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MIAnno diCristoMI. IndizioneXIV.SilvestroII papa 4.OttoneIII re 19, imperad. 6.Siam giunti al principio del secolo undecimo, secolo che produsse una mutazioneinsigne di governo e di costumi; e sopra tutto ci farà vedere in rotta il sacerdozio coll'imperio, cioè un'iliade de' gravi scandali e sconcerti non meno in Italia che in Germania. Ma ritornando al filo della storia, noi sappiamo da san Pier Damiano[Petrus Damiani, Vit. S. Romualdi, cap. 25.]cheOttone III Augusto, perchè si sentiva mordere la coscienza d'aver sotto la fede del giuramento ingannato e fatto decollare Crescenzio console romano nell'anno 998, e ne volea far penitenza, dopo aver confessato il suo fallo a san Romoaldo abbate, per consiglio di lui,nudis pedibus de romana urbe progrediens, sic usque in Garganum montem ad sancti Michaelis perrexit ecclesiam. Leone Ostiense[Leo Ostiens., in Chron.]mette questo pellegrinaggio dell'imperadore sotto l'anno precedente 1000, con aggiugnere, che passando per Benevento, fece istanza a que' cittadini d'aver il corpo di san Bartolomeo apostolo, da riporre nella chiesa di santo Adalberto, ch'egli facea fabbricare nell'isola del Tevere in Roma, e sommamente desiderava di arricchir di sante reliquie. Gli accorti Beneventani, giacchè non ardivano di opporsi alla dimanda autorevole dell'imperadore, in vece del corpo dell'Apostolo, gli mostrarono e diedero il corpo di san Paolino vescovo di Nola: con cui egli tutto contento, ma ingannato, se ne andò. Perciò il cardinale Orsino, poscia Benedetto XIII papa, ai dì nostri vigorosamente sostenne il possesso dei Beneventani contra le pretensioni de' Romani, giacchè si attribuisce l'una e l'altra città il corpo di quell'apostolo. E ben prevale l'autorità dell'Ostiense agli autori del secolo susseguente, che diversamente ne scrissero. Seguita poi a dire Leone ostiense, che scoperto l'inganno, s'adirò forte l'imperadore contra de' Beneventani, e perciòsequenti tempore perrexit iterum super Beneventum, et obsedit eam undique per dies multos. Sed nihil adversus eam praevalens, Romam reversus est.Unde vix ad sua reverti disponens, mortus est.La morte di Ottone III cadde nel gennaio dell'anno seguente. Parrebbe perciò che in quest'anno seguisse l'assedio di Benevento. Infatti Romoaldo salernitano[Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]scrive che Ottone IIIobsederat Beneventum anno MI, Indictione IV(vuol dire XIV)et acriter ipsam civitatem expugnans vi caeperat. Contuttociò non pare assai certo quest'assedio, e molto meno è da credere ch'egli prendesse quella città. E quando pur fosse succeduto, difficile è lo stabilirne il tempo, cioè se nel presente o nel precedente anno. Credo bensì che sul principio di quest'anno succedesse l'assedio di Tivoli. Tangmaro prete, scrittore contemporaneo, nella vita di sanBernardovescovo d'Ildeseim[Tangmarus, in Vita, S. Berwardi. tom. 1 Scriptor. Brunsvicens. Leibnitii.], racconta che quel santo prelato, a cagione d'una controversia insorta fra lui eWilligisoarcivescovo di Magonza, arrivò a Roma nel dì 4 di gennaio dell'anno presente, ed espose le sue querele alpiissimo papa Silvestro, all'imperadore Ottone, di cui era stato maestro, e adArrigo duca di Baviera, che si trovava allora alla corte d'esso imperadore. Fu raunato un concilio, deciso in favore di lui, e spedito in GermaniaFederigocardinal della santa romana Chiesa, sassone di nazione, per terminar quella briga con un altro concilio. In quei giorni, seguita a dire Tangmaro, avea l'imperadore Ottone intrapreso l'assedio di Tivoli con tutte le macchine di guerra, e facea gran guerra a quella città. San Pier Damiano scrive che l'origine d'essa venne dall'avere quel popolo ucciso Mazzolino, duca ossia capitano d'esso Augusto Ottone III, e dall'aver anche obbligato lo stesso imperadore a scappare dalla città. Ma Tangmaro assai dà a conoscere che la lite era insorta fra i Romani e quei di Tivoli; e perciocchè Ottone inclinava in favoredei Romani, i Tiburtini si ribellarono, e fu necessitato l'imperadore a prendere l'armi contra di loro, ma con trovare quell'osso più duro di quel che si pensava. Se vogliam credere al medesimo san Pier Damiano[Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.], si trattava di mettere a fil di spada tutti gli abitanti di quella città; ma buona per loro che capitò in quelle parti san Romoaldo abbate per rinunziare la badia di Classe. S'interpose egli, trattò d'accordo, e fece che l'adirato Augusto si contentò che quel popolo atterrasse una parte delle mura, gli desse degli ostaggi, e in mano l'uccisore del suo uffiziale. Così fu, e il santo ottenne anche dalla madre dell'ucciso la vita dell'uccisore. Come sieno sicuri i racconti di san Pier Damiano, che neppure era nato in que' tempi, si raccoglierà dal confrontarli colla narrativa di Tangmaro prete, il quale con san Bervardo si trovò presente a questo fatto. Nulla scrive egli di san Romualdo, ma bensì, che trovando l'imperadore gran testimonianza negli assediati, e desiderando di uscir di questo impegno senza disonore papa Silvestro e il vescovo Bernardo mossi da ecclesiastico zelo, fecero istanza d'entrare in Tivoli. Vi furono con giubilo accolti, e disposero quel popolo a risottomettersiimperatoris ditioni, con rendersi a discrezione. Il dì seguente uscironocuncti primarii cives nudi, femoralibus tantum tecti, dextra gladios, laeva scopas(flagelli)ad palatium praetendentes; imperiali jure se subactos; nil pacisci, nec ipsam quidem vitam; quos dignos judicaverit, ense feriat, vel pro misericordia ad palum scopis examinari faciat; si muros urbis ad solum complanari votis ejus suppetat, promtos libenti animo cuncta exsequi, nec jussis ejus majestatis, dum vivant, contradicturos. L'imperatore, alle preghiere del papa e del vescovo, loro perdonò, e restò conchiuso di non distruggere quella città. Notinsi quelle parole de' Tivolesi;imperialis juri se subactos. In tali casiandavano i nobili a chiedere perdono col mettersi la spada al collo, per dichiararsi degni del taglio della testa. Gl'ignobili portavano la corda al collo, per protestarsi degni di essere impiccati.Torniamo ora a san Pier Damiano, il quale ci fa sapere che Ottone III venne a Ravenna nell'anno presente, ed ivi attese a far penitenza dei suoi falli nel monistero di Classe. Ecco le sue parole[Petrus Damian., in Vita S. Romuald., cap. 25.]:Per totam etiam quadragesimam in classense monasterio beati Apollinaris, paucis sibi adhaerentibus, mansit. Ubi jejunio et psalmodiae, prout valebat, intentus, cilicio ad carnem indutus, aurata desuper purpura tegebatur. Lecto etiam fulgentibus palliis strato, ipse in florea de papyris confecta tenera delicati corporis membra terebat. Promisit itaque Romualdo, quod imperium relinquens, monachicum susciperet habitum, ec. Che Ottone III fosse in Ravenna nel dì 20 di aprile, si può anche intendere da un suo diploma confermatorio dei privilegii del monistero delle monache della Posterla di Pavia, a petizione diPietrovescovo di Como ed arcicancelliere e diOttoneconte del palazzo, nipote d'esso vescovo. Fu dato quel diploma[Antiq. Ital., Dissert. VII.]II kalendas mai, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XIIII, anno tercii Ottonis regnantis XVII, imperii V. Actum Ravennae. Pendeva tuttavia da esso diploma il sigillo di piombo coll'immagine e nome dell'imperadore. Ma io non osservai bene, se in vece diregnantis XVII, fosse ivi scrittoXVIII, perchè ciò essendo, converrebbe ammettere due epoche diverse del regno. Altri simili esempli nondimeno abbiam veduto di sopra. Ho io parimente prodotta una lettera scritta[Ibidem, Dissert. LXX.]da papa Silvestro II al suddetto imperadore, in cui raccomanda alla cura diGuidovescovo di Pavia l'antichissimo monistero delle monache del Senatore. Vidi pendente la Bolla pontifizia di piombo; e pure v'ha la seguentedata:Actum hoc anno dominicae Incarnationis millesimo primo. Indictione tertiadecima, anno vero pontificatus Silvestri universalis papae quarto.Ma in questo anno correa l'indizione XIV, e l'anno quartodi papa Silvestro II cominciava solamente a correre nell'anno seguente. Che anche verso il fine di novembre tuttavia esso imperadore soggiornasse in Ravenna, si raccoglie da un altro diploma, spedito in favore del monistero delle monache di san Felice di Pavia[Ibidem, Dissert. LXVI.],dato X kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XV, anno tertii Ottonis regnantis XVII, imperii VI. Actum Ravennae.Si osservi ancor qui l'anno XVII, del regno, e non già ilXVIII, come dovrebbe essere secondo l'epoca ordinaria di questo imperadore. Ma quivi è cosa strana che sottoscrivaHeribertus Cancellarius vice Willigisi archiepiscopi, quando Pietro vescovo di Como era tuttavia arcicancelliere. Apparteneva in questi tempi la nobil terra di Carpi, oggidì città, al contado di Reggio; e quivi[Antiquit. Ital., Dissert. VIII.]anno imperii tercii domni Ottoni, Deo propitio, sexto, pridie kalendas octobris, Indictione quintadecima, cioè nell'anno presente,Tedaldomarchese e conte del contado di Reggio, avolo della gran contessa Matilda, tenne un placito, in cui si trovò in personaBerta badessadel monistero di santa Giulia di Brescia, e vinse una lite di terreni. A qual marca presedesse Tedaldo, io nol so dire. Circa questi tempiLeonearcivescovo di Ravenna, caduto in mala sanità, rinunziò la sua Chiesa, ed in luogo suo entrò il soprammentovatoFederigocardinale della santa romana Chiesa. Non so io concertare con quanto abbiam veduto di sopra intorno alla permanenza di Ottone III Augusto in Ravenna per tutta la quaresima, il dirsi dal Cronografo sassone[Cronograph. Saxo apud Leibnitium.]ch'egliRomam proficiscens sacrosanctum dominicae Resurrectionisfestum debita ibi veneratione celebrare instituit.Credo io piuttosto che in vece della Pasqua egli volesse dire il Natale del Signore. Nè si dee tralasciare che questo imperadore da Ravenna fece una scappata a Pavia verso il fine di giugno, ciò costando da un suo diploma, dato in favore diPietrovescovo di Novara[Baron., Ann. Eccl. ad hunc annum.]X kalendas julii, anno dominicae Incarnationi millesimo primo, Indictione XIV, anno tertii Ottonis regni XVII, imperii V. Dee essereVI. Tornato poscia a Ravenna, sentendo sul fine dell'anno che v'erano dai torbidi in Roma, s'inviò a quella volta. Trovò più di quel che s'immaginava. Abbiamo da Ditmaro[Ditmarus, Chron., lib. 4.]che fra gli altri potenti romani, Gregorio, personaggio assai caro al medesimo Augusto, gli tendeva delle insidie per prenderlo. Un giorno infatti divampò una sollevazion dei Romani contra di lui, per la quale fu astretto a fuggirsene per una porta fuori di Roma con lasciar molti de' suoi nella città rinchiusi. Il Cronografo sassone[Chronograph. Saxo.]scrive, che quanti ne furono trovati, tutti restarono trucidati. Ma Ditmaro narra che i Romani ravveduti del loro fallo, li lasciarono in libertà, ed inviarono messi all'imperadore, chiedendo perdono e pace. Ottone, nulla fidandosi delle loro belle parole, attese a raunar quante soldatesche potè, e tutti i suoi vassalli; e chi dice ch'egli esercitò varie ostilità contra dei Romani, e chi, solamente che si preparò a vendicarsi del ricevuto affronto. Fra quelli che specialmente assisterono in questo brutto frangente all'imperadore, per mettersi in salvo, si contòUgoduca e marchese di Toscana; ma egli stette poco a terminare i suoi giorni. Se vogliam badare a san Pier Damiano[Petrus Damiani, lib. 7, Epist. 12, seu Opuscul. 57.], scrittore che, credulo più degli altri, imbottì l'opere sue di visioni, sogni e miracoli strani, racconta che unvescovo, di cui avea dimenticato il nome, vide in un tizzone di fuoco scritte queste parole:Hugo marchio quinquaginta annis vixit: indizio della vicina sua morte. Ma se è vero, come avvertii di sopra all'anno 961, che già Ugo fosse marchese di Toscana in quell'anno, non si potrà già credere ch'egli mancasse di vita in età solo d'anni cinquanta.Seguita a dire san Pier Damiano, che l'imperadore Ottone, udita la morte del marchese Ugo, o perchè poco si fidasse di lui, o perchè non gli piacesse la troppa di lui potenza, proruppe in queste parole del salmo[Psalm. 123.]:Laqueus contritus est, et nos liberati sumus.Ma ebbe poco a rallegrarsi e a gloriarsene Ottone III, perciocchè anch'eglipaulo post, eodem scilicet anno, et ipse defunctus est. Sembrano queste parole indicare che la morte d'Ugo accadesse sul principio di gennaio dell'anno seguente; perchè da lì a non molto in quello stesso mese diede fine al suo vivere anche lo stesso imperadore. Ma don Placido Puccinelli, che con istile romanzesco compilò la vita di questo celebre e potente principe, e il saggio Cosimo della Rena[Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.]pretendono che la sua morte accadesse nel dì 21 di dicembre dell'anno presente; giorno in cui i monaci benedettini della badia di Firenze celebrano il di lui anniversario. Che il luogo, dove egli finì sua vita, fosse o Pistoia, o Firenze, li credo io sogni dei moderni scrittori. Certo è poi, per attestato del suddetto san Pier Damiano, che questo principe, figliuolo d'Uberto, e nipote d'Ugo re d'Italiaobtinuit utramque monarchiam(egli avrà scrittomarchiam)et quam Tyrrhenum videlicet, et quam mare Adriaticum alluit: cioè fu duca non meno della Toscana che di Spoleti.Sed quam perpenderet, quia propter improbitatem injuste viventium strenue regere utramque non posset, ultroneae renuntiationis arbitrio cessit imperatori marchiamCamerini cum Spoletano ducatu, juri vero proprio Tusciam reservavit. Se non si disotterrano altre memorie, non è facile il conoscere in qual tempo succedesse questa rinunzia del ducato di Spoleti e della marca di Camerino; anzi può anche nascere dubbio intorno alla medesima. Abbiam veduto all'anno 995 unUgoduca di Spoleti e marchese di Camerino. Aggiungo ora, credersi da me lo stesso che Ugo marchese di Toscana. Perciocchè fra le epistole di Gerberto una se ne legge scritta a lui, già divenuto papa, con questo titolo[Gerbert., Epist. 158, tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.]:Reverentissimo papae Gerberto Otto gratia Dei imperator augustus, dove dice, che trovando nociva l'aria d'Italia alla sua sanità, vuol mutare paese; ma che in aiuto di esso papa egli lasciaprimores Italiae, e massimamenteHugonem tuscum vobis per omnia fidum S.(forsescilicet)comitem, Spoletinis et Camerinis praefectum, cui octo comitatus, qui sub lite sunt, vestrum ob amorem contulimus, nostrumque legatum eis ad praesens praefecimus, ut populi rectorem habeant, et vobis ejus opera debita servitia exhibeant. Circa questi tempi si conosce scritta questa lettera, e dalla medesima impariamo che Ugo marchese di Toscana comandava anche a Spoleti e a Camerino. Dove è dunque la cessione di quei principati a noi narrata da Pier Damiano? Anzi il marchese Ugo, in vece di rinunziare in questi tempi ciò ch'egli godeva, cercava ancora di goderne di più secondo il costume ordinario dei gran signori, che mai non si saziano d'accrescere i loro stati. Di qui appunto abbiamo ch'egli acquistò otto contadi, non goduti prima. E un contado allora per lo più significava una città col suo distretto. Non lasciò dopo di sè il marchese Ugo alcun figliuolo maschio, e resta tuttavia involto nelle tenebre chi fosse l'erede degli immensi suoi allodiali. Gran sospetto ho io che per qualche sua figliuola, o sorella, o zia, passata nei marchesi progenitori dellacasa d'Este, a loro devenisse Rovigo, Este, la badia della Vangadizza con altri Stati situati fra Padova e Ferrara; perciocchè gli Estensi, prima potenti nella Lunigiana e Toscana, si cominciano da qui innanzi a trovar signori anche di questi altri stati; e si vede ricreato in essi il nome diUgo[Antichità Estensi, P. I, cap. 11 e 12.], essendo anche allora non men che oggidì, vigoroso il costume di rinnovar nei nipoti i nomi degli avoli o parenti si paterni che materni. Andando innanzi, vedremo chi succedesse al marchese Ugo nel ducato della Toscana, e in quello ancora di Spoleti e di Camerino.Tornando ora ad Ottone III Augusto, uscito ch'egli fu di Roma, e raccolti che ebbe tutti i suoi vassalli e soldati, mostrava ben grande ilarità nel volto; ma riflettendo ai varii trascorsi della sua giovanile età, internamente nondimeno stava malinconico, ed attendeva a farne penitenza[Annal. Saxo. Ditmar., Chron., lib. 4.]colle lagrime, orazioni e limosine. Secondo gli Annali d'Ildeseim[Annal. Hildesheim.], egli solennizzò la festa del santo Natale in Todi in compagnia di papa Silvestro. PosciaSalernum oppidum adiit, sta scritto nei suddetti Annali; ma con errore, dovendo direPaternum oppidum. Quel che è più strano, e lo racconta Ditmaro, in questi medesimi tempi, senza che ne sappiam la cagione, in Germania molti duchi e conti, con participazione ancora dei vescovi, macchinavano delle novità contra dello stesso Ottone III, e ricorsero per questo adArrigo duca di Baviera. Ma perchè il ritrovarono ricordevole degli avvertimenti lasciati a lui dal duca Arrigo suo padre, di osservare religiosamente la fedeltà dovuta al sovrano, non andò più innanzi la loro mena. Scrivono alcuni che esso duca Arrigo si trovava coll'imperadore, allorchè questi fu forzato a scappare di Roma. Ciò ch'io rapporterò all'anno seguente, ci darà abbastanza a conoscere che Arrigo dimorava sulfine di quest'anno in Germania. Ma s'io ho da confessare il vero, temo forte che Ditmaro e i suoi copiatori non sieno stati informati di questi sconcerti. Tangmaro prete[Tangmarus, in Vita S. Bervvardi.], che, come dissi, ci diede la vita di san Bervardo, e fu non solo scrittore contemporaneo, ma testimonio di vista di tali avvenimenti, lasciò scritto, che terminato l'assedio di Tivoli (assedio succeduto nei primi mesi dell'anno presente), col perdono dato a quei cittadini, il popolo romano, il quale volea pur disfatta quella città, e atterrato quel popolo per una gara che vedremo continuata anche dipoi, la prese contra dell'imperadore, serrò le porte di Roma, negò ad esso Augusto, non che ai suoi, l'entrarvi, ed arrivò anche ad uccidere alcuni dei fedeli del medesimo imperadore. Si venne perciò all'armi, ma Dio volle che i Romani si ravvidero, implorarono ed ottennero la pace; eglino stessi levarono la vita a due capi della sedizione, e tutto restò quieto.Pacem petunt, sacramenta innovant, fidem se imperatori perpetuo servaturos promittunt. Sul principio dell'anno tutto questo accadde. Tornò in Germania san Bervardo, e perchè con tutto l'appoggio del papa e dell'imperadore non potè ottener giustizia dall'arcivescovoWittigiso, rispedì verso il fine dell'anno il suddetto Tangmaro in Italia. Questiimperatorem in spoletanis partibus reperit;vi arrivò anche il papa, ed amendueTudertinae Natalem Domini celebrarunt. In essa città fu poi tenuto nel dì seguente un concilio di molti vescovi di Italia, e di tre tedeschi, nel quale Tangmaro espose le doglianze del suo vescovo, e ne riportò buon provvedimento. Licenziato dipoi con assai regali, si partì alla volta della Germania nel dì 11 di gennaio, con aggiugnere che l'imperadore poco appresso, cioèX kalendas februarii, per una febbre già incominciata terminò i suoi giorni. Però non so vederecome regga quella guerra contra dei Romani, e quella vendetta che ci vien raccontata da Ditmaro. Tutto era in pace, ed anche papa Silvestro in buona armonia coi Romani pacificamente celebrò quel concilio in Todi. Ma prima di terminare gli avvenimenti di quest'anno, dee farsi menzione d'uno, che altronde non s'ha se non da due storici milanesi del secolo di cui parliamo, cioè da Arnolfo[Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 13.]e da Landolfo seniore[Landulfus Senior., lib. 2, cap. 18.]. Stando fermo Ottone III di volere per moglie una principessa dell'imperial corte di Grecia, giacchè indarno l'avea chiesta con una precedente ambasceria, spedì colà, per quanto si può conghietturare, nell'anno presente,Arnolfo IIarcivescovo di Milano. V'andò egli con superbissimo accompagnamento, ricevette insigni onori da Basilio e Costantino Augusti, ed ottenne quanto dimandò. Ma inutile riuscì il suo viaggio e trattato, perchè tornato in Italia, trovò Ottone III chiamato da Dio all'altra vita. Il suddetto Landolfo seniore, scrittore talvolta parabolano, lasciò scritto, che oltre a molti altri regali riportati da quella corte, esso Arnolfoserpentem aeneum, quem Moyses in deserto divino imperio exaltaverat, imperatori requisivit, et habere meruit; et veniens in ecclesia sancti Ambrosii ipsum exaltavit.Mirasi tuttavia nella basilica ambrosiana di Milano un serpente di bronzo sopra una colonna di marmo, creduto il medesimo di cui parla Landolfo; e sopra di questa insigne reliquia è mirabile il vedere quanto abbiano scritto varii scrittori milanesi, senza accorgersi che questa è una delle grossolane semplicità dei secoli barbarici. Sembra a me d'aver prodotta altrove[Antiquit. Italic., Dissert. LIX.]la vera origine di questo serpente di bronzo, conservato in essa basilica; e però altro non ne soggiungo.

Siam giunti al principio del secolo undecimo, secolo che produsse una mutazioneinsigne di governo e di costumi; e sopra tutto ci farà vedere in rotta il sacerdozio coll'imperio, cioè un'iliade de' gravi scandali e sconcerti non meno in Italia che in Germania. Ma ritornando al filo della storia, noi sappiamo da san Pier Damiano[Petrus Damiani, Vit. S. Romualdi, cap. 25.]cheOttone III Augusto, perchè si sentiva mordere la coscienza d'aver sotto la fede del giuramento ingannato e fatto decollare Crescenzio console romano nell'anno 998, e ne volea far penitenza, dopo aver confessato il suo fallo a san Romoaldo abbate, per consiglio di lui,nudis pedibus de romana urbe progrediens, sic usque in Garganum montem ad sancti Michaelis perrexit ecclesiam. Leone Ostiense[Leo Ostiens., in Chron.]mette questo pellegrinaggio dell'imperadore sotto l'anno precedente 1000, con aggiugnere, che passando per Benevento, fece istanza a que' cittadini d'aver il corpo di san Bartolomeo apostolo, da riporre nella chiesa di santo Adalberto, ch'egli facea fabbricare nell'isola del Tevere in Roma, e sommamente desiderava di arricchir di sante reliquie. Gli accorti Beneventani, giacchè non ardivano di opporsi alla dimanda autorevole dell'imperadore, in vece del corpo dell'Apostolo, gli mostrarono e diedero il corpo di san Paolino vescovo di Nola: con cui egli tutto contento, ma ingannato, se ne andò. Perciò il cardinale Orsino, poscia Benedetto XIII papa, ai dì nostri vigorosamente sostenne il possesso dei Beneventani contra le pretensioni de' Romani, giacchè si attribuisce l'una e l'altra città il corpo di quell'apostolo. E ben prevale l'autorità dell'Ostiense agli autori del secolo susseguente, che diversamente ne scrissero. Seguita poi a dire Leone ostiense, che scoperto l'inganno, s'adirò forte l'imperadore contra de' Beneventani, e perciòsequenti tempore perrexit iterum super Beneventum, et obsedit eam undique per dies multos. Sed nihil adversus eam praevalens, Romam reversus est.Unde vix ad sua reverti disponens, mortus est.La morte di Ottone III cadde nel gennaio dell'anno seguente. Parrebbe perciò che in quest'anno seguisse l'assedio di Benevento. Infatti Romoaldo salernitano[Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]scrive che Ottone IIIobsederat Beneventum anno MI, Indictione IV(vuol dire XIV)et acriter ipsam civitatem expugnans vi caeperat. Contuttociò non pare assai certo quest'assedio, e molto meno è da credere ch'egli prendesse quella città. E quando pur fosse succeduto, difficile è lo stabilirne il tempo, cioè se nel presente o nel precedente anno. Credo bensì che sul principio di quest'anno succedesse l'assedio di Tivoli. Tangmaro prete, scrittore contemporaneo, nella vita di sanBernardovescovo d'Ildeseim[Tangmarus, in Vita, S. Berwardi. tom. 1 Scriptor. Brunsvicens. Leibnitii.], racconta che quel santo prelato, a cagione d'una controversia insorta fra lui eWilligisoarcivescovo di Magonza, arrivò a Roma nel dì 4 di gennaio dell'anno presente, ed espose le sue querele alpiissimo papa Silvestro, all'imperadore Ottone, di cui era stato maestro, e adArrigo duca di Baviera, che si trovava allora alla corte d'esso imperadore. Fu raunato un concilio, deciso in favore di lui, e spedito in GermaniaFederigocardinal della santa romana Chiesa, sassone di nazione, per terminar quella briga con un altro concilio. In quei giorni, seguita a dire Tangmaro, avea l'imperadore Ottone intrapreso l'assedio di Tivoli con tutte le macchine di guerra, e facea gran guerra a quella città. San Pier Damiano scrive che l'origine d'essa venne dall'avere quel popolo ucciso Mazzolino, duca ossia capitano d'esso Augusto Ottone III, e dall'aver anche obbligato lo stesso imperadore a scappare dalla città. Ma Tangmaro assai dà a conoscere che la lite era insorta fra i Romani e quei di Tivoli; e perciocchè Ottone inclinava in favoredei Romani, i Tiburtini si ribellarono, e fu necessitato l'imperadore a prendere l'armi contra di loro, ma con trovare quell'osso più duro di quel che si pensava. Se vogliam credere al medesimo san Pier Damiano[Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.], si trattava di mettere a fil di spada tutti gli abitanti di quella città; ma buona per loro che capitò in quelle parti san Romoaldo abbate per rinunziare la badia di Classe. S'interpose egli, trattò d'accordo, e fece che l'adirato Augusto si contentò che quel popolo atterrasse una parte delle mura, gli desse degli ostaggi, e in mano l'uccisore del suo uffiziale. Così fu, e il santo ottenne anche dalla madre dell'ucciso la vita dell'uccisore. Come sieno sicuri i racconti di san Pier Damiano, che neppure era nato in que' tempi, si raccoglierà dal confrontarli colla narrativa di Tangmaro prete, il quale con san Bervardo si trovò presente a questo fatto. Nulla scrive egli di san Romualdo, ma bensì, che trovando l'imperadore gran testimonianza negli assediati, e desiderando di uscir di questo impegno senza disonore papa Silvestro e il vescovo Bernardo mossi da ecclesiastico zelo, fecero istanza d'entrare in Tivoli. Vi furono con giubilo accolti, e disposero quel popolo a risottomettersiimperatoris ditioni, con rendersi a discrezione. Il dì seguente uscironocuncti primarii cives nudi, femoralibus tantum tecti, dextra gladios, laeva scopas(flagelli)ad palatium praetendentes; imperiali jure se subactos; nil pacisci, nec ipsam quidem vitam; quos dignos judicaverit, ense feriat, vel pro misericordia ad palum scopis examinari faciat; si muros urbis ad solum complanari votis ejus suppetat, promtos libenti animo cuncta exsequi, nec jussis ejus majestatis, dum vivant, contradicturos. L'imperatore, alle preghiere del papa e del vescovo, loro perdonò, e restò conchiuso di non distruggere quella città. Notinsi quelle parole de' Tivolesi;imperialis juri se subactos. In tali casiandavano i nobili a chiedere perdono col mettersi la spada al collo, per dichiararsi degni del taglio della testa. Gl'ignobili portavano la corda al collo, per protestarsi degni di essere impiccati.

Torniamo ora a san Pier Damiano, il quale ci fa sapere che Ottone III venne a Ravenna nell'anno presente, ed ivi attese a far penitenza dei suoi falli nel monistero di Classe. Ecco le sue parole[Petrus Damian., in Vita S. Romuald., cap. 25.]:Per totam etiam quadragesimam in classense monasterio beati Apollinaris, paucis sibi adhaerentibus, mansit. Ubi jejunio et psalmodiae, prout valebat, intentus, cilicio ad carnem indutus, aurata desuper purpura tegebatur. Lecto etiam fulgentibus palliis strato, ipse in florea de papyris confecta tenera delicati corporis membra terebat. Promisit itaque Romualdo, quod imperium relinquens, monachicum susciperet habitum, ec. Che Ottone III fosse in Ravenna nel dì 20 di aprile, si può anche intendere da un suo diploma confermatorio dei privilegii del monistero delle monache della Posterla di Pavia, a petizione diPietrovescovo di Como ed arcicancelliere e diOttoneconte del palazzo, nipote d'esso vescovo. Fu dato quel diploma[Antiq. Ital., Dissert. VII.]II kalendas mai, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XIIII, anno tercii Ottonis regnantis XVII, imperii V. Actum Ravennae. Pendeva tuttavia da esso diploma il sigillo di piombo coll'immagine e nome dell'imperadore. Ma io non osservai bene, se in vece diregnantis XVII, fosse ivi scrittoXVIII, perchè ciò essendo, converrebbe ammettere due epoche diverse del regno. Altri simili esempli nondimeno abbiam veduto di sopra. Ho io parimente prodotta una lettera scritta[Ibidem, Dissert. LXX.]da papa Silvestro II al suddetto imperadore, in cui raccomanda alla cura diGuidovescovo di Pavia l'antichissimo monistero delle monache del Senatore. Vidi pendente la Bolla pontifizia di piombo; e pure v'ha la seguentedata:Actum hoc anno dominicae Incarnationis millesimo primo. Indictione tertiadecima, anno vero pontificatus Silvestri universalis papae quarto.Ma in questo anno correa l'indizione XIV, e l'anno quartodi papa Silvestro II cominciava solamente a correre nell'anno seguente. Che anche verso il fine di novembre tuttavia esso imperadore soggiornasse in Ravenna, si raccoglie da un altro diploma, spedito in favore del monistero delle monache di san Felice di Pavia[Ibidem, Dissert. LXVI.],dato X kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XV, anno tertii Ottonis regnantis XVII, imperii VI. Actum Ravennae.Si osservi ancor qui l'anno XVII, del regno, e non già ilXVIII, come dovrebbe essere secondo l'epoca ordinaria di questo imperadore. Ma quivi è cosa strana che sottoscrivaHeribertus Cancellarius vice Willigisi archiepiscopi, quando Pietro vescovo di Como era tuttavia arcicancelliere. Apparteneva in questi tempi la nobil terra di Carpi, oggidì città, al contado di Reggio; e quivi[Antiquit. Ital., Dissert. VIII.]anno imperii tercii domni Ottoni, Deo propitio, sexto, pridie kalendas octobris, Indictione quintadecima, cioè nell'anno presente,Tedaldomarchese e conte del contado di Reggio, avolo della gran contessa Matilda, tenne un placito, in cui si trovò in personaBerta badessadel monistero di santa Giulia di Brescia, e vinse una lite di terreni. A qual marca presedesse Tedaldo, io nol so dire. Circa questi tempiLeonearcivescovo di Ravenna, caduto in mala sanità, rinunziò la sua Chiesa, ed in luogo suo entrò il soprammentovatoFederigocardinale della santa romana Chiesa. Non so io concertare con quanto abbiam veduto di sopra intorno alla permanenza di Ottone III Augusto in Ravenna per tutta la quaresima, il dirsi dal Cronografo sassone[Cronograph. Saxo apud Leibnitium.]ch'egliRomam proficiscens sacrosanctum dominicae Resurrectionisfestum debita ibi veneratione celebrare instituit.Credo io piuttosto che in vece della Pasqua egli volesse dire il Natale del Signore. Nè si dee tralasciare che questo imperadore da Ravenna fece una scappata a Pavia verso il fine di giugno, ciò costando da un suo diploma, dato in favore diPietrovescovo di Novara[Baron., Ann. Eccl. ad hunc annum.]X kalendas julii, anno dominicae Incarnationi millesimo primo, Indictione XIV, anno tertii Ottonis regni XVII, imperii V. Dee essereVI. Tornato poscia a Ravenna, sentendo sul fine dell'anno che v'erano dai torbidi in Roma, s'inviò a quella volta. Trovò più di quel che s'immaginava. Abbiamo da Ditmaro[Ditmarus, Chron., lib. 4.]che fra gli altri potenti romani, Gregorio, personaggio assai caro al medesimo Augusto, gli tendeva delle insidie per prenderlo. Un giorno infatti divampò una sollevazion dei Romani contra di lui, per la quale fu astretto a fuggirsene per una porta fuori di Roma con lasciar molti de' suoi nella città rinchiusi. Il Cronografo sassone[Chronograph. Saxo.]scrive, che quanti ne furono trovati, tutti restarono trucidati. Ma Ditmaro narra che i Romani ravveduti del loro fallo, li lasciarono in libertà, ed inviarono messi all'imperadore, chiedendo perdono e pace. Ottone, nulla fidandosi delle loro belle parole, attese a raunar quante soldatesche potè, e tutti i suoi vassalli; e chi dice ch'egli esercitò varie ostilità contra dei Romani, e chi, solamente che si preparò a vendicarsi del ricevuto affronto. Fra quelli che specialmente assisterono in questo brutto frangente all'imperadore, per mettersi in salvo, si contòUgoduca e marchese di Toscana; ma egli stette poco a terminare i suoi giorni. Se vogliam badare a san Pier Damiano[Petrus Damiani, lib. 7, Epist. 12, seu Opuscul. 57.], scrittore che, credulo più degli altri, imbottì l'opere sue di visioni, sogni e miracoli strani, racconta che unvescovo, di cui avea dimenticato il nome, vide in un tizzone di fuoco scritte queste parole:Hugo marchio quinquaginta annis vixit: indizio della vicina sua morte. Ma se è vero, come avvertii di sopra all'anno 961, che già Ugo fosse marchese di Toscana in quell'anno, non si potrà già credere ch'egli mancasse di vita in età solo d'anni cinquanta.

Seguita a dire san Pier Damiano, che l'imperadore Ottone, udita la morte del marchese Ugo, o perchè poco si fidasse di lui, o perchè non gli piacesse la troppa di lui potenza, proruppe in queste parole del salmo[Psalm. 123.]:Laqueus contritus est, et nos liberati sumus.Ma ebbe poco a rallegrarsi e a gloriarsene Ottone III, perciocchè anch'eglipaulo post, eodem scilicet anno, et ipse defunctus est. Sembrano queste parole indicare che la morte d'Ugo accadesse sul principio di gennaio dell'anno seguente; perchè da lì a non molto in quello stesso mese diede fine al suo vivere anche lo stesso imperadore. Ma don Placido Puccinelli, che con istile romanzesco compilò la vita di questo celebre e potente principe, e il saggio Cosimo della Rena[Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.]pretendono che la sua morte accadesse nel dì 21 di dicembre dell'anno presente; giorno in cui i monaci benedettini della badia di Firenze celebrano il di lui anniversario. Che il luogo, dove egli finì sua vita, fosse o Pistoia, o Firenze, li credo io sogni dei moderni scrittori. Certo è poi, per attestato del suddetto san Pier Damiano, che questo principe, figliuolo d'Uberto, e nipote d'Ugo re d'Italiaobtinuit utramque monarchiam(egli avrà scrittomarchiam)et quam Tyrrhenum videlicet, et quam mare Adriaticum alluit: cioè fu duca non meno della Toscana che di Spoleti.Sed quam perpenderet, quia propter improbitatem injuste viventium strenue regere utramque non posset, ultroneae renuntiationis arbitrio cessit imperatori marchiamCamerini cum Spoletano ducatu, juri vero proprio Tusciam reservavit. Se non si disotterrano altre memorie, non è facile il conoscere in qual tempo succedesse questa rinunzia del ducato di Spoleti e della marca di Camerino; anzi può anche nascere dubbio intorno alla medesima. Abbiam veduto all'anno 995 unUgoduca di Spoleti e marchese di Camerino. Aggiungo ora, credersi da me lo stesso che Ugo marchese di Toscana. Perciocchè fra le epistole di Gerberto una se ne legge scritta a lui, già divenuto papa, con questo titolo[Gerbert., Epist. 158, tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.]:Reverentissimo papae Gerberto Otto gratia Dei imperator augustus, dove dice, che trovando nociva l'aria d'Italia alla sua sanità, vuol mutare paese; ma che in aiuto di esso papa egli lasciaprimores Italiae, e massimamenteHugonem tuscum vobis per omnia fidum S.(forsescilicet)comitem, Spoletinis et Camerinis praefectum, cui octo comitatus, qui sub lite sunt, vestrum ob amorem contulimus, nostrumque legatum eis ad praesens praefecimus, ut populi rectorem habeant, et vobis ejus opera debita servitia exhibeant. Circa questi tempi si conosce scritta questa lettera, e dalla medesima impariamo che Ugo marchese di Toscana comandava anche a Spoleti e a Camerino. Dove è dunque la cessione di quei principati a noi narrata da Pier Damiano? Anzi il marchese Ugo, in vece di rinunziare in questi tempi ciò ch'egli godeva, cercava ancora di goderne di più secondo il costume ordinario dei gran signori, che mai non si saziano d'accrescere i loro stati. Di qui appunto abbiamo ch'egli acquistò otto contadi, non goduti prima. E un contado allora per lo più significava una città col suo distretto. Non lasciò dopo di sè il marchese Ugo alcun figliuolo maschio, e resta tuttavia involto nelle tenebre chi fosse l'erede degli immensi suoi allodiali. Gran sospetto ho io che per qualche sua figliuola, o sorella, o zia, passata nei marchesi progenitori dellacasa d'Este, a loro devenisse Rovigo, Este, la badia della Vangadizza con altri Stati situati fra Padova e Ferrara; perciocchè gli Estensi, prima potenti nella Lunigiana e Toscana, si cominciano da qui innanzi a trovar signori anche di questi altri stati; e si vede ricreato in essi il nome diUgo[Antichità Estensi, P. I, cap. 11 e 12.], essendo anche allora non men che oggidì, vigoroso il costume di rinnovar nei nipoti i nomi degli avoli o parenti si paterni che materni. Andando innanzi, vedremo chi succedesse al marchese Ugo nel ducato della Toscana, e in quello ancora di Spoleti e di Camerino.

Tornando ora ad Ottone III Augusto, uscito ch'egli fu di Roma, e raccolti che ebbe tutti i suoi vassalli e soldati, mostrava ben grande ilarità nel volto; ma riflettendo ai varii trascorsi della sua giovanile età, internamente nondimeno stava malinconico, ed attendeva a farne penitenza[Annal. Saxo. Ditmar., Chron., lib. 4.]colle lagrime, orazioni e limosine. Secondo gli Annali d'Ildeseim[Annal. Hildesheim.], egli solennizzò la festa del santo Natale in Todi in compagnia di papa Silvestro. PosciaSalernum oppidum adiit, sta scritto nei suddetti Annali; ma con errore, dovendo direPaternum oppidum. Quel che è più strano, e lo racconta Ditmaro, in questi medesimi tempi, senza che ne sappiam la cagione, in Germania molti duchi e conti, con participazione ancora dei vescovi, macchinavano delle novità contra dello stesso Ottone III, e ricorsero per questo adArrigo duca di Baviera. Ma perchè il ritrovarono ricordevole degli avvertimenti lasciati a lui dal duca Arrigo suo padre, di osservare religiosamente la fedeltà dovuta al sovrano, non andò più innanzi la loro mena. Scrivono alcuni che esso duca Arrigo si trovava coll'imperadore, allorchè questi fu forzato a scappare di Roma. Ciò ch'io rapporterò all'anno seguente, ci darà abbastanza a conoscere che Arrigo dimorava sulfine di quest'anno in Germania. Ma s'io ho da confessare il vero, temo forte che Ditmaro e i suoi copiatori non sieno stati informati di questi sconcerti. Tangmaro prete[Tangmarus, in Vita S. Bervvardi.], che, come dissi, ci diede la vita di san Bervardo, e fu non solo scrittore contemporaneo, ma testimonio di vista di tali avvenimenti, lasciò scritto, che terminato l'assedio di Tivoli (assedio succeduto nei primi mesi dell'anno presente), col perdono dato a quei cittadini, il popolo romano, il quale volea pur disfatta quella città, e atterrato quel popolo per una gara che vedremo continuata anche dipoi, la prese contra dell'imperadore, serrò le porte di Roma, negò ad esso Augusto, non che ai suoi, l'entrarvi, ed arrivò anche ad uccidere alcuni dei fedeli del medesimo imperadore. Si venne perciò all'armi, ma Dio volle che i Romani si ravvidero, implorarono ed ottennero la pace; eglino stessi levarono la vita a due capi della sedizione, e tutto restò quieto.Pacem petunt, sacramenta innovant, fidem se imperatori perpetuo servaturos promittunt. Sul principio dell'anno tutto questo accadde. Tornò in Germania san Bervardo, e perchè con tutto l'appoggio del papa e dell'imperadore non potè ottener giustizia dall'arcivescovoWittigiso, rispedì verso il fine dell'anno il suddetto Tangmaro in Italia. Questiimperatorem in spoletanis partibus reperit;vi arrivò anche il papa, ed amendueTudertinae Natalem Domini celebrarunt. In essa città fu poi tenuto nel dì seguente un concilio di molti vescovi di Italia, e di tre tedeschi, nel quale Tangmaro espose le doglianze del suo vescovo, e ne riportò buon provvedimento. Licenziato dipoi con assai regali, si partì alla volta della Germania nel dì 11 di gennaio, con aggiugnere che l'imperadore poco appresso, cioèX kalendas februarii, per una febbre già incominciata terminò i suoi giorni. Però non so vederecome regga quella guerra contra dei Romani, e quella vendetta che ci vien raccontata da Ditmaro. Tutto era in pace, ed anche papa Silvestro in buona armonia coi Romani pacificamente celebrò quel concilio in Todi. Ma prima di terminare gli avvenimenti di quest'anno, dee farsi menzione d'uno, che altronde non s'ha se non da due storici milanesi del secolo di cui parliamo, cioè da Arnolfo[Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 13.]e da Landolfo seniore[Landulfus Senior., lib. 2, cap. 18.]. Stando fermo Ottone III di volere per moglie una principessa dell'imperial corte di Grecia, giacchè indarno l'avea chiesta con una precedente ambasceria, spedì colà, per quanto si può conghietturare, nell'anno presente,Arnolfo IIarcivescovo di Milano. V'andò egli con superbissimo accompagnamento, ricevette insigni onori da Basilio e Costantino Augusti, ed ottenne quanto dimandò. Ma inutile riuscì il suo viaggio e trattato, perchè tornato in Italia, trovò Ottone III chiamato da Dio all'altra vita. Il suddetto Landolfo seniore, scrittore talvolta parabolano, lasciò scritto, che oltre a molti altri regali riportati da quella corte, esso Arnolfoserpentem aeneum, quem Moyses in deserto divino imperio exaltaverat, imperatori requisivit, et habere meruit; et veniens in ecclesia sancti Ambrosii ipsum exaltavit.Mirasi tuttavia nella basilica ambrosiana di Milano un serpente di bronzo sopra una colonna di marmo, creduto il medesimo di cui parla Landolfo; e sopra di questa insigne reliquia è mirabile il vedere quanto abbiano scritto varii scrittori milanesi, senza accorgersi che questa è una delle grossolane semplicità dei secoli barbarici. Sembra a me d'aver prodotta altrove[Antiquit. Italic., Dissert. LIX.]la vera origine di questo serpente di bronzo, conservato in essa basilica; e però altro non ne soggiungo.


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