MCXIAnno diCristoMCXI. IndizioneIV.PasqualeII papa 13.ArrigoV re 6, imperad. 1.Abbiamo dagli Annali Pisani[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]che il reArrigo Vo sul fine del precedente anno, o sul principio del presente,cum magno exercitu Pisas venit, et fecit pacem inter Pisanos et Lucenses; in qua guerra Pisani devicerunt Lucenses ter in campo, et Castellum de Ripafracta recuperaverunt, et Ripam, unde lis fuit, retinuerunt. Passò ad Arezzo, e trovò della discordia fra i cittadini e il clero[Otto Frisingens., Chron., lib. 7, cap. 14.]. La cattedrale di san Pietro era fuori della città. Il popolo la voleva dentro, secondo l'uso dell'altre città d'Italia, e però la distrussero. Essendo ricorsi i cherici ad Arrigo, prese la loro parte; e forse perchè il popolo non mostrò prontezza ad ubbidire, o perchè fece resistenza, il re barbaro quivi ancora lasciò lagrimevoli segni della sua fierezza, con far abbattere le mura e le torri altissime d'essa città, e spianar buona parte delle case cittadinesche. Con questi bei preparamenti arrivò ad Acquapendente[Abbas Urspergens., in Chron.], dove ricevette i suoi ambasciatori tornati da Roma con quei del papa, che portavano buone nuove di concordia. Continuato il viaggio fino a Sutri, giunsero altri legati del papa con regali e proposizioni di concordia, e promesse di dargli l'imperiale diadema. Ma non andò molto che questo bell'aspetto di cose si convertì in una luttuosa e scandalosa scena; nel racconto della quale gli scrittori romani ne attribuiscono la colpa ad Arrigo, e gli storici tedeschi ai medesimi Romani. Una lettera dello stesso Arrigo presso Dodechino[Dodechinus, in Append. ad Marian. Scotum.], l'Abbate Urspergense[Urspergensis, in Chron.], Ottone da Frisinga[Otto Frisingensis, in Chron.], Pietro Diacono[Petrus Diacon., in Chron. Casinens.], PandolfoPisano[Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.]e gli Atti rapportati dal cardinal Baronio[Baronius, in Annal. Eccles.]parlano di questa tragedia, ma non tutti con egual tenore. Quel che è certo, Arrigo si mostrò risoluto di non voler cedere al diritto da lui preteso di dar le investiture agli ecclesiastici, non volendo essere da meno di tanti suoi predecessori. All'incontro il papa, sapendo quanto discapito era provenuto alla Chiesa di Dio dall'uso di tali investiture per le frequenti simonie che si commettevano, non era men forte in volerle abolite. Non si sa intendere come esso pontefice non avesse meglio concertati gli affari, prima che gli arrivasse addosso Arrigo col nerbo di tanti armati. O fu egli mal servito da' suoi legati, o burlato dalle belle parole d'esso re. Comunque sia, veggendo egli sì forte Arrigo nelle sue pretensioni, piuttostochè consentire alle medesime, s'indusse egli ad una strana risoluzione, che, proposta al re, neppure gli parve credibile, e fu nondimeno da lui accettata. Cioè, che il papa con tutti i suoi rinunzierebbe al re tutti gli Stati e tutte le regalie che gli ecclesiastici aveano avuto e riconoscevano dall'imperio e dal regno fino da' tempi di Carlo Magno e di Lodovico Pio e di Arrigo I, con ispecificare le città, i ducati, i comitati, le zecche, le gabelle, i mercati, le avvocazie, le milizie, le corti e castella dell'imperio; giacchè a cagion di queste regalie il re pretendeva di continuar l'uso delle investiture. Ed esso re vicendevolmente rinunzierebbe all'uso d'investire i vescovi e gli abbati. L'accordo fu fatto, dati dall'una e dall'altra parte gli ostaggi. Anche oggidì si ha pena a credere che un pontefice arrivasse a promettere una sì smisurata cessione. Nella domenica adunque della quinquagesima, cioè nel dì 12 di febbraio, si mosse il re Arrigo alla volta della città Leonina, per trovare il papa che l'aspettava coi cardinali fuoridella basilica vaticana[Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 36.]. Furono mandati ad incontrarlo sino a Monte Mario gli uffiziali della corte e della milizia colle loro insegne, e un'infinita moltitudine di popolo portante corone di fiori, palme e rami d'albero. Avanti alla porta comparvero i Giudei, e nella porta i Greci che cantavano nel loro linguaggio, e faceano plauso al futuro imperadore. V'intervennero ancora i monaci[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.], e cento monache con lampade o doppieri accesi, e tutto il clero in pianete e dalmatiche. Con questa maestosa processione, spargendo intanto gli uffiziali del re gran copia di danaro alla plebe, arrivò Arrigo alla basilica vaticana[Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.]; ma non volle entrare, se prima non fu consegnata alle sue guardie ogni porta e luogo forte della medesima. Prestò Arrigo al papa gli atti di riverenza dovuti; il papa l'abbracciò e baciò; ed amendue entrati per la porta d'argento, arrivati che furono alla ruota del porfido, si misero a sedere nelle sedie preparate.Allora fu che il pontefice fece istanza ad Arrigo di eseguir le promesse della rinunzia alle investiture. Il re si ritirò coi suoi vescovi e principi nella sagrestia per consultar con essi; ed allora succedette un gran tumulto, reclamando tutti i vescovi che era un'empietà ed eresia il volere spogliar di tanti beni tutte le chiese. Arrigo, nella sua lettera presso Dodechino, pretende che l'esibizione di levar le immense regalie ai pastori delle chiese venisse dal papa, e fosse un tiro politico per ricavare dal re la rinunzia delle investiture, e nello stesso tempo concitare contra di lui l'amplissimo ordine degli ecclesiastici. Pandolfo Pisano ed altri, per lo contrario, scrivono che la proposizione fosse fatta dal re, il quale con questo tiro pensasse a carpir la corona imperiale, ottenuta la quale, era poi facile il continuar le investiture, perchè la repubblicaecclesiastica non vorrebbe mai abbracciare il partito di rilasciar tanti Stati e beni all'imperadore. Ottone da Frisinga scrive, avere Arrigo fatta istanza per l'esecuzion del trattato, alla quale era dispostissimo dal canto suo il papa; ma che non potè quegli eseguirlo per li troppi richiami de' vescovi. Comunque sia, certo è che un grande bisbiglio e furore si sollevò in tutti i vescovi sì italiani che oltramontani all'intendere una cotanto insopportabil condizione di rinunziare gli Stati; laonde fra il pontefice e il re insorse discordia, non volendo il primo coronar l'altro senza la rinunzia delle investiture, nè volendo il re rinunziare, se non gli si manteneva la parola data di restituir tutti i beni regali. Non si sa intendere come niuno allora proponesse, o se fu proposto, come non fosse accettato il ripiego poscia usato, e tuttavia osservato in Germania, cioè di lasciar libere le elezioni de' vescovi e degli abbati, con che restava salva la libertà della Chiesa, obbligando poi gli eietti a prendere l'investitura degli Stati, ma non delle chiese, dall'imperadore, ossia dal re d'Italia. Ora il re Arrigo, veggendo a terra il trattato, e saldo il papa in negargli la corona, andò nelle furie. Nè gli mancarono empii consiglieri, il primo de' quali fuAlbertoallora cancelliere, poscia arcivescovo di Magonza, uomo scellerato, che lo spinsero a far prigione il papa contro il giuramento fatto di nulla intentare contra la di lui persona e dignità: il che venne con incredibil tumulto eseguito. Fu consegnato il pontefice adUlricopatriarca d'Aquileia, che il custodisse sotto buona guardia. Questa violenza non solamente fu riprovata da tutti i buoni, e massimamente dall'arcivescovo di Salisburgo, con rischio anche della sua vita, ma eziandio irritò sì fattamente il popolo romano, il quale in tal congiuntura si fece conoscere fedelissimo al papa suo signore, che corse a svenare quanti Tedeschi si trovarono nella città. E dopo aver tenuto tutta la notte un gran consiglio, la mattina seguente uscironoessi Romani arditamente coll'armi addosso all'esercito tedesco, alloggiato entro e fuori della città Leonina, che non s'aspettava una visita sì scortese. Quanti ne trovarono, tutti li misero a fil di spada. Assalirono dipoi il quartiere dello stesso re, il quale uscito di letto, e scalzo tuttavia, salito a cavallo, fece di molte prodezze, ma corse gran pericolo della vita, perchè gli ammazzarono il cavallo sotto, e il ferirono anche in faccia. Salvollo Ottone conte di Milano, o, per dir meglio,vicecomes, come Landolfo da san Paolo, più informato di questo, lasciò scritto, con dargli il proprio cavallo; ma fatto egli prigione, e condotto in città, fu quivi messo in brani dall'infuriata plebe. Armatisi intanto i Tedeschi, s'opposero all'empito de' Romani; seguì gran battaglia, grande strage dall'una e dall'altra parte, rinculando ora gli uni, ora gli altri. Penetrarono i Romani fino nel portico di san Pietro; ma perchè si perderono a spogliare i forzieri de' Tedeschi, ebbero da ben pentirsene: perchè raccolti i Tedeschi e Lombardi, li misero in fuga, con restarne assaissimi vittima delle spade, o annegati nel Tevere. L'attesta Donizone, con dire che i Romani quasi furono vincitori dei Tedeschi:Sed flagrant erga nimis horum quippe zabernas;Insimul ex armis et denariis oneratiPlus adamant nummum, quam bellum vincere sumtum.Venuta la notte, e tenuto consiglio in Roma, fu risoluto di procedere di nuovo nel dì seguente contra de' Tedeschi. Ne venne sentore al re Arrigo, il quale credette meglio fatto di ritirarsi colla sua gente lungi da Roma nella Sabina, ed anche con fretta, lasciando in dietro parte dell'equipaggio della sua armata. Seco condusse l'innocente papa Pasquale prigione, con cui essendo stati presiBernardocardinale e vescovo di Parma, eBonsignorevescovo di Reggio, in lor favore parlò con vigore Ardoino da Palude nobile reggiano, e messo della contessa Matilda, con ricordare ad Arrigo i patti fatticon essa. E non parlò indarno, perchè il re, per amore della medesima contessa, li rimise in libertà. L'Urspergense ci vuol far credere che ArrigoApostolicum secum duxit, et eo, quo potuit, honore tenuit. Ma Pandolfo Pisano ed altri narrano, ch'egli, custodito sotto stretta guardia, fece non pochi patimenti per sessanta e un giorno, detenuto nel castello di Tribucco con sei cardinali, e che gli altri cardinali furono imprigionati in un altro castello. Ossia, come vuol Pietro Diacono, che Arrigo intimidisse il papa col minacciare a lui e a tutti i prigioni la morte; ovvero, come altri ha voluto[Annalista Saxo.], che Arrigo si gittasse a' piedi del papa, e il supplicasse di perdono e di pace; oppure che non veggendo nè il papa, nè i cardinali che seco si trovavano, maniera di acconciar questa esecrabil rottura, finalmente esso papa piegasse l'orecchio ad un aggiustamento: certo è che questo succedette, e quale il volle Arrigo.Condiscese dunque il pontefice Pasquale II, ma con protesta di farlo violentato, e per liberar tanti prigioni e i Romani da ulteriori vessazioni, che liberamente e senza simonia si dovessero eleggere da lì innanzi i vescovi ed abbati coll'assenso dell'imperadore; e che gli eletti prendessero il pastorale e l'anello, cioè l'investitura da lui, senza la quale non potessero essere consecrati; e che il papa giurasse di non fare vendetta alcuna, nè di adoperar censure per l'ingiuria fatta a lui ed ai suoi; e l'imperadore scambievolmente promettesse di lasciare in libertà tutti i prigioni, e di conservare o restituire tutti i beni occupati alla Chiesa romana, fra' quali, per testimonianza di Pietro Diacono[Petrus Diaconus, Chron. Casinens.], furono nominatamente espresse la Puglia, la Calabria, la Sicilia e il principato di Capoa. Ottenne inoltre Arrigo che si potesse dar sepoltura in chiesa al corpo di Arrigo IV suo padre, giacchè si fecero venire in campo persone attestanti esser egli mortocon atti di vero pentimento. Così seguì la pace, dopo la quale il papa solennemente coronò imperadore Arrigo nella basilica vaticana, con istare intanto serrate le porte di Roma, acciocchè niun de' Romani venisse a disturbare la funzione. Il giorno preciso in cui seguì questa coronazione, fin qui è stato controverso. Donizone, autore di questi tempi, scrive di papa Pasquale[Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2, cap. 18.]:Dum festum Paschae venite tribuit sibi pacem,Urbem romuleam sibi subdens, et diademaIpsius capiti ponens, unguit, benedixit.Ultima lux mensis primi tunc Pascha revexit,Numinis undecimo centum post mille sub anno.Ci fa vedere qui Donizone tuttavia conservata la sovranità imperiale in Roma; ma, siccome già accennai nelle annotazioni al di lui poema, è da stupire come egli dica caduta in quest'anno la Pasqua nel dì ultimo di marzo, quando è fuor di dubbio ch'essa s'incontrò nel di 2 d'aprile. Per altro anche Rogerio Hovedeno[Hovedenus, Annal., P. I.]e Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]scrivono chenel giorno di Pasquafu conferita la corona ad Arrigo V. All'incontro, il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]pretende ciò fatto nella domenica in Albis, cioè a dì 9 d'aprile, ma senza recarne alcuna soda pruova, e col correggere a suo piacimento gli antichi scrittori. A me sembra, non dirò solo probabile, ma certo, che la funzione suddetta seguisse nel giovedì dopo l'ottava di Pasqua, cioè nel dì 13 d'aprile, giorno delle idi. Chiaramente lo attesta l'autore della Vita di Pasquale II, storico contemporaneo, a noi conservato dal cardinal d'Aragona, il quale scrive[Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]: Haec, quae passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus, mera veritate conscripsimus. Ora questo scrittore attesta che fu consecrato e coronatoidibus aprilis, quinta feria post octavamPaschae. Queste note van d'accordo, nè patiscono eccezione. Vien confermata la stessa verità dall'Annalista Sassone, di cui son queste parole[Annalista Saxo.]:Rex Heinricus Pascha, non longe ab urbe in castris suis celebravit, et post octavas Paschae, die scilicet idus aprilis, in ecclesia sancti Petri in imperatorem consecratur. Altrettanto s'ha dal Cronografo Sassone, citato dal padre Mabillone[Mabill., Annal. Benedictin.]e dagli Annali d'Ildeseim[Annal. Hildesheim.]. L'Abbate Urspergense[Abbas Urspergensis, in Chron.], con iscrivere che Arrigo ricevette la coronapost octavas Paschae, esclude le due precedenti opinioni, e viene ad accordarsi con questa. Nella messa solenne, e alla comunione, il papa col corpo del Signore in mano ratificò la pace e le promesse. Egli se ne andò libero a Roma, e il re Arrigo, dopo aver fatti suntuosi regali al papa e ai cardinali ch'erano con lui, si mise in viaggio alla volta della Toscana per ritornarsene in Lombardia, e poscia in Germania. Appena fu in Roma il buon papa, che trovò alienati da sè gli animi de' cardinali rimasti ivi, perchè avesse consentito ad una tale concordia, di modo che quasi nacque uno scisma. L'ingiuriarono specialmente i più dotti, e quasi il trattarono da eretico, sostenendo che dovea piuttosto lasciarsi levare la vita, che consentire alle investiture. È un bel fare il bravo lungi dalle battaglie. Se que' zelanti cardinali si fossero trovati per due mesi nelle angustie del papa, e col coltello alla gola, come egli fu, e nel pericolo di veder sacrificati al furore tedesco i porporati prigioni e tanti altri Romani non so se avessero praticato eglino ciò che ora esigevano dal papa. Non potendo reggere a sì fatti insulti il buon pontefice, uscì di Roma e si ritirò a Terracina: nel qual tempo i cardinali con solenne decreto condannarono l'accordo da lui fatto, e diedero un grande esercizio alla pazienza ed umiltà dilui, quasichè qui si trattasse di un punto di fede, e non già di disciplina ecclesiastica, la quale benchè certo patisse nella maniera tenuta allora di dar tali investiture, pure, dacchè se ne voleva esclusa la simonia, si potea in qualche guisa tollerare, Goffredo da Viterbo[Goffrid. Viterbiensis, in Chron.], Sugerio abbate[Suger., in Vit. Lodovici Gross.]ed Idelberto[Hildelb., in Epistol.]ci fan conoscere che il buon pontefice depose il manto, si ritirò in una solitudine, e volea rinunziare il papato; ma fu richiamato a Roma da tutti i buoni e saggi.Per la Toscana calò in Lombardia Arrigo quinto fra i re, quarto fra gl'imperadori, e gran voglia nutrendo di conoscere di vista la celebre contessa Matilda sua parente[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2.], giacchè ella non si sentiva voglia d'ire a trovar lui, determinò egli di andare a lei. Dimorava allora la contessa Matilda nella fortezza di Bibianello, ossia Bianello, sul Reggiano. Colà nel dì 6 di maggio fu a visitarla, magnificamente accolto, e per tre dì seco si fermò. Sapeva Matilda fra molte altre lingue anche la tedesca, e però sempre senza interprete teneva i suoi ragionamenti con lui. Talmente restò Arrigo invaghito della prudenza ed onoratezza di questa insigne eroina, che non solamente le confermò i precedenti patti, ma la dichiarò ancora sua vicegerente, ossia viceregina in Lombardia:Cui liguris regni regimen dedit in vice regis,Nomine quam matris verbis claris vocitavit.Passò dipoi Arrigo a Verona, dove si riposò per qualche tempo, e ne resta anche una memoria nel diploma da me pubblicato[Antiquit. Italic., Dissert. XI.], con cui conferma ai canonici di Cremona i lor privilegii. Esso è datoXIV kalendas junii, Indictione IV, anno dominicae Incarnationis MCXI, regnante Henrico V rege Romanorum anno V,imperante primo, ordinationis ejus XI. Actum Veronae. Un altro parimente ne diede egliXII kalendas juniiin quella città in favore di Alberico abbate del monistero di Polirone[Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.]. In questa occasione può essere che succedesse ciò che narra il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Bolliva da gran tempo discordia fra i Veneziani e Padovani a cagion de' confini. Collegati i Padovani co' popoli di Trivigi e Ravenna, vennero nel dì 4 di ottobre dell'anno precedente alle mani coll'esercito veneto, e rimasero sconfitti, con restarvi cinquecento e sette d'essi prigioni. Ora giunto che fu a Verona l'imperadore, portarono a lui i Padovani le loro doglianze, siccome al sovrano del regno d'Italia. Ad istanza di esso Augusto, comparvero in quella città gli ambasciatori veneti, e si mise fine alla discordia, coll'essersi aggiustati i confini, liberati i prigioni, e rinnovati i patti d'amicizia fra Venezia dall'un canto, e i Padovani e gli altri sudditi dell'italico regno dall'altro. Ito poscia l'imperadore in Germania, quivi fece dar solenne sepoltura alle ossa del padre. Terminò i suoi giorni nel febbraio di questo anno[Romualdus Salern., in Chron. Falco Benevent., in Chron. Anonymus Barens., apud Peregrin.]Ruggieri ducadi Puglia, con lasciare suo successore e ducaGuglielmosuo figliuolo. Per questa cagione i Normanni della Puglia niun soccorso poterono prestare al romano pontefice ne' di lui bisogni, ed attesero unicamente a premunirsi in casa, per timore che il nuovo imperadore potesse far qualche tentativo contra di quegli Stati. Preparavasi in ItaliaBoamondofratello di esso Ruggieri, e principe di Antiochia e di Taranto, per ripassare in Oriente[Albert. Aquens., lib. 11, cap. 48. Petrus Diaconus, Chron. Casinens. et alii.], quando venne a trovare anche lui la morte nel marzo seguente. Fu seppellito in Canossa. Restò gran fama e un piccolo figliuolo di lui, per nome anche essoBoamondo, erede de' suoi Stati. Appena fu fuori d'Italia, seppur neera anche uscito l'imperadore[Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 18.], che i Milanesi, dopo avere per quattro anni o con assedio, o con blocco, o con devastar le campagne, stretta e malmenata la città di Lodi, finalmente nel giugno dell'anno presente per forza se ne impadronirono; e lasciata in tal occasione la briglia all'odio e sdegno loro, la spogliarono delle mura, incendiarono le case, ed imposero leggi severe di servitù a quel popolo, dianzi troppo vicino a sì potente città. Ne restano appena le vestigia nel luogo appellato Lodi vecchio, e diverso dal sito in cui ora è Lodi nuovo[Gualv. Flamma, Manipul. Flor., cap. 163.]. Fu quel popolo compartito in sei borghi, e in tale stato durò il suo abbassamento sino ai tempi di Federigo I imperadore.
Abbiamo dagli Annali Pisani[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]che il reArrigo Vo sul fine del precedente anno, o sul principio del presente,cum magno exercitu Pisas venit, et fecit pacem inter Pisanos et Lucenses; in qua guerra Pisani devicerunt Lucenses ter in campo, et Castellum de Ripafracta recuperaverunt, et Ripam, unde lis fuit, retinuerunt. Passò ad Arezzo, e trovò della discordia fra i cittadini e il clero[Otto Frisingens., Chron., lib. 7, cap. 14.]. La cattedrale di san Pietro era fuori della città. Il popolo la voleva dentro, secondo l'uso dell'altre città d'Italia, e però la distrussero. Essendo ricorsi i cherici ad Arrigo, prese la loro parte; e forse perchè il popolo non mostrò prontezza ad ubbidire, o perchè fece resistenza, il re barbaro quivi ancora lasciò lagrimevoli segni della sua fierezza, con far abbattere le mura e le torri altissime d'essa città, e spianar buona parte delle case cittadinesche. Con questi bei preparamenti arrivò ad Acquapendente[Abbas Urspergens., in Chron.], dove ricevette i suoi ambasciatori tornati da Roma con quei del papa, che portavano buone nuove di concordia. Continuato il viaggio fino a Sutri, giunsero altri legati del papa con regali e proposizioni di concordia, e promesse di dargli l'imperiale diadema. Ma non andò molto che questo bell'aspetto di cose si convertì in una luttuosa e scandalosa scena; nel racconto della quale gli scrittori romani ne attribuiscono la colpa ad Arrigo, e gli storici tedeschi ai medesimi Romani. Una lettera dello stesso Arrigo presso Dodechino[Dodechinus, in Append. ad Marian. Scotum.], l'Abbate Urspergense[Urspergensis, in Chron.], Ottone da Frisinga[Otto Frisingensis, in Chron.], Pietro Diacono[Petrus Diacon., in Chron. Casinens.], PandolfoPisano[Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.]e gli Atti rapportati dal cardinal Baronio[Baronius, in Annal. Eccles.]parlano di questa tragedia, ma non tutti con egual tenore. Quel che è certo, Arrigo si mostrò risoluto di non voler cedere al diritto da lui preteso di dar le investiture agli ecclesiastici, non volendo essere da meno di tanti suoi predecessori. All'incontro il papa, sapendo quanto discapito era provenuto alla Chiesa di Dio dall'uso di tali investiture per le frequenti simonie che si commettevano, non era men forte in volerle abolite. Non si sa intendere come esso pontefice non avesse meglio concertati gli affari, prima che gli arrivasse addosso Arrigo col nerbo di tanti armati. O fu egli mal servito da' suoi legati, o burlato dalle belle parole d'esso re. Comunque sia, veggendo egli sì forte Arrigo nelle sue pretensioni, piuttostochè consentire alle medesime, s'indusse egli ad una strana risoluzione, che, proposta al re, neppure gli parve credibile, e fu nondimeno da lui accettata. Cioè, che il papa con tutti i suoi rinunzierebbe al re tutti gli Stati e tutte le regalie che gli ecclesiastici aveano avuto e riconoscevano dall'imperio e dal regno fino da' tempi di Carlo Magno e di Lodovico Pio e di Arrigo I, con ispecificare le città, i ducati, i comitati, le zecche, le gabelle, i mercati, le avvocazie, le milizie, le corti e castella dell'imperio; giacchè a cagion di queste regalie il re pretendeva di continuar l'uso delle investiture. Ed esso re vicendevolmente rinunzierebbe all'uso d'investire i vescovi e gli abbati. L'accordo fu fatto, dati dall'una e dall'altra parte gli ostaggi. Anche oggidì si ha pena a credere che un pontefice arrivasse a promettere una sì smisurata cessione. Nella domenica adunque della quinquagesima, cioè nel dì 12 di febbraio, si mosse il re Arrigo alla volta della città Leonina, per trovare il papa che l'aspettava coi cardinali fuoridella basilica vaticana[Petrus Diaconus, Chron. Casinens., lib. 4, cap. 36.]. Furono mandati ad incontrarlo sino a Monte Mario gli uffiziali della corte e della milizia colle loro insegne, e un'infinita moltitudine di popolo portante corone di fiori, palme e rami d'albero. Avanti alla porta comparvero i Giudei, e nella porta i Greci che cantavano nel loro linguaggio, e faceano plauso al futuro imperadore. V'intervennero ancora i monaci[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 18.], e cento monache con lampade o doppieri accesi, e tutto il clero in pianete e dalmatiche. Con questa maestosa processione, spargendo intanto gli uffiziali del re gran copia di danaro alla plebe, arrivò Arrigo alla basilica vaticana[Pandulfus Pisanus, in Vit. Paschal. II.]; ma non volle entrare, se prima non fu consegnata alle sue guardie ogni porta e luogo forte della medesima. Prestò Arrigo al papa gli atti di riverenza dovuti; il papa l'abbracciò e baciò; ed amendue entrati per la porta d'argento, arrivati che furono alla ruota del porfido, si misero a sedere nelle sedie preparate.
Allora fu che il pontefice fece istanza ad Arrigo di eseguir le promesse della rinunzia alle investiture. Il re si ritirò coi suoi vescovi e principi nella sagrestia per consultar con essi; ed allora succedette un gran tumulto, reclamando tutti i vescovi che era un'empietà ed eresia il volere spogliar di tanti beni tutte le chiese. Arrigo, nella sua lettera presso Dodechino, pretende che l'esibizione di levar le immense regalie ai pastori delle chiese venisse dal papa, e fosse un tiro politico per ricavare dal re la rinunzia delle investiture, e nello stesso tempo concitare contra di lui l'amplissimo ordine degli ecclesiastici. Pandolfo Pisano ed altri, per lo contrario, scrivono che la proposizione fosse fatta dal re, il quale con questo tiro pensasse a carpir la corona imperiale, ottenuta la quale, era poi facile il continuar le investiture, perchè la repubblicaecclesiastica non vorrebbe mai abbracciare il partito di rilasciar tanti Stati e beni all'imperadore. Ottone da Frisinga scrive, avere Arrigo fatta istanza per l'esecuzion del trattato, alla quale era dispostissimo dal canto suo il papa; ma che non potè quegli eseguirlo per li troppi richiami de' vescovi. Comunque sia, certo è che un grande bisbiglio e furore si sollevò in tutti i vescovi sì italiani che oltramontani all'intendere una cotanto insopportabil condizione di rinunziare gli Stati; laonde fra il pontefice e il re insorse discordia, non volendo il primo coronar l'altro senza la rinunzia delle investiture, nè volendo il re rinunziare, se non gli si manteneva la parola data di restituir tutti i beni regali. Non si sa intendere come niuno allora proponesse, o se fu proposto, come non fosse accettato il ripiego poscia usato, e tuttavia osservato in Germania, cioè di lasciar libere le elezioni de' vescovi e degli abbati, con che restava salva la libertà della Chiesa, obbligando poi gli eietti a prendere l'investitura degli Stati, ma non delle chiese, dall'imperadore, ossia dal re d'Italia. Ora il re Arrigo, veggendo a terra il trattato, e saldo il papa in negargli la corona, andò nelle furie. Nè gli mancarono empii consiglieri, il primo de' quali fuAlbertoallora cancelliere, poscia arcivescovo di Magonza, uomo scellerato, che lo spinsero a far prigione il papa contro il giuramento fatto di nulla intentare contra la di lui persona e dignità: il che venne con incredibil tumulto eseguito. Fu consegnato il pontefice adUlricopatriarca d'Aquileia, che il custodisse sotto buona guardia. Questa violenza non solamente fu riprovata da tutti i buoni, e massimamente dall'arcivescovo di Salisburgo, con rischio anche della sua vita, ma eziandio irritò sì fattamente il popolo romano, il quale in tal congiuntura si fece conoscere fedelissimo al papa suo signore, che corse a svenare quanti Tedeschi si trovarono nella città. E dopo aver tenuto tutta la notte un gran consiglio, la mattina seguente uscironoessi Romani arditamente coll'armi addosso all'esercito tedesco, alloggiato entro e fuori della città Leonina, che non s'aspettava una visita sì scortese. Quanti ne trovarono, tutti li misero a fil di spada. Assalirono dipoi il quartiere dello stesso re, il quale uscito di letto, e scalzo tuttavia, salito a cavallo, fece di molte prodezze, ma corse gran pericolo della vita, perchè gli ammazzarono il cavallo sotto, e il ferirono anche in faccia. Salvollo Ottone conte di Milano, o, per dir meglio,vicecomes, come Landolfo da san Paolo, più informato di questo, lasciò scritto, con dargli il proprio cavallo; ma fatto egli prigione, e condotto in città, fu quivi messo in brani dall'infuriata plebe. Armatisi intanto i Tedeschi, s'opposero all'empito de' Romani; seguì gran battaglia, grande strage dall'una e dall'altra parte, rinculando ora gli uni, ora gli altri. Penetrarono i Romani fino nel portico di san Pietro; ma perchè si perderono a spogliare i forzieri de' Tedeschi, ebbero da ben pentirsene: perchè raccolti i Tedeschi e Lombardi, li misero in fuga, con restarne assaissimi vittima delle spade, o annegati nel Tevere. L'attesta Donizone, con dire che i Romani quasi furono vincitori dei Tedeschi:
Sed flagrant erga nimis horum quippe zabernas;Insimul ex armis et denariis oneratiPlus adamant nummum, quam bellum vincere sumtum.
Sed flagrant erga nimis horum quippe zabernas;
Insimul ex armis et denariis onerati
Plus adamant nummum, quam bellum vincere sumtum.
Venuta la notte, e tenuto consiglio in Roma, fu risoluto di procedere di nuovo nel dì seguente contra de' Tedeschi. Ne venne sentore al re Arrigo, il quale credette meglio fatto di ritirarsi colla sua gente lungi da Roma nella Sabina, ed anche con fretta, lasciando in dietro parte dell'equipaggio della sua armata. Seco condusse l'innocente papa Pasquale prigione, con cui essendo stati presiBernardocardinale e vescovo di Parma, eBonsignorevescovo di Reggio, in lor favore parlò con vigore Ardoino da Palude nobile reggiano, e messo della contessa Matilda, con ricordare ad Arrigo i patti fatticon essa. E non parlò indarno, perchè il re, per amore della medesima contessa, li rimise in libertà. L'Urspergense ci vuol far credere che ArrigoApostolicum secum duxit, et eo, quo potuit, honore tenuit. Ma Pandolfo Pisano ed altri narrano, ch'egli, custodito sotto stretta guardia, fece non pochi patimenti per sessanta e un giorno, detenuto nel castello di Tribucco con sei cardinali, e che gli altri cardinali furono imprigionati in un altro castello. Ossia, come vuol Pietro Diacono, che Arrigo intimidisse il papa col minacciare a lui e a tutti i prigioni la morte; ovvero, come altri ha voluto[Annalista Saxo.], che Arrigo si gittasse a' piedi del papa, e il supplicasse di perdono e di pace; oppure che non veggendo nè il papa, nè i cardinali che seco si trovavano, maniera di acconciar questa esecrabil rottura, finalmente esso papa piegasse l'orecchio ad un aggiustamento: certo è che questo succedette, e quale il volle Arrigo.
Condiscese dunque il pontefice Pasquale II, ma con protesta di farlo violentato, e per liberar tanti prigioni e i Romani da ulteriori vessazioni, che liberamente e senza simonia si dovessero eleggere da lì innanzi i vescovi ed abbati coll'assenso dell'imperadore; e che gli eletti prendessero il pastorale e l'anello, cioè l'investitura da lui, senza la quale non potessero essere consecrati; e che il papa giurasse di non fare vendetta alcuna, nè di adoperar censure per l'ingiuria fatta a lui ed ai suoi; e l'imperadore scambievolmente promettesse di lasciare in libertà tutti i prigioni, e di conservare o restituire tutti i beni occupati alla Chiesa romana, fra' quali, per testimonianza di Pietro Diacono[Petrus Diaconus, Chron. Casinens.], furono nominatamente espresse la Puglia, la Calabria, la Sicilia e il principato di Capoa. Ottenne inoltre Arrigo che si potesse dar sepoltura in chiesa al corpo di Arrigo IV suo padre, giacchè si fecero venire in campo persone attestanti esser egli mortocon atti di vero pentimento. Così seguì la pace, dopo la quale il papa solennemente coronò imperadore Arrigo nella basilica vaticana, con istare intanto serrate le porte di Roma, acciocchè niun de' Romani venisse a disturbare la funzione. Il giorno preciso in cui seguì questa coronazione, fin qui è stato controverso. Donizone, autore di questi tempi, scrive di papa Pasquale[Donizo, in Vita Mathildis, lib. 2, cap. 18.]:
Dum festum Paschae venite tribuit sibi pacem,Urbem romuleam sibi subdens, et diademaIpsius capiti ponens, unguit, benedixit.Ultima lux mensis primi tunc Pascha revexit,Numinis undecimo centum post mille sub anno.
Dum festum Paschae venite tribuit sibi pacem,
Urbem romuleam sibi subdens, et diadema
Ipsius capiti ponens, unguit, benedixit.
Ultima lux mensis primi tunc Pascha revexit,
Numinis undecimo centum post mille sub anno.
Ci fa vedere qui Donizone tuttavia conservata la sovranità imperiale in Roma; ma, siccome già accennai nelle annotazioni al di lui poema, è da stupire come egli dica caduta in quest'anno la Pasqua nel dì ultimo di marzo, quando è fuor di dubbio ch'essa s'incontrò nel di 2 d'aprile. Per altro anche Rogerio Hovedeno[Hovedenus, Annal., P. I.]e Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]scrivono chenel giorno di Pasquafu conferita la corona ad Arrigo V. All'incontro, il padre Pagi[Pagius, Crit. Baron.]pretende ciò fatto nella domenica in Albis, cioè a dì 9 d'aprile, ma senza recarne alcuna soda pruova, e col correggere a suo piacimento gli antichi scrittori. A me sembra, non dirò solo probabile, ma certo, che la funzione suddetta seguisse nel giovedì dopo l'ottava di Pasqua, cioè nel dì 13 d'aprile, giorno delle idi. Chiaramente lo attesta l'autore della Vita di Pasquale II, storico contemporaneo, a noi conservato dal cardinal d'Aragona, il quale scrive[Vit. Paschalis II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]: Haec, quae passi sumus, et oculis nostris vidimus, et auribus nostris audivimus, mera veritate conscripsimus. Ora questo scrittore attesta che fu consecrato e coronatoidibus aprilis, quinta feria post octavamPaschae. Queste note van d'accordo, nè patiscono eccezione. Vien confermata la stessa verità dall'Annalista Sassone, di cui son queste parole[Annalista Saxo.]:Rex Heinricus Pascha, non longe ab urbe in castris suis celebravit, et post octavas Paschae, die scilicet idus aprilis, in ecclesia sancti Petri in imperatorem consecratur. Altrettanto s'ha dal Cronografo Sassone, citato dal padre Mabillone[Mabill., Annal. Benedictin.]e dagli Annali d'Ildeseim[Annal. Hildesheim.]. L'Abbate Urspergense[Abbas Urspergensis, in Chron.], con iscrivere che Arrigo ricevette la coronapost octavas Paschae, esclude le due precedenti opinioni, e viene ad accordarsi con questa. Nella messa solenne, e alla comunione, il papa col corpo del Signore in mano ratificò la pace e le promesse. Egli se ne andò libero a Roma, e il re Arrigo, dopo aver fatti suntuosi regali al papa e ai cardinali ch'erano con lui, si mise in viaggio alla volta della Toscana per ritornarsene in Lombardia, e poscia in Germania. Appena fu in Roma il buon papa, che trovò alienati da sè gli animi de' cardinali rimasti ivi, perchè avesse consentito ad una tale concordia, di modo che quasi nacque uno scisma. L'ingiuriarono specialmente i più dotti, e quasi il trattarono da eretico, sostenendo che dovea piuttosto lasciarsi levare la vita, che consentire alle investiture. È un bel fare il bravo lungi dalle battaglie. Se que' zelanti cardinali si fossero trovati per due mesi nelle angustie del papa, e col coltello alla gola, come egli fu, e nel pericolo di veder sacrificati al furore tedesco i porporati prigioni e tanti altri Romani non so se avessero praticato eglino ciò che ora esigevano dal papa. Non potendo reggere a sì fatti insulti il buon pontefice, uscì di Roma e si ritirò a Terracina: nel qual tempo i cardinali con solenne decreto condannarono l'accordo da lui fatto, e diedero un grande esercizio alla pazienza ed umiltà dilui, quasichè qui si trattasse di un punto di fede, e non già di disciplina ecclesiastica, la quale benchè certo patisse nella maniera tenuta allora di dar tali investiture, pure, dacchè se ne voleva esclusa la simonia, si potea in qualche guisa tollerare, Goffredo da Viterbo[Goffrid. Viterbiensis, in Chron.], Sugerio abbate[Suger., in Vit. Lodovici Gross.]ed Idelberto[Hildelb., in Epistol.]ci fan conoscere che il buon pontefice depose il manto, si ritirò in una solitudine, e volea rinunziare il papato; ma fu richiamato a Roma da tutti i buoni e saggi.
Per la Toscana calò in Lombardia Arrigo quinto fra i re, quarto fra gl'imperadori, e gran voglia nutrendo di conoscere di vista la celebre contessa Matilda sua parente[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2.], giacchè ella non si sentiva voglia d'ire a trovar lui, determinò egli di andare a lei. Dimorava allora la contessa Matilda nella fortezza di Bibianello, ossia Bianello, sul Reggiano. Colà nel dì 6 di maggio fu a visitarla, magnificamente accolto, e per tre dì seco si fermò. Sapeva Matilda fra molte altre lingue anche la tedesca, e però sempre senza interprete teneva i suoi ragionamenti con lui. Talmente restò Arrigo invaghito della prudenza ed onoratezza di questa insigne eroina, che non solamente le confermò i precedenti patti, ma la dichiarò ancora sua vicegerente, ossia viceregina in Lombardia:
Cui liguris regni regimen dedit in vice regis,Nomine quam matris verbis claris vocitavit.
Cui liguris regni regimen dedit in vice regis,
Nomine quam matris verbis claris vocitavit.
Passò dipoi Arrigo a Verona, dove si riposò per qualche tempo, e ne resta anche una memoria nel diploma da me pubblicato[Antiquit. Italic., Dissert. XI.], con cui conferma ai canonici di Cremona i lor privilegii. Esso è datoXIV kalendas junii, Indictione IV, anno dominicae Incarnationis MCXI, regnante Henrico V rege Romanorum anno V,imperante primo, ordinationis ejus XI. Actum Veronae. Un altro parimente ne diede egliXII kalendas juniiin quella città in favore di Alberico abbate del monistero di Polirone[Bacchini, Istor. di Poliron. nell'Append.]. In questa occasione può essere che succedesse ciò che narra il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Bolliva da gran tempo discordia fra i Veneziani e Padovani a cagion de' confini. Collegati i Padovani co' popoli di Trivigi e Ravenna, vennero nel dì 4 di ottobre dell'anno precedente alle mani coll'esercito veneto, e rimasero sconfitti, con restarvi cinquecento e sette d'essi prigioni. Ora giunto che fu a Verona l'imperadore, portarono a lui i Padovani le loro doglianze, siccome al sovrano del regno d'Italia. Ad istanza di esso Augusto, comparvero in quella città gli ambasciatori veneti, e si mise fine alla discordia, coll'essersi aggiustati i confini, liberati i prigioni, e rinnovati i patti d'amicizia fra Venezia dall'un canto, e i Padovani e gli altri sudditi dell'italico regno dall'altro. Ito poscia l'imperadore in Germania, quivi fece dar solenne sepoltura alle ossa del padre. Terminò i suoi giorni nel febbraio di questo anno[Romualdus Salern., in Chron. Falco Benevent., in Chron. Anonymus Barens., apud Peregrin.]Ruggieri ducadi Puglia, con lasciare suo successore e ducaGuglielmosuo figliuolo. Per questa cagione i Normanni della Puglia niun soccorso poterono prestare al romano pontefice ne' di lui bisogni, ed attesero unicamente a premunirsi in casa, per timore che il nuovo imperadore potesse far qualche tentativo contra di quegli Stati. Preparavasi in ItaliaBoamondofratello di esso Ruggieri, e principe di Antiochia e di Taranto, per ripassare in Oriente[Albert. Aquens., lib. 11, cap. 48. Petrus Diaconus, Chron. Casinens. et alii.], quando venne a trovare anche lui la morte nel marzo seguente. Fu seppellito in Canossa. Restò gran fama e un piccolo figliuolo di lui, per nome anche essoBoamondo, erede de' suoi Stati. Appena fu fuori d'Italia, seppur neera anche uscito l'imperadore[Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 18.], che i Milanesi, dopo avere per quattro anni o con assedio, o con blocco, o con devastar le campagne, stretta e malmenata la città di Lodi, finalmente nel giugno dell'anno presente per forza se ne impadronirono; e lasciata in tal occasione la briglia all'odio e sdegno loro, la spogliarono delle mura, incendiarono le case, ed imposero leggi severe di servitù a quel popolo, dianzi troppo vicino a sì potente città. Ne restano appena le vestigia nel luogo appellato Lodi vecchio, e diverso dal sito in cui ora è Lodi nuovo[Gualv. Flamma, Manipul. Flor., cap. 163.]. Fu quel popolo compartito in sei borghi, e in tale stato durò il suo abbassamento sino ai tempi di Federigo I imperadore.