MCLXXV

MCLXXVAnno diCristoMCLXXV. IndizioneVIII.AlessandroIII papa 17.FederigoI re 24, imper. 21.Rigoroso fu il verno di quest'anno, e, ciò non ostante, l'intrepido imperadorFederigonon volle muovere un passo di sotto all'assediata città di Alessandria contro il parere di tutti i suoi principi[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Tali e tanti furono i disagi patiti dalla sua armata in quella situazione, che per mancanza di foraggi gli perì gran quantità di cavalli, e si scemò il numero dei combattenti o per le malattie o per le diserzioni, non potendo i soldati reggere alla penuria di tutte le cose necessarie. Non si rallentava per questo l'ardore d'esso Augusto, lusingandosi egli di uscirne presto con riputazione, mercè di un'invenzione che gli prometteva un felice successo dell'impresa. Questa era una mina condotta sì segretamente sotterra verso la città, che gli Alessandrini non se ne avvidero giammai. Per questa sperava Federigo di penetrare all'improvviso nella città. Racconta Gotifredo monaco[Godefr. Monach., in Chron.], che se cadeva nelle sue mani alcuno de' nemici, d'ordinario li faceva impiccare; ma che un dì ne fece pur una degna di lode. Condottigli davanti tre prigioni, ordinò tosto che fossero lor cavati gli occhi. Eseguita la sentenza sopra i due primi, dimandò l'imperadore al terzo, che era un giovinetto, perchè fosse ribello contro l'imperio. Rispose il giovane:Nulla, signore, ho fatto contra di voi o dell'imperio; ma avendo un padrone nella città, ho fedelmente ubbidito a quanto egli mi ha comandato. E s'egli vorrà servire a voi contra de' suoi cittadini, con egual fedeltà a lui servirò; e quando pur mi vogliate privar della vista, così cieco ancora servirò, come potrò, al mio padrone. Da queste parole ammansato l'imperadore, senza fargli altro male, gli ordinò di ricondurrein città gli altri due accecati. Venuto il marzo, cominciava Alessandria a scarseggiar troppo di viveri: del che avvisati i collegati, non tardarono più a mettersi all'ordine, per dar anche battaglia al campo imperiale. S'unì dunque a Piacenza un formidabil esercito diMilanesi, Bresciani, Veronesi, Novaresi, Vercellini, Trevisani, Padovani, Vicentini, Mantuani, Bergamaschi, Piacentini, Parmigiani, Reggiani, Modenesi e Ferraresi[Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.], cavalieri e fanti. Coraggiosamente marciando questa sì poderosa oste, dopo aver prese e distrutte le terre di Broni e di San Nazario de' Pavesi, andò a postarsi nella domenica delle Palme, giorno 6 di aprile, vicino a Tortona, dieci miglia lungi dal campo tedesco. Si trovò allora Federigo tra due fuochi, ma non si sgomentò, perchè sperava vicina la caduta di Alessandria: per ottenere il quale intento (conviene ben confessarlo) si servì di una frode non degna di principe onesto, e molto men di principe cristiano: cioè fece intendere agli Alessandrini nel giovedì santo, che concedeva loro tregua per benignità imperiale fino al lunedì di Pasqua. Affidato da queste parole quel popolo, senza credere bisognevole in tempo tale la moltiplicità delle guardie, dopo le divozioni andò al riposo. Verso la mezza notte Federigo, dimentico della fede data, spinse per la mina sotterranea dugento dei più bravi e nerboruti suoi soldati; e figurandosi che questi, sboccando nella città, darebbono campo a lui d'entrar per la porta, messa in armi tutta la sua gente, stette aspettando l'esito dell'affare poco lungi dalla porta suddetta. Ma appena dalle sentinelle fu scoperto essere entrati in città alcuni de' nemici, che gridarono all'armi; alla qual voce il popolo uscito dalle case, a guisa di lioni, affrontò i nemici, e li costrinse a gittarsi giù dai bastioni, oppure a lasciare ivi la vita. Sopra quelli che non erano per anche usciti dalla mina, cadde la terra superiore, e li soffocò. Poscia in quel bollore di sdegnogli Alessandrini, aperte le porte, assalirono il campo nemico non senza molta strage de' Tedeschi. Riuscì a quel popolo eziandio di attaccar fuoco al castello di legno dell'imperadore, in cui stava un buon drappello di soldati, e di bruciar l'uno e gli altri. Quand'anche volesse talun dubitare se vera fosse la frode suddetta, la qual pure vien raccontata dallo scrittor della vita di papa Alessandro III, confermata da Romoaldo Salernitano e da Sire Raul, certo si meritava Federigo un sì infelice successo, dacchè egli avea meditato e procurato in giorni sì santi l'eccidio di un popolo intero seguace di Cristo. Vedendo egli dunque andare a rovescio tutte le speranze sue, attaccato il fuoco alle restanti macchine di guerra, levò il campo, e venne a fronte dell'esercito collegato[Otto de S. Blasio, in Chron.], per impedirgli l'unione cogli Alessandrini; oppure si mise in viaggio per tornare a Pavia; ma non potendo passare, si fermò nella villa appellata Guignella.Già pareva imminente una terribil giornata campale, quando in vece di battaglia seguì pace e concordia fra l'imperadore e i Lombardi. Gli storici tedeschi, soliti a far nascere allori in tutti i passi di questo e d'altri Augusti, scrivono[Godefridus Monachus, in Chron. Cronographus Saxo.]che al comparire dell'esercito cesareo sorpresi i Lombardi da timor panico, mandarono tosto a chieder pace a Federigo, ed ottenutala con aver deposte le armi, s'andarono a gittar colle spade sul collo ai di lui piedi. Ma queste son da credere millanterie. L'autore della vita di papa Alessandro, e Romoaldo Salernitano, scrittor gravissimo di questi tempi, ci assicurano che il timore fu dalla parte di Federigo; nè è da credere altrimenti, perchè egli era molto inferiore di forze ai Lombardi, e i Lombardi sapeano molto bene contra di chi s'erano mossi col loro esercito. Ora nel lunedì di Pasqua, mentre i Lombardi, preparatia menar le mani, erano incerti se dovessero eglino assalire, oppure aspettar l'assalto[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.], alcuni religiosi ed uomini savii, e non sospetti, cominciarono a correre di qua e di là, per consigliar la pace e risparmiare il sangue cristiano. Finalmente acconsentì l'imperadore di rimettere le controversie, e di stare nell'arbitrio d'uomini dabbene, purchè restasse salvo il diritto dell'imperio. E i Lombardi accettarono il partito, purchè si salvasse la lor libertà e quella della Chiesa romana. Gherardo Maurisio[Gherard. Maurisius, in Chron.]e Galvano dalla Fiamma[Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 204.]scrivono che Eccelino primo, avolo del crudele, ed Anselmo da Doara, padre di Buoso, furono tra i mediatori di questo accordo. E specialmente Eccelinosic humiliter verbis et factis supplicavit eidem imperatori, quod tam sibi quam dictis Lombardis, et Obitioni marchioni estensi suam indignationem remisit. Dovette anche il marcheseObizzo di Estetrovarsi nell'esercito collegato contra di Federigo. Insomma sottoscritto e giurato l'accordo con fare il compromesso inFilippoeletto arcivescovo di Colonia, in Guglielmo da Pozasca capitano di Torino, e in un Pavese di San Nazario per parte di Federigo, e per parte de' Milanesi in Gherardo da Pesta milanese, e in Alberto da Gambara bresciano, e in Gezone veronese: non lasciarono i Lombardi di comparire con tutta umiliazione e riverenza davanti all'imperadore, che gli accolse con molta benignità, e si ritirò poscia a Pavia colla moglie e coi figliuoli. E perchè erano ormai sazii i soldati del re di Boemia dei tanti patimenti fatti, ottennero licenza di tornarsene alle loro case: il che sempre più sforzò l'imperadore a dar orecchio a trattati di tregua o pace. Non era egli uomo, se non si fosse veduto in bassa fortuna e in pericolo, da rimettere sì per poco la spada nel fodero. Tornando poscia i Lombardi per Piacenza alle lorocittà, trovarono per viaggio i Cremonesi che venivano col loro carroccio all'armata[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.]. Non erano saldi nella lega essi Cremonesi per l'amicizia che passava fra loro e i Pavesi, e però consigliatamente tardarono tanto per isperanza d'impedir la mossa degli altri collegati. Saputo poi che senza di loro s'era intavolata la concordia, n'ebbero gran vergogna; e il popolo di Cremona, mosso per questo da bestial furore, ed incolpatine i consoli, andò ad atterrare i loro palagi, e a dare il sacco a tutti i loro beni, con poscia crearne dei nuovi. In quest'annopapa Alessandrodiede il primo vescovo alla città d'Alessandria, cioèArduinosuddiacono della Chiesa romana, e privò il vescovo di Pavia della prerogativa del pallio e della croce per cagione del suo attaccamento allo scisma.Intanto l'Augusto Federigo, facendo credere di voler pace anche nella Chiesa romana, fece sapere a Roma che ne avrebbe volentieri trattato conUbaldo vescovod'Ostia,Bernardo vescovodi Porto, eGuglielmo pavesecardinale di san Pietro in Vincola. Vennero tutti e tre a Pavia[Romualdus Salernit., in Chron.]; fors'anche più a requisizion de' Lombardi che di Federigo; loro fu fatto grande onore; molte furono le conferenze d'essi coi deputati dell'imperadore e colle città della lega. Ma infine trovandosi esorbitanti in tutto le pretensioni di Federigo per quello che riguardava la libertà tanto della Chiesa quanto de' Lombardi, si sciolse in fumo il trattato, e i legati apostolici se ne tornarono a Roma. Le segrete mire di Federigo erano di guadagnar tempo, tanto che calasse in Italia un nuovo esercito, che s'aspettava di Germania, e non già di ridursi ad accordo alcuno, in cui si avessero a moderar le alte sue pretensioni. Per altro certissimo è che fu fatto in quest'anno nel dì 16 d'aprile, vicino a Mombello, il compromesso dell'imperadoree de' Lombardi. Lo strumento intero, da me tratto dagli antichi registri della comunità di Modena, si legge nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Italic., Dissert. XLVIII.], ed è di gran luce a questi avvenimenti. Degno è d'osservazione cheUberto conte di Savoiafa la figura di uno dei principali aderenti e confidenti dell'imperador Federigo; e però sembra che sieno favole quelle che ci racconta il Guichenon[Guichenon, de la Mais. de Savoie, tom. 1.]intorno a questi tempi della real casa di Savoia. Si conferma eziandio ciò che abbiam detto di sopra di Eccelino primo e di Anselmo da Doara; perchè da quegli atti apparisce che amendue eranorettori di Lombardia, cioè direttori della lega e società delle città lombarde: dignità di sommo credito in questi tempi, e indubitato indizio della lor nobiltà e saviezza. Vedesi inoltre che la lega abbracciavale città della Lombardia, Marca di Verona, Venezia e Romagna, e che Federigo segretamente se la dovea intendere coiCremonesi, benchè collegati di Milano, perchè in loro è rimessa la decision de' punti che restassero controversi. Tralascio il resto di quell'atto, da cui niun frutto poscia si ricavò.Abbiamo dalle storie di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]che nel dì 7 di febbraio dell'anno presente quel gran faccendiere di Cristiano arcivescovo di Magonza, usato a maneggiar più l'armi che il pastorale, co' Faentini, co' Forlivesi condotti dal conte Guido Guerra, e colle milizie di Rimini e d'Imola e della Toscana, venne ad assediare il castello di San Cassano, alla cui difesa stavano trecento cavalieri dei migliori di Bologna, che per più di tre settimane bravamente si sostennero. Contuttochè i Bolognesi ottenessero un buon soccorso, cioè da Milano trecento cavalieri, trecento da Brescia, trecento da Piacenza, cento da Bergamo, cinquecento da Cremona, ducento da Reggio, cento da Modena, trecento da Verona,ducento da Padova, con altri della contessa Sofia e della città di Ferrara, e marciassero per liberar quel castello; tuttavia nulla fecero, perchè i difensori ormai stanchi, attaccatovi il fuoco ed usciti, ebbero la fortuna di salvarsi correndo a Bologna. Il Sigonio diversamente narra questo fatto. Impadronissi poscia l'arcivescovo del castello di Medicina, e fece altri mali al contado bolognese, e sconfisse la lor gente presso al castello de' Britti. Mentre dimorava lo imperador Federigo in Pavia, comandò che venissero a trovarlo i deputati di Genova e Pisa con plenipotenza delle loro città[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.]; e venuti che furono, stabilì fra queste due emule nazioni, la pace, con assegnare ai Genovesi la metà della Sardegna (il che rincrebbe forte ai Pisani), e con ordinare la distruzion di Viareggio ai Lucchesi. Proibì ai Pisani il battere moneta ad imitazion del conio lucchese. Secondo gli Annali di Pisa[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Guillelm. Tyrius, Hist. Hierosolymit., lib. 21.], in quest'anno (se pur non fu nel precedente)GuglielmoII re di Sicilia, desideroso di far qualche prodezza contra de' Saraceni, che ogni dì più faceano progressi in Oriente colla rovina del regno gerosolimitano, sul principio di luglio inviò in Egitto un'armata di cento cinquanta galee e di ducento cinquanta legni da trasporto per la cavalleria; se pure è credibile sì poderosa flotta. Fecero sbarco vicino ad Alessandria, diedero il sacco a que' contorni, nè si sa che riportassero alcun altro vantaggio. Forse per questo niuna menzione fece di tale spedizione Romoaldo arcivescovo di Salerno nella sua Cronica.

Rigoroso fu il verno di quest'anno, e, ciò non ostante, l'intrepido imperadorFederigonon volle muovere un passo di sotto all'assediata città di Alessandria contro il parere di tutti i suoi principi[Cardin. de Aragon., in Vit. Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Tali e tanti furono i disagi patiti dalla sua armata in quella situazione, che per mancanza di foraggi gli perì gran quantità di cavalli, e si scemò il numero dei combattenti o per le malattie o per le diserzioni, non potendo i soldati reggere alla penuria di tutte le cose necessarie. Non si rallentava per questo l'ardore d'esso Augusto, lusingandosi egli di uscirne presto con riputazione, mercè di un'invenzione che gli prometteva un felice successo dell'impresa. Questa era una mina condotta sì segretamente sotterra verso la città, che gli Alessandrini non se ne avvidero giammai. Per questa sperava Federigo di penetrare all'improvviso nella città. Racconta Gotifredo monaco[Godefr. Monach., in Chron.], che se cadeva nelle sue mani alcuno de' nemici, d'ordinario li faceva impiccare; ma che un dì ne fece pur una degna di lode. Condottigli davanti tre prigioni, ordinò tosto che fossero lor cavati gli occhi. Eseguita la sentenza sopra i due primi, dimandò l'imperadore al terzo, che era un giovinetto, perchè fosse ribello contro l'imperio. Rispose il giovane:Nulla, signore, ho fatto contra di voi o dell'imperio; ma avendo un padrone nella città, ho fedelmente ubbidito a quanto egli mi ha comandato. E s'egli vorrà servire a voi contra de' suoi cittadini, con egual fedeltà a lui servirò; e quando pur mi vogliate privar della vista, così cieco ancora servirò, come potrò, al mio padrone. Da queste parole ammansato l'imperadore, senza fargli altro male, gli ordinò di ricondurrein città gli altri due accecati. Venuto il marzo, cominciava Alessandria a scarseggiar troppo di viveri: del che avvisati i collegati, non tardarono più a mettersi all'ordine, per dar anche battaglia al campo imperiale. S'unì dunque a Piacenza un formidabil esercito diMilanesi, Bresciani, Veronesi, Novaresi, Vercellini, Trevisani, Padovani, Vicentini, Mantuani, Bergamaschi, Piacentini, Parmigiani, Reggiani, Modenesi e Ferraresi[Sire Raul, in Histor. tom. 6 Rer. Ital.], cavalieri e fanti. Coraggiosamente marciando questa sì poderosa oste, dopo aver prese e distrutte le terre di Broni e di San Nazario de' Pavesi, andò a postarsi nella domenica delle Palme, giorno 6 di aprile, vicino a Tortona, dieci miglia lungi dal campo tedesco. Si trovò allora Federigo tra due fuochi, ma non si sgomentò, perchè sperava vicina la caduta di Alessandria: per ottenere il quale intento (conviene ben confessarlo) si servì di una frode non degna di principe onesto, e molto men di principe cristiano: cioè fece intendere agli Alessandrini nel giovedì santo, che concedeva loro tregua per benignità imperiale fino al lunedì di Pasqua. Affidato da queste parole quel popolo, senza credere bisognevole in tempo tale la moltiplicità delle guardie, dopo le divozioni andò al riposo. Verso la mezza notte Federigo, dimentico della fede data, spinse per la mina sotterranea dugento dei più bravi e nerboruti suoi soldati; e figurandosi che questi, sboccando nella città, darebbono campo a lui d'entrar per la porta, messa in armi tutta la sua gente, stette aspettando l'esito dell'affare poco lungi dalla porta suddetta. Ma appena dalle sentinelle fu scoperto essere entrati in città alcuni de' nemici, che gridarono all'armi; alla qual voce il popolo uscito dalle case, a guisa di lioni, affrontò i nemici, e li costrinse a gittarsi giù dai bastioni, oppure a lasciare ivi la vita. Sopra quelli che non erano per anche usciti dalla mina, cadde la terra superiore, e li soffocò. Poscia in quel bollore di sdegnogli Alessandrini, aperte le porte, assalirono il campo nemico non senza molta strage de' Tedeschi. Riuscì a quel popolo eziandio di attaccar fuoco al castello di legno dell'imperadore, in cui stava un buon drappello di soldati, e di bruciar l'uno e gli altri. Quand'anche volesse talun dubitare se vera fosse la frode suddetta, la qual pure vien raccontata dallo scrittor della vita di papa Alessandro III, confermata da Romoaldo Salernitano e da Sire Raul, certo si meritava Federigo un sì infelice successo, dacchè egli avea meditato e procurato in giorni sì santi l'eccidio di un popolo intero seguace di Cristo. Vedendo egli dunque andare a rovescio tutte le speranze sue, attaccato il fuoco alle restanti macchine di guerra, levò il campo, e venne a fronte dell'esercito collegato[Otto de S. Blasio, in Chron.], per impedirgli l'unione cogli Alessandrini; oppure si mise in viaggio per tornare a Pavia; ma non potendo passare, si fermò nella villa appellata Guignella.

Già pareva imminente una terribil giornata campale, quando in vece di battaglia seguì pace e concordia fra l'imperadore e i Lombardi. Gli storici tedeschi, soliti a far nascere allori in tutti i passi di questo e d'altri Augusti, scrivono[Godefridus Monachus, in Chron. Cronographus Saxo.]che al comparire dell'esercito cesareo sorpresi i Lombardi da timor panico, mandarono tosto a chieder pace a Federigo, ed ottenutala con aver deposte le armi, s'andarono a gittar colle spade sul collo ai di lui piedi. Ma queste son da credere millanterie. L'autore della vita di papa Alessandro, e Romoaldo Salernitano, scrittor gravissimo di questi tempi, ci assicurano che il timore fu dalla parte di Federigo; nè è da credere altrimenti, perchè egli era molto inferiore di forze ai Lombardi, e i Lombardi sapeano molto bene contra di chi s'erano mossi col loro esercito. Ora nel lunedì di Pasqua, mentre i Lombardi, preparatia menar le mani, erano incerti se dovessero eglino assalire, oppure aspettar l'assalto[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.], alcuni religiosi ed uomini savii, e non sospetti, cominciarono a correre di qua e di là, per consigliar la pace e risparmiare il sangue cristiano. Finalmente acconsentì l'imperadore di rimettere le controversie, e di stare nell'arbitrio d'uomini dabbene, purchè restasse salvo il diritto dell'imperio. E i Lombardi accettarono il partito, purchè si salvasse la lor libertà e quella della Chiesa romana. Gherardo Maurisio[Gherard. Maurisius, in Chron.]e Galvano dalla Fiamma[Gualv. Flamma, in Manipul. Flor., cap. 204.]scrivono che Eccelino primo, avolo del crudele, ed Anselmo da Doara, padre di Buoso, furono tra i mediatori di questo accordo. E specialmente Eccelinosic humiliter verbis et factis supplicavit eidem imperatori, quod tam sibi quam dictis Lombardis, et Obitioni marchioni estensi suam indignationem remisit. Dovette anche il marcheseObizzo di Estetrovarsi nell'esercito collegato contra di Federigo. Insomma sottoscritto e giurato l'accordo con fare il compromesso inFilippoeletto arcivescovo di Colonia, in Guglielmo da Pozasca capitano di Torino, e in un Pavese di San Nazario per parte di Federigo, e per parte de' Milanesi in Gherardo da Pesta milanese, e in Alberto da Gambara bresciano, e in Gezone veronese: non lasciarono i Lombardi di comparire con tutta umiliazione e riverenza davanti all'imperadore, che gli accolse con molta benignità, e si ritirò poscia a Pavia colla moglie e coi figliuoli. E perchè erano ormai sazii i soldati del re di Boemia dei tanti patimenti fatti, ottennero licenza di tornarsene alle loro case: il che sempre più sforzò l'imperadore a dar orecchio a trattati di tregua o pace. Non era egli uomo, se non si fosse veduto in bassa fortuna e in pericolo, da rimettere sì per poco la spada nel fodero. Tornando poscia i Lombardi per Piacenza alle lorocittà, trovarono per viaggio i Cremonesi che venivano col loro carroccio all'armata[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III.]. Non erano saldi nella lega essi Cremonesi per l'amicizia che passava fra loro e i Pavesi, e però consigliatamente tardarono tanto per isperanza d'impedir la mossa degli altri collegati. Saputo poi che senza di loro s'era intavolata la concordia, n'ebbero gran vergogna; e il popolo di Cremona, mosso per questo da bestial furore, ed incolpatine i consoli, andò ad atterrare i loro palagi, e a dare il sacco a tutti i loro beni, con poscia crearne dei nuovi. In quest'annopapa Alessandrodiede il primo vescovo alla città d'Alessandria, cioèArduinosuddiacono della Chiesa romana, e privò il vescovo di Pavia della prerogativa del pallio e della croce per cagione del suo attaccamento allo scisma.

Intanto l'Augusto Federigo, facendo credere di voler pace anche nella Chiesa romana, fece sapere a Roma che ne avrebbe volentieri trattato conUbaldo vescovod'Ostia,Bernardo vescovodi Porto, eGuglielmo pavesecardinale di san Pietro in Vincola. Vennero tutti e tre a Pavia[Romualdus Salernit., in Chron.]; fors'anche più a requisizion de' Lombardi che di Federigo; loro fu fatto grande onore; molte furono le conferenze d'essi coi deputati dell'imperadore e colle città della lega. Ma infine trovandosi esorbitanti in tutto le pretensioni di Federigo per quello che riguardava la libertà tanto della Chiesa quanto de' Lombardi, si sciolse in fumo il trattato, e i legati apostolici se ne tornarono a Roma. Le segrete mire di Federigo erano di guadagnar tempo, tanto che calasse in Italia un nuovo esercito, che s'aspettava di Germania, e non già di ridursi ad accordo alcuno, in cui si avessero a moderar le alte sue pretensioni. Per altro certissimo è che fu fatto in quest'anno nel dì 16 d'aprile, vicino a Mombello, il compromesso dell'imperadoree de' Lombardi. Lo strumento intero, da me tratto dagli antichi registri della comunità di Modena, si legge nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Italic., Dissert. XLVIII.], ed è di gran luce a questi avvenimenti. Degno è d'osservazione cheUberto conte di Savoiafa la figura di uno dei principali aderenti e confidenti dell'imperador Federigo; e però sembra che sieno favole quelle che ci racconta il Guichenon[Guichenon, de la Mais. de Savoie, tom. 1.]intorno a questi tempi della real casa di Savoia. Si conferma eziandio ciò che abbiam detto di sopra di Eccelino primo e di Anselmo da Doara; perchè da quegli atti apparisce che amendue eranorettori di Lombardia, cioè direttori della lega e società delle città lombarde: dignità di sommo credito in questi tempi, e indubitato indizio della lor nobiltà e saviezza. Vedesi inoltre che la lega abbracciavale città della Lombardia, Marca di Verona, Venezia e Romagna, e che Federigo segretamente se la dovea intendere coiCremonesi, benchè collegati di Milano, perchè in loro è rimessa la decision de' punti che restassero controversi. Tralascio il resto di quell'atto, da cui niun frutto poscia si ricavò.

Abbiamo dalle storie di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]che nel dì 7 di febbraio dell'anno presente quel gran faccendiere di Cristiano arcivescovo di Magonza, usato a maneggiar più l'armi che il pastorale, co' Faentini, co' Forlivesi condotti dal conte Guido Guerra, e colle milizie di Rimini e d'Imola e della Toscana, venne ad assediare il castello di San Cassano, alla cui difesa stavano trecento cavalieri dei migliori di Bologna, che per più di tre settimane bravamente si sostennero. Contuttochè i Bolognesi ottenessero un buon soccorso, cioè da Milano trecento cavalieri, trecento da Brescia, trecento da Piacenza, cento da Bergamo, cinquecento da Cremona, ducento da Reggio, cento da Modena, trecento da Verona,ducento da Padova, con altri della contessa Sofia e della città di Ferrara, e marciassero per liberar quel castello; tuttavia nulla fecero, perchè i difensori ormai stanchi, attaccatovi il fuoco ed usciti, ebbero la fortuna di salvarsi correndo a Bologna. Il Sigonio diversamente narra questo fatto. Impadronissi poscia l'arcivescovo del castello di Medicina, e fece altri mali al contado bolognese, e sconfisse la lor gente presso al castello de' Britti. Mentre dimorava lo imperador Federigo in Pavia, comandò che venissero a trovarlo i deputati di Genova e Pisa con plenipotenza delle loro città[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.]; e venuti che furono, stabilì fra queste due emule nazioni, la pace, con assegnare ai Genovesi la metà della Sardegna (il che rincrebbe forte ai Pisani), e con ordinare la distruzion di Viareggio ai Lucchesi. Proibì ai Pisani il battere moneta ad imitazion del conio lucchese. Secondo gli Annali di Pisa[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital. Guillelm. Tyrius, Hist. Hierosolymit., lib. 21.], in quest'anno (se pur non fu nel precedente)GuglielmoII re di Sicilia, desideroso di far qualche prodezza contra de' Saraceni, che ogni dì più faceano progressi in Oriente colla rovina del regno gerosolimitano, sul principio di luglio inviò in Egitto un'armata di cento cinquanta galee e di ducento cinquanta legni da trasporto per la cavalleria; se pure è credibile sì poderosa flotta. Fecero sbarco vicino ad Alessandria, diedero il sacco a que' contorni, nè si sa che riportassero alcun altro vantaggio. Forse per questo niuna menzione fece di tale spedizione Romoaldo arcivescovo di Salerno nella sua Cronica.


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