MCXLIIIAnno diCristoMCXLIII. IndizioneVI.CelestinoII papa 1.CorradoIII re di Germania e d'Italia 6.Ossia che nell'anno precedente, oppure nel presente, il popolo di Tivoli tornasse all'ubbidienza di papa Innocenzo II, certo è che per l'indulgenza usata da lui con essi, il popolo romano diede principio a molte scandalose novità in pregiudizio dell'antichissima signoria ed autorità temporale de' papi. Erano sì fieramente inviperiti i Romani contra dei Tivolesi[Otto Frisingens., in Chron., lib. 7, cap. 27.], che quando si trattò di capitolar con essi, pretesero che il papa non li ricevesse in grazia se non col patto di smantellar le mura della lor città, e di mandare dispersi fuori di essa gli abitanti. A questa irragionevole ed inumana pretensione non potè acconsentire il benignissimo pontefice; perciò i Romani gonfii di superbia rivolsero anche contra del buon pontefice lo sdegno ed odio loro. Fatta dunque una sedizione, e corsi a folla in Campidoglio col pretesto di rinnovar l'antica gloria della città, ristabilirono il senato, che da gran tempo era scaduto, e senza rispetto alcuno al papa loro signore, intimarono di nuovo la guerra a Tivoli. Abbiam più volte veduta menzione del senato romano anche a' tempi di Carlo Magno, e ne' susseguenti secoli; ma senza sapere qual fosse la di lui autorità in quei tempi, nè quando esso fosse dipoi abbattuto dai papi. Non volevano i Romani di questi tempi esser da meno de' lor predecessori. Il male fu, che non guardarono misure, ed assunsero una specie di sovranità. Nulla tralasciò il pontefice di esortazioni e minaccie per fermare i passi a questa specie di ribellione; adoperò anche i regali; ma indarno tutto: sì grande era la foga del popolo, massimamente della nobiltà. Ed ecco germogliar le sementi delle perverse dottrine, lasciate in quella città daArnaldo da Brescia. È da credere che siffatti sconcerti servissero a conturbare non men l'animo che la sanità di papaInnocenzo II. Infatti, caduto egli infermo, passò nel dì 24 di settembre dell'anno presente a miglior vita, lasciando sulla terra un'immortal memoria delle sue rare doti, e massimamente della sua incomparabile prudenza e benignità, e dell'aver anche procurata la riforma del clero, con sustituire dovunque potè ai canonici secolari i regolari. Furono ancora varie chiese da lui fabbricate o risarcite. Rimise, fra le altre cose, il tetto della basilica lateranense, che era caduto, con avergli ilre Ruggierisomministrate le grandiose occorrenti travi. Ebbe sepoltura in essa chiesa in un avello di porfido. In luogo suo da lì a tre giorni fu eletto papaGuido cardinaledi san Marco, di nazione Toscano, del castello di Felicità (forse città di Castello), che assunse il nome diCelestino II, secondo il costume di questi tempi, nei quali si richiedeva il nome de' celebri pontefici che fiorirono ne' primi secoli della Chiesa. Questo pontefice, secondo l'attestato di Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.], ricusò di confermare la concordia stabilita fra il suo predecessore e il re Ruggieri, e perciò fra loro insorse mala intelligenza. Circa questi tempi, per testimonianza del Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], nacque lite fra i Veneziani e Padovani a cagione di un taglio nel fiume Brenta, fatto non lungi da Sant'Ilario dai secondi con danno dei primi. SpedìPietro Polanoambasciatori a Padova per chiederne conto. Fu loro data una risposta assai arrogante. Il perchè i Veneziani colle lor forze uscirono a farsi giustizia, ed azzuffatisi coi Padovani alla Tomba, diedero loro una rotta, e condussero circa trecento di que' nobili presi nella battaglia a Venezia. Poscia iti gli ambasciatori de' Padovani, dopo aver protestato che non per far dispiacere odanno al popolo veneziano era seguito quel taglio, si rimise fra loro l'amicizia e concordia primiera. Abbiamo parimente dall'Anonimo Casinense[Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.]che il re Ruggieri portatosi in quest'anno al monistero di Monte Casino, la fece alla turchesca, con levare da quel sacro luogo tutto il tesoro, lasciandovi solamente la croce dell'altar maggiore col ciborio, che doveva essere d'argento, e tre tavole da altare. Restano ignoti i pretesti di questa scelleraggine; se non che anticamente erano troppo suggette all'ingordigia e avarizia de' principi le ricchezze delle chiese. S'impadronirono parimente i figliuoli d'esso re della provincia di Marsi, e, per attestato di Giovanni da Ceccano[Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.], anche della terra d'Arce: il che probabilmente fu origine de' dissapori insorti fra lui e papa Celestino.
Ossia che nell'anno precedente, oppure nel presente, il popolo di Tivoli tornasse all'ubbidienza di papa Innocenzo II, certo è che per l'indulgenza usata da lui con essi, il popolo romano diede principio a molte scandalose novità in pregiudizio dell'antichissima signoria ed autorità temporale de' papi. Erano sì fieramente inviperiti i Romani contra dei Tivolesi[Otto Frisingens., in Chron., lib. 7, cap. 27.], che quando si trattò di capitolar con essi, pretesero che il papa non li ricevesse in grazia se non col patto di smantellar le mura della lor città, e di mandare dispersi fuori di essa gli abitanti. A questa irragionevole ed inumana pretensione non potè acconsentire il benignissimo pontefice; perciò i Romani gonfii di superbia rivolsero anche contra del buon pontefice lo sdegno ed odio loro. Fatta dunque una sedizione, e corsi a folla in Campidoglio col pretesto di rinnovar l'antica gloria della città, ristabilirono il senato, che da gran tempo era scaduto, e senza rispetto alcuno al papa loro signore, intimarono di nuovo la guerra a Tivoli. Abbiam più volte veduta menzione del senato romano anche a' tempi di Carlo Magno, e ne' susseguenti secoli; ma senza sapere qual fosse la di lui autorità in quei tempi, nè quando esso fosse dipoi abbattuto dai papi. Non volevano i Romani di questi tempi esser da meno de' lor predecessori. Il male fu, che non guardarono misure, ed assunsero una specie di sovranità. Nulla tralasciò il pontefice di esortazioni e minaccie per fermare i passi a questa specie di ribellione; adoperò anche i regali; ma indarno tutto: sì grande era la foga del popolo, massimamente della nobiltà. Ed ecco germogliar le sementi delle perverse dottrine, lasciate in quella città daArnaldo da Brescia. È da credere che siffatti sconcerti servissero a conturbare non men l'animo che la sanità di papaInnocenzo II. Infatti, caduto egli infermo, passò nel dì 24 di settembre dell'anno presente a miglior vita, lasciando sulla terra un'immortal memoria delle sue rare doti, e massimamente della sua incomparabile prudenza e benignità, e dell'aver anche procurata la riforma del clero, con sustituire dovunque potè ai canonici secolari i regolari. Furono ancora varie chiese da lui fabbricate o risarcite. Rimise, fra le altre cose, il tetto della basilica lateranense, che era caduto, con avergli ilre Ruggierisomministrate le grandiose occorrenti travi. Ebbe sepoltura in essa chiesa in un avello di porfido. In luogo suo da lì a tre giorni fu eletto papaGuido cardinaledi san Marco, di nazione Toscano, del castello di Felicità (forse città di Castello), che assunse il nome diCelestino II, secondo il costume di questi tempi, nei quali si richiedeva il nome de' celebri pontefici che fiorirono ne' primi secoli della Chiesa. Questo pontefice, secondo l'attestato di Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., in Chronic., tom. 7 Rer. Ital.], ricusò di confermare la concordia stabilita fra il suo predecessore e il re Ruggieri, e perciò fra loro insorse mala intelligenza. Circa questi tempi, per testimonianza del Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], nacque lite fra i Veneziani e Padovani a cagione di un taglio nel fiume Brenta, fatto non lungi da Sant'Ilario dai secondi con danno dei primi. SpedìPietro Polanoambasciatori a Padova per chiederne conto. Fu loro data una risposta assai arrogante. Il perchè i Veneziani colle lor forze uscirono a farsi giustizia, ed azzuffatisi coi Padovani alla Tomba, diedero loro una rotta, e condussero circa trecento di que' nobili presi nella battaglia a Venezia. Poscia iti gli ambasciatori de' Padovani, dopo aver protestato che non per far dispiacere odanno al popolo veneziano era seguito quel taglio, si rimise fra loro l'amicizia e concordia primiera. Abbiamo parimente dall'Anonimo Casinense[Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.]che il re Ruggieri portatosi in quest'anno al monistero di Monte Casino, la fece alla turchesca, con levare da quel sacro luogo tutto il tesoro, lasciandovi solamente la croce dell'altar maggiore col ciborio, che doveva essere d'argento, e tre tavole da altare. Restano ignoti i pretesti di questa scelleraggine; se non che anticamente erano troppo suggette all'ingordigia e avarizia de' principi le ricchezze delle chiese. S'impadronirono parimente i figliuoli d'esso re della provincia di Marsi, e, per attestato di Giovanni da Ceccano[Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.], anche della terra d'Arce: il che probabilmente fu origine de' dissapori insorti fra lui e papa Celestino.