MCLXVIIIAnno diCristoMCLXVIII. IndizioneI.AlessandroIII papa 10.FederigoI re 17, imper. 14.Abbiamo dal continuatore di Acerbo Morena che l'AugustoFederigoquasi per tutto il verno dell'anno presente andò girando, con dimorare ora nelle parti di Pavia, ora in quelle di Novara, ora di Vercelli, del Monferrato e d'Asti. Ma veggendo sempre più declinare i suoi affari, e trovandosi come chiuso in Pavia, e sempre in sospetto che i pochi rimasti a lui fedeli il tradissero, un dì di marzo all'improvviso segretamente si partì,et in Alemaniam per terram comitis Uberti de Savogia, filii quondam comitis Amadei, qui et comes dicitur de Morienna, iter arripuit: così si legge negli antichi manoscritti. QuestoUberto, chiamato dal GuichenonUmberto, è uno de' progenitori della real casa di Savoia; e quantunque ritenesse il nome diconte di Morienna, pure in varii strumenti ha il titolo ancora dimarchese; e di qui parimente si scorge ch'egli era principe di molta potenza, e che per andare in Borgogna si passava per li di lui Stati. Fra le lettere di sanTommaso arcivescovo di Cantuaria[S. Thomas Cantuariensis, lib. 2, ep. 66, edit. Lupi.], una se ne legge di Giovanni Sarisberiense, riferita anche dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.], dalla quale si ricavano varie particolarità. Cioè che Federigo non vedendosi sicuro in Pavia, per aver fatto cavar gli occhi ad un nobile di quella città, e sapendo che già i Lombardi mettevano insieme un'armata di venti mila soldati, lasciati in Biandrate trenta degli ostaggi lombardi, passò nel Monferrato, dove, per la fidanza che aveva inGuglielmo marchesedi quella contrada, per le di lui castella distribuì gli altri ostaggi. Poscia andò qua e là sempre di sospetto, non osando di pernottare più di due o tre giorni nel medesimo luogo. Frattanto il marchese trattòcum cognato suo comite mauriensi, (leggomauriennensi),ut imperatorem permitteret egredi, promittens ei non modo restitutionem ablatorum, sed montes aureos, et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam. Poscia raccolti gli ostaggi, e accompagnato da soli trenta uomini a cavallo, andò sino a Santo Ambrosio fra Torino e Susa; e la mattina per tempo rimessosi in viaggio, quando fu presso a Susa barbaramente fece impiccare uno degli ostaggi, nobile bresciano, incolpandolo d'aver maneggiata l'unione dell'esercito che il cacciava dall'Italia. Sire Raul[Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.]scrive che Federigonono die martii suspendit Zilium de Prando obsidem de Brixia juxta Sauricam(forse era scrittoSecusiam)dolore et furore repletus, quod Mediolanenses, Brixienses, Laudenses, Novarienses, et Vercellenses obsederant Blandrate, et inde abiit in Alamanniam. Aggiugne, che arrivato a Susa cogli altri ostaggi, i cittadini presero l'armi, e gli tolsero questi ostaggi, mostrando paura di essere rovinati dai Lombardi, se lasciavano condurre per casa loro fuori d'Italia quei nobili, massimamente dopo averegli tolto poco fa di vita un d'essi, uomo potente e generoso, con tanta crudeltà. Accortosi Federigo del mal tempo che correva per quelle parti, anzi, se è vero ciò che ha Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.], avvertito dal suo albergatore che que' cittadini meditavano d'ucciderlo, avendo lasciato nel letto suo un Artmanno da Sibeneich che il rassomigliava, travestitosi da famiglio e con altri cinque suoi famigli mostrando di andare innanzi a preparar l'alloggio per un gran signore suo padrone, continuò il viaggio per istrade alpestri e dirupate, finchè giunse in Borgogna, dove di gravi minacce fece a que' popoli; e dipoi passò in Germania, con trovar ivi non poche turbolenze, e molti che l'odiavano. Sarebbe da desiderare che le antiche storie ci avessero lasciate notizie più copiose della real casa di Savoia, perciocchè non bastano le moderne a darci de' sicuri e sufficienti lumi. Abbiam veduto all'anno 1155 che Federigo probabilmente avea tolto degli Stati anche ad Umberto conte di Morienna; ma quali non sappiamo. Nella lettera suddetta del Sarisberiense è scritto che Federigo prometteva ad esso conterestitutionem ablatorum; ma quali Stati fossero a lui tolti non apparisce. Il Guichenon[Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.], che dimenticò di parlare all'anno presente, di questo passaggio di Federigo per la Savoia, e dell'avvenimento di Susa, scrive che Federigo irritato contra d'esso Umberto pel suo attaccamento a papa Alessandro III, diede in feudo ai vescovi di Torino, di Morienna, di Tarantasia, di Genova, ec. quelle città. Veggasi ancora l'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Archiepisc. Taurinens.], che rapporta un diploma d'esso Federigo in favore del vescovo di Torino, e le liti poi sopravvenute. Quel che è certo, brutta scena fu quella dell'uscita di Federigo imperadore, dico, al cui cennodianzi tremavano tutte le città italiane, e che già per decisione dei vanissimi dottori di que' tempi, era stato dichiaratopadrone del mondo, si vide in fine ridotto a fuggirsene vergognosamente d'Italia sotto un abito di vil famigliocontra imperatoriam dignitatem, come dice Gotifredo Monaco[Godefridus Monachus, in Chron.], tardi conoscendo che più colla clemenza e mansuetudine, che colla crudeltà ed alterigia, si suol far guadagno, e che per voler troppo, bene spesso tutto si perde.Dopo un vigoroso assedio cadde in potere dei collegati lombardi la terra di Biandrate. Furono ricuperati gli ostaggi quivi detenuti, e tagliati a pezzi quasi tutti i Tedeschi che v'erano di guarnigione[Johann. Sarisberiensis, in Epist.]. Dieci d'essi nobilissimi e ricchissimi vennero consegnati alla moglie del nobile Bresciano fatto impiccare da Federigo, acciocchè ne facesse vendetta, o ne ricavasse un grosso riscatto. In questo anno[Continuator Acerbi Morenae.]nel giovedì santo, cioè a dì 28 di marzo, per le istanze di Galdino arcivescovo di Milano, e per paura di mali maggiori, il popolo di Lodi abiurò l'antipapa Pasquale, e ridottosi all'ubbidienza di Alessandro papa, elesse per suo vescovo Alberto proposto della chiesa di Lodi. Intanto cresciuti gli animi dei popoli collegati della Lombardia per la fuga dell'imperador Federigo, si accinsero questi alla guerra contra de' Pavesi e del marchese di Monferrato, che soli in quelle parti restavano più che mai attaccati al partito d'esso Augusto. Per maggiormente angustiare Pavia, venne loro in capo un grandioso pensiero, cioè quello di fabbricar di pianta una nuova città ai confini del Pavese e del Monferrato. Però i Milanesi, Cremonesi e Piacentini nel dì primo di maggio[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]unitamente si portarono fra Asti e Pavia in una bella e feconda pianura,circondata da tre fiumi, e quivi piantarono le fondamenta della nuova città, obbligando gli abitatori di sette terre di quelle parti, e fra l'altre Gamondio, Marengo, Roveredo, Solera ed Ovilia a portarsi ed abitare colà. Poscia in onore di papa Alessandro III, e dispregio di Federigo, le posero il nome d'Alessandria. Perchè la fretta era grande, e mancavano i materiali al bisogno, furono i tetti di quelle case per la maggior parte coperti di paglia: dal che venne che i Pavesi ed altri emuli cominciarono a chiamarlaAlessandria dalla paglia; nome che dura tuttavia. Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.]mette sotto l'anno 1170 l'origine di questa città, forse perchè non ne dovette sì presto prendere la forma. Ma è scorretta in questi tempi la di lui cronologia. Il continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]anche egli ne parla all'anno presente. Lo stesso abbiam da Sicardo e da altri autori. Certo nondimeno è che di buoni bastioni e profonde fosse fu cinta quella nascente città, ed essere stato tale il concorso della gente a piantarvi casa, che da lì a non molto arrivò essa a metter insieme quindici mila persone, parte di cavalleria e parte di fanteria, atte all'armi e bellicose. E nell'anno seguente i consoli della medesima città, portatisi a Benevento, la misero sotto il dominio e protezione de' romani pontefici, con obbligarsi a pagar loro un annuo censo o tributo. Tutto ciò fu di somma gloria a papa Alessandro. Attaccato fin qui era statoObizzomarcheseMalaspina, potente signore in Lunigiana, ed anche possessore di varii Stati in Lombardia, al partito di Federigo. Ma dacchè egli vide tracollati i di lui affari, non fu pigro ad unirsi colla lega lombarda contra di lui. Egli fu che coi Parmigiani e Piacentini nel dì 12 marzo, secondo Sire Raul[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], introdusse il disperso popolo di Tortona nella desolata loro città, la quale perciò tornò a risorgere.Andò intanto crescendo la lega delle città lombarde, entrandovi or questa or quella, chi per ricuperare la perduta libertà ed autorità, e chi per non esservi astretta dalla forza e potenza dell'altre. Il suddetto Sire Raul nomina le città confederate con quella di Milano, cioè le città della Marca, capo d'esseVerona, Brescia, Mantova, Bergamo, Lodi, Novara, Vercelli, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara. Confessa il continuatore di Caffaro[Continuat. Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.]che anche i Genovesi furono invitati ad entrare in questa lega, ed eziandio spedirono i lor deputati per trattarne, ma senza che tal negoziato avesse effetto.Ho io dato alla luce[Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.]l'atto della concordia seguita nel dì 3 di maggio dell'anno presente fra il suddetto marcheseObizzoe i consoli diCremona, Milano, Verona, Padova, Mantova, Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Lodi, Como(degno è di osservazione che ancora i consoli comaschi aveano abbracciata la lega),Novara, Vercelli, Asti, Tortona, Alessandria, nuova città, eBologna. Leggonsi ivi i patti stabiliti fra loro e i nomi de' deputati di cadauna città. Fu guerra in quest'anno fra i pisani e Lucchesi[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.]. Erano gli ultimi collegati coi Genovesi, e, secondo il concerto fatto con essi, verso la metà di maggio andarono ad assediare il castello di Asciano, e, dategli varie battaglie, se ne impadronirono. Accorsero i Pisani, ma non a tempo, e venuti ad un combattimento, ebbero la peggio, con restarvi molti di loro prigioni, i quali furono mandati dai Lucchesi nelle carceri di Genova: il che venne creduto cosa infame e degna dell'odio di tutti[Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.]. Gl'impetrarono i Genovesi per potere col cambio riavere altri loro prigioni detenuti in Pisa. Continuò tuttavia la guerra fra i Pisani e Genovesi, e contuttochè molto si adoperasseVillano arcivescovodi Pisa, che era tornato al possesso della sua chiesa, per metter pace fra queste due sì accanite città, pure non gli venne fatto: tanto predominava in cuor di que' popoli l'ambizione d'essere soli in mare, e soli nel commercio e guadagno. Aveano fin qui i predetti Genovesi tenuto come sequestrato nelle loro città il vanerello re di Sardegna Barisone, sperando ch'egli arrivasse pure a soddisfar pel danaro sborsato a conto di lui. Ma un soldo mai non si vide. Il perchè i Genovesi si contentarono di condurlo in Sardegna, dove diede speranza di pagare. Andarono, e fecero raccolta di danaro; ma perchè molto vi mancò a soddisfare i debiti contratti, ricondussero a Genova quel fantasma di re. In questi tempi i Romani mossero guerra al popolo d'Albano[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], perchè era stato in favore di Federigo contra di loro, e tanto fecero che distrussero da' fondamenti quella città, ancorchè fosse in quelle partiCristianoeletto arcivescovo di Magonza, mandatovi da Federigo per sostenervi il suo partito. Rodeva i Romani un pari, anzi maggior desiderio di vendicarsi de' Tuscolani, per cagion de' quali aveano patita sì fiera rotta nell'anno precedente, e recarono loro anche gran danno; ma non consentendo la Chiesa ai loro sforzi, desisterono per allora da tale impresa. Tornò parimente in quest'annoManuelloComneno imperador de' Greci ad inviare ambasciatori a Benevento, dove era il pontefice Alessandro; e, siccome ben informato delle rotture che passavano fra esso papa e Federigo, si figurò facile di poter ottenere il suo intento: cioè di far privare della corona Federigo, e che questa fosse poi conferita a lui e a' suoi successori. Per ismuovere la corte pontificia, venne cogli ambasciatori un'immensa quantità d'oro. Ma Alessandro, pontefice de' più prudenti che s'abbia avuto la Chiesa di Dio, ringraziò forte il greco Augusto per la sua buona volontà e divozione;ma per conto della corona imperiale fece lor conoscere che troppe difficoltà s'incontravano, nè conveniva a lui il trattarne, per esser uffizio suo il cercare la pace, e non già la guerra. Pertanto rimandò indietro essi ambasciatori colla lor pecunia, e spedì con tale occasione due cardinali alla corte di Costantinopoli. Abbiamo da Giovanni da Ceccano[Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], da Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., in Chron., tom. 6 Rer. Italic.]e da altri storici che l'antipapa Pasquale III, ossia Guido da Crema, mentre stava nella basilica di san Pietro fuori di Roma, fu chiamato da Dio al rendimento de' conti. Morì egli impenitente nel dì 20 di settembre. Pareva che lo scisma con la morte di costui avesse affatto a cessare, perchè niuno più restava de' cardinali scismatici, e gli antipapi d'allora non soleano crearne dei nuovi, siccome vedremo fatto nel grande scisma del secolo XIV. Tuttavia gli scismatici non si quetarono, e si trovò un Giovanni abbate di Struma, uomo apostata e pieno di vizii, che si fece innanzi ed accettò il falso papato, con assumere il nome di Callisto III. Costui era stato eletto vescovo tuscolano da papa Alessandro, e fece dipoi una miserabil figura fra quei della sua screditata fazione.
Abbiamo dal continuatore di Acerbo Morena che l'AugustoFederigoquasi per tutto il verno dell'anno presente andò girando, con dimorare ora nelle parti di Pavia, ora in quelle di Novara, ora di Vercelli, del Monferrato e d'Asti. Ma veggendo sempre più declinare i suoi affari, e trovandosi come chiuso in Pavia, e sempre in sospetto che i pochi rimasti a lui fedeli il tradissero, un dì di marzo all'improvviso segretamente si partì,et in Alemaniam per terram comitis Uberti de Savogia, filii quondam comitis Amadei, qui et comes dicitur de Morienna, iter arripuit: così si legge negli antichi manoscritti. QuestoUberto, chiamato dal GuichenonUmberto, è uno de' progenitori della real casa di Savoia; e quantunque ritenesse il nome diconte di Morienna, pure in varii strumenti ha il titolo ancora dimarchese; e di qui parimente si scorge ch'egli era principe di molta potenza, e che per andare in Borgogna si passava per li di lui Stati. Fra le lettere di sanTommaso arcivescovo di Cantuaria[S. Thomas Cantuariensis, lib. 2, ep. 66, edit. Lupi.], una se ne legge di Giovanni Sarisberiense, riferita anche dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.], dalla quale si ricavano varie particolarità. Cioè che Federigo non vedendosi sicuro in Pavia, per aver fatto cavar gli occhi ad un nobile di quella città, e sapendo che già i Lombardi mettevano insieme un'armata di venti mila soldati, lasciati in Biandrate trenta degli ostaggi lombardi, passò nel Monferrato, dove, per la fidanza che aveva inGuglielmo marchesedi quella contrada, per le di lui castella distribuì gli altri ostaggi. Poscia andò qua e là sempre di sospetto, non osando di pernottare più di due o tre giorni nel medesimo luogo. Frattanto il marchese trattòcum cognato suo comite mauriensi, (leggomauriennensi),ut imperatorem permitteret egredi, promittens ei non modo restitutionem ablatorum, sed montes aureos, et cum honore et gloria imperii gratiam sempiternam. Poscia raccolti gli ostaggi, e accompagnato da soli trenta uomini a cavallo, andò sino a Santo Ambrosio fra Torino e Susa; e la mattina per tempo rimessosi in viaggio, quando fu presso a Susa barbaramente fece impiccare uno degli ostaggi, nobile bresciano, incolpandolo d'aver maneggiata l'unione dell'esercito che il cacciava dall'Italia. Sire Raul[Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.]scrive che Federigonono die martii suspendit Zilium de Prando obsidem de Brixia juxta Sauricam(forse era scrittoSecusiam)dolore et furore repletus, quod Mediolanenses, Brixienses, Laudenses, Novarienses, et Vercellenses obsederant Blandrate, et inde abiit in Alamanniam. Aggiugne, che arrivato a Susa cogli altri ostaggi, i cittadini presero l'armi, e gli tolsero questi ostaggi, mostrando paura di essere rovinati dai Lombardi, se lasciavano condurre per casa loro fuori d'Italia quei nobili, massimamente dopo averegli tolto poco fa di vita un d'essi, uomo potente e generoso, con tanta crudeltà. Accortosi Federigo del mal tempo che correva per quelle parti, anzi, se è vero ciò che ha Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.], avvertito dal suo albergatore che que' cittadini meditavano d'ucciderlo, avendo lasciato nel letto suo un Artmanno da Sibeneich che il rassomigliava, travestitosi da famiglio e con altri cinque suoi famigli mostrando di andare innanzi a preparar l'alloggio per un gran signore suo padrone, continuò il viaggio per istrade alpestri e dirupate, finchè giunse in Borgogna, dove di gravi minacce fece a que' popoli; e dipoi passò in Germania, con trovar ivi non poche turbolenze, e molti che l'odiavano. Sarebbe da desiderare che le antiche storie ci avessero lasciate notizie più copiose della real casa di Savoia, perciocchè non bastano le moderne a darci de' sicuri e sufficienti lumi. Abbiam veduto all'anno 1155 che Federigo probabilmente avea tolto degli Stati anche ad Umberto conte di Morienna; ma quali non sappiamo. Nella lettera suddetta del Sarisberiense è scritto che Federigo prometteva ad esso conterestitutionem ablatorum; ma quali Stati fossero a lui tolti non apparisce. Il Guichenon[Guichenon, Histoire de la Mais. de Savoye, tom. 1.], che dimenticò di parlare all'anno presente, di questo passaggio di Federigo per la Savoia, e dell'avvenimento di Susa, scrive che Federigo irritato contra d'esso Umberto pel suo attaccamento a papa Alessandro III, diede in feudo ai vescovi di Torino, di Morienna, di Tarantasia, di Genova, ec. quelle città. Veggasi ancora l'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Archiepisc. Taurinens.], che rapporta un diploma d'esso Federigo in favore del vescovo di Torino, e le liti poi sopravvenute. Quel che è certo, brutta scena fu quella dell'uscita di Federigo imperadore, dico, al cui cennodianzi tremavano tutte le città italiane, e che già per decisione dei vanissimi dottori di que' tempi, era stato dichiaratopadrone del mondo, si vide in fine ridotto a fuggirsene vergognosamente d'Italia sotto un abito di vil famigliocontra imperatoriam dignitatem, come dice Gotifredo Monaco[Godefridus Monachus, in Chron.], tardi conoscendo che più colla clemenza e mansuetudine, che colla crudeltà ed alterigia, si suol far guadagno, e che per voler troppo, bene spesso tutto si perde.
Dopo un vigoroso assedio cadde in potere dei collegati lombardi la terra di Biandrate. Furono ricuperati gli ostaggi quivi detenuti, e tagliati a pezzi quasi tutti i Tedeschi che v'erano di guarnigione[Johann. Sarisberiensis, in Epist.]. Dieci d'essi nobilissimi e ricchissimi vennero consegnati alla moglie del nobile Bresciano fatto impiccare da Federigo, acciocchè ne facesse vendetta, o ne ricavasse un grosso riscatto. In questo anno[Continuator Acerbi Morenae.]nel giovedì santo, cioè a dì 28 di marzo, per le istanze di Galdino arcivescovo di Milano, e per paura di mali maggiori, il popolo di Lodi abiurò l'antipapa Pasquale, e ridottosi all'ubbidienza di Alessandro papa, elesse per suo vescovo Alberto proposto della chiesa di Lodi. Intanto cresciuti gli animi dei popoli collegati della Lombardia per la fuga dell'imperador Federigo, si accinsero questi alla guerra contra de' Pavesi e del marchese di Monferrato, che soli in quelle parti restavano più che mai attaccati al partito d'esso Augusto. Per maggiormente angustiare Pavia, venne loro in capo un grandioso pensiero, cioè quello di fabbricar di pianta una nuova città ai confini del Pavese e del Monferrato. Però i Milanesi, Cremonesi e Piacentini nel dì primo di maggio[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]unitamente si portarono fra Asti e Pavia in una bella e feconda pianura,circondata da tre fiumi, e quivi piantarono le fondamenta della nuova città, obbligando gli abitatori di sette terre di quelle parti, e fra l'altre Gamondio, Marengo, Roveredo, Solera ed Ovilia a portarsi ed abitare colà. Poscia in onore di papa Alessandro III, e dispregio di Federigo, le posero il nome d'Alessandria. Perchè la fretta era grande, e mancavano i materiali al bisogno, furono i tetti di quelle case per la maggior parte coperti di paglia: dal che venne che i Pavesi ed altri emuli cominciarono a chiamarlaAlessandria dalla paglia; nome che dura tuttavia. Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.]mette sotto l'anno 1170 l'origine di questa città, forse perchè non ne dovette sì presto prendere la forma. Ma è scorretta in questi tempi la di lui cronologia. Il continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]anche egli ne parla all'anno presente. Lo stesso abbiam da Sicardo e da altri autori. Certo nondimeno è che di buoni bastioni e profonde fosse fu cinta quella nascente città, ed essere stato tale il concorso della gente a piantarvi casa, che da lì a non molto arrivò essa a metter insieme quindici mila persone, parte di cavalleria e parte di fanteria, atte all'armi e bellicose. E nell'anno seguente i consoli della medesima città, portatisi a Benevento, la misero sotto il dominio e protezione de' romani pontefici, con obbligarsi a pagar loro un annuo censo o tributo. Tutto ciò fu di somma gloria a papa Alessandro. Attaccato fin qui era statoObizzomarcheseMalaspina, potente signore in Lunigiana, ed anche possessore di varii Stati in Lombardia, al partito di Federigo. Ma dacchè egli vide tracollati i di lui affari, non fu pigro ad unirsi colla lega lombarda contra di lui. Egli fu che coi Parmigiani e Piacentini nel dì 12 marzo, secondo Sire Raul[Sire Raul, Hist., tom. 6 Rer. Ital.], introdusse il disperso popolo di Tortona nella desolata loro città, la quale perciò tornò a risorgere.Andò intanto crescendo la lega delle città lombarde, entrandovi or questa or quella, chi per ricuperare la perduta libertà ed autorità, e chi per non esservi astretta dalla forza e potenza dell'altre. Il suddetto Sire Raul nomina le città confederate con quella di Milano, cioè le città della Marca, capo d'esseVerona, Brescia, Mantova, Bergamo, Lodi, Novara, Vercelli, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Bologna, Ferrara. Confessa il continuatore di Caffaro[Continuat. Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.]che anche i Genovesi furono invitati ad entrare in questa lega, ed eziandio spedirono i lor deputati per trattarne, ma senza che tal negoziato avesse effetto.
Ho io dato alla luce[Antiquit. Ital., Dissert. XLVIII.]l'atto della concordia seguita nel dì 3 di maggio dell'anno presente fra il suddetto marcheseObizzoe i consoli diCremona, Milano, Verona, Padova, Mantova, Parma, Piacenza, Brescia, Bergamo, Lodi, Como(degno è di osservazione che ancora i consoli comaschi aveano abbracciata la lega),Novara, Vercelli, Asti, Tortona, Alessandria, nuova città, eBologna. Leggonsi ivi i patti stabiliti fra loro e i nomi de' deputati di cadauna città. Fu guerra in quest'anno fra i pisani e Lucchesi[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.]. Erano gli ultimi collegati coi Genovesi, e, secondo il concerto fatto con essi, verso la metà di maggio andarono ad assediare il castello di Asciano, e, dategli varie battaglie, se ne impadronirono. Accorsero i Pisani, ma non a tempo, e venuti ad un combattimento, ebbero la peggio, con restarvi molti di loro prigioni, i quali furono mandati dai Lucchesi nelle carceri di Genova: il che venne creduto cosa infame e degna dell'odio di tutti[Caffari, Annal. Genuens., lib. 2.]. Gl'impetrarono i Genovesi per potere col cambio riavere altri loro prigioni detenuti in Pisa. Continuò tuttavia la guerra fra i Pisani e Genovesi, e contuttochè molto si adoperasseVillano arcivescovodi Pisa, che era tornato al possesso della sua chiesa, per metter pace fra queste due sì accanite città, pure non gli venne fatto: tanto predominava in cuor di que' popoli l'ambizione d'essere soli in mare, e soli nel commercio e guadagno. Aveano fin qui i predetti Genovesi tenuto come sequestrato nelle loro città il vanerello re di Sardegna Barisone, sperando ch'egli arrivasse pure a soddisfar pel danaro sborsato a conto di lui. Ma un soldo mai non si vide. Il perchè i Genovesi si contentarono di condurlo in Sardegna, dove diede speranza di pagare. Andarono, e fecero raccolta di danaro; ma perchè molto vi mancò a soddisfare i debiti contratti, ricondussero a Genova quel fantasma di re. In questi tempi i Romani mossero guerra al popolo d'Albano[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], perchè era stato in favore di Federigo contra di loro, e tanto fecero che distrussero da' fondamenti quella città, ancorchè fosse in quelle partiCristianoeletto arcivescovo di Magonza, mandatovi da Federigo per sostenervi il suo partito. Rodeva i Romani un pari, anzi maggior desiderio di vendicarsi de' Tuscolani, per cagion de' quali aveano patita sì fiera rotta nell'anno precedente, e recarono loro anche gran danno; ma non consentendo la Chiesa ai loro sforzi, desisterono per allora da tale impresa. Tornò parimente in quest'annoManuelloComneno imperador de' Greci ad inviare ambasciatori a Benevento, dove era il pontefice Alessandro; e, siccome ben informato delle rotture che passavano fra esso papa e Federigo, si figurò facile di poter ottenere il suo intento: cioè di far privare della corona Federigo, e che questa fosse poi conferita a lui e a' suoi successori. Per ismuovere la corte pontificia, venne cogli ambasciatori un'immensa quantità d'oro. Ma Alessandro, pontefice de' più prudenti che s'abbia avuto la Chiesa di Dio, ringraziò forte il greco Augusto per la sua buona volontà e divozione;ma per conto della corona imperiale fece lor conoscere che troppe difficoltà s'incontravano, nè conveniva a lui il trattarne, per esser uffizio suo il cercare la pace, e non già la guerra. Pertanto rimandò indietro essi ambasciatori colla lor pecunia, e spedì con tale occasione due cardinali alla corte di Costantinopoli. Abbiamo da Giovanni da Ceccano[Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], da Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., in Chron., tom. 6 Rer. Italic.]e da altri storici che l'antipapa Pasquale III, ossia Guido da Crema, mentre stava nella basilica di san Pietro fuori di Roma, fu chiamato da Dio al rendimento de' conti. Morì egli impenitente nel dì 20 di settembre. Pareva che lo scisma con la morte di costui avesse affatto a cessare, perchè niuno più restava de' cardinali scismatici, e gli antipapi d'allora non soleano crearne dei nuovi, siccome vedremo fatto nel grande scisma del secolo XIV. Tuttavia gli scismatici non si quetarono, e si trovò un Giovanni abbate di Struma, uomo apostata e pieno di vizii, che si fece innanzi ed accettò il falso papato, con assumere il nome di Callisto III. Costui era stato eletto vescovo tuscolano da papa Alessandro, e fece dipoi una miserabil figura fra quei della sua screditata fazione.