MCXCIVAnno diCristoMCXCIV. IndizioneXII.CelestinoIII papa 4.ArrigoVI re 9, imperad. 4.Dopo sì lunga prigionia, finalmente sul principio di febbraio di quest'anno fu rimesso in libertàRiccardo red'Inghilterra[Roger. Hovedenus, Guillelm. Neubrig., Abbas Urspergens. et alii.]. Gli convenne pagare cento mila marche ossia libbre d'argento, e promettere altra somma all'imperadore Arrigo, che la terza parte ne diede aLeopoldo ducad'Austria. In Inghilterra, per mettere insieme questo tesoro, che sembra quasi incredibile, furono vendutifino i calici sacri: laonde per tale avania Arrigo si tirò addosso il biasimo e la indignazione universale. Intanto giunse la nuova d'essere mancato di vita ilre Tancredicol figliuolo maggiore, e rimasto il regno di Sicilia in mano d'un re fanciullo, e sotto il governo di una donna, cioè della reginaSibilia, oSibilla, sua madre. Che tempo propizio fosse questo per conquistare quegli Stati, più degli altri l'intese Arrigo Augusto; e trovandosi egli anche ben provveduto d'oro, gran requisito per chi vuol far guerra, s'affrettò a mettere insieme un possente esercito per la spedizion di Sicilia. Nel mese di giugno calò in Italia, e premendogli di aver sufficienti forze per mare alla meditata impresa, personalmente si trasferì a Genova, dove con larga mano regalò quel popolo di promesse in loro vantaggio.Si per vos, disse egli[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.],post Deum, regnum Siciliae acquisiero, meus erit honor, proficuum erit vestrum. Ego enim in eo cum Teutonicis meis manere non debeo; sed vos et posteri vestri in eo manebitis. Erit utique illud regnum non meum, sed vestrum. Con degli ampli privilegii ancora, ben sigillati, confermò loro questi monti d'oro. Non è dunque da stupire se i Genovesi fecero un grande sforzo di gente e di navi per secondare i disegni dell'imperadore. Portossi Arrigo anche a Pisa verso la metà di luglio, ed impetrò da quel popolo un altro stuolo di navi. Ho io dato alla luce un suo diploma[Antiquit. Ital., Dissert. L.], emanato nell'anno precedente, in cui, oltre al confermare tutte le lor giurisdizioni e varii privilegii, concede anche loro in feudo la metà di Palermo, di Messina, di Salerno e Napoli, e tutta Gaeta, Mazara e Trapani: tutte belle promesse per deludere quei popoli poco accorti, ed averne buon servigio. In Pisa si trovarono i deputati di Napoli, che gli promisero di rendersi al primo arrivo dell'imperiale armata. Conquesta dunque s'inviò egli per la Toscana alla volta della Puglia e di Terra di Lavoro[Richardus de S. Germano. Anonymus Casinens. Johann. de Ceccano, Chron.]. Piuttosto verso il principio che sul fine d'agosto arrivato colà, le più delle città corsero ad arrendersi. Atinio e Rocca di Guglielmo tennero forte. Capoa ed Aversa nè si renderono, nè furono assediate. Se si vuol credere ad Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio.], che con errore ciò riferisce all'anno 1193, Arrigo, fatto dare il sacco a tutte le città della Campania e della Puglia, le distrusse, e massimamente Salerno, Barletta e Bari, con asportarne un immenso bottino. Ma della sovversione di tante città non parlando nè l'Anonimo Casinense, nè Riccardo da San Germano, benchè si potesse sospettare che tacessero per paura di chi allora comandava in Sicilia, pure non è credibile tutto quanto narra quello scrittore, specialmente stendendo egli queste crudeltà a tutte le città di quelle contrade. Fuor di dubbio è che Arrigo fece assediar Gaeta, e che colà nello stesso tempo arrivò la flotta de' Genovesi. Non volle quella città far lunga resistenza all'armi cesaree, e si rendè a Marquardo siniscalco dell'imperadore, aGuglielmo marchesedi Monferrato, e ad Oberto da Olevano podestà e generale de' Genovesi. Passò dipoi l'esercito e la flotta nella vigilia di san Bartolommeo a Napoli, città che si rendè tosto all'imperadore, e gli giurò fedeltà, siccome ancora Ischia, ed altre isole e terre. La rabbia maggiore dell'Augusto Arrigo intanto era contra de' Salernitani, per aver essi tradita l'imperadrice Costanza sua moglie. E però inviò il suddetto Guglielmo marchese ad assediar quella ricca e nobil città[Radulph. de Diceto, Imag. Histor.]. Tuttochè quei cittadini facessero una valorosa difesa, pure non poterono lungamente resistere agli assalti del marchese, il quale poscia, per ordine di Arrigo, infierì contra d'essi, con levar lavita a moltissimi, permettere il disonor delle donne, imprigionare e tormentar altri, e bandire i restanti. Tutto fu messo a sacco, e poscia senza perdonare alle chiese, restò interamente smantellata la città che da lì innanzi non potè più risorgere all'antico splendore. Per la Calabria s'inoltrò l'esercito cesareo, e, passato il Faro, giunse a Messina, che tosto se gli diede. Che ciò accadesse sul fine di agosto si può argomentar dagli Annali di Genova, che dicono arrivata a Messina la lor flotta nel dì primo di settembre; tempo in cui quella città era già pervenuta alle mani dell'imperadore.Questi vittoriosi progressi furono allora turbati da un accidente occorso fra i Genovesi e i Pisani. L'odio fra queste due emule nazioni, originato dalla gara dell'ambizione, e più da quella dell'interesse, era passato in eredità; e si potea ben con tregue e paci frenare, ma per poco tornava a divampare in maggiori incendii. Appena si trovarono le lor flotte a Messina, che vennero alle mani, e nel lungo conflitto molti dei Pisani vi restarono o morti o feriti. Per questo gli altri Pisani, che erano nella città, corsero al fondaco de' Genovesi, e gli diedero il sacco, con asportarne molto danaro. Altrettanto fecero alle case dove si trovarono de' Genovesi, molti ancora de' quali furono fatti prigioni. Ciò inteso dai Genovesi, che stavano nelle navi, infuriati corsero a farne vendetta sopra le galee pisane, e tredici ne presero, con tagliare a pezzi molti de' Pisani. S'interpose Marquardo imperial siniscalco, e riportò dalle parti giuramento di restituire il maltolto, e di non più offendersi. Eseguirono la promessa i Genovesi. Poco o nulla ne fecero i Pisani, che godeano miglior aura alla corte; anzi fecero nuovi insulti per le strade ai Genovesi, e presero una lor ricca nave che veniva di Ceuta. Per tali affronti e danni morì di passione il podestà e generale de' Genovesi Oberto da Olevano. Allorchè si seppe in Palermo la resa di Messina, lareginaSibillasi fortificò nel palazzo reale, e il fanciullore Guglielmosi ritirò nel forte castello di Calatabillotta. Allora i Palermitani spedirono all'imperadore Arrigo, invitandolo alla lor città. Così l'Anonimo Casinense. Ma, secondo gli Annali Genovesi, pare che i Palermitani resistessero un tempo, e si facessero pregare per ammetterlo. Intanto i Genovesi accorsero in aiuto di Catania, che s'era data all'imperadore, e trovavasi allora assediata dai Saraceni abitanti in Sicilia, siccome fautori della fazion di Tancredi, e la liberarono. Presero poi per forza la città di Siracusa. Tengo io per fermo che l'Anonimo Casinense e Riccardo da San Germano per politica parlarono pochissimo di questi affari, che pur furono sì strepitosi, mettendo un velo sopra molte iniquità e crudeltà di Arrigo. Non mancò egli di addormentare con graziosissime promesse i Palermitani[Johann. de Ceccano, Richardus de S. Germano.]. Il magnifico di lui ingresso in quella città ci vien descritto da Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.]. Ma perchè conobbe dura impresa l'impadronirsi del regal palazzo, e del castello di Calatabillotta, mandò alcuni suoi ministri a trattare colla regina Sibilla, con cui, secondo il suo costume, fu liberalissimo di promesse: cioè impegnò la sua parola di concedere a Guglielmo di lei figliuolo la contea di Lecce, e di aggiugnervi il principato di Taranto; condizioni che furono da lei abbracciate, perchè già vedea disperato il caso di potersi sostenere. Diede dunque sè stessa e il figliuolo in mano di Arrigo, il quale non sì tosto fu padrone del palazzo regale, che lo spogliò di tutte le cose preziose, e lasciò il sacco del resto ai soldati. Secondo gli scrittori moderni siciliani, Arrigo si fece coronare re di Sicilia nella cattedral di Palermo. Non truovo io di ciò vestigio alcuno presso l'Anonimo Casinense, nè presso Riccardo da San Germano. Ne parla bensìRadolfo da Diceto, che il dice coronato nel dì 23 di ottobre. Rocco Pirro rapporta un suo diploma, datoPanormi III idus januarii, Indictione XIII, anno MCXCV[Pyrrhus, Chronolog. Reg. Sicil. et in Notit. Ecclesiast. Panor.], dove, parlando della chiesa di Palermo, dice:In qua ipsius regni coronam primo portavimus. Ma falla esso Pirro in iscrivere che tal coronazione seguì nel dì 30 di novembre dell'anno 1195. Se il diploma da lui poco fa accennato, e dato nel dì 11 di gennaio dell'anno 1195, la suppone già fatta, come differirla al novembre dell'anno medesimo? Oltre di che, nel novembre del 1195 Arrigo non era più in Sicilia. Sicchè egli dovette esser coronato in Palermo o nell'ottobre o nel novembre del presente anno 1194. Neppure sussiste il dirsi da Rocco Pirro che l'imperadrice Costanza ricevette anche essa la corona in tale occasione. Abbiamo da Riccardo da San Germano che in quest'annoimperatrix Exii civitate Marchie filium peperit nomine Fredericum mense decembri in festo sancti Stephani. Non era ella dunque giunta per anche in Sicilia, e da Jesi non si potè partir così presto, come ognun comprende.E qui si noti la nascita di questo principe, che fu poiFederigo II imperadore,della cui nascita, e del luogo dove Costanza Augusta il partorì molte favole si leggono presso gli storici lontani da questi tempi. V'ha anche disputa intorno all'anno della sua nascita. Ma, oltre al suddetto Riccardo, l'Anonimo Casinense[Anonymus Casinens., in Chron.]e Alberto Stadense[Albert. Stadens., in Chron.], il fanno nato nel fine dell'anno presente, perchè il loro anno 1195, cominciato nel dì della Natività del Signore, abbraccia la festa di santo Stefano di quest'anno 1194. Finalmente nella vita d'Innocenzo III papa[Vita Innocentii III, num. 19.]troviamo che i principi in Germania nell'anno 1196 elessero reFederigo IIpuerum vix duorum annorum, et nondum sacri baptismatis unda renatum: il che ci assicura doversi riferire all'anno presente la nascita d'esso Federigo. Qual fosse la coscienza ed onoratezza dell'imperadore Arrigo VI lo scorgeremo ora. Dopo aver tanto speso e faticato per lui i Genovesi, richiesero il guiderdone loro promesso, cioè il possesso di Siracusa e della valle di Noto[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.]. Andò Arrigo per qualche tempo allegando varie scuse, e pascendo quel popolo di varie speranze. La conclusione finalmente fu, che non solamente nulla diede loro del pattuito, ma levò ad essi ancora tutti i diritti e privilegii goduti da loro sotto i re precedenti in Sicilia, Calabria, Puglia, e in altri luoghi. Proibì sotto pena della vita ai Genovesi il dar nome di console ad alcuno in quelle parti. Anzi minacciò d'impedir loro l'andar per mare, e giunse fino a dire che distruggerebbe Genova. Il continuatore di Caffaro non potè contenersi dal chiamarlo un nuovo Nerone, per così orrida mancanza di fede. Certo è che neppure i Pisani riportarono un palmo di terra in Sicilia, e sparvero agli occhi ancora di questi gli ampli Stati che si leggono promessi loro nel diploma di sopra accennato. E pur poco fu questo. Nel giorno santo di Natale tenne un solenne parlamento di tutto il regno in Palermo, e quivi cacciò fuori delle lettere, credute dai più di sua invenzione, dalle quali appariva una cospirazione formata contra di lui da alcuni baroni del regno. Dopo di che fece mettere le mani addosso a moltissimi vescovi, conti e nobili, e cacciar in prigione anche la stessa vedova regina Sibilla, ossia Sibilia, e il figliuolo Guglielmo, fintamente da lui proclamato conte di Lecce e principe di Taranto, dimenticando il bell'atto del re Tancredi, che gli avea restituita la moglie Costanza, e mettendosi sotto i piedi la fede e le promesse date alla regina e al figliuolo. Alcuni d'essi baroni furono accecati, altri impiccati, altri fatti morirnelle fiamme, e il resto mandato e condotto in Germania in esilio. Anche Ottone da San Biagio fa menzione di queste crudeltà, accennate parimente da Giovanni da Ceccano e da Innocenzo III papa in una sua lettera, prevedute ancora da Ugo Falcando sul principio della sua Storia, che dovettero fare un grande strepito per tutta l'Europa. Fece fino aprire il sepolcro di Tancredi e del figliuolo Ruggieri, e strappar loro di capo la corona regale. Sicardo, vescovo allora di Cremona, e parziale d'Arrigo, scrive che i Siciliani se la meritarono, per aver tese insidie allo imperadore. Ma sarebbe convenuto accertarsi prima se sussisteva la congiura; poichè per conto dell'aver eglino preferito Tancredi a Costanza contra del loro giuramento, non aveano essi operato ciò senza l'approvazione del romano pontefice, al quale apparteneva il disporre di quel regno, come di feudo della santa Sede. Vuole il padre di Pagi che non sussista tanta barbarie dell'Augusto Arrigo in Sicilia, citando in pruova di ciò Giovanni da Ceccano. Ma questo medesimo autore è buon testimonio dell'inumanità d'Arrigo VI.
Dopo sì lunga prigionia, finalmente sul principio di febbraio di quest'anno fu rimesso in libertàRiccardo red'Inghilterra[Roger. Hovedenus, Guillelm. Neubrig., Abbas Urspergens. et alii.]. Gli convenne pagare cento mila marche ossia libbre d'argento, e promettere altra somma all'imperadore Arrigo, che la terza parte ne diede aLeopoldo ducad'Austria. In Inghilterra, per mettere insieme questo tesoro, che sembra quasi incredibile, furono vendutifino i calici sacri: laonde per tale avania Arrigo si tirò addosso il biasimo e la indignazione universale. Intanto giunse la nuova d'essere mancato di vita ilre Tancredicol figliuolo maggiore, e rimasto il regno di Sicilia in mano d'un re fanciullo, e sotto il governo di una donna, cioè della reginaSibilia, oSibilla, sua madre. Che tempo propizio fosse questo per conquistare quegli Stati, più degli altri l'intese Arrigo Augusto; e trovandosi egli anche ben provveduto d'oro, gran requisito per chi vuol far guerra, s'affrettò a mettere insieme un possente esercito per la spedizion di Sicilia. Nel mese di giugno calò in Italia, e premendogli di aver sufficienti forze per mare alla meditata impresa, personalmente si trasferì a Genova, dove con larga mano regalò quel popolo di promesse in loro vantaggio.Si per vos, disse egli[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3, tom. 6 Rer. Ital.],post Deum, regnum Siciliae acquisiero, meus erit honor, proficuum erit vestrum. Ego enim in eo cum Teutonicis meis manere non debeo; sed vos et posteri vestri in eo manebitis. Erit utique illud regnum non meum, sed vestrum. Con degli ampli privilegii ancora, ben sigillati, confermò loro questi monti d'oro. Non è dunque da stupire se i Genovesi fecero un grande sforzo di gente e di navi per secondare i disegni dell'imperadore. Portossi Arrigo anche a Pisa verso la metà di luglio, ed impetrò da quel popolo un altro stuolo di navi. Ho io dato alla luce un suo diploma[Antiquit. Ital., Dissert. L.], emanato nell'anno precedente, in cui, oltre al confermare tutte le lor giurisdizioni e varii privilegii, concede anche loro in feudo la metà di Palermo, di Messina, di Salerno e Napoli, e tutta Gaeta, Mazara e Trapani: tutte belle promesse per deludere quei popoli poco accorti, ed averne buon servigio. In Pisa si trovarono i deputati di Napoli, che gli promisero di rendersi al primo arrivo dell'imperiale armata. Conquesta dunque s'inviò egli per la Toscana alla volta della Puglia e di Terra di Lavoro[Richardus de S. Germano. Anonymus Casinens. Johann. de Ceccano, Chron.]. Piuttosto verso il principio che sul fine d'agosto arrivato colà, le più delle città corsero ad arrendersi. Atinio e Rocca di Guglielmo tennero forte. Capoa ed Aversa nè si renderono, nè furono assediate. Se si vuol credere ad Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio.], che con errore ciò riferisce all'anno 1193, Arrigo, fatto dare il sacco a tutte le città della Campania e della Puglia, le distrusse, e massimamente Salerno, Barletta e Bari, con asportarne un immenso bottino. Ma della sovversione di tante città non parlando nè l'Anonimo Casinense, nè Riccardo da San Germano, benchè si potesse sospettare che tacessero per paura di chi allora comandava in Sicilia, pure non è credibile tutto quanto narra quello scrittore, specialmente stendendo egli queste crudeltà a tutte le città di quelle contrade. Fuor di dubbio è che Arrigo fece assediar Gaeta, e che colà nello stesso tempo arrivò la flotta de' Genovesi. Non volle quella città far lunga resistenza all'armi cesaree, e si rendè a Marquardo siniscalco dell'imperadore, aGuglielmo marchesedi Monferrato, e ad Oberto da Olevano podestà e generale de' Genovesi. Passò dipoi l'esercito e la flotta nella vigilia di san Bartolommeo a Napoli, città che si rendè tosto all'imperadore, e gli giurò fedeltà, siccome ancora Ischia, ed altre isole e terre. La rabbia maggiore dell'Augusto Arrigo intanto era contra de' Salernitani, per aver essi tradita l'imperadrice Costanza sua moglie. E però inviò il suddetto Guglielmo marchese ad assediar quella ricca e nobil città[Radulph. de Diceto, Imag. Histor.]. Tuttochè quei cittadini facessero una valorosa difesa, pure non poterono lungamente resistere agli assalti del marchese, il quale poscia, per ordine di Arrigo, infierì contra d'essi, con levar lavita a moltissimi, permettere il disonor delle donne, imprigionare e tormentar altri, e bandire i restanti. Tutto fu messo a sacco, e poscia senza perdonare alle chiese, restò interamente smantellata la città che da lì innanzi non potè più risorgere all'antico splendore. Per la Calabria s'inoltrò l'esercito cesareo, e, passato il Faro, giunse a Messina, che tosto se gli diede. Che ciò accadesse sul fine di agosto si può argomentar dagli Annali di Genova, che dicono arrivata a Messina la lor flotta nel dì primo di settembre; tempo in cui quella città era già pervenuta alle mani dell'imperadore.
Questi vittoriosi progressi furono allora turbati da un accidente occorso fra i Genovesi e i Pisani. L'odio fra queste due emule nazioni, originato dalla gara dell'ambizione, e più da quella dell'interesse, era passato in eredità; e si potea ben con tregue e paci frenare, ma per poco tornava a divampare in maggiori incendii. Appena si trovarono le lor flotte a Messina, che vennero alle mani, e nel lungo conflitto molti dei Pisani vi restarono o morti o feriti. Per questo gli altri Pisani, che erano nella città, corsero al fondaco de' Genovesi, e gli diedero il sacco, con asportarne molto danaro. Altrettanto fecero alle case dove si trovarono de' Genovesi, molti ancora de' quali furono fatti prigioni. Ciò inteso dai Genovesi, che stavano nelle navi, infuriati corsero a farne vendetta sopra le galee pisane, e tredici ne presero, con tagliare a pezzi molti de' Pisani. S'interpose Marquardo imperial siniscalco, e riportò dalle parti giuramento di restituire il maltolto, e di non più offendersi. Eseguirono la promessa i Genovesi. Poco o nulla ne fecero i Pisani, che godeano miglior aura alla corte; anzi fecero nuovi insulti per le strade ai Genovesi, e presero una lor ricca nave che veniva di Ceuta. Per tali affronti e danni morì di passione il podestà e generale de' Genovesi Oberto da Olevano. Allorchè si seppe in Palermo la resa di Messina, lareginaSibillasi fortificò nel palazzo reale, e il fanciullore Guglielmosi ritirò nel forte castello di Calatabillotta. Allora i Palermitani spedirono all'imperadore Arrigo, invitandolo alla lor città. Così l'Anonimo Casinense. Ma, secondo gli Annali Genovesi, pare che i Palermitani resistessero un tempo, e si facessero pregare per ammetterlo. Intanto i Genovesi accorsero in aiuto di Catania, che s'era data all'imperadore, e trovavasi allora assediata dai Saraceni abitanti in Sicilia, siccome fautori della fazion di Tancredi, e la liberarono. Presero poi per forza la città di Siracusa. Tengo io per fermo che l'Anonimo Casinense e Riccardo da San Germano per politica parlarono pochissimo di questi affari, che pur furono sì strepitosi, mettendo un velo sopra molte iniquità e crudeltà di Arrigo. Non mancò egli di addormentare con graziosissime promesse i Palermitani[Johann. de Ceccano, Richardus de S. Germano.]. Il magnifico di lui ingresso in quella città ci vien descritto da Ottone da San Biagio[Otto de S. Blasio, in Chron.]. Ma perchè conobbe dura impresa l'impadronirsi del regal palazzo, e del castello di Calatabillotta, mandò alcuni suoi ministri a trattare colla regina Sibilla, con cui, secondo il suo costume, fu liberalissimo di promesse: cioè impegnò la sua parola di concedere a Guglielmo di lei figliuolo la contea di Lecce, e di aggiugnervi il principato di Taranto; condizioni che furono da lei abbracciate, perchè già vedea disperato il caso di potersi sostenere. Diede dunque sè stessa e il figliuolo in mano di Arrigo, il quale non sì tosto fu padrone del palazzo regale, che lo spogliò di tutte le cose preziose, e lasciò il sacco del resto ai soldati. Secondo gli scrittori moderni siciliani, Arrigo si fece coronare re di Sicilia nella cattedral di Palermo. Non truovo io di ciò vestigio alcuno presso l'Anonimo Casinense, nè presso Riccardo da San Germano. Ne parla bensìRadolfo da Diceto, che il dice coronato nel dì 23 di ottobre. Rocco Pirro rapporta un suo diploma, datoPanormi III idus januarii, Indictione XIII, anno MCXCV[Pyrrhus, Chronolog. Reg. Sicil. et in Notit. Ecclesiast. Panor.], dove, parlando della chiesa di Palermo, dice:In qua ipsius regni coronam primo portavimus. Ma falla esso Pirro in iscrivere che tal coronazione seguì nel dì 30 di novembre dell'anno 1195. Se il diploma da lui poco fa accennato, e dato nel dì 11 di gennaio dell'anno 1195, la suppone già fatta, come differirla al novembre dell'anno medesimo? Oltre di che, nel novembre del 1195 Arrigo non era più in Sicilia. Sicchè egli dovette esser coronato in Palermo o nell'ottobre o nel novembre del presente anno 1194. Neppure sussiste il dirsi da Rocco Pirro che l'imperadrice Costanza ricevette anche essa la corona in tale occasione. Abbiamo da Riccardo da San Germano che in quest'annoimperatrix Exii civitate Marchie filium peperit nomine Fredericum mense decembri in festo sancti Stephani. Non era ella dunque giunta per anche in Sicilia, e da Jesi non si potè partir così presto, come ognun comprende.
E qui si noti la nascita di questo principe, che fu poiFederigo II imperadore,della cui nascita, e del luogo dove Costanza Augusta il partorì molte favole si leggono presso gli storici lontani da questi tempi. V'ha anche disputa intorno all'anno della sua nascita. Ma, oltre al suddetto Riccardo, l'Anonimo Casinense[Anonymus Casinens., in Chron.]e Alberto Stadense[Albert. Stadens., in Chron.], il fanno nato nel fine dell'anno presente, perchè il loro anno 1195, cominciato nel dì della Natività del Signore, abbraccia la festa di santo Stefano di quest'anno 1194. Finalmente nella vita d'Innocenzo III papa[Vita Innocentii III, num. 19.]troviamo che i principi in Germania nell'anno 1196 elessero reFederigo IIpuerum vix duorum annorum, et nondum sacri baptismatis unda renatum: il che ci assicura doversi riferire all'anno presente la nascita d'esso Federigo. Qual fosse la coscienza ed onoratezza dell'imperadore Arrigo VI lo scorgeremo ora. Dopo aver tanto speso e faticato per lui i Genovesi, richiesero il guiderdone loro promesso, cioè il possesso di Siracusa e della valle di Noto[Caffari, Annal. Genuens., lib. 3.]. Andò Arrigo per qualche tempo allegando varie scuse, e pascendo quel popolo di varie speranze. La conclusione finalmente fu, che non solamente nulla diede loro del pattuito, ma levò ad essi ancora tutti i diritti e privilegii goduti da loro sotto i re precedenti in Sicilia, Calabria, Puglia, e in altri luoghi. Proibì sotto pena della vita ai Genovesi il dar nome di console ad alcuno in quelle parti. Anzi minacciò d'impedir loro l'andar per mare, e giunse fino a dire che distruggerebbe Genova. Il continuatore di Caffaro non potè contenersi dal chiamarlo un nuovo Nerone, per così orrida mancanza di fede. Certo è che neppure i Pisani riportarono un palmo di terra in Sicilia, e sparvero agli occhi ancora di questi gli ampli Stati che si leggono promessi loro nel diploma di sopra accennato. E pur poco fu questo. Nel giorno santo di Natale tenne un solenne parlamento di tutto il regno in Palermo, e quivi cacciò fuori delle lettere, credute dai più di sua invenzione, dalle quali appariva una cospirazione formata contra di lui da alcuni baroni del regno. Dopo di che fece mettere le mani addosso a moltissimi vescovi, conti e nobili, e cacciar in prigione anche la stessa vedova regina Sibilla, ossia Sibilia, e il figliuolo Guglielmo, fintamente da lui proclamato conte di Lecce e principe di Taranto, dimenticando il bell'atto del re Tancredi, che gli avea restituita la moglie Costanza, e mettendosi sotto i piedi la fede e le promesse date alla regina e al figliuolo. Alcuni d'essi baroni furono accecati, altri impiccati, altri fatti morirnelle fiamme, e il resto mandato e condotto in Germania in esilio. Anche Ottone da San Biagio fa menzione di queste crudeltà, accennate parimente da Giovanni da Ceccano e da Innocenzo III papa in una sua lettera, prevedute ancora da Ugo Falcando sul principio della sua Storia, che dovettero fare un grande strepito per tutta l'Europa. Fece fino aprire il sepolcro di Tancredi e del figliuolo Ruggieri, e strappar loro di capo la corona regale. Sicardo, vescovo allora di Cremona, e parziale d'Arrigo, scrive che i Siciliani se la meritarono, per aver tese insidie allo imperadore. Ma sarebbe convenuto accertarsi prima se sussisteva la congiura; poichè per conto dell'aver eglino preferito Tancredi a Costanza contra del loro giuramento, non aveano essi operato ciò senza l'approvazione del romano pontefice, al quale apparteneva il disporre di quel regno, come di feudo della santa Sede. Vuole il padre di Pagi che non sussista tanta barbarie dell'Augusto Arrigo in Sicilia, citando in pruova di ciò Giovanni da Ceccano. Ma questo medesimo autore è buon testimonio dell'inumanità d'Arrigo VI.