccar fuoco alla chiesa di santa Maria del Lavoriere, ossia della torre. Essendo questa contigua a san Pietro, pocomancò che le fiamme non penetrassero anche nella basilica. Mise nondimeno quell'incendio tal paura ne' difensori, massimamente veggendo essi di non potere sperar soccorso alcuno dalla città, che dimandarono di capitolare. Fu loro accordato di potersene andar salvi colle persone; e così san Pietro venne in potere di Federigo. Però nella seguente domenica arrivò l'antipapa Pasquale a cantar messa in quella chiesa, nella quale occasione coronò l'imperadore con un cerchio d'oro, insegna del patriziato. Fin dall'anno 1155, siccome abbiam veduto, aveva egli ricevuta la corona imperiale dalle mani di papa Adriano IV. Tuttavia volle (Acerbo Morena, che v'era presente, ce ne assicura) il piacere di riceverla di nuovo da quelle del suo idolo; funzione fatta nel martedì seguente, festa di san Pietro in Vincola. Fu coronata anche l'Augusta Beatrice; anzi che a lei sola fosse imposta l'imperial corona lo scrive l'autor della Cronica Reicherspergense[Chron. Reicherspergens.], parendogli molto strano che il già coronato imperadore si facesse coronar di nuovo. Altrettanto ha Gotifredo monaco di san Pantaleone ne' suoi Annali[Godefr. Monach., in Annal.]. Ciò fatto, si studiò l'imperador Federigo di guadagnare i grandi e il popolo di Roma[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]: e siccome accortissimo principe propose, che se dava lor l'animo di fare che il pontefice Alessandro rinunziasse al papato, astrignerebbe anch'egli il suo papa Pasquale ad imitarlo: con che si verrebbe poi all'elezione di un terzo, ed egli darebbe la pace a tutti, senza più intricarsi nell'elezion de' pontefici. Esibiva eziandio di rilasciar tutti i prigioni. Parve questo un bel partito ai più de' Romani, i quali giunsero fino a dire che il papa era tenuto ad accomodarvisi, e a far anche di più per riscattare e salvare tante sue pecorelle; e il cominciarono a tempestar su questo. Ma Alessandro, dacchè siaccorse dei segreti maneggi del popolo co' suoi nemici, dal palazzo lateranense s'era ritirato nelle forti case de' Frangipani, e poscia presso il colosseo, con ispedir quivi le cause spettanti alla Chiesa e allo Stato. Intanto il giovane re Guglielmo, giuntagli la notizia di quanto passava in Roma, mosso dal suo zelo per la salute del papa, spedì due ben corredate galee con gente e danaro assai, ed ordine di condurre in salvo il pontefice. Vennero su pel Tevere le due galee, e fatto sapere l'arrivo loro ad Ottone Frangipane, furono introdotti all'udienza del papa i sopracomiti. Sommamente obbligato si protestò Alessandro III all'amorevol pensiero del re siciliano; prese il denaro inviato; e credendo per allora non necessaria la sua partenza, rimandò le galee indietro con due cardinali, per trattar dei presenti affari colla corte di Sicilia. Poscia distribuì buona parte di quel danaro ai Frangipani e ai figliuoli di Pier Leone, per maggiormente animarli a star seco uniti; e il resto l'inviò ai custodi delle porte. Ma in fine si lasciarono piegare gli incostanti Romani dalle lusinghevoli proposizioni di Federigo, e volendo pur indurre il papa ad acconsentire, questi, accompagnato da alcuni de' cardinali, e travestito, segretamente uscì di Roma, e passando per Terracina, arrivò a Gaeta, dove ripigliò gli abiti pontificali. Di là poi si trasferì a Benevento, dove fu con grande onore accolto da quel popolo.Eransi interamente dati i Pisani ai servigi dell'imperador Federigo[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], verisimilmente per que' gran doni e vantaggi che, a guisa dei già conceduti a' Genovesi, dovette compartire anche a quest'altro popolo con un pezzo di pergamena, per l'ansietà di portare in breve la guerra, non solo contra de' Romani, ma anche in Puglia, Calabria e Sicilia; al qual fine abbisognava della loro flotta. Aveano essi Pisani giurata ubbidienza all'antipapa Pasquale. E perchè Villano loro arcivescovo non volle acconsentirea sì fatta abbominazion del santuario, fu costretto a fuggirsene e a ritirarsi nell'isola della Gorgona; e in luogo suo fu intruso in quella chiesa Benincasa canonico sul fine di marzo. Aveano anche prestato aiuto a Rinaldo arcivescovo di Colonia, per prendere Civitavecchia, prima ch'egli passasse a Tuscolo, ossia Tuscolano. Ora Federigo, benchè trattasse di ridurre i Romani a' suoi voleri colle buone, non lasciò per questo di prepararsi per adoperar la forza, se il bisogno lo portava. A questo fine richiese d'aiuto i Pisani, che gli spedirono dodici galee ben armate con due de' loro consoli; e queste dipoi entrate pel Tevere, e salite sino al ponte, infestavano non poco le ville dei Romani, ed impedivano ogni soccorso per quel fiume. Il popolo romano adunque per la maggior parte, tanto per ischivar gli ulteriori danni e pericoli, quanto perchè Federigo confermò il senato romano, ed accordò e quel popolo di molte esenzioni per tutti i suoi Stati, condiscese a quanto egli bramava, con promettere, fra l'altre cose, chejustitias suas(cioè dell'imperadore)tam intra urbem, quam extra urbem juvabunt eum retinere; e che terrebbono per papa l'antipapa Pasquale, se pure s'ha in ciò da credere al continuator del Morena; perciocchè da una lettera di Giovanni Sarisberiense fra quelle di san Tommaso Cantuariense si raccoglie che i Romani stettero saldi nell'ubbidienza di papa Alessandro III, nè di Pasquale si parla nel giuramento dei Romani rapportato nella sua Cronica da Gotifredo monaco di san Pantaleone presso il Freero. I Frangipani nondimeno e la casa di Pier Leone con altri nobili non consentirono a questo accordo. Mandò poscia Federigo a ricevere il giuramento di fedeltà da' Romani varii suoi deputati, fra' quali uno fu Acerbo Morena, continuatore della Storia di Ottone suo padre, uomo dabbene ed incorrotto, e diverso da tanti altri dell'armata imperiale, che viveano di sole rapine. Intanto venne Dio a visitare i peccati e l'alterigia dell'imperadoreFederigo, principe che nulla meno meditava che di mettere in catene l'Italia tutta, e per politica andava fomentando il deplorabile scisma della Chiesa di Dio. Una improvvisa epidemia cagionata dall'aria di Roma, micidiale anche allora in tempo di state, se pur non fu una vera pestilenza, assalì intanto l'esercito di Federigo, e cominciò a mieterne le centinaia ogni giorno. La mattina erano sani, non arrivava la sera che si trovavano morti, di modo che si penava a seppellir tanta gente[Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Otto de S. Blasio. Godefrid. Monachus apud Freherum.]. Nè già sulla sola plebe de' soldati si stese questo flagello, comunemente attribuito alla visibil mano di Dio, ma ancora ai principi e signori più grandi d'essa armata. Vi perironoRinaldoeletto arcivescovo di Colonia,Federigo ducadi Suevia, ossia di Rotemburgo, figliuolo del già re Corrado e cugino germano dell'imperadore, i vescovi di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden e d'altre città, con assaissimi altri principi e nobili, fra' quali specialmente è da notare ilduca Guelfoiuniore, la cui morte fu compianta anche dagl'Italiani, perchè la di lui perdita fu cagione che si seccasse in lui questa linea di Estensi-guelfi, e che il duca Guelfo suo padre rinunziasse dipoi all'imperadore tutti i suoi Stati in Italia; del che ho assai favellato altrove[Antichità Estensi, P. I, cap. 31.]. Per questa fiera mortalità di gente anche il suddetto Acerbo Morena istorico, nel tornare a casa portando seco il malore, nel dì 19 d'ottobre mancò di vita nei borghi di Siena, come s'ha dal suo Continuatore.Atterrito da così tragico avvenimento l'imperador Federigo, frettolosamente decampò col resto dell'armata, e per la Toscana venuto a Pisa e a Lucca, continuò il viaggio alla volta di Lombardia. Ma nel voler valicare l'Apennino, trovò il popolo di Pontremoli ed altri Lombardi che gli vietarono per quelle montagne ilpasso[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Continuat. Acerbi Morenae.]. Se non eraObizzo marcheseMalaspina che l'affidò per le sue terre della Lunigiana, e gli diede il passaggio, si sarebbe trovato in pericolose angustie. Gran parte nondimeno del suo equipaggio si perdè per istrada. Verso la metà di settembre, e non già di dicembre, come per error de' copisti si legge presso Sire Raul, arrivò egli a Pavia, con avere perduto e ne' contorni di Roma, e nel viaggio per le malattie suddette, oltre a gran copia di soldati, più di due mila nobili, tra vescovi, duchi, marchesi, conti, vassalli e scudieri. Quivi nel dì 21 d'esso mese di quest'anno, e non già del 1168, come ha il testo del continuatore del Morena, mise al bando dell'imperio tutte le città congiurate di Lombardia, riserbando solamente Lodi e Cremona, senza che s'intenda il perchè di quest'ultima, e gittò in aria il guanto in segno di sfida. In vece de'Cremonesi, sospetto io che il continuatore di Acerbo Morena eccettuasse iComaschi, perchè questi continuarono a tenere il partito di Federigo. Il qual poscia più fiero che mai coi Pavesi, Novaresi, Vercellesi, e coi marchesiGuglielmodi Monferrato edObbizzoMalaspina, e col conte di Biandrate cavalcò contro le terre de' Milanesi, con devastar Rosate, Abbiategrasso, Mazzenta, Corbetta ed altri luoghi. Accorsero allora a Milano i Lodigiani, i Bergamaschi e i Bresciani che erano in Lodi, e i Parmigiani e Cremonesi che si trovavano in guardia di Piacenza. Tornossene per questa mossa Federigo a Pavia; ma senza prendere fiato si voltò contra de' Piacentini, alle terre de' quali fece quanto male potè. Ingrossatisi per questo a Piacenza i collegati, erano per affrontarsi con lui, s'egli non si fosse prestamente ritirato a Pavia. Abbiamo nondimeno da una lettera di Giovanni Sarisberiense che seguì fra loro qualche baruffa colla peggio di Federigo, il qualein fugam versus est, come si può vedere fra le lettere di san Tommaso Cantuariense.Nè già sussiste, come scrive il Sigonio, che Federigo andasse sotto Bergamo, e ne bruciasse i borghi. Tante forze egli non aveva. Venuto poscia il verno, si quetò il rumore delle armi in Lombardia.Durò anche nel presente anno la rabbiosa guerra fra i Pisani e i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Italic.], perseguitandosi i loro legni per mare a tutto potere. Furono fatti progetti di pace, e rimesse le differenze in dieci per parte; ma senza che animi tanto alterati potessero punto accordarsi. Intanto il regno di Sicilia era agitato dalle gare di que' baroni e da varie fazioni[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Hugo Falcandus, Histor. Sicul.], che tutte cercavano di superiorizzare durante la minorità del reGuglielmo II. Le città di Messina e di Palermo tumultuarono, e contribuì ad accendere quel fuocoGiovanni cardinaleNapoletano, uomo sol fatto per ismugnere danaro; e per gli suoi vizii biasimato dal Baronio. Queste dissensioni minutamente descritte si leggono nelle storie di Ugone Falcando e di Romoaldo Salernitano. Mi dispenso io dal riferirle per amore della brevità. Si trasferì in quest'anno a Venezia in abito da pellegrino, e di là venne a Milano il novello arcivescovo di quella cittàGaldino[Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Act. S. Galdini apud Bollandist. ad diem 18 april.]nel dì 5 di settembre, con infinita consolazion del suo popolo. Portò egli seco il titolo e l'autorità di legato apostolico: il che servì a maggiormente corroborare ed accrescere la lega delle città lombarde contra di Federigo. Infatti ho io pubblicato i patti d'essa lega, stabiliti nel dì primo di dicembre[Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.], obbligandosi cadauno di difenderecivitatem Venetiarum, Veronam et castrum et suburbia, Vicentiam, Paduam, Trivisium, Ferrariam, Brixiam,Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum, Placentiam, Parmam, Mantuam, Mutinam, Bononiam, ec. con varii patti, il più considerabile de' quali è l'obbligarsi alla difesa ed offesacontra omnem hominem, quicumque nobiscum facere voluerit guerram aut malum, contra quod velit nos plus facere, quam fecimus a tempore Henrici regis usque ad introitum imperatoris Friderici. Sotto nome di Arrigo porto io opinione che si debba intendere Arrigo quarto fra i re, terzo fra gl'imperadori, perchè sotto di lui vo credendo incominciata la libertà di molte città di Lombardia, che andò poi crescendo finchè arrivò alla sua pienezza; e questa abbiamo dipoi veduta come annichilata dal terrore e dalla fortuna dell'imperadore Federigo.

Celebre e memorando è quest'anno nella Storia d'Italia per le strepitose avventure che succederono. Avea l'imperadore Federigomandato avanti con un corpo di truppe Rinaldo, eletto arcivescovo di Colonia e arcicancelliere d'Italia, uomo fatto più per gl'imbrogli secolareschi, che per maneggiare il pastorale, affinchè riducesse i contorni di Roma all'ubbidienza dell'antipapa Pasquale[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Tra la forza e i regali ridusse Rinaldo ai suoi voleri molte di quelle terre e città; quelle che fecero resistenza, la pagarono con patire saccheggi, incendii od altre calamità figliuole della guerra. Nè solamente fuori di Roma fece egli de' progressi,ma studiossi con profusione d'oro di guadagnare in Roma stessa partito. E perciocchè, come scrive l'autor della vita di papaAlessandro III, con servirsi di un detto degli antichi,Roma, si inveniret emtorem, se venalem praeberet; non furono pochi i Romani che, adescati dalla pecunia, giurarono fedeltà all'antipapa Guido da Crema e all'imperadore contra di ogni persona. Non mancava il buon papa Alessandro con paterne ammonizioni di esortar tutti alla concordia, alla fedeltà e alla difesa della patria, offerendo ancora il danaro necessario per questo; e davano essi buone parole, ma camminavano con doppiezza, volendo piacere all'una e all'altra parte, infedeli nello stesso tempo a tutte e due. Intanto l'Augusto Federigo nel dì 11 di gennaio si mosse da Lodi colla imperadrice e coll'armata alla volta di Roma[Acerb. Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic. Sire Raul, tom. 6 Rer. Ital.]. Arrivò sul Bolognese, dove, in vendetta della morte data già al suo ministro Bozzo, diede il guasto sino alle porte della città, e ridusse quel popolo a dargli cento ostaggi, che furono mandati sotto buona scorta a Parma, e a pagare sei mila lire di moneta di Lucca. Passò dipoi a Imola, Faenza, Forlì e Forlimpopoli, e in quelle contrade si fermò sino a San Pietro, esigendo da que' popoli e dagli altri della Romagna grosse contribuzioni di danaro. Non si sa il motivo perch'egli facesse quivi sì lunga dimora, non accordandosi ciò col costume di un principe sì focoso e diligente. Finalmente sul principio di luglio marciò verso la città di Ancona, e ne intraprese l'assedio. Era questa città in quei tempi ubbidiente e suddita aManuello imperadorde' Greci, e contuttochè gli costasse di molto il mantenere tale acquisto, pure se ne compiaceva, lusingandosi che potesse un dì quel piccolo nido riuscire di gran vantaggio alle mire non mai interrotte sopra l'Italia. Ora i cittadini, sì perchè animati dai Greci, e perchè restava ad essi libero il mare, nè mancavano buone fortificazioni alla lor terra, siaccinsero con vigore alla difesa. Fece Federigo fabbricar varie macchine di guerra, e succederono varii conflitti con vicendevoli perdite, usale in simili contrasti.

Intanto dacchè fu partito l'imperadore dalla Lombardia, Arrigo conte di Des, lasciato governatore in Pavia, perchè verisimilmente subodorò i segreti maneggi delle città lombarde, nel mese di marzo dimandò e volle cento ostaggi del popolo milanese, cinquanta de' quattro borghi, e altrettanti de' forensi. Da lì a qualche tempo crescendo i sospetti, ne volle altri dugento, che tutti mise nelle carceri di Pavia, e fece anche istanza di danari. Allora l'infelice popolo milanese giunto ai termini della disperazione, al vedersi si maltrattato ed oppresso, diede ascolto a chi proponeva di unirsi in lega con altre città, per iscuotere l'insoffribil giogo tedesco. Fecesi dunque un congresso, a cui intervennero i Cremonesi, Bergamaschi, Mantovani, Bresciani e Ferraresi; e senza dubbio vi si contò ancora qualche inviato della lega della marca di Verona. Quivi, rammentati gli aggravii e le crudeltà che tuttodì pativano per l'insaziabilità e indiscretezza de' ministri cesarei, determinarono di voler piuttosto morire una volta con onore, se occorresse, che di viver con tanta lor vergogna e miseria sotto chi si dimenticava d'essere lor principe, e principe cristiano. Una lega dunque fu stabilita fra loro, con obbligarsi, sotto forte giuramento, di difendersi l'un popolo l'altro, se l'imperadore o i suoi uffiziali volessero da lì innanzi recar loro ingiuria o danno senza ragione,salva tamen imperatoris fidelitate, clausola nondimeno che nulla dovea significare secondo i bisogni. Fu specialmente convenuto il giorno d'introdurre i dispersi Milanesi nell'abbattuta e abbandonata loro città, e di star ivi finchè quel popolo si fosse messo in istato di potervi sussistere da sè solo. Erano stati finora i Cremonesi de' maggiori nemici che avesse Milano, e de' più fedeli che potesse vantar Federigo. È da credere che si movessero a mutar massimadal vedere, e fors'anche dal provar eglino il duro trattamento e l'alterigia de' ministri imperiali sulle città lombarde, e temere col tempo di una somigliante fortuna. Sicardo, che pochi anni dappoi fu vescovo di Cremona, e scrisse una Cronica da me in buona parte data alla luce[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], si lagna non poco di questa risoluzion del suo popolo, perchè a' suoi dì i Milanesi divenuti potenti, e dimentichi de' benefizii, angustiavano forte la città di Cremona: quasichè in quest'anno essa città avesse fabbricato un martello che dovea poi schiacciare il capo a lei. Ma anche i saggi provveggono al bisogno d'oggi, come possono il meglio, rimettendo poi alla provvidenza di Dio il resto, giacchè niuno vi è che arrivi con sicurezza a leggere nel libro dell'avvenire.

Erano i Milanesi in una somma costernazione, perchè veniva minacciata la distruzione de' loro borghi, e i Pavesi ne lasciavano correre la voce; laonde per quattro settimane stettero come in agonia tra i pianti e le grida; e chi a Como, e chi a Novara, a Pavia, a Lodi trasportava i suoi pochi mobili, perchè di dì in dì aspettavano l'ultimo eccidio. Quando nel felicissimo dì 27 d'aprile comparvero le milizie bresciane, cremonesi, bergamasche, mantovane e veronesi, che introdussero quel popolo nella desolata città, con immenso gaudio di tutti[Acta S. Galdini, apud Bolland. ad diem 18 april.]. Che menassero tosto le mani per alzar terra, e valersi delle reliquie dell'antico muro, e serrarsi in casa, ben giusto è il crederlo. Riportata questa nuova all'imperador Federigo, benchè altamente se ne cruciasse il suo cuore, pure mostrò di non curarsene punto. Ed allorchè i collegati videro la città ridotta in istato di competente difesa, si ritirarono per attendere a guadagnar Lodi. Sussistendo questa città sì attaccata al servigio dell'imperadore, niuno di quei popoli si vedeva sicuro. Però trattarono di tirarla nella lega: e perchè i Lodigiania niun patto volevano staccarsi dal servigio imperiale dopo i tanti beneficii ricevuti da Federigo, si venne alla forza. Fu assediata quella città dai Milanesi e dagli altri alleati nel dì 17 di maggio: seguirono varii combattimenti; fu dato il guasto al paese, e adoperate tante minacce, che finalmente s'indusse quel popolo, per non poter di meno, ad entrar nella lega,salva imperatoris fidelitate. Passarono i collegati al castello di Trezzo, fortezza di gran polso, perchè cinta di un muro e di una torre che non avea pari in Lombardia. Quivi era riposto un gran tesoro dell'imperadore, come in luogo di somma sicurezza. Tanto nulladimeno lo strinsero e batterono colle macchine di guerra, che il presidio tedesco, a riserva del governatore, fu astretto alla resa, salva la lor vita e libertà. Messo a sacco quel castello, fu poi consegnato alle fiamme ed interamente distrutto. Tali notizie le abbiamo da Acerbo Morena, autore lodigiano e contemporaneo; il perchè o non sussiste ciò che scrisse Radevico all'anno 1159 della distruzion di quel castello oppure convien immaginare che fosse rifatto dipoi. Portato questo spiacevole avviso all'imperadore, ne provò allora un immenso dispiacere; ma impegnato nella guerra contra d'Ancona e di Roma, altro per allora non potè fare che legarsela al dito.

Avvenne in questo mentre che il popolo romano concepì, o, per dir meglio, rinnovò l'odio antico contra quei di Tuscolo e di Albano, perchè li vedea inclinati o aderenti ai Tedeschi, e renitenti a pagar gli eccessivi tributi loro imposti[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Sul fine dunque di maggio essi Romani con tutto il loro sforzo, ancorchè si opponesse a tal risoluzione il prudentissimo papa Alessandro III, andarono a dare il guasto a tutto il territorio tuscolano, con tagliar le biade, gli alberi e le viti: dopo di che assediarono quella città. Rainone padrone di Tuscolo, nonavendo forze da poter resistere, per necessità ricorse all'aiuto dell'imperadore, che assediava Ancona. Ordinò egli tosto a Rinaldo eletto arcivescovo di Colonia, esistente in que' contorni, che con alquante schiere d'armati s'affrettasse al soccorso di Tuscolo. Così fece egli. Ma, se vogliam credere a Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio in Chron.], restò Rinaldo rinserrato ed assediato dai Romani in quella città. Ne fu bensì avvisato Federigo, e perchè parve ch'egli non se ne mettesse gran pensiero, Cristiano eletto arcivescovo di Magonza, con Roberto conte di Bassavilla e con altri baroni, prese l'assunto di marciare in aiuto di lui con poco più di mille cavalieri tedeschi e borgognoni, ma i più bravi dell'armata[Acerbus Morena, Hist. Laud., tom. 6 Rer. Italic.]. Allora i Romani si misero in punto di dar battaglia, confidando nella superiorità delle forze, giacchè si tiene che nel campo loro si contassero tra cavalieri e fanti ben tre mila persone armate. Romoaldo Salernitano scrive[Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]che i Romani, sedotti dalla lor prosunzione e superbia, vollero venire alle mani, ma senza ordine e cautela alcuna. Si azzuffarono dunque nel dì 30 di maggio coi nemici. Sulle prime poco mancò che i Tedeschi, sopraffatti dal troppo numero degli avversarii, non piegassero; ma uscito di Tuscolo l'arcivescovo Rinaldo coi suoi, e dando alle spalle ai Romani, così vigorosamente li caricò, che la lor cavalleria prese la fuga, lasciando alla discrezion de' Tedeschi la fanteria. Non erano i Romani d'allora come gli antichi loro antenati; però da lì innanzi non fu più battaglia, ma solamente una fuga e un macello di que' miseri. Ingrandiscono qui alcuni a dismisura la perdita de' Romani, facendola Ottone da San Biagio ascendere a quindici mila tra morti e prigioni. Lo scrittor della vita di papa Alessandro apre più la bocca, con dire cheappena si salvò la terza parte di sì copiosa armata, e che dalla battaglia d'Annibale a Canne in qua non era più succeduta strage sì grande del popolo romano. Sicardo copiò anch'egli questo bell'epifonema. E l'autore della Cronica reicherspergense arrivò a dire che di quaranta mila Romanipaucissimi evaserunt, qui non occisi, aut captivati fuerint. Più ancora ne disse Gotifredo monaco nei suoi Annali. Giovanni da Ceccano nella sua cronica di Fossanuova ne fa morti sei mila, e molte altre migliaia di rimasti prigioni. Ma perchè suol più spesso avvenire che la fama e la millanteria de' vincitori faccia in casi tali di troppe frange al vero, meglio sarà l'attenersi qui alla relazione di Acerbo Morena, autor di questi tempi, che dice d'averlo inteso da Romani disappassionati; cioè esservi restati morti più di due mila d'essi Romani, e più di tre mila fatti prigioni, che legati furono condotti alle carceri di Viterbo. L'Anonimo Casinense scrive di mille e cinquecento uccisi, e di mille e settecento prigioni. Meno ancora dice il continuatore degli Annali genovesi di Caffaro.

Non potè contener le lagrime all'avviso di sì funesto successo il buon papa Alessandro. Tuttavia senza avvilirsi attese a premunir la città di Roma, e a procurar degli aiuti dal di fuori. Mosse la regina di Sicilia e il figliuoloGuglielmo IIa spedir le loro truppe, che giunte nella campagna di Roma, si diedero ad assediare un forte castello presediato da' Tedeschi. Secondo Acerbo Morena, pare che il giovinetto re venisse in persona a tale impresa; ma è cosa non sì facile da credere. Ora l'avviso della vittoria riportata dalle sue genti sotto Tuscolo, ma più questa mossa delle armi siciliane, furono i motivi che indussero Federigo a dismettere l'assedio d'Ancona a fine di trasferirsi verso Roma. Per mantener nondimeno il decoro, ed acciocchè non paresse che la ritirata venisse da paura, ammise dopo quasi tre settimane d'assedio ad untrattato d'accordo gli Anconitani, i quali si obbligarono di pagargli una gran somma di danaro, e per sicurezza del pagamento gli diedero quindici ostaggi. S'ingannò Ottone da San Biagio con altri, allorchè scrisse che Ancona si rendè all'imperadore. L'impazienza di Federigo era grande, nè volendo aspettare i lenti passi della fanteria, presa seco la cavalleria e l'Augusta sua moglie, a gran giornate marciò verso la Puglia. Alla nuova che si accostava l'imperadore, e sulla credenza ancora che con tutta l'armata egli venisse, si ritirarono ben prestamente dall'assedio del suddetto castello le soldatesche del re di Sicilia. Con tal fretta marciò Federigo, che raggiunse i fuggitivi al passo di un fiume, dove molti ne fece prigioni. Assediò e vinse un castello tolto dal re Guglielmo a Roberto conte di Bassavilla, con restituirlo poi ad esso conte. Arrivò sino al Tronto, mettendo a sacco e fuoco tutte quelle contrade. Sua intenzione pareva di passar più oltre; ma sì vigorose furono le istanze dell'antipapa Pasquale dimorante in Viterbo, per tirarlo a Roma, sì in virtù delle promesse a lui fatte, come anche per la speranza di cacciarne papa Alessandro, che Federigo con tutto l'esercito si mosse a quella volta, e nel dì 24 di luglio giunse a mettere il campo nel monte del Gaudio, appellato monte Malo dallo scrittor della vita di papa Alessandro, che racconta il di lui arrivo colàXIV kalendas augusti. Nulla più sospirava egli che d'impadronirsi della basilica vaticana; nè tardò a superar la cortina e il portico di san Pietro, con ispogliare e dar alle fiamme tutte quelle case. Ma nella vaticana non potè egli entrare, perchè fortificata e ben difesa dalla masnada di san Pietro, cioè dai soldati raccolti dai beni patrimoniali della Chiesa romana. Diedero i Tedeschi varie battaglie al sacro luogo per una continua settimana, sempre inutilmente, finchè riuscì loro di potere attaccar fuoco alla chiesa di santa Maria del Lavoriere, ossia della torre. Essendo questa contigua a san Pietro, pocomancò che le fiamme non penetrassero anche nella basilica. Mise nondimeno quell'incendio tal paura ne' difensori, massimamente veggendo essi di non potere sperar soccorso alcuno dalla città, che dimandarono di capitolare. Fu loro accordato di potersene andar salvi colle persone; e così san Pietro venne in potere di Federigo. Però nella seguente domenica arrivò l'antipapa Pasquale a cantar messa in quella chiesa, nella quale occasione coronò l'imperadore con un cerchio d'oro, insegna del patriziato. Fin dall'anno 1155, siccome abbiam veduto, aveva egli ricevuta la corona imperiale dalle mani di papa Adriano IV. Tuttavia volle (Acerbo Morena, che v'era presente, ce ne assicura) il piacere di riceverla di nuovo da quelle del suo idolo; funzione fatta nel martedì seguente, festa di san Pietro in Vincola. Fu coronata anche l'Augusta Beatrice; anzi che a lei sola fosse imposta l'imperial corona lo scrive l'autor della Cronica Reicherspergense[Chron. Reicherspergens.], parendogli molto strano che il già coronato imperadore si facesse coronar di nuovo. Altrettanto ha Gotifredo monaco di san Pantaleone ne' suoi Annali[Godefr. Monach., in Annal.]. Ciò fatto, si studiò l'imperador Federigo di guadagnare i grandi e il popolo di Roma[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]: e siccome accortissimo principe propose, che se dava lor l'animo di fare che il pontefice Alessandro rinunziasse al papato, astrignerebbe anch'egli il suo papa Pasquale ad imitarlo: con che si verrebbe poi all'elezione di un terzo, ed egli darebbe la pace a tutti, senza più intricarsi nell'elezion de' pontefici. Esibiva eziandio di rilasciar tutti i prigioni. Parve questo un bel partito ai più de' Romani, i quali giunsero fino a dire che il papa era tenuto ad accomodarvisi, e a far anche di più per riscattare e salvare tante sue pecorelle; e il cominciarono a tempestar su questo. Ma Alessandro, dacchè siaccorse dei segreti maneggi del popolo co' suoi nemici, dal palazzo lateranense s'era ritirato nelle forti case de' Frangipani, e poscia presso il colosseo, con ispedir quivi le cause spettanti alla Chiesa e allo Stato. Intanto il giovane re Guglielmo, giuntagli la notizia di quanto passava in Roma, mosso dal suo zelo per la salute del papa, spedì due ben corredate galee con gente e danaro assai, ed ordine di condurre in salvo il pontefice. Vennero su pel Tevere le due galee, e fatto sapere l'arrivo loro ad Ottone Frangipane, furono introdotti all'udienza del papa i sopracomiti. Sommamente obbligato si protestò Alessandro III all'amorevol pensiero del re siciliano; prese il denaro inviato; e credendo per allora non necessaria la sua partenza, rimandò le galee indietro con due cardinali, per trattar dei presenti affari colla corte di Sicilia. Poscia distribuì buona parte di quel danaro ai Frangipani e ai figliuoli di Pier Leone, per maggiormente animarli a star seco uniti; e il resto l'inviò ai custodi delle porte. Ma in fine si lasciarono piegare gli incostanti Romani dalle lusinghevoli proposizioni di Federigo, e volendo pur indurre il papa ad acconsentire, questi, accompagnato da alcuni de' cardinali, e travestito, segretamente uscì di Roma, e passando per Terracina, arrivò a Gaeta, dove ripigliò gli abiti pontificali. Di là poi si trasferì a Benevento, dove fu con grande onore accolto da quel popolo.

Eransi interamente dati i Pisani ai servigi dell'imperador Federigo[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], verisimilmente per que' gran doni e vantaggi che, a guisa dei già conceduti a' Genovesi, dovette compartire anche a quest'altro popolo con un pezzo di pergamena, per l'ansietà di portare in breve la guerra, non solo contra de' Romani, ma anche in Puglia, Calabria e Sicilia; al qual fine abbisognava della loro flotta. Aveano essi Pisani giurata ubbidienza all'antipapa Pasquale. E perchè Villano loro arcivescovo non volle acconsentirea sì fatta abbominazion del santuario, fu costretto a fuggirsene e a ritirarsi nell'isola della Gorgona; e in luogo suo fu intruso in quella chiesa Benincasa canonico sul fine di marzo. Aveano anche prestato aiuto a Rinaldo arcivescovo di Colonia, per prendere Civitavecchia, prima ch'egli passasse a Tuscolo, ossia Tuscolano. Ora Federigo, benchè trattasse di ridurre i Romani a' suoi voleri colle buone, non lasciò per questo di prepararsi per adoperar la forza, se il bisogno lo portava. A questo fine richiese d'aiuto i Pisani, che gli spedirono dodici galee ben armate con due de' loro consoli; e queste dipoi entrate pel Tevere, e salite sino al ponte, infestavano non poco le ville dei Romani, ed impedivano ogni soccorso per quel fiume. Il popolo romano adunque per la maggior parte, tanto per ischivar gli ulteriori danni e pericoli, quanto perchè Federigo confermò il senato romano, ed accordò e quel popolo di molte esenzioni per tutti i suoi Stati, condiscese a quanto egli bramava, con promettere, fra l'altre cose, chejustitias suas(cioè dell'imperadore)tam intra urbem, quam extra urbem juvabunt eum retinere; e che terrebbono per papa l'antipapa Pasquale, se pure s'ha in ciò da credere al continuator del Morena; perciocchè da una lettera di Giovanni Sarisberiense fra quelle di san Tommaso Cantuariense si raccoglie che i Romani stettero saldi nell'ubbidienza di papa Alessandro III, nè di Pasquale si parla nel giuramento dei Romani rapportato nella sua Cronica da Gotifredo monaco di san Pantaleone presso il Freero. I Frangipani nondimeno e la casa di Pier Leone con altri nobili non consentirono a questo accordo. Mandò poscia Federigo a ricevere il giuramento di fedeltà da' Romani varii suoi deputati, fra' quali uno fu Acerbo Morena, continuatore della Storia di Ottone suo padre, uomo dabbene ed incorrotto, e diverso da tanti altri dell'armata imperiale, che viveano di sole rapine. Intanto venne Dio a visitare i peccati e l'alterigia dell'imperadoreFederigo, principe che nulla meno meditava che di mettere in catene l'Italia tutta, e per politica andava fomentando il deplorabile scisma della Chiesa di Dio. Una improvvisa epidemia cagionata dall'aria di Roma, micidiale anche allora in tempo di state, se pur non fu una vera pestilenza, assalì intanto l'esercito di Federigo, e cominciò a mieterne le centinaia ogni giorno. La mattina erano sani, non arrivava la sera che si trovavano morti, di modo che si penava a seppellir tanta gente[Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Otto de S. Blasio. Godefrid. Monachus apud Freherum.]. Nè già sulla sola plebe de' soldati si stese questo flagello, comunemente attribuito alla visibil mano di Dio, ma ancora ai principi e signori più grandi d'essa armata. Vi perironoRinaldoeletto arcivescovo di Colonia,Federigo ducadi Suevia, ossia di Rotemburgo, figliuolo del già re Corrado e cugino germano dell'imperadore, i vescovi di Liegi, di Spira, di Ratisbona, di Verden e d'altre città, con assaissimi altri principi e nobili, fra' quali specialmente è da notare ilduca Guelfoiuniore, la cui morte fu compianta anche dagl'Italiani, perchè la di lui perdita fu cagione che si seccasse in lui questa linea di Estensi-guelfi, e che il duca Guelfo suo padre rinunziasse dipoi all'imperadore tutti i suoi Stati in Italia; del che ho assai favellato altrove[Antichità Estensi, P. I, cap. 31.]. Per questa fiera mortalità di gente anche il suddetto Acerbo Morena istorico, nel tornare a casa portando seco il malore, nel dì 19 d'ottobre mancò di vita nei borghi di Siena, come s'ha dal suo Continuatore.

Atterrito da così tragico avvenimento l'imperador Federigo, frettolosamente decampò col resto dell'armata, e per la Toscana venuto a Pisa e a Lucca, continuò il viaggio alla volta di Lombardia. Ma nel voler valicare l'Apennino, trovò il popolo di Pontremoli ed altri Lombardi che gli vietarono per quelle montagne ilpasso[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Continuat. Acerbi Morenae.]. Se non eraObizzo marcheseMalaspina che l'affidò per le sue terre della Lunigiana, e gli diede il passaggio, si sarebbe trovato in pericolose angustie. Gran parte nondimeno del suo equipaggio si perdè per istrada. Verso la metà di settembre, e non già di dicembre, come per error de' copisti si legge presso Sire Raul, arrivò egli a Pavia, con avere perduto e ne' contorni di Roma, e nel viaggio per le malattie suddette, oltre a gran copia di soldati, più di due mila nobili, tra vescovi, duchi, marchesi, conti, vassalli e scudieri. Quivi nel dì 21 d'esso mese di quest'anno, e non già del 1168, come ha il testo del continuatore del Morena, mise al bando dell'imperio tutte le città congiurate di Lombardia, riserbando solamente Lodi e Cremona, senza che s'intenda il perchè di quest'ultima, e gittò in aria il guanto in segno di sfida. In vece de'Cremonesi, sospetto io che il continuatore di Acerbo Morena eccettuasse iComaschi, perchè questi continuarono a tenere il partito di Federigo. Il qual poscia più fiero che mai coi Pavesi, Novaresi, Vercellesi, e coi marchesiGuglielmodi Monferrato edObbizzoMalaspina, e col conte di Biandrate cavalcò contro le terre de' Milanesi, con devastar Rosate, Abbiategrasso, Mazzenta, Corbetta ed altri luoghi. Accorsero allora a Milano i Lodigiani, i Bergamaschi e i Bresciani che erano in Lodi, e i Parmigiani e Cremonesi che si trovavano in guardia di Piacenza. Tornossene per questa mossa Federigo a Pavia; ma senza prendere fiato si voltò contra de' Piacentini, alle terre de' quali fece quanto male potè. Ingrossatisi per questo a Piacenza i collegati, erano per affrontarsi con lui, s'egli non si fosse prestamente ritirato a Pavia. Abbiamo nondimeno da una lettera di Giovanni Sarisberiense che seguì fra loro qualche baruffa colla peggio di Federigo, il qualein fugam versus est, come si può vedere fra le lettere di san Tommaso Cantuariense.Nè già sussiste, come scrive il Sigonio, che Federigo andasse sotto Bergamo, e ne bruciasse i borghi. Tante forze egli non aveva. Venuto poscia il verno, si quetò il rumore delle armi in Lombardia.

Durò anche nel presente anno la rabbiosa guerra fra i Pisani e i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 2, tom. 6 Rer. Italic.], perseguitandosi i loro legni per mare a tutto potere. Furono fatti progetti di pace, e rimesse le differenze in dieci per parte; ma senza che animi tanto alterati potessero punto accordarsi. Intanto il regno di Sicilia era agitato dalle gare di que' baroni e da varie fazioni[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital. Hugo Falcandus, Histor. Sicul.], che tutte cercavano di superiorizzare durante la minorità del reGuglielmo II. Le città di Messina e di Palermo tumultuarono, e contribuì ad accendere quel fuocoGiovanni cardinaleNapoletano, uomo sol fatto per ismugnere danaro; e per gli suoi vizii biasimato dal Baronio. Queste dissensioni minutamente descritte si leggono nelle storie di Ugone Falcando e di Romoaldo Salernitano. Mi dispenso io dal riferirle per amore della brevità. Si trasferì in quest'anno a Venezia in abito da pellegrino, e di là venne a Milano il novello arcivescovo di quella cittàGaldino[Continuator Acerbi Morenae, tom. 6 Rer. Ital. Act. S. Galdini apud Bollandist. ad diem 18 april.]nel dì 5 di settembre, con infinita consolazion del suo popolo. Portò egli seco il titolo e l'autorità di legato apostolico: il che servì a maggiormente corroborare ed accrescere la lega delle città lombarde contra di Federigo. Infatti ho io pubblicato i patti d'essa lega, stabiliti nel dì primo di dicembre[Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.], obbligandosi cadauno di difenderecivitatem Venetiarum, Veronam et castrum et suburbia, Vicentiam, Paduam, Trivisium, Ferrariam, Brixiam,Bergamum, Cremonam, Mediolanum, Laudum, Placentiam, Parmam, Mantuam, Mutinam, Bononiam, ec. con varii patti, il più considerabile de' quali è l'obbligarsi alla difesa ed offesacontra omnem hominem, quicumque nobiscum facere voluerit guerram aut malum, contra quod velit nos plus facere, quam fecimus a tempore Henrici regis usque ad introitum imperatoris Friderici. Sotto nome di Arrigo porto io opinione che si debba intendere Arrigo quarto fra i re, terzo fra gl'imperadori, perchè sotto di lui vo credendo incominciata la libertà di molte città di Lombardia, che andò poi crescendo finchè arrivò alla sua pienezza; e questa abbiamo dipoi veduta come annichilata dal terrore e dalla fortuna dell'imperadore Federigo.


Back to IndexNext