MCLXXII

MCLXXIIAnno diCristoMCLXXII. IndizioneV.AlessandroIII papa 14.FederigoI re 21, imper. 18.Fin qui il ponteficeAlessandroera dimorato fuor di Roma, perchè tuttavia il popolo, o, per dir meglio, il senato romano che avea provato il gusto di comandare, gli contrastava l'esercizio della giurisdizione ed autorità temporale dovuta ai sommi pontefici. Erano anche i Romani forte in collera contro del papa per la protezione ch'egli avea preso dei Tuscolani, popolo troppo odiato da essi per la vecchia nemicizia e per la memoria della sanguinosa sconfitta dell'anno1167. Si trattò in quest'anno d'accordo. Indussero gli astuti Romani il pontefice a contentarsi che si spianassero le mura di Tuscolo[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.], promettendo essi in ricompensa di riguardarlo da lì innanzi come lor padre e signore, e di ubbidire a tutti i suoi comandamenti. Menarono poi le mani per atterrar quelle mura: dopo di che si scoprì la lor frode, con restare burlato il buon papa, perchè non mantennero punto la promessa fatta dal canto loro. Se ne crucciò altamente Alessandro; e giacchè altro non si potea, fece circondar di fossa e muro la torre di Tuscolo, e, lasciata ivi per sicurezza di quel popolo una buona guarnigion di cavalli e fanti, andò a stare ad Anagni, dove poi dimorò molto tempo. Romoaldo Salernitano quegli è che ci ha conservata questa notizia, la quale dal cardinal Baronio vien riferita all'anno 1168, ma verisimilmente fuori di sito. Nella Cronica di Fossanuova si legge[Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]:Anno 1172, Indictione quinta, Alexander fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis tusculanae mense novembri. Questo autore lasciò nella penna l'inganno fatto dai Romani al papa; ma ne parla bene l'autor della vita di papa Alessandro, con dire[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]che i Romani non permisero al papa di entrare in città, e di esercitarvi il suo pastorale uffizio: laonde egli si ritirò in Campagna di Roma, aspettando tempi migliori. Dopo avere ricevuto molte finezze da' Genovesi, passòCristiano arcivescovoeletto di Magonza, ed arcicancelliere dell'imperadore, a Pisa nel dì 3 di febbraio, ricevuto ivi parimente con molta magnificenza. Poscia convocati tutti i conti, marchesi e consoli delle città da Lucca sino a Roma, tenne un gran parlamento nel borgo di San Genesio, per quanto s'ha dagli Annali Pisani[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.],e quivi propose da parte dell'imperadore la pace fra' Genovesi, Lucchesi e Pisani. Il continuatore di Caffaro scrive[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]che questo parlamento tenuto fu appresso Siena; ma forse furono due in diversi luoghi, o San Genesio era del Sanese. Sarebbono condiscesi i Pisani ad abbracciar la pace, se loro non fosse paruta troppo dura la condizione di restituir senza compenso alcuno tanti prigioni che aveano de' nemici. Però stando forti su questo, l'arcivescovo in un altro parlamento, certamente tenuto nelle vicinanze di Siena, mise i Pisani al bando dell'imperio, privandoli di tutti i privilegii, e delle regalie, e della Sardegna.Leggesi negli Annali di Genova la lettera scritta da lui ai Genovesi, con avvisarli che nell'assemblea tenuta presso Siena,in conspectu praefecti urbis Romanorum, et coram marchionibus anconitanis, Conrado marchione de Monteferrato, comite Guidone, comite Aldebrandino, et quamplurimis aliis comitibus, capitaneis, valvasoribus, consulibus, civitatum Tusciae, Marchiae, et vallis spoletanae, et superioris atque inferioris Romaniae, et infinita populi multitudine, avea pubblicato il bando contra de' Pisani, con ordinare ad essi Genovesi di tener pronte cinquanta galee per l'ottava di Pasqua in servigio dell'imperadore. Ho rapportato questo passo, acciocchè il lettore comprenda quai popoli tuttavia aderissero al partito imperiale in Italia per questi tempi. Abbiamo in fatti dall'Abbate Urspergense[Abbas Urspergensis, in Chron.]che Federigo prima di passare in Germania,quemdam Bideluphum ducem Spoleti effecit, Marchiam quoque Anconae, et principatum Ravennae Cunrado de Luzelinhart contulit, quem Italici Muscamincerebro nominabat, eo quod plerumque quasi demens videretur. Tentarono poscia i Pisani coi Fiorentini di togliere San Miniato al presidio tedesco che ivi dimorava: perlochè l'arcicancelliere fu di pensiero di metter anche il popolo di Firenze albando dell'imperio. Seguitarono inoltre le offese tra i Genovesi e Pisani. Mentre passava il verno nell'isola di Scio l'armata veneta[Dandul., in Chronic.], aspettando pure risposte decisive di guerra o di pace daManuello imperadorde' Greci, che dava quante buone parole si volevano, ma niuna conclusion del trattato: si cacciò la peste in quella flotta, e cominciò a fare un'orrida strage di gente. Per questo il dogeVital Michelesalpò per tornarsene a casa. Ma infierì nel viaggio più che mai la pestilenza, di modo che quella dianzi sì fiorita e possente armata arrivò a Venezia poco men che disfatta; e perchè colla venuta di tanta gente infetta s'introdusse anche nella città lo stesso micidial malore, molto popolo ne perì. Rigettata la colpa di tanti mali sopra il doge, insorse col tempo contra di lui un tumulto, per cui nel ritirarsi dal palagio restò mortalmente ferito; poscia finì di vivere nel dì 27 di marzo, oppur di maggio dell'anno presente, se pur non fu nell'anno seguente. Restò eletto in di lui luogoSebastiano Ziani. Venne in quest'anno il giovinetto re di SiciliaGuglielmo IIin Puglia, e fino a Taranto[Anonymus Casinens., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.], credendosi che si avessero ad effettuar le sue nozze concertate con una figliuola del greco imperadore Manuello. Ma restò deluso dai Greci. Assai di ciò disgustato, passò a Capoa e a Salerno, e di là se ne tornò a Palermo, menando seco Arrigo suo minor fratello, già creato dal padre principe di Capoa, il qual diede fine ai suoi giorni in quest'anno nel dì 16 di giugno. Abbiamo anche dalla Cronica di Piacenza[Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]che i Piacentini, Milanesi, Alessandrini, Astigiani, Vercellini e Novaresi fecero un fatto d'armi presso il castello di Mombello col marchese di Monferrato, e lo sbaragliarono, con inseguire per sei miglia i fuggitivi.

Fin qui il ponteficeAlessandroera dimorato fuor di Roma, perchè tuttavia il popolo, o, per dir meglio, il senato romano che avea provato il gusto di comandare, gli contrastava l'esercizio della giurisdizione ed autorità temporale dovuta ai sommi pontefici. Erano anche i Romani forte in collera contro del papa per la protezione ch'egli avea preso dei Tuscolani, popolo troppo odiato da essi per la vecchia nemicizia e per la memoria della sanguinosa sconfitta dell'anno1167. Si trattò in quest'anno d'accordo. Indussero gli astuti Romani il pontefice a contentarsi che si spianassero le mura di Tuscolo[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Italic.], promettendo essi in ricompensa di riguardarlo da lì innanzi come lor padre e signore, e di ubbidire a tutti i suoi comandamenti. Menarono poi le mani per atterrar quelle mura: dopo di che si scoprì la lor frode, con restare burlato il buon papa, perchè non mantennero punto la promessa fatta dal canto loro. Se ne crucciò altamente Alessandro; e giacchè altro non si potea, fece circondar di fossa e muro la torre di Tuscolo, e, lasciata ivi per sicurezza di quel popolo una buona guarnigion di cavalli e fanti, andò a stare ad Anagni, dove poi dimorò molto tempo. Romoaldo Salernitano quegli è che ci ha conservata questa notizia, la quale dal cardinal Baronio vien riferita all'anno 1168, ma verisimilmente fuori di sito. Nella Cronica di Fossanuova si legge[Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]:Anno 1172, Indictione quinta, Alexander fecit finem cum Romanis, qui destruxerunt muros civitatis tusculanae mense novembri. Questo autore lasciò nella penna l'inganno fatto dai Romani al papa; ma ne parla bene l'autor della vita di papa Alessandro, con dire[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]che i Romani non permisero al papa di entrare in città, e di esercitarvi il suo pastorale uffizio: laonde egli si ritirò in Campagna di Roma, aspettando tempi migliori. Dopo avere ricevuto molte finezze da' Genovesi, passòCristiano arcivescovoeletto di Magonza, ed arcicancelliere dell'imperadore, a Pisa nel dì 3 di febbraio, ricevuto ivi parimente con molta magnificenza. Poscia convocati tutti i conti, marchesi e consoli delle città da Lucca sino a Roma, tenne un gran parlamento nel borgo di San Genesio, per quanto s'ha dagli Annali Pisani[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Italic.],e quivi propose da parte dell'imperadore la pace fra' Genovesi, Lucchesi e Pisani. Il continuatore di Caffaro scrive[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]che questo parlamento tenuto fu appresso Siena; ma forse furono due in diversi luoghi, o San Genesio era del Sanese. Sarebbono condiscesi i Pisani ad abbracciar la pace, se loro non fosse paruta troppo dura la condizione di restituir senza compenso alcuno tanti prigioni che aveano de' nemici. Però stando forti su questo, l'arcivescovo in un altro parlamento, certamente tenuto nelle vicinanze di Siena, mise i Pisani al bando dell'imperio, privandoli di tutti i privilegii, e delle regalie, e della Sardegna.

Leggesi negli Annali di Genova la lettera scritta da lui ai Genovesi, con avvisarli che nell'assemblea tenuta presso Siena,in conspectu praefecti urbis Romanorum, et coram marchionibus anconitanis, Conrado marchione de Monteferrato, comite Guidone, comite Aldebrandino, et quamplurimis aliis comitibus, capitaneis, valvasoribus, consulibus, civitatum Tusciae, Marchiae, et vallis spoletanae, et superioris atque inferioris Romaniae, et infinita populi multitudine, avea pubblicato il bando contra de' Pisani, con ordinare ad essi Genovesi di tener pronte cinquanta galee per l'ottava di Pasqua in servigio dell'imperadore. Ho rapportato questo passo, acciocchè il lettore comprenda quai popoli tuttavia aderissero al partito imperiale in Italia per questi tempi. Abbiamo in fatti dall'Abbate Urspergense[Abbas Urspergensis, in Chron.]che Federigo prima di passare in Germania,quemdam Bideluphum ducem Spoleti effecit, Marchiam quoque Anconae, et principatum Ravennae Cunrado de Luzelinhart contulit, quem Italici Muscamincerebro nominabat, eo quod plerumque quasi demens videretur. Tentarono poscia i Pisani coi Fiorentini di togliere San Miniato al presidio tedesco che ivi dimorava: perlochè l'arcicancelliere fu di pensiero di metter anche il popolo di Firenze albando dell'imperio. Seguitarono inoltre le offese tra i Genovesi e Pisani. Mentre passava il verno nell'isola di Scio l'armata veneta[Dandul., in Chronic.], aspettando pure risposte decisive di guerra o di pace daManuello imperadorde' Greci, che dava quante buone parole si volevano, ma niuna conclusion del trattato: si cacciò la peste in quella flotta, e cominciò a fare un'orrida strage di gente. Per questo il dogeVital Michelesalpò per tornarsene a casa. Ma infierì nel viaggio più che mai la pestilenza, di modo che quella dianzi sì fiorita e possente armata arrivò a Venezia poco men che disfatta; e perchè colla venuta di tanta gente infetta s'introdusse anche nella città lo stesso micidial malore, molto popolo ne perì. Rigettata la colpa di tanti mali sopra il doge, insorse col tempo contra di lui un tumulto, per cui nel ritirarsi dal palagio restò mortalmente ferito; poscia finì di vivere nel dì 27 di marzo, oppur di maggio dell'anno presente, se pur non fu nell'anno seguente. Restò eletto in di lui luogoSebastiano Ziani. Venne in quest'anno il giovinetto re di SiciliaGuglielmo IIin Puglia, e fino a Taranto[Anonymus Casinens., in Chron. Romualdus Salernitanus, in Chron.], credendosi che si avessero ad effettuar le sue nozze concertate con una figliuola del greco imperadore Manuello. Ma restò deluso dai Greci. Assai di ciò disgustato, passò a Capoa e a Salerno, e di là se ne tornò a Palermo, menando seco Arrigo suo minor fratello, già creato dal padre principe di Capoa, il qual diede fine ai suoi giorni in quest'anno nel dì 16 di giugno. Abbiamo anche dalla Cronica di Piacenza[Chronic. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]che i Piacentini, Milanesi, Alessandrini, Astigiani, Vercellini e Novaresi fecero un fatto d'armi presso il castello di Mombello col marchese di Monferrato, e lo sbaragliarono, con inseguire per sei miglia i fuggitivi.


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