MCXXXIX

MCXXXIXAnno diCristoMCXXXIX. IndizioneII.InnocenzoII papa 10.CorradoIII re di Germania e d'Italia 2.Sul principio di aprile tennepapa Innocenzoil concilio II generale lateranense[Labbe, Concilior., tom. 10.], a cui intervennero circa mille tra arcivescovi, vescovi ed abbati. Furono quivi fatti molti nobili decreti contra dei simoniaci, usurarii, incendiarii, ecclesiastici incontinenti, ed altri delinquenti. Vi ha chi crede che nel concilio da lui tenuto in Chiaramonte nell'anno 1130, oppure in quello di Rems del 1131 si pubblicasse il famoso canoneSi quis suadente Diabolo, con cui è intimata la scomunica contra chi mette violentemente le mani addosso agli ecclesiastici, riserbata al sommo pontefice. Certamente questo canone fu pubblicato oppur confermato nel suddetto concilio lateranense; e quivi ancora fulminata fu la medesima censura contra del re Ruggieri, ed annullate tuttele ordinazioni fatte dall'antipapa Anacleto[Falco Benevent., in Chron.]. Appena era terminato questo concilio, che il valoroso e prudenteduca Rainolfo, trovandosi nella città di Troia, sorpreso da un'ardente febbre, nel dì 30 d'aprile diede fine al suo vivere, con incredibil dolore e pianto non solo di quei cittadini, ma di quegli ancora di Bari, Trani, Melfi e Canosa, ridotti all'ultima disperazione, perchè colla morte di lui restavano tutti senza capo, ed esposti al genio crudele e tirannico del re Ruggieri. E a tal nuova all'incontro esultò sommamente esso re, nè tardò a comparire dalla Sicilia a Salerno con assai navi, gente e danaro. Quivi raccolto dalla Puglia, Calabria e Capoa un potente esercito, parte ne diede aRuggieri ducadi Puglia suo figliuolo, e parte ne ritenne per sè. Sottomise egli al suo dominio tutta la provincia di Capitanata, e il duca suo figliuolo si fece rendere ubbidienza da tutte le città della Puglia, fuorchè da Bari capitale di quelle contrade; perchè il principe d'essa vi avea dentro quattrocento uomini a cavallo, e cinquanta mila cittadini atti alle armi: di modo che tentò bensì il duca di soggiogar quella città, ma, conoscendone l'impossibilità, lasciò l'impresa, e andò ad unire il corpo de' suoi combattenti con quello del re suo padre. Trattarono poscia amendue di mettere lo assedio alla città di Troia; ma saputo che v'era dentro un forte e copiosissimo presidio, preso solamente il vicino castello di Bacarezza, quivi lasciarono dugento cavalieri, con ordine di ristrignere ed infestare i Troiani. Assediarono poscia la città di Ariano, ed inutilmente. Alla difesa stavano dugento soldati a cavallo, e copiose schiere di fanti. Però, levato l'assedio, infierirono solamente contro le viti, gli ulivi, alberi e seminati di quel territorio. Con estremo dispiacere sentì anche Innocenzo II la morte del duca Rainolfo; e veggendo in una deplorabil confusione tutta la Puglia, e il re incamminato a sottomettere quell'intero paese, saggiamentesi rivolse più di prima a' pensieri di pace, e volle portarsi in persona a trattarne. Uscito dunque di Roma coll'accompagnamento diRoberto principedi Capoa, e di circa mille cavalli, e di gran moltitudine di fanti, giunse alla città di San Germano. Allora il re Ruggieri gli spedì ambasciatori con proposizioni d'amicizia e di pace, che furono amorevolmente accolti dal papa; e il papa anch'egli inviò a lui due cardinali con invitarlo a San Germano. L'invito fu accettato, e Ruggieri col duca Ruggieri suo figliuolo e colla sua armata si portò in quelle vicinanze, e per otto giorni seguirono dei forti maneggi di pace, ma senza potersi accordare fra loro a cagione del principato di Capoa, che il pontefice esigeva per restituirlo a Roberto, e Ruggieri pretendeva devoluto per la di lui pretesa fellonia.Mentre si faceano tali negoziati, il re prese una parte delle castella de' figliuoli di Borello; e perchè in persona egli era colà, ed era già tramontata la speranza della pace, il papa comandò ai suoi che assalissero e devastassero il castello di Galluzzo. Portata questa nuova al re, a marcie sforzate sen venne egli con tutta l'armata alla volta di San Germano, e si accampò presso a quella città, entro la quale dimorava il pontefice. Non si tenendo esso papa nè i suoi sicuri in quel luogo, sloggiarono ben presto per cercare un sito di maggior sicurezza. Ma il giovine Ruggieri duca, presi con seco circa mille cavalli, e postosi in un'imboscata, dove doveano passare i Romani, all'improvviso fu loro addosso, e li fece dare alle gambe. Salvossi il principe Roberto con Riccardo fratello del defunto Rainolfo, e coi più de' Romani, de' quali nondimeno molti si negarono nel fiume, ed altri rimasero prigioni. Fra questi ultimi per disavventura si contò anche il buon papa Innocenzo, il quale nello stesso giorno, cioè nel dì 22 di luglio, come si ha da Falcone, fu condotto sotto buona guardia alla presenza del re Ruggieri, che gli fece assegnare un padiglione per gli altri cardinaliprigioni. Andò a sacco tutto il tesoro e tutti gli arredi del santo padre, a cui e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel versetto del salmo:Hi in curribus, et hi in equis: nos autem in nomine Dei nostri invocavimus. Differente nondimeno si vuol confessare il caso presente da quello di san Leone IX papa. Questi andò per combattere, ma pare che Innocenzo II si movesse per cercare la pace, e che per semplice sua scorta camminasse con quegli armati. Fors'anche intervenne qualche iniquità nell'agguato a lui e alla sua gente teso. Che nondimeno seguissero delle ostilità, si raccoglie da Giovanni da Ceccano, di cui son queste parole[Johan. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr. Ughell.]:Mense junii venit papa cum Romanis ad expugnandum regem Siciliae, et incensa sunt a Romanis Falvatera, Insula, et Sanctus Angelus in Tudicis. Racconta Romoaldo Salernitano[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], cherex e vestigio prosequutus domnum papam, ad pedes ejusdem voluit humiliter satis accedere. Sed ipse, utpote vir constans et egregius, eum primo recipere noluit. Ma andando innanzi e indietro proposizioni di pace, il saggio pontefice col consiglio de' cardinali, per sottrarre ai disagi i molti nobili romani, rimasti anch'essi prigioni, segnò in fine l'accordo con legittimare a Ruggieri il titolo di re, conferitogli dall'antipapa Anacleto, ed investire lui del regno di Sicilia, e il figliuolo di Ruggieri del ducato di Puglia. Nel diploma di tale investitura presso il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.]si legge confermato anche a Ruggieri il principato di Capoa; ma niuno parla del ducato di Napoli e Amalfi. Nella festa di san Jacopo di luglio seguì la suddetta concordia, e quanto la mestizia era stata incredibile fra i popoli cristiani por la prigionia del papa, altrettanto fu la consolazione e l'allegrezza per la pace e liberazione di lui. Presentossi dunque con tuttariverenza il re Ruggieri insieme co' suoi figliuoli, cioè col duca Ruggieri e con Anfuso ossia Alfonso principe di Capoa, ai piedi del pontefice[Falco Beneventanus, in Chron.]; e dopo aver chiesto perdono, ed ottenuta l'assoluzione, ricevette l'investitura degli Stati suddetti col gonfalone dalle di lui mani. Accompagnò egli dipoi con tutto onore il papa fino a Benevento, nella quale città entrarono amendue nel dì primo d'agosto, dove il pontefice fece atterrare il castello fabbricato in quella città daRossemanno, già creato arcivescovo da Anacleto, e deposto in questa congiuntura, con sostituirgliGregorio. Furono cagione i prosperosi successi del re Ruggieri che i Napoletani vennero a Benevento anch'essi a mettersi sotto il suo dominio, con accettar per loro duca Ruggieri primogenito d'esso re. Preso poscia congedo dal papa, marciò Ruggieri coll'esercito alla volta di Troia, i cui cittadini non tardarono a rendersi; ma pregatolo che entrasse in città, rispose loro che non vi metterebbe il piede finchè quel traditore (cioè il defunto duca Rainolfo) dimorasse fra loro. Fu costretto con suo gran rammarico quel popolo a far disotterrare il cadavero fetente d'esso Rainolfo, che da alcuni suoi nemici con una fune legata al collo tratto fu per la città, e gittato fuori d'essa nelle fosse: vendetta orribile e detestata da tutti, e infino dal duca Ruggieri, il quale presentatosi al padre, tante preghiere adoperò, che gli fu conceduto di farlo seppellire. Non entrò per questo il re Ruggieri in Troia, ma a dirittura andò a piantar l'assedio por terra e per mare alla città di Bari. Spedì Innocenzo pontefice il vescovo d'Ostia a que' cittadini con esortazioni paterne di cedere amorevolmente alla forza, per sottrarsi al rigore. Ma quel superbo popolo neppur volle lasciarlo entrare in città, nonchè badare ai di lui consigli.Tornossene il papa dopo il dì 2 di settembre a Roma, ricevuto con immenso gaudio dai Romani, i quali tentarono bensìd'indurlo a rompere la pace fatta per forza; ma Innocenzo, siccome principe di veterana prudenza, non volle acconsentire al parer di que' bravi, che poco dianzi aveano lasciato sì bei segni del loro coraggio nella precedente zuffa. Continuò il re Ruggieri per tutto l'agosto e il settembre l'assedio di Bari; le sue petriere e torri di legno distrussero parte delle mura e torri della città e non pochi palagi; crebbe anche a dismisura la fame fra quel popolo, sino ad aver per grazia di poter mangiare carne di cavallo e un tozzo di pane, di maniera che finalmente trattarono della resa, che fu loro accordata con oneste capitolazioni. Tutto pareva tranquillo e quieto, quando presentatosi al re Ruggieri uno de' suoi soldati, dimandò giustizia contra diGiacintoprincipe di Bari, perchè gli avesse fatto cavare un occhio. Diede nelle smanie il re, e fatto fare il processo da' giudici di Troia, Trani e Bari, con pretendere rotta la capitolazione, fece impiccare il suddetto Giacinto con dieci suoi consiglieri, e cavar gli occhi a dieci altri, e imprigionare inoltre e spogliare dei loro beni varii prudenti cittadini di Bari: se con giustizia e buona fede, Dio lo sa. Con questi barbarici passi camminava il re Ruggieri, che poscia sul fine di ottobre se n'andò a Salerno, ed ivi stando pubblicò varii confischi e bandi contra di chi avea impugnate l'armi contra di lui. Finalmente nel dì 5 di novembre imbarcatosi in una nave ben corredata, passò a Palermo. Fece gran guerra in quest'annore Corradoad Arrigo estense-guelfo duca di Sassonia e Baviera, in maniera che questo principe[Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 23.],ante potentissimus, et cujus autoritas (ut ipse gloriabatur) a mari usque ad mare, idest a Dania usque in Siciliam extendebatur, in tantam in brevi humilitatem venit, ut paene, omnibus fidelibus et amicis suis in Bajoaria a se deficientibus, clam inde egressus, quatuor tantum comitatus sociis in Saxoniam veniret. Ma in Sassonia, assistito da queipopoli, rendè inutili gli sforzi e disegni di esso re Corrado, siccome ancora quei diAdalbertocreato duca di Sassonia. Ma mentre egli con vigore e fortuna attende a difendere e a conservar quegli Stati, e già si dispone a portar la guerra in Baviera per ricuperar quel ducato, eccoti la morte che mette fine alla vita e a tutte le di lui applicazioni terrene. Corse voce di veleno a lui dato. Secondo l'Annalista Sassone[Annalista Saxo, apud Eccardum.],facto colloquio in Quidelingeburch, Heinricus nobilissimus atque probissimus dux Bavariae atque Saxoniae, veneficio ibidem, ut fertur, infectus, XIII kalendas novembris vitam finivit. Il suo corpo trovò riposo e sepoltura nel monistero di Luter in Sassonia alla destra dell'imperador Lottario III suo suocero. Questo principe, eguale un tempo ai re per la sua potenza, che godeva anche in Italia, oltre a tanti altri Stati, la sua porzione nell'eredità del sangue estense, a da cui discende la real casa di Brunswich, vien da' moderni storici contraddistinto dagli altri Arrighi estensi-guelfi col titolo diSuperbo, non per altro se non perchè non s'inchinò a pregare i principi dell'imperio affine di conseguir la corona germanica. Per altro le virtù abbondarono in lui, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria, e un solo piccolo figliuolo maschio, nomatoArrigo Leone, che superò anche la gloria del padre; e raccomandato ai Sassoni, fu da essi con somma fedeltà e valore sostenuto contro i tentativi del re e degli altri nemici. Nella Toscana, che era stata ad esso duca Arrigo conceduta in feudo dal suddetto Lottario, da qui innanzi comparisce marchese di quella provinciaUdelrico, secondo le memorie accennate dal Fiorentini[Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.]. Ma che in questi tempi la Toscana si trovasse in uno stato infelice, si raccoglie da una lettera da Pietro abbate di Clugnì scritta al re Ruggieri, dove scrive[Petrus Cluniacens., lib. 5, Epist. XXXIV.]che nelle partimiserabilis et infelicis Tusciae nunc res divinae atquehumanae nullo servato ordine confunduntur. Urbes, castra, burgi, villae, stratae publicae, et ipsae Deo consecratae ecclesiae homicidis, sacrilegis, raptoribus exponuntur. Peregrini clerici, monachi, abbates, presbyteri, ipsi supremi ordinis sacerdotes, episcopi, archiepiscopi, primates, vel patriarchae in manus talium traduntur, spoliantur, distrahuntur. Et quid dicam? verberantur, occiduntur. Così circa questi tempi quell'abbate. Le guerre fra i Genovesi, Lucchesi e Pisani doveano aver prodotto sì esecrandi disordini. In quest'anno[Caffari, Annal. Genuens. lib. 1.]essi Genovesi ottennero dal re Corrado la facoltà di battere moneta. Però essi dipoi fin quasi ai nostri giorni usarono di mettere il nome di questo re nelle loro monete. Durava tuttavia la rabbia de' Cremonesi contra de' Milanesi a cagion dell'occupazione di Crema. Si venne perciò nell'anno presente ad un fatto d'armi fra loro, che riuscì infelicissimo ai primi. Però scrisse il loro vescovo Sicardo[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]:Anno Domini 1139 magna pars Cremonensium a Mediolanensibus apud Cremam capta, carceralibus vinculis est mancipata.

Sul principio di aprile tennepapa Innocenzoil concilio II generale lateranense[Labbe, Concilior., tom. 10.], a cui intervennero circa mille tra arcivescovi, vescovi ed abbati. Furono quivi fatti molti nobili decreti contra dei simoniaci, usurarii, incendiarii, ecclesiastici incontinenti, ed altri delinquenti. Vi ha chi crede che nel concilio da lui tenuto in Chiaramonte nell'anno 1130, oppure in quello di Rems del 1131 si pubblicasse il famoso canoneSi quis suadente Diabolo, con cui è intimata la scomunica contra chi mette violentemente le mani addosso agli ecclesiastici, riserbata al sommo pontefice. Certamente questo canone fu pubblicato oppur confermato nel suddetto concilio lateranense; e quivi ancora fulminata fu la medesima censura contra del re Ruggieri, ed annullate tuttele ordinazioni fatte dall'antipapa Anacleto[Falco Benevent., in Chron.]. Appena era terminato questo concilio, che il valoroso e prudenteduca Rainolfo, trovandosi nella città di Troia, sorpreso da un'ardente febbre, nel dì 30 d'aprile diede fine al suo vivere, con incredibil dolore e pianto non solo di quei cittadini, ma di quegli ancora di Bari, Trani, Melfi e Canosa, ridotti all'ultima disperazione, perchè colla morte di lui restavano tutti senza capo, ed esposti al genio crudele e tirannico del re Ruggieri. E a tal nuova all'incontro esultò sommamente esso re, nè tardò a comparire dalla Sicilia a Salerno con assai navi, gente e danaro. Quivi raccolto dalla Puglia, Calabria e Capoa un potente esercito, parte ne diede aRuggieri ducadi Puglia suo figliuolo, e parte ne ritenne per sè. Sottomise egli al suo dominio tutta la provincia di Capitanata, e il duca suo figliuolo si fece rendere ubbidienza da tutte le città della Puglia, fuorchè da Bari capitale di quelle contrade; perchè il principe d'essa vi avea dentro quattrocento uomini a cavallo, e cinquanta mila cittadini atti alle armi: di modo che tentò bensì il duca di soggiogar quella città, ma, conoscendone l'impossibilità, lasciò l'impresa, e andò ad unire il corpo de' suoi combattenti con quello del re suo padre. Trattarono poscia amendue di mettere lo assedio alla città di Troia; ma saputo che v'era dentro un forte e copiosissimo presidio, preso solamente il vicino castello di Bacarezza, quivi lasciarono dugento cavalieri, con ordine di ristrignere ed infestare i Troiani. Assediarono poscia la città di Ariano, ed inutilmente. Alla difesa stavano dugento soldati a cavallo, e copiose schiere di fanti. Però, levato l'assedio, infierirono solamente contro le viti, gli ulivi, alberi e seminati di quel territorio. Con estremo dispiacere sentì anche Innocenzo II la morte del duca Rainolfo; e veggendo in una deplorabil confusione tutta la Puglia, e il re incamminato a sottomettere quell'intero paese, saggiamentesi rivolse più di prima a' pensieri di pace, e volle portarsi in persona a trattarne. Uscito dunque di Roma coll'accompagnamento diRoberto principedi Capoa, e di circa mille cavalli, e di gran moltitudine di fanti, giunse alla città di San Germano. Allora il re Ruggieri gli spedì ambasciatori con proposizioni d'amicizia e di pace, che furono amorevolmente accolti dal papa; e il papa anch'egli inviò a lui due cardinali con invitarlo a San Germano. L'invito fu accettato, e Ruggieri col duca Ruggieri suo figliuolo e colla sua armata si portò in quelle vicinanze, e per otto giorni seguirono dei forti maneggi di pace, ma senza potersi accordare fra loro a cagione del principato di Capoa, che il pontefice esigeva per restituirlo a Roberto, e Ruggieri pretendeva devoluto per la di lui pretesa fellonia.

Mentre si faceano tali negoziati, il re prese una parte delle castella de' figliuoli di Borello; e perchè in persona egli era colà, ed era già tramontata la speranza della pace, il papa comandò ai suoi che assalissero e devastassero il castello di Galluzzo. Portata questa nuova al re, a marcie sforzate sen venne egli con tutta l'armata alla volta di San Germano, e si accampò presso a quella città, entro la quale dimorava il pontefice. Non si tenendo esso papa nè i suoi sicuri in quel luogo, sloggiarono ben presto per cercare un sito di maggior sicurezza. Ma il giovine Ruggieri duca, presi con seco circa mille cavalli, e postosi in un'imboscata, dove doveano passare i Romani, all'improvviso fu loro addosso, e li fece dare alle gambe. Salvossi il principe Roberto con Riccardo fratello del defunto Rainolfo, e coi più de' Romani, de' quali nondimeno molti si negarono nel fiume, ed altri rimasero prigioni. Fra questi ultimi per disavventura si contò anche il buon papa Innocenzo, il quale nello stesso giorno, cioè nel dì 22 di luglio, come si ha da Falcone, fu condotto sotto buona guardia alla presenza del re Ruggieri, che gli fece assegnare un padiglione per gli altri cardinaliprigioni. Andò a sacco tutto il tesoro e tutti gli arredi del santo padre, a cui e agli altri suoi successori volle Dio dare un nuovo ricordo di quel versetto del salmo:Hi in curribus, et hi in equis: nos autem in nomine Dei nostri invocavimus. Differente nondimeno si vuol confessare il caso presente da quello di san Leone IX papa. Questi andò per combattere, ma pare che Innocenzo II si movesse per cercare la pace, e che per semplice sua scorta camminasse con quegli armati. Fors'anche intervenne qualche iniquità nell'agguato a lui e alla sua gente teso. Che nondimeno seguissero delle ostilità, si raccoglie da Giovanni da Ceccano, di cui son queste parole[Johan. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr. Ughell.]:Mense junii venit papa cum Romanis ad expugnandum regem Siciliae, et incensa sunt a Romanis Falvatera, Insula, et Sanctus Angelus in Tudicis. Racconta Romoaldo Salernitano[Romuald. Salern., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.], cherex e vestigio prosequutus domnum papam, ad pedes ejusdem voluit humiliter satis accedere. Sed ipse, utpote vir constans et egregius, eum primo recipere noluit. Ma andando innanzi e indietro proposizioni di pace, il saggio pontefice col consiglio de' cardinali, per sottrarre ai disagi i molti nobili romani, rimasti anch'essi prigioni, segnò in fine l'accordo con legittimare a Ruggieri il titolo di re, conferitogli dall'antipapa Anacleto, ed investire lui del regno di Sicilia, e il figliuolo di Ruggieri del ducato di Puglia. Nel diploma di tale investitura presso il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.]si legge confermato anche a Ruggieri il principato di Capoa; ma niuno parla del ducato di Napoli e Amalfi. Nella festa di san Jacopo di luglio seguì la suddetta concordia, e quanto la mestizia era stata incredibile fra i popoli cristiani por la prigionia del papa, altrettanto fu la consolazione e l'allegrezza per la pace e liberazione di lui. Presentossi dunque con tuttariverenza il re Ruggieri insieme co' suoi figliuoli, cioè col duca Ruggieri e con Anfuso ossia Alfonso principe di Capoa, ai piedi del pontefice[Falco Beneventanus, in Chron.]; e dopo aver chiesto perdono, ed ottenuta l'assoluzione, ricevette l'investitura degli Stati suddetti col gonfalone dalle di lui mani. Accompagnò egli dipoi con tutto onore il papa fino a Benevento, nella quale città entrarono amendue nel dì primo d'agosto, dove il pontefice fece atterrare il castello fabbricato in quella città daRossemanno, già creato arcivescovo da Anacleto, e deposto in questa congiuntura, con sostituirgliGregorio. Furono cagione i prosperosi successi del re Ruggieri che i Napoletani vennero a Benevento anch'essi a mettersi sotto il suo dominio, con accettar per loro duca Ruggieri primogenito d'esso re. Preso poscia congedo dal papa, marciò Ruggieri coll'esercito alla volta di Troia, i cui cittadini non tardarono a rendersi; ma pregatolo che entrasse in città, rispose loro che non vi metterebbe il piede finchè quel traditore (cioè il defunto duca Rainolfo) dimorasse fra loro. Fu costretto con suo gran rammarico quel popolo a far disotterrare il cadavero fetente d'esso Rainolfo, che da alcuni suoi nemici con una fune legata al collo tratto fu per la città, e gittato fuori d'essa nelle fosse: vendetta orribile e detestata da tutti, e infino dal duca Ruggieri, il quale presentatosi al padre, tante preghiere adoperò, che gli fu conceduto di farlo seppellire. Non entrò per questo il re Ruggieri in Troia, ma a dirittura andò a piantar l'assedio por terra e per mare alla città di Bari. Spedì Innocenzo pontefice il vescovo d'Ostia a que' cittadini con esortazioni paterne di cedere amorevolmente alla forza, per sottrarsi al rigore. Ma quel superbo popolo neppur volle lasciarlo entrare in città, nonchè badare ai di lui consigli.

Tornossene il papa dopo il dì 2 di settembre a Roma, ricevuto con immenso gaudio dai Romani, i quali tentarono bensìd'indurlo a rompere la pace fatta per forza; ma Innocenzo, siccome principe di veterana prudenza, non volle acconsentire al parer di que' bravi, che poco dianzi aveano lasciato sì bei segni del loro coraggio nella precedente zuffa. Continuò il re Ruggieri per tutto l'agosto e il settembre l'assedio di Bari; le sue petriere e torri di legno distrussero parte delle mura e torri della città e non pochi palagi; crebbe anche a dismisura la fame fra quel popolo, sino ad aver per grazia di poter mangiare carne di cavallo e un tozzo di pane, di maniera che finalmente trattarono della resa, che fu loro accordata con oneste capitolazioni. Tutto pareva tranquillo e quieto, quando presentatosi al re Ruggieri uno de' suoi soldati, dimandò giustizia contra diGiacintoprincipe di Bari, perchè gli avesse fatto cavare un occhio. Diede nelle smanie il re, e fatto fare il processo da' giudici di Troia, Trani e Bari, con pretendere rotta la capitolazione, fece impiccare il suddetto Giacinto con dieci suoi consiglieri, e cavar gli occhi a dieci altri, e imprigionare inoltre e spogliare dei loro beni varii prudenti cittadini di Bari: se con giustizia e buona fede, Dio lo sa. Con questi barbarici passi camminava il re Ruggieri, che poscia sul fine di ottobre se n'andò a Salerno, ed ivi stando pubblicò varii confischi e bandi contra di chi avea impugnate l'armi contra di lui. Finalmente nel dì 5 di novembre imbarcatosi in una nave ben corredata, passò a Palermo. Fece gran guerra in quest'annore Corradoad Arrigo estense-guelfo duca di Sassonia e Baviera, in maniera che questo principe[Otto Frisingensis, in Chron., lib. 7, cap. 23.],ante potentissimus, et cujus autoritas (ut ipse gloriabatur) a mari usque ad mare, idest a Dania usque in Siciliam extendebatur, in tantam in brevi humilitatem venit, ut paene, omnibus fidelibus et amicis suis in Bajoaria a se deficientibus, clam inde egressus, quatuor tantum comitatus sociis in Saxoniam veniret. Ma in Sassonia, assistito da queipopoli, rendè inutili gli sforzi e disegni di esso re Corrado, siccome ancora quei diAdalbertocreato duca di Sassonia. Ma mentre egli con vigore e fortuna attende a difendere e a conservar quegli Stati, e già si dispone a portar la guerra in Baviera per ricuperar quel ducato, eccoti la morte che mette fine alla vita e a tutte le di lui applicazioni terrene. Corse voce di veleno a lui dato. Secondo l'Annalista Sassone[Annalista Saxo, apud Eccardum.],facto colloquio in Quidelingeburch, Heinricus nobilissimus atque probissimus dux Bavariae atque Saxoniae, veneficio ibidem, ut fertur, infectus, XIII kalendas novembris vitam finivit. Il suo corpo trovò riposo e sepoltura nel monistero di Luter in Sassonia alla destra dell'imperador Lottario III suo suocero. Questo principe, eguale un tempo ai re per la sua potenza, che godeva anche in Italia, oltre a tanti altri Stati, la sua porzione nell'eredità del sangue estense, a da cui discende la real casa di Brunswich, vien da' moderni storici contraddistinto dagli altri Arrighi estensi-guelfi col titolo diSuperbo, non per altro se non perchè non s'inchinò a pregare i principi dell'imperio affine di conseguir la corona germanica. Per altro le virtù abbondarono in lui, e lasciò dopo di sè una gloriosa memoria, e un solo piccolo figliuolo maschio, nomatoArrigo Leone, che superò anche la gloria del padre; e raccomandato ai Sassoni, fu da essi con somma fedeltà e valore sostenuto contro i tentativi del re e degli altri nemici. Nella Toscana, che era stata ad esso duca Arrigo conceduta in feudo dal suddetto Lottario, da qui innanzi comparisce marchese di quella provinciaUdelrico, secondo le memorie accennate dal Fiorentini[Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.]. Ma che in questi tempi la Toscana si trovasse in uno stato infelice, si raccoglie da una lettera da Pietro abbate di Clugnì scritta al re Ruggieri, dove scrive[Petrus Cluniacens., lib. 5, Epist. XXXIV.]che nelle partimiserabilis et infelicis Tusciae nunc res divinae atquehumanae nullo servato ordine confunduntur. Urbes, castra, burgi, villae, stratae publicae, et ipsae Deo consecratae ecclesiae homicidis, sacrilegis, raptoribus exponuntur. Peregrini clerici, monachi, abbates, presbyteri, ipsi supremi ordinis sacerdotes, episcopi, archiepiscopi, primates, vel patriarchae in manus talium traduntur, spoliantur, distrahuntur. Et quid dicam? verberantur, occiduntur. Così circa questi tempi quell'abbate. Le guerre fra i Genovesi, Lucchesi e Pisani doveano aver prodotto sì esecrandi disordini. In quest'anno[Caffari, Annal. Genuens. lib. 1.]essi Genovesi ottennero dal re Corrado la facoltà di battere moneta. Però essi dipoi fin quasi ai nostri giorni usarono di mettere il nome di questo re nelle loro monete. Durava tuttavia la rabbia de' Cremonesi contra de' Milanesi a cagion dell'occupazione di Crema. Si venne perciò nell'anno presente ad un fatto d'armi fra loro, che riuscì infelicissimo ai primi. Però scrisse il loro vescovo Sicardo[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]:Anno Domini 1139 magna pars Cremonensium a Mediolanensibus apud Cremam capta, carceralibus vinculis est mancipata.


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