MCXXXIVAnno diCristoMCXXXIV. IndizioneXII.InnocenzoII papa 5.LottarioIII re 10, imper. 2.Tenne in quest'anno nel dì 30 di maggio papaInnocenzo IIun concilio[Labbe, Concil., tom. 10.]generale nella città di Pisa, eletta da lui per suo domicilio, finchè Dio provvedesse allo scisma di Anacleto. Sono periti gli atti di quell'insigne sacra adunanza, a cui concorsero i vescovi ed abbati, non solamente dell'Italia, ma anche della Francia e Germania. Fra gli altri v'intervennesan Bernardoabbate di Chiaravalle, gran luminare allora della Chiesa di Dio. Sappiamo che in esso concilio fu confermata la scomunica contro il suddetto antipapa e contro tutti i suoi aderenti e protettori[Cardinal. de Aragon., in Vit. Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Furono ivi depostiPietrovescovo di Tortona,Ubertovescovo di Lucca, e i vescovi di Bergamo, Boiano ed Arezzo, forse perchè fautori dell'antipapa Anacleto. Osservò il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.], che nel ritornare da questo concilio varii vescovi ed abbati franzesi,furono essi presi ed incarcerati nella Lunigiana e in Pontremoli. Ne parla Pietro abbate di Clugnì in una lettera a papa Innocenzo[Petrus Cluniacens., lib. 3, Epist. 27.]; ma senza specificare chi fosse l'autore di tale iniquità, cioè se i partigiani dell'antipapa, oppure alcun padrone di quelle terre. Dalle memorie accennate dal Fiorentini[Fiorent., Memor. di Matil., lib. 2, pag. 347.]abbiamo che nel 26 di novembre dell'anno 1131 si trovava nel distretto di VolterraRamprettus divino munere Thusciae praeses et marchio. Questo suo diploma l'ho io divolgato altrove[Antiq. Italic., Dissert. XVII.]. Leggesi poi negli Annali pisani, all'anno 1135 pisano, cioè nel 1134 nostro volgare, che[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]III kalendas junii Pisis est celebratum concilium per papam Innocentium, et alios praelatos. In quo concilio Ingilbertus de marchia Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis, et a Lucensibus ubique offensus, et victus apud Ficecchium in campo, Pisas cum lacrymis fugiens, a Pisanis vindicatus est. Chi desse l'investitura della Toscana a questoIngelberto, non apparisce. Potrebbe credersi che il papa colle pretensioni dell'eredità della contessa Matilda, la desse. Ma questi non potea conferire ad altrui le provincie dell'imperio escluse dall'eredità d'essa Matilda. E se egli le avesse pretese come allodio, già abbiamo veduto che ne aveva investito Arrigo duca di Baviera. All'anno 1137 si scorgerà che l'imperadore mandò soccorso allo stesso Ingelberto; e però dovea questi essere suo vassallo per la Toscana. Ma non volendo i Lucchesi che loro comandasse, quindi nacque la guerra contra di questo marchese. Non è facile a me il determinare se in questo, oppure nel precedente anno fosse dai Milanesi rigettato e depostoAnselmoarcivescovo di Milano, dianzi scomunicato, per aver coronato re d'Italia Corrado. Ne era anche provenuto gran danno alla chiesa di Milano, come attesta san Bernardoin una sua lettera ai Milanesi[Bernardus, Epist. 131.]; perchè papa Innocenzo II l'avea spogliata della dignità di metropoli ecclesiastica, e a lei sottratti i suoi suffraganei, e fra gli altri costituito arcivescovo il già vescovo di Genova sottoposto a Milano. Nega il padre Pagi questo fatto; ma paiono assai chiare le parole di san Bernardo al popolo milanese, dove dice:Quid contulit tibi vetus tua rebellio? Agnosce potius, in qua potestate, gloria, et honore suffraganeorum tuorum tamdiu privata exstitisti, con quel che segue. Non era forestiera in questi tempi una tal pena, e l'abbiam anche veduta usata contro la chiesa di Ravenna. Racconta Landolfo da San Paolo[Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 41.]che i Milanesi, clero e popolo, si sollevarono contra d'esso Anselmo, oramai pentiti d'aver favorito l'antipapa Anacleto e lo spurio re Corrado. Però si arrogarono l'autorità di dichiararlo decaduto, in guisa che egli fu costretto a ritirarsi nelle castella della chiesa milanese. Fu poi confermata, ossia autenticata nel concilio di Pisa la deposizione d'Anselmo dal pontefice Innocenzo. Ma prima d'esso concilio aveano i Milanesi invitato alla loro cittàsan Bernardo, la cui santità ed autorità facea in questi tempi gran rumore dappertutto, acciocchè colla sua presenza e destrezza mettesse fine allo scisma della loro città, e li riconciliasse con papa Innocenzo II e coll'imperadore Lottario. Se ne scusò il santo abbate allora, perchè chiamato a Pisa. Ma appena terminato quel concilio, il pontefice l'inviò colà conGuido, non già arcivescovo di Pisa, ma bensì cardinale di nascita Pisano, col vescovo d'AlbanoMatteo, personaggio di rare virtù, e conGoffredovescovo di Sciartres[In Vit. S. Bernardi, lib. 2, cap. 2.]. La divozione con cui il popolo di Milano venne all'incontro di quel celebre abbate, fu incredibile. Il riceverono come angelo di Dio, baciandogli i piedi, e pelandogli il mantello, con dispiacere nondimeno della sua profondaumiltà. Colla mediazione di questi legati apostolici e di san Bernardo abiurò tutto quel popolo non meno l'antipapa che il re Corrado, sottomettendosi al vero papa e all'Augusto Lottario. E perciocchè era vacante per le addotte cagioni la chiesa ambrosiana, universale fu il desiderio di quel popolo per ottenere in loro arcivescovo il santo abbate di Chiaravalle, per la cui intercessione succederono allora molte miracolose guarigioni in Milano. Corsero in folla alla chiesa di san Lorenzo, nella cui canonica era egli alloggiato, richiedendolo per loro pastore; ma il buon santo, che teneva sotto i piedi tutte le grandezze umane, nel dì seguente colla fuga deluse tutte le loro speranze. Altrettanto avea fatto a Genova. Allora fu che alcuni suoi discepoli restati in Milano si accinsero colla raccolta delle limosine a fondare il monistero de' Cisterciensi di Chiaravalle fuori di Milano. Andò poscia san Bernardo a Pavia, e quindi a Cremona, per troncare il corso alla guerra, che quei popoli tuttavia manteneano contra di Milano. Pare che i Pavesi si quetassero alle vigorose insinuazioni di lui, ma non già i Cremonesi, tuttochè vedessero ritornata all'ubbidienza de' varii suoi superiori la città di Milano, come si raccoglie da una lettera d'esso san Bernardo a papa Innocenzo[Bernardus, Epist. 314.].Tornò sul principio di quest'annoRoberto IIprincipe di Capoa a Pisa, per sollecitare i soccorsi a lui promessi[Falco Beneventanus, in Chron.], e sul fine di febbraio comparve in Capoa, menando seco due de' consoli pisani, e circa mille soldati levati da quella città.Sergio ducadi Napoli eRainolfo contedi Alife approvarono il trattato da lui fatto in Pisa[Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 54.], e somministrarono il danaro occorrente per accelerar la venuta della flotta pisana. Intanto eccoti arrivare a Salerno il re Ruggieri con circa sessanta galee, ch'egli immediatamente spedì contra di Napoli. Maritrovarono quel popolo che non dormiva, ed accorse valorosamente alla difesa. Però, dopo aver dato il sacco ad alcune castella di que' contorni, se ne ritornarono a Salerno. Quivi raunata una poderosa armata di Siciliani e Pugliesi, e spintala addosso al castello di Prata, tuttochè fosse luogo forte, quasi in un momento se ne impadronì, e lo diede alle fiamme. Nello stesso primo giorno sottomise Altacoda, la Grotta e Summonte: il che sparse il terrore fra i Beneventani, Capoani e Napoletani suoi avversarii. Inoltratosi poi verso il principato di Capoa, prese Palma e Sarno. Intanto il conte Rainolfo animò tutti i suoi aderenti, ed uscì in campagna collo esercito suo per fermare i progressi di Ruggieri. Ma questi, dopo aver munite le rive del fiume Sarno di cavalieri e d'arcieri, per impedire al conte il passaggio, andò a mettere l'assedio a Nocera, città forte del principato di Capoa. V'era dentro Ruggieri da Surriento con buona guarnigione, animoso guerriero, e risoluto di ben difenderla; ma per tradimento d'alcuni gli convenne depor l'armi e rendersi. Passò di là il re Ruggieri contra le terre del conte Rainolfo, e ne conquistò alcune: il che veduto dal conte, per consiglio de' suoi, mandò a trattar di pace. Ruggieri diede allora luogo alla collera contra del cognato, e purchè egli si sottomettesse, accettò la proposizione di restituirgli la moglie e il figliuolo. Presentossi dunque il conte al re, e inginocchiatosi volle baciargli i piedi. Nol consentì Ruggieri, e baciatolo in volto, pacificossi con lui, e ne ricevette il giuramento di fedeltà. Trattò in tale occasione Rainolfo anche della pace con Roberto principe di Capoa; e il re s'indusse a concederla, purchè Roberto prima della metà del mese d'agosto si riconoscesse suo vassallo, e cedesse le terre perdute. Era in questo mentre ito a Pisa Roberto, per implorare il promesso soccorso da papa Innocenzo e dai Pisani. Passato quel termine,il re, veggendo non essere accettata l'esibita pace, s'impossessò di Castello a Mare, e di altre terre d'Ugo conte di Boiano. Andò al monistero di Telesa[Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 65.], dove fu ben accolto da Alessandro abbate, scrittore poi dei fatti del re medesimo; e di là s'inviò alla volta della nobilissima città di Capoa. Niuna difesa volle far quel popolo, con attendere solo a placarlo; e però uscito in processione, con grande onore l'accolse, e con inni e lodi il condusse alla chiesa maggiore e gli giurò fedeltà. Si accigneva appresso il re Ruggieri, dopo essersi impadronito di Aversa e del resto del principato capoano, a passar contra di Napoli; ma Sergio duca di quell'inclita città, giudicando meglio di non aspettar la tempesta, venne in persona a rendersi, cioè a sottoporsi come vassallo alla di lui sovranità. Altrettanto fecero quei della casa di Borello. Presentossi anche Ruggieri sotto Benevento, con obbligar quel popolo a prestargli giuramento di fedeltà, salvo nondimeno l'omaggio dovuto al papa. Però non fu pigro l'antipapa Anacleto a volar colà, e a ripigliarne il possesso, con far poscia demolir le case d'alcuni di que' cittadini che non erano in sua grazia. Così in breve tempo ridusse il re Ruggieri sotto il suo dominio quel vasto e fioritissimo paese. Dopo di che pieno di gloria se ne tornò a Salerno, e di là in Sicilia. Roberto principe di Capoa restò in Pisa presso papa Innocenzo, aspettando amendue con pazienza migliori venti dal settentrione, cioè dall'imperadore Lottario. Scrive Landolfo da san Paolo[Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 42.]che in quest'anno il principeCorrado, cioè lo stesso che dai Milanesi avea conseguita la corona del regno d'Italia,altiori consilio potitus, imperatoris Lotharii vexillifer est factus, cioè si era riconciliato coll'imperadore. Ma raccontando altri scrittori, che questa pace solamente seguì nell'anno prossimo venturo, o Landolfo anticipò il tempo,oppure s'incominciò in quest'anno il trattato della concordia, e poi si compiè nel seguente. Fino a questi tempi menò i suoi giorniFolco marchesed'Este, figliuolo del celebre marcheseAzzo II, e progenitore della linea de' marchesi di Este, che fiorisce tuttavia nei duchi di Modena. Ciò apparisce da uno strumento di cession di beni da lui fatta al monistero di san Salvatore della Fratta[Antichità Estensi, P. I, cap. 32.]. Quanto di vita gli restasse dipoi, non so dire. Ben so, ch'egli giunto al fine dei suoi giorni, lasciò dopo sè quattro figliuoli, cioèBonifazio,Folco II,AlbertoedObizo, e fors'anche il quinto, chiamatoAzzo. Portarono tutti il titolo dimarchesi, siccome costa dai loro strumenti, e signoreggiarono in Este, Rovigo e nelle altre antiche terre della casa di Este.
Tenne in quest'anno nel dì 30 di maggio papaInnocenzo IIun concilio[Labbe, Concil., tom. 10.]generale nella città di Pisa, eletta da lui per suo domicilio, finchè Dio provvedesse allo scisma di Anacleto. Sono periti gli atti di quell'insigne sacra adunanza, a cui concorsero i vescovi ed abbati, non solamente dell'Italia, ma anche della Francia e Germania. Fra gli altri v'intervennesan Bernardoabbate di Chiaravalle, gran luminare allora della Chiesa di Dio. Sappiamo che in esso concilio fu confermata la scomunica contro il suddetto antipapa e contro tutti i suoi aderenti e protettori[Cardinal. de Aragon., in Vit. Innocentii II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Furono ivi depostiPietrovescovo di Tortona,Ubertovescovo di Lucca, e i vescovi di Bergamo, Boiano ed Arezzo, forse perchè fautori dell'antipapa Anacleto. Osservò il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.], che nel ritornare da questo concilio varii vescovi ed abbati franzesi,furono essi presi ed incarcerati nella Lunigiana e in Pontremoli. Ne parla Pietro abbate di Clugnì in una lettera a papa Innocenzo[Petrus Cluniacens., lib. 3, Epist. 27.]; ma senza specificare chi fosse l'autore di tale iniquità, cioè se i partigiani dell'antipapa, oppure alcun padrone di quelle terre. Dalle memorie accennate dal Fiorentini[Fiorent., Memor. di Matil., lib. 2, pag. 347.]abbiamo che nel 26 di novembre dell'anno 1131 si trovava nel distretto di VolterraRamprettus divino munere Thusciae praeses et marchio. Questo suo diploma l'ho io divolgato altrove[Antiq. Italic., Dissert. XVII.]. Leggesi poi negli Annali pisani, all'anno 1135 pisano, cioè nel 1134 nostro volgare, che[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.]III kalendas junii Pisis est celebratum concilium per papam Innocentium, et alios praelatos. In quo concilio Ingilbertus de marchia Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis, et a Lucensibus ubique offensus, et victus apud Ficecchium in campo, Pisas cum lacrymis fugiens, a Pisanis vindicatus est. Chi desse l'investitura della Toscana a questoIngelberto, non apparisce. Potrebbe credersi che il papa colle pretensioni dell'eredità della contessa Matilda, la desse. Ma questi non potea conferire ad altrui le provincie dell'imperio escluse dall'eredità d'essa Matilda. E se egli le avesse pretese come allodio, già abbiamo veduto che ne aveva investito Arrigo duca di Baviera. All'anno 1137 si scorgerà che l'imperadore mandò soccorso allo stesso Ingelberto; e però dovea questi essere suo vassallo per la Toscana. Ma non volendo i Lucchesi che loro comandasse, quindi nacque la guerra contra di questo marchese. Non è facile a me il determinare se in questo, oppure nel precedente anno fosse dai Milanesi rigettato e depostoAnselmoarcivescovo di Milano, dianzi scomunicato, per aver coronato re d'Italia Corrado. Ne era anche provenuto gran danno alla chiesa di Milano, come attesta san Bernardoin una sua lettera ai Milanesi[Bernardus, Epist. 131.]; perchè papa Innocenzo II l'avea spogliata della dignità di metropoli ecclesiastica, e a lei sottratti i suoi suffraganei, e fra gli altri costituito arcivescovo il già vescovo di Genova sottoposto a Milano. Nega il padre Pagi questo fatto; ma paiono assai chiare le parole di san Bernardo al popolo milanese, dove dice:Quid contulit tibi vetus tua rebellio? Agnosce potius, in qua potestate, gloria, et honore suffraganeorum tuorum tamdiu privata exstitisti, con quel che segue. Non era forestiera in questi tempi una tal pena, e l'abbiam anche veduta usata contro la chiesa di Ravenna. Racconta Landolfo da San Paolo[Landulfus junior, Hist. Mediol., cap. 41.]che i Milanesi, clero e popolo, si sollevarono contra d'esso Anselmo, oramai pentiti d'aver favorito l'antipapa Anacleto e lo spurio re Corrado. Però si arrogarono l'autorità di dichiararlo decaduto, in guisa che egli fu costretto a ritirarsi nelle castella della chiesa milanese. Fu poi confermata, ossia autenticata nel concilio di Pisa la deposizione d'Anselmo dal pontefice Innocenzo. Ma prima d'esso concilio aveano i Milanesi invitato alla loro cittàsan Bernardo, la cui santità ed autorità facea in questi tempi gran rumore dappertutto, acciocchè colla sua presenza e destrezza mettesse fine allo scisma della loro città, e li riconciliasse con papa Innocenzo II e coll'imperadore Lottario. Se ne scusò il santo abbate allora, perchè chiamato a Pisa. Ma appena terminato quel concilio, il pontefice l'inviò colà conGuido, non già arcivescovo di Pisa, ma bensì cardinale di nascita Pisano, col vescovo d'AlbanoMatteo, personaggio di rare virtù, e conGoffredovescovo di Sciartres[In Vit. S. Bernardi, lib. 2, cap. 2.]. La divozione con cui il popolo di Milano venne all'incontro di quel celebre abbate, fu incredibile. Il riceverono come angelo di Dio, baciandogli i piedi, e pelandogli il mantello, con dispiacere nondimeno della sua profondaumiltà. Colla mediazione di questi legati apostolici e di san Bernardo abiurò tutto quel popolo non meno l'antipapa che il re Corrado, sottomettendosi al vero papa e all'Augusto Lottario. E perciocchè era vacante per le addotte cagioni la chiesa ambrosiana, universale fu il desiderio di quel popolo per ottenere in loro arcivescovo il santo abbate di Chiaravalle, per la cui intercessione succederono allora molte miracolose guarigioni in Milano. Corsero in folla alla chiesa di san Lorenzo, nella cui canonica era egli alloggiato, richiedendolo per loro pastore; ma il buon santo, che teneva sotto i piedi tutte le grandezze umane, nel dì seguente colla fuga deluse tutte le loro speranze. Altrettanto avea fatto a Genova. Allora fu che alcuni suoi discepoli restati in Milano si accinsero colla raccolta delle limosine a fondare il monistero de' Cisterciensi di Chiaravalle fuori di Milano. Andò poscia san Bernardo a Pavia, e quindi a Cremona, per troncare il corso alla guerra, che quei popoli tuttavia manteneano contra di Milano. Pare che i Pavesi si quetassero alle vigorose insinuazioni di lui, ma non già i Cremonesi, tuttochè vedessero ritornata all'ubbidienza de' varii suoi superiori la città di Milano, come si raccoglie da una lettera d'esso san Bernardo a papa Innocenzo[Bernardus, Epist. 314.].
Tornò sul principio di quest'annoRoberto IIprincipe di Capoa a Pisa, per sollecitare i soccorsi a lui promessi[Falco Beneventanus, in Chron.], e sul fine di febbraio comparve in Capoa, menando seco due de' consoli pisani, e circa mille soldati levati da quella città.Sergio ducadi Napoli eRainolfo contedi Alife approvarono il trattato da lui fatto in Pisa[Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 54.], e somministrarono il danaro occorrente per accelerar la venuta della flotta pisana. Intanto eccoti arrivare a Salerno il re Ruggieri con circa sessanta galee, ch'egli immediatamente spedì contra di Napoli. Maritrovarono quel popolo che non dormiva, ed accorse valorosamente alla difesa. Però, dopo aver dato il sacco ad alcune castella di que' contorni, se ne ritornarono a Salerno. Quivi raunata una poderosa armata di Siciliani e Pugliesi, e spintala addosso al castello di Prata, tuttochè fosse luogo forte, quasi in un momento se ne impadronì, e lo diede alle fiamme. Nello stesso primo giorno sottomise Altacoda, la Grotta e Summonte: il che sparse il terrore fra i Beneventani, Capoani e Napoletani suoi avversarii. Inoltratosi poi verso il principato di Capoa, prese Palma e Sarno. Intanto il conte Rainolfo animò tutti i suoi aderenti, ed uscì in campagna collo esercito suo per fermare i progressi di Ruggieri. Ma questi, dopo aver munite le rive del fiume Sarno di cavalieri e d'arcieri, per impedire al conte il passaggio, andò a mettere l'assedio a Nocera, città forte del principato di Capoa. V'era dentro Ruggieri da Surriento con buona guarnigione, animoso guerriero, e risoluto di ben difenderla; ma per tradimento d'alcuni gli convenne depor l'armi e rendersi. Passò di là il re Ruggieri contra le terre del conte Rainolfo, e ne conquistò alcune: il che veduto dal conte, per consiglio de' suoi, mandò a trattar di pace. Ruggieri diede allora luogo alla collera contra del cognato, e purchè egli si sottomettesse, accettò la proposizione di restituirgli la moglie e il figliuolo. Presentossi dunque il conte al re, e inginocchiatosi volle baciargli i piedi. Nol consentì Ruggieri, e baciatolo in volto, pacificossi con lui, e ne ricevette il giuramento di fedeltà. Trattò in tale occasione Rainolfo anche della pace con Roberto principe di Capoa; e il re s'indusse a concederla, purchè Roberto prima della metà del mese d'agosto si riconoscesse suo vassallo, e cedesse le terre perdute. Era in questo mentre ito a Pisa Roberto, per implorare il promesso soccorso da papa Innocenzo e dai Pisani. Passato quel termine,il re, veggendo non essere accettata l'esibita pace, s'impossessò di Castello a Mare, e di altre terre d'Ugo conte di Boiano. Andò al monistero di Telesa[Alexander Telesinus Abbas, lib. 2, cap. 65.], dove fu ben accolto da Alessandro abbate, scrittore poi dei fatti del re medesimo; e di là s'inviò alla volta della nobilissima città di Capoa. Niuna difesa volle far quel popolo, con attendere solo a placarlo; e però uscito in processione, con grande onore l'accolse, e con inni e lodi il condusse alla chiesa maggiore e gli giurò fedeltà. Si accigneva appresso il re Ruggieri, dopo essersi impadronito di Aversa e del resto del principato capoano, a passar contra di Napoli; ma Sergio duca di quell'inclita città, giudicando meglio di non aspettar la tempesta, venne in persona a rendersi, cioè a sottoporsi come vassallo alla di lui sovranità. Altrettanto fecero quei della casa di Borello. Presentossi anche Ruggieri sotto Benevento, con obbligar quel popolo a prestargli giuramento di fedeltà, salvo nondimeno l'omaggio dovuto al papa. Però non fu pigro l'antipapa Anacleto a volar colà, e a ripigliarne il possesso, con far poscia demolir le case d'alcuni di que' cittadini che non erano in sua grazia. Così in breve tempo ridusse il re Ruggieri sotto il suo dominio quel vasto e fioritissimo paese. Dopo di che pieno di gloria se ne tornò a Salerno, e di là in Sicilia. Roberto principe di Capoa restò in Pisa presso papa Innocenzo, aspettando amendue con pazienza migliori venti dal settentrione, cioè dall'imperadore Lottario. Scrive Landolfo da san Paolo[Landulfus junior, Hist. Mediolan., cap. 42.]che in quest'anno il principeCorrado, cioè lo stesso che dai Milanesi avea conseguita la corona del regno d'Italia,altiori consilio potitus, imperatoris Lotharii vexillifer est factus, cioè si era riconciliato coll'imperadore. Ma raccontando altri scrittori, che questa pace solamente seguì nell'anno prossimo venturo, o Landolfo anticipò il tempo,oppure s'incominciò in quest'anno il trattato della concordia, e poi si compiè nel seguente. Fino a questi tempi menò i suoi giorniFolco marchesed'Este, figliuolo del celebre marcheseAzzo II, e progenitore della linea de' marchesi di Este, che fiorisce tuttavia nei duchi di Modena. Ciò apparisce da uno strumento di cession di beni da lui fatta al monistero di san Salvatore della Fratta[Antichità Estensi, P. I, cap. 32.]. Quanto di vita gli restasse dipoi, non so dire. Ben so, ch'egli giunto al fine dei suoi giorni, lasciò dopo sè quattro figliuoli, cioèBonifazio,Folco II,AlbertoedObizo, e fors'anche il quinto, chiamatoAzzo. Portarono tutti il titolo dimarchesi, siccome costa dai loro strumenti, e signoreggiarono in Este, Rovigo e nelle altre antiche terre della casa di Este.