MCLXXXIXAnno diCristoMCLXXXIX. Indiz.VII.Clemente IIIpapa 3.Federigo Ire 38, imper. 35.Arrigo VIre d'Italia 4.Nella festa di san Giorgio di questo anno, cioè nel dì 23 d'aprile,Federigo imperadorediede principio alla sua spedizion verso Oriente, conducendo seco il suo figlioFederigo(e non già Corrado, come pensò il padre Pagi) duca di Suevia, con assaissimi altri principi, e circa trenta mila cavalli, oltre alla fanteria. Arnoldo da Lubeca[Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 29. Chron. Reicherspergense.]fa qui una sparata grande, con dire, che giunto Federigo al fine dell'Ungheria, si trovò avere un esercito di cinquanta mila cavalli, e di altri cento mila combattenti. Sicardo[Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]non gli dà se non novanta mila soldati, fra' quali dodici mila cavalli. Passò Federigo per l'Ungheria, ben accolto da quel re e dalla regina sua moglie, e sofferti molti incomodi per la Bulgheria, poi s'inoltrò verso la Romania.Avendo conceputo dei sinistri sospetti di questa poderosa armataIsacco Angeloimperador de' Greci, fra il quale ancora, se vogliam credere ad alcuni autori, e Saladino sultano de' Saraceni passava stretta intelligenza ed amicizia, trattenne e maltrattò il vescovo di Munster e il conte di Nassau, ambasciatori a lui inviati; e spedì soldatesche per impedire il passaggio di Federigo Augusto, il cui figliuolo Federigo, principe di raro valore, sbaragliò chiunque se gli oppose. Diede per questo l'armata tedesca il sacco dovunque passò; ma finalmente lasciati in libertà gli ambasciatori, e dati dal greco imperadore gli ostaggi richiesti, si quetò il rumore. Furono nondimeno cagione cotali sconcerti che l'armata imperiale dovette svernare in Grecia, ma senza mai fidarsi de' Greci, che sotto mano manipolavano la rovina de' Latini. Se lo imperador Federigo non veniva dissuaso da' suoi principi, voleva ben egli farne vendetta con mettere l'assedio a Costantinopoli. Erasi intanto riaccesa la guerra traFilippo redi Francia edArrigo redi Inghilterra[Radulph. de Diceto, Imag. Histor.]. Tanto si adoperarono alloraGiovannida Anagni cardinale legato della santa Sede, e varii arcivescovi e vescovi, che in fine si ristabilì nella vigilia di san Pietro la pace fra loro: laonde cominciarono a prepararsi per compiere il voto di Terra santa. Ma venuto a morte da lì a poco il re Arrigo, a lui succedette nel regnoRiccardogià duca d'Aquitania, suo primogenito, il qual poscia prese l'impegno d'eseguir ciò che il re suo padre, prevenuto dalla morte, avea lasciato imperfetto. Essendo già concorsa a Tiro da tutte le parti d'Italia una tal copia di combattenti, che non potea più capire in Tiro, e nascendo ogni dì dei disordini,Guido redi Gerusalemme condusse questo popolo all'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, o di Acri, a cui fu dato principio nel mese d'agosto. Sicardo scrive che v'intervenne coi Pisani il loro arcivescovo, legato apostolico, evi arrivò anche una grossissima nave fabbricata dai Cremonesi, e ben armata di loro gente. Giunservi ancora molti legni de' Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.]con buona copia di combattenti, desiderosi di segnalarsi in quelle contrade per la fede cristiana. Ma non andò molto che l'esercito de' fedeli mutò faccia, perchè di assediante divenne assediato. Colà accorse Saladino con una formidabil armata, e piantò il campo contra de' cristiani, i quali perciò si trovarono ristretti fra la città e il nemico esercito, e in un miserabile stato. Evidente si scorgeva il pericolo di restar quivi tutti vittima delle sciable nemiche: sì picciolo era il numero loro in confronto dell'innumerabil oste de' Saraceni[Bernardus Thesaur., Hist., cap. 171.], se non che all'improvviso comparvero dalla Frisia e dalla Danimarca cinquanta vascelli, e trentasette dalla Fiandra, che sbarcarono un buon rinforzo di gente e di viveri, e rincorarono a maraviglia il campo cristiano, il quale seguitò costantemente a tenere il suo posto, ancorchè ogni dì convenisse aver l'armi in mano, e difendere dagli assalti nemici le linee e i trincieramenti, coi quali s'erano fortificati.Perchè intanto durava in Lombardia la guerra fra i Piacentini e Parmigiani[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.],PietroeSiffredocardinali legati della santa Sede s'interposero, e fecero seguir pace tra loro, compresovi il marchese Malaspina. Una terribil mutazione di cose accadde nel presente anno in Sicilia, che riuscì anche di sommo danno all'Italia tutta e all'armi cristiane in Levante. Nel dì 16 di novembre[Richardus de S. Germano.]venne a morteGuglielmo IIre di Sicilia, soprannominato il Buono, in età di soli trentasei anni, principe pio, principe glorioso, e padre de' suoi popoli, i quali perciò in dirotti pianti si sciolsero, non tanto per la perdita del bene presente, quanto per la previsionede' mali avvenire, perch'egli non lasciava dopo di sè prole alcuna. Secondo le promesse e i patti del matrimonio diCostanza con Arrigo VI redi Germania e d'Italia, dovea succedere nel regno essa Costanza. Scrive ancora il Cronografo Acquicintino[Chron. Acquicinctinum apud Pag.]che Guglielmo prima di morire dichiarò suo figliuolo ed erede il medesimo re Arrigo. Ma si sa dall'Anonimo Casinense[Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Italic.]ch'egli morì senza far testamento. Certo non è da mettere in dubbio che Costanza fosse stata dinanzi riconosciuta per erede presuntiva di quella corona, mentre sappiamo che lo stesso Tancredi, a cui toccò il regno, avea con altri giurata fedeltà alla medesima regina Costanza. Ma i Siciliani abborrivano di andar sotto di principe straniero, che, per cagion degli altri suoi Stati, poteva trasportare altrove la corte. Apprendevano ancora come duro e barbarico il governo dei Tedeschi d'allora; nè s'ingannavano. Però somma fu la confusione di que' vescovi, conti e ministri in tal congiuntura. Scrive il suddetto Anonimo che dopo la morte del re vennero alle mani i cristiani coi Saraceni abitanti in Palermo (e ve n'era ben qualche migliaio), in guisa che degli ultimi fu fatta grande strage, e il resto venne obbligato a ritirarsi ad abitar nelle montagne. Il perchè non si sa. Trovavasi in grave perplessità quella corte, e convocato il parlamento de' baroni,Gualtieri arcivescovodi Palermo, per cui opera erano seguite le nozze di Costanza con Arrigo, sostenne il loro partito[Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]. Ma il gran cancelliere Matteo da Salerno prevalse coll'altro, il quale, giacchè vi restava un rampollo maschio de' principi normanni, a questo credea dovuta la corona, per benefizio ancora del regno. Vi si aggiunse ancora l'autorità e il maneggio, se non palese, almeno segreto della corte di Roma, affinchè non si unisseroquegli Stati in chi era re d'Italia e doveva essere imperadore; e tanto più vi s'interessò il pontefice, dacchè senza riguardo della sua sovranità altri volea disporre di quel regno. Fu dunque spedita gente a Lecce a chiamarTancredi contedi quel paese, col notificargli la risoluzione presa di volerlo per re. Era Tancredi figliuolo diRuggieri ducadi Puglia, cioè del primogenito del re Ruggieri, ma nato fuor di matrimonio da una nobil donzella, che molti nondimeno crederono sposata da lui. Sotto il re Guglielmo fu detenuto prigione. Fuggitone si ricoverò in Costantinopoli. Dopo la morte d'esso re zio se ne tornò in Puglia, ben veduto dal reGuglielmo IIsuo cugino, la cui morte aprì a lui l'adito alla corona. E n'era degno per le sue belle qualità, perchè signore d'animo sublime e di molta prudenza[Hugo Falcandus, in Chron.], e che alle virtù politiche accoppiava ancora un amor distinto alle lettere, e sapeva anche le matematiche, l'astronomia e la musica: cosa rara in questi tempi. Ma al di lui merito mal corrispose la fortuna, siccome vedremo.
Nella festa di san Giorgio di questo anno, cioè nel dì 23 d'aprile,Federigo imperadorediede principio alla sua spedizion verso Oriente, conducendo seco il suo figlioFederigo(e non già Corrado, come pensò il padre Pagi) duca di Suevia, con assaissimi altri principi, e circa trenta mila cavalli, oltre alla fanteria. Arnoldo da Lubeca[Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 29. Chron. Reicherspergense.]fa qui una sparata grande, con dire, che giunto Federigo al fine dell'Ungheria, si trovò avere un esercito di cinquanta mila cavalli, e di altri cento mila combattenti. Sicardo[Sicard., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.]non gli dà se non novanta mila soldati, fra' quali dodici mila cavalli. Passò Federigo per l'Ungheria, ben accolto da quel re e dalla regina sua moglie, e sofferti molti incomodi per la Bulgheria, poi s'inoltrò verso la Romania.Avendo conceputo dei sinistri sospetti di questa poderosa armataIsacco Angeloimperador de' Greci, fra il quale ancora, se vogliam credere ad alcuni autori, e Saladino sultano de' Saraceni passava stretta intelligenza ed amicizia, trattenne e maltrattò il vescovo di Munster e il conte di Nassau, ambasciatori a lui inviati; e spedì soldatesche per impedire il passaggio di Federigo Augusto, il cui figliuolo Federigo, principe di raro valore, sbaragliò chiunque se gli oppose. Diede per questo l'armata tedesca il sacco dovunque passò; ma finalmente lasciati in libertà gli ambasciatori, e dati dal greco imperadore gli ostaggi richiesti, si quetò il rumore. Furono nondimeno cagione cotali sconcerti che l'armata imperiale dovette svernare in Grecia, ma senza mai fidarsi de' Greci, che sotto mano manipolavano la rovina de' Latini. Se lo imperador Federigo non veniva dissuaso da' suoi principi, voleva ben egli farne vendetta con mettere l'assedio a Costantinopoli. Erasi intanto riaccesa la guerra traFilippo redi Francia edArrigo redi Inghilterra[Radulph. de Diceto, Imag. Histor.]. Tanto si adoperarono alloraGiovannida Anagni cardinale legato della santa Sede, e varii arcivescovi e vescovi, che in fine si ristabilì nella vigilia di san Pietro la pace fra loro: laonde cominciarono a prepararsi per compiere il voto di Terra santa. Ma venuto a morte da lì a poco il re Arrigo, a lui succedette nel regnoRiccardogià duca d'Aquitania, suo primogenito, il qual poscia prese l'impegno d'eseguir ciò che il re suo padre, prevenuto dalla morte, avea lasciato imperfetto. Essendo già concorsa a Tiro da tutte le parti d'Italia una tal copia di combattenti, che non potea più capire in Tiro, e nascendo ogni dì dei disordini,Guido redi Gerusalemme condusse questo popolo all'assedio di Tolemaide, ossia di Accon, o di Acri, a cui fu dato principio nel mese d'agosto. Sicardo scrive che v'intervenne coi Pisani il loro arcivescovo, legato apostolico, evi arrivò anche una grossissima nave fabbricata dai Cremonesi, e ben armata di loro gente. Giunservi ancora molti legni de' Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.]con buona copia di combattenti, desiderosi di segnalarsi in quelle contrade per la fede cristiana. Ma non andò molto che l'esercito de' fedeli mutò faccia, perchè di assediante divenne assediato. Colà accorse Saladino con una formidabil armata, e piantò il campo contra de' cristiani, i quali perciò si trovarono ristretti fra la città e il nemico esercito, e in un miserabile stato. Evidente si scorgeva il pericolo di restar quivi tutti vittima delle sciable nemiche: sì picciolo era il numero loro in confronto dell'innumerabil oste de' Saraceni[Bernardus Thesaur., Hist., cap. 171.], se non che all'improvviso comparvero dalla Frisia e dalla Danimarca cinquanta vascelli, e trentasette dalla Fiandra, che sbarcarono un buon rinforzo di gente e di viveri, e rincorarono a maraviglia il campo cristiano, il quale seguitò costantemente a tenere il suo posto, ancorchè ogni dì convenisse aver l'armi in mano, e difendere dagli assalti nemici le linee e i trincieramenti, coi quali s'erano fortificati.
Perchè intanto durava in Lombardia la guerra fra i Piacentini e Parmigiani[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.],PietroeSiffredocardinali legati della santa Sede s'interposero, e fecero seguir pace tra loro, compresovi il marchese Malaspina. Una terribil mutazione di cose accadde nel presente anno in Sicilia, che riuscì anche di sommo danno all'Italia tutta e all'armi cristiane in Levante. Nel dì 16 di novembre[Richardus de S. Germano.]venne a morteGuglielmo IIre di Sicilia, soprannominato il Buono, in età di soli trentasei anni, principe pio, principe glorioso, e padre de' suoi popoli, i quali perciò in dirotti pianti si sciolsero, non tanto per la perdita del bene presente, quanto per la previsionede' mali avvenire, perch'egli non lasciava dopo di sè prole alcuna. Secondo le promesse e i patti del matrimonio diCostanza con Arrigo VI redi Germania e d'Italia, dovea succedere nel regno essa Costanza. Scrive ancora il Cronografo Acquicintino[Chron. Acquicinctinum apud Pag.]che Guglielmo prima di morire dichiarò suo figliuolo ed erede il medesimo re Arrigo. Ma si sa dall'Anonimo Casinense[Anonymus Casinens., in Chron., tom. 5 Rer. Italic.]ch'egli morì senza far testamento. Certo non è da mettere in dubbio che Costanza fosse stata dinanzi riconosciuta per erede presuntiva di quella corona, mentre sappiamo che lo stesso Tancredi, a cui toccò il regno, avea con altri giurata fedeltà alla medesima regina Costanza. Ma i Siciliani abborrivano di andar sotto di principe straniero, che, per cagion degli altri suoi Stati, poteva trasportare altrove la corte. Apprendevano ancora come duro e barbarico il governo dei Tedeschi d'allora; nè s'ingannavano. Però somma fu la confusione di que' vescovi, conti e ministri in tal congiuntura. Scrive il suddetto Anonimo che dopo la morte del re vennero alle mani i cristiani coi Saraceni abitanti in Palermo (e ve n'era ben qualche migliaio), in guisa che degli ultimi fu fatta grande strage, e il resto venne obbligato a ritirarsi ad abitar nelle montagne. Il perchè non si sa. Trovavasi in grave perplessità quella corte, e convocato il parlamento de' baroni,Gualtieri arcivescovodi Palermo, per cui opera erano seguite le nozze di Costanza con Arrigo, sostenne il loro partito[Johann. de Ceccano, Chron. Fossaenovae.]. Ma il gran cancelliere Matteo da Salerno prevalse coll'altro, il quale, giacchè vi restava un rampollo maschio de' principi normanni, a questo credea dovuta la corona, per benefizio ancora del regno. Vi si aggiunse ancora l'autorità e il maneggio, se non palese, almeno segreto della corte di Roma, affinchè non si unisseroquegli Stati in chi era re d'Italia e doveva essere imperadore; e tanto più vi s'interessò il pontefice, dacchè senza riguardo della sua sovranità altri volea disporre di quel regno. Fu dunque spedita gente a Lecce a chiamarTancredi contedi quel paese, col notificargli la risoluzione presa di volerlo per re. Era Tancredi figliuolo diRuggieri ducadi Puglia, cioè del primogenito del re Ruggieri, ma nato fuor di matrimonio da una nobil donzella, che molti nondimeno crederono sposata da lui. Sotto il re Guglielmo fu detenuto prigione. Fuggitone si ricoverò in Costantinopoli. Dopo la morte d'esso re zio se ne tornò in Puglia, ben veduto dal reGuglielmo IIsuo cugino, la cui morte aprì a lui l'adito alla corona. E n'era degno per le sue belle qualità, perchè signore d'animo sublime e di molta prudenza[Hugo Falcandus, in Chron.], e che alle virtù politiche accoppiava ancora un amor distinto alle lettere, e sapeva anche le matematiche, l'astronomia e la musica: cosa rara in questi tempi. Ma al di lui merito mal corrispose la fortuna, siccome vedremo.