MLXI

MLXIAnno diCristoMLXI. IndizioneXIV.Alessandro IIpapa 1.Arrigo IVre di Germania e d'Italia 6.In quest'anno ancora il ponteficeNiccolò IIvolle visitar la chiesa di Firenze ch'egli aveva ritenuta e governata anche durante il suo pontificato; ma quivi venne a trovarlo la morte circa il dì 22 di luglio: pontefice benemerito della santa Sede, e degno di maggior vita. Tanto più fu deplorabile la perdita di lui, perchè le tennero dietro de' gravissimi sconcerti, che furono preludii anche d'altre maggiori calamità. Attesta Leone Ostiense[Leo Ostiensis., lib. 3, cap. 21.]che gran dissensione e tumulto insorse in Roma intorno all'elezione di un novello papa; ed è certo che restò vacante la sedia di san Pietro circa tre mesi. V'era un partito che tenea per l'osservanza delle prerogative o pretese accordate al re di GermaniaArrigo; ed un altro che escludeva ogni dipendenza da lui. Di quest'ultimo probabilmente era capo l'intrepido cardinaleIldebrando, arcidiacono della santa romana Chiesa, a cui non piacque mai che gl'imperadori avessero ingerenza alcuna nell'approvazione, non che nell'elezione dei sommi pontefici. Capi dell'altro, per quanto ragionevolmente va congetturando il cardinal Baronio, erano i conti di Tuscolo, ossia di Frascati, mal soddisfatti di quanto avea operato contra di loro il defunto papa Niccolò. Se vogliamo ascoltare il Continuatore di Ermanno Contratto[Continuator Hermanni Contracti, in Chron.], dopo la morte d'esso papa,Romani coronam, et alia munera Enrico regi transmiserunt, eumque pro eligendosummo pontifice interpellaverunt. Tale spedizione dovette essere fatta dalla fazione de' suddetti conti Tuscolani. Non mancò il collegio dei cardinali di spedire anch'esso un'ambasciata alla real corte di Germania[Petrus Damianus, Opuscul. 4.], e fu scelto per tale incumbenza Stefano, uno dei più accreditati fra loro, in cui concorrevaNobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen.Andò questi, ma per la cabala e malvagità dei cortigiani sette giorni passeggiò l'anticamera del re senza poter vedere la di lui faccia, nè presentargli le lettere credenziali. Veduta ch'egli ebbe questa mala aria, sene tornò indietro a Roma, dove rappresentò l'incivil trattamento che gli era stato fatto. Allora fu che il cardinale Ildebrando, tenuto consiglio cogli altri cardinali e coi nobili romani del suo partito, propose di eleggere papaAnselmo da Badagio, di patria milanese, e vescovo allora di Lucca, uomo di gran bontà e zelo ecclesiastico, e che forse non s'aspettava questa promozione. Chiamato a Roma, venne immediatamente consecrato ed intronizzato col nome diAlessandro II, senza voler aspettare consenso alcuno dal re Arrigo. E qui appunto tornarono i Romani ad esercitare l'intera loro libertà nell'elezion de' sommi pontefici, con ricuperare eziandio l'altra di non aspettar l'assenso degli Augusti per la consecrazione: indipendenza mantenuta poi fino a' dì nostri, quando, per tanti secoli addietro, sotto gl'imperadori greci, franchi e tedeschi, era durato il costume, o diciamo, se così si vuole, l'abuso, che l'elezion bensì restasse libera al clero e popolo romano, ma che non si devenisse alla consecrazione senza il beneplacito e l'approvazione degli Augusti. Avea il solo predefuntoArrigo IIfra gl'imperadori oltrepassato i confini de' suoi predecessori, con obbligare i Romani che neppur potessero eleggere il novello papa senza ilconsentimento suo. Da Niccolò II era stato ultimamente corretto questo eccesso, con tornar le cose al rito antico. Ma i Romani, offesi del poco conto che s'era fatto alla regal corte di Stefano cardinale loro ambasciatore, neppur vollero accomodarsi al decreto d'esso papa Niccolò, decoroso anche pel re Arrigo, perchè risoluti di rompere ogni catena, e di ricuperar la piena lor libertà in fare i papi, praticata sempre mai ne' primi quattro secoli della Chiesa. Nè già operarono senza aver ben preparati i mezzi umani per sostener la loro risoluzione. Era in lor favoreGotifredo ducadi Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Faceano anche capitale del soccorso de' Normanni, che aveano giurata fedeltà alla Sede apostolica; e più ne faceano diRiccardo principedi Capoa, divenuto anch'esso vassallo della Chiesa romana. Sappiamo da Leone Ostiense[Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.]cheDesiderioabbate di Monte Casino e cardinale se ne andò in tal congiuntura a Romacum principe. Credette il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.]che questo principe fosse Roberto Guiscardo. Ma si dee intendere diRiccardo, nel cui principato era Monte Casino. Roberto s'intitolava alloraduca, e non principe.Ora appena giunse alla corte germanica l'avviso dell'eletto ed intronizzatoAlessandro II, che l'imperadrice Agnesene restò amareggiata, e i suoi ministri diedero nelle smanie, esagerando l'affronto fatto al re col non aver voluto aspettare il suo assenso, e coll'essersi messo sotto i piedi il decreto di papa Niccolò, sul quale unicamente si potea fondare la pretension di Arrigo: giacchè solamente chi era imperadore coronato avea in addietro avuta mano nell'approvazion de' papi eletti, e non già chi era unicamente re d'Italia, come in questi tempi veniva riconosciuto Arrigo IV, benchè non per anche avesse ricevuta lacorona di questo regno. Degno nondimeno di osservazione è, che in alcune lettere e diplomi Arrigo IV non per anche imperadore usa il titolo diRomanorum rex: il che vuol significar qualche cosa, nè si truova usato da' suoi predecessori. Accadde in questo mentre che i vescovi di Lombardia dopo la morte di papa Niccolò II fecero broglio fra loro per aver un papa di tempra men rigoroso dei precedenti zelantissimi papi, il quale sapesse un po' più compatire le lor simonie ed incontinenze, e con dire una ridicolosa proposizione, cioè che il papa non si dovea prendere,nisi ex paradiso Italiae, cioè della Lombardia[Cardinal. de Aragon., Vit. Alexandr. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Spedirono a tal fine in Germania alcuni dell'ordine loro, affinchè si maneggiassero per ottener questo intento. Ora trovandosi un gran caldo in quella corte, e soffiando in quel fuocoUgo Bianco, già cardinale, e poi ribello della Chiesa romana, non fu loro difficile il proporre e far dichiarare papa, cioè antipapa, contra tutte le regole, nella festa de' santi Simeone e Giuda,Cadaloo, chiamatoCadalo, vescovo di Parma, uomo ricco di facoltà, ma più di vizii, che si dicea condannato in tre concilii a cagion della sua vita troppo contraria al carattere di sacro pastore. Ne fecero perciò gran festa tutti i simoniaci e concubinarii di Lombardia. Le scene occorse dipoi si veggono descritte dalla penna satirica diBenzone, il quale s'intitolavescovo d'Albanel Monferrato, ma vescovo scismatico, che forse non dovette mai essere ricevuto da quel popolo, e perciò neppure fu conosciuto dall'Ughelli. Era costui gran partigiano dell'antipapa Cadaloo. Il panegirico da lui fatto ad Arrigo IV, che fu dato alla luce dal Menchenio[Menckenius, Rer. Germanicar., tom. 1.], e da me vien creduto la stessa opera che Gualvano Fiamma[Galvaneus Flamma, in Politia MSta.]circa l'anno 1335 citò sotto nome diChronica Benzonisepiscopi albensis, è una stomacosa satira contra di papa Alessandro II e d'Ildebrando cardinale, sostegno in questi tempi della Chiesa romana, da mettersi coll'altra infame e piena di bugie che abbiamo di Bennone falso cardinale, e ribello della Chiesa romana. Narra esso Benzone d'essere stato inviato per ambasciatore del re Arrigo a Roma, per intimare a papa Alessandro la ritirata dal trono pontificio, ma con trovar ivi chi non avea paura. In tale stato eran gli affari della Chiesa romana in questi tempi.Intanto dopo la conquista della Calabria il valorosoconte Ruggierimirava con occhio di cupidigia ed insieme di compassione la vicina misera Sicilia posta sotto il giogo degli empii Saraceni, e cominciò a meditarne la conquista[Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 1. Noweirius, in Hist. Arab. Siciliae apud Pagium.]. La buona fortuna portò che si rifuggì presso di lui in Reggio Benhumena, ammiraglio saraceno della Sicilia, maltrattato e perseguitato da Bennameto, uno de' principi di quell'isola. Questi gli fece conoscere assai facili i progressi in Sicilia, dacchè essa era divisa fra varii signorotti mori, ed offerì il suo aiuto per l'impresa. Ruggieri adunque sul fine del carnovale dell'anno presente con soli centosessanta cavalli passò il Faro per ispiar le forze de' Mori nell'isola, diede una rotta ai Messinesi, fece gran bottino verso Melazzo e Rameta; poi felicemente si ricondusse in Calabria, dove per tutto il mese di marzo e d'aprile attese a far preparamenti per portare la guerra in Sicilia. A questa danza invitato il ducaRoberto Guiscardosuo fratello[Malaterra, lib. 2, cap. 8.], colà si portò con buon nerbo di cavalleria, ed anche con un'armata navale. Presentivano veramente i Mori la disposizione dei due fratelli normanni, e però accorsero da Palermo con una flotta assai più numerosa per impedire il loro passaggio. Ma l'ardito Ruggieri con centocinquanta cavalli per altro sito passò lo Stretto, e trovata Messina con poca gente, perchè i più erano iti nelle navi moresche, se ne impadronì: il che fece ritirar le navi nemiche, e lasciò aperto il passaggio a quelle di Roberto Guiscardo, il quale colà sbarcò colle sue soldatesche. Nel testo di Gaufrido ossia Goffredo Malaterra questa sì gloriosa conquista per cui dopo 230 anni si rialberò la croce nella città di Messina, si vide riferita all'anno precedente 1060. Ma io credo fallato quell'anno, portando la serie del racconto che la presa di Messina accadesse nell'anno presente. Venne poi un grosso esercito di Mori e Siciliani, raunato da Bennameto, ad assalire il picciolo de' Normanni, ma restò da essi sbaragliato colla morte di diecimila di quegl'infedeli. Non è già vietato il credere assai meno. Diedero il sacco dipoi i due fratelli principi normanni a varie castella e contrade di quell'isola sino a Girgenti, colla presa di Traina, finchè, venuto il verno, si ritirarono a' quartieri. Se crediamo a Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'anno ancora Roberto Guiscardo s'insignorì d'Acerenza. Ma probabilmente ciò avvenne l'anno antecedente, al vedere che questo scrittore mette all'anno seguente l'innalzamento al pontificato di Alessandro II, che pure appartiene all'anno presente.

In quest'anno ancora il ponteficeNiccolò IIvolle visitar la chiesa di Firenze ch'egli aveva ritenuta e governata anche durante il suo pontificato; ma quivi venne a trovarlo la morte circa il dì 22 di luglio: pontefice benemerito della santa Sede, e degno di maggior vita. Tanto più fu deplorabile la perdita di lui, perchè le tennero dietro de' gravissimi sconcerti, che furono preludii anche d'altre maggiori calamità. Attesta Leone Ostiense[Leo Ostiensis., lib. 3, cap. 21.]che gran dissensione e tumulto insorse in Roma intorno all'elezione di un novello papa; ed è certo che restò vacante la sedia di san Pietro circa tre mesi. V'era un partito che tenea per l'osservanza delle prerogative o pretese accordate al re di GermaniaArrigo; ed un altro che escludeva ogni dipendenza da lui. Di quest'ultimo probabilmente era capo l'intrepido cardinaleIldebrando, arcidiacono della santa romana Chiesa, a cui non piacque mai che gl'imperadori avessero ingerenza alcuna nell'approvazione, non che nell'elezione dei sommi pontefici. Capi dell'altro, per quanto ragionevolmente va congetturando il cardinal Baronio, erano i conti di Tuscolo, ossia di Frascati, mal soddisfatti di quanto avea operato contra di loro il defunto papa Niccolò. Se vogliamo ascoltare il Continuatore di Ermanno Contratto[Continuator Hermanni Contracti, in Chron.], dopo la morte d'esso papa,Romani coronam, et alia munera Enrico regi transmiserunt, eumque pro eligendosummo pontifice interpellaverunt. Tale spedizione dovette essere fatta dalla fazione de' suddetti conti Tuscolani. Non mancò il collegio dei cardinali di spedire anch'esso un'ambasciata alla real corte di Germania[Petrus Damianus, Opuscul. 4.], e fu scelto per tale incumbenza Stefano, uno dei più accreditati fra loro, in cui concorreva

Nobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen.

Nobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen.

Andò questi, ma per la cabala e malvagità dei cortigiani sette giorni passeggiò l'anticamera del re senza poter vedere la di lui faccia, nè presentargli le lettere credenziali. Veduta ch'egli ebbe questa mala aria, sene tornò indietro a Roma, dove rappresentò l'incivil trattamento che gli era stato fatto. Allora fu che il cardinale Ildebrando, tenuto consiglio cogli altri cardinali e coi nobili romani del suo partito, propose di eleggere papaAnselmo da Badagio, di patria milanese, e vescovo allora di Lucca, uomo di gran bontà e zelo ecclesiastico, e che forse non s'aspettava questa promozione. Chiamato a Roma, venne immediatamente consecrato ed intronizzato col nome diAlessandro II, senza voler aspettare consenso alcuno dal re Arrigo. E qui appunto tornarono i Romani ad esercitare l'intera loro libertà nell'elezion de' sommi pontefici, con ricuperare eziandio l'altra di non aspettar l'assenso degli Augusti per la consecrazione: indipendenza mantenuta poi fino a' dì nostri, quando, per tanti secoli addietro, sotto gl'imperadori greci, franchi e tedeschi, era durato il costume, o diciamo, se così si vuole, l'abuso, che l'elezion bensì restasse libera al clero e popolo romano, ma che non si devenisse alla consecrazione senza il beneplacito e l'approvazione degli Augusti. Avea il solo predefuntoArrigo IIfra gl'imperadori oltrepassato i confini de' suoi predecessori, con obbligare i Romani che neppur potessero eleggere il novello papa senza ilconsentimento suo. Da Niccolò II era stato ultimamente corretto questo eccesso, con tornar le cose al rito antico. Ma i Romani, offesi del poco conto che s'era fatto alla regal corte di Stefano cardinale loro ambasciatore, neppur vollero accomodarsi al decreto d'esso papa Niccolò, decoroso anche pel re Arrigo, perchè risoluti di rompere ogni catena, e di ricuperar la piena lor libertà in fare i papi, praticata sempre mai ne' primi quattro secoli della Chiesa. Nè già operarono senza aver ben preparati i mezzi umani per sostener la loro risoluzione. Era in lor favoreGotifredo ducadi Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Faceano anche capitale del soccorso de' Normanni, che aveano giurata fedeltà alla Sede apostolica; e più ne faceano diRiccardo principedi Capoa, divenuto anch'esso vassallo della Chiesa romana. Sappiamo da Leone Ostiense[Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.]cheDesiderioabbate di Monte Casino e cardinale se ne andò in tal congiuntura a Romacum principe. Credette il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.]che questo principe fosse Roberto Guiscardo. Ma si dee intendere diRiccardo, nel cui principato era Monte Casino. Roberto s'intitolava alloraduca, e non principe.

Ora appena giunse alla corte germanica l'avviso dell'eletto ed intronizzatoAlessandro II, che l'imperadrice Agnesene restò amareggiata, e i suoi ministri diedero nelle smanie, esagerando l'affronto fatto al re col non aver voluto aspettare il suo assenso, e coll'essersi messo sotto i piedi il decreto di papa Niccolò, sul quale unicamente si potea fondare la pretension di Arrigo: giacchè solamente chi era imperadore coronato avea in addietro avuta mano nell'approvazion de' papi eletti, e non già chi era unicamente re d'Italia, come in questi tempi veniva riconosciuto Arrigo IV, benchè non per anche avesse ricevuta lacorona di questo regno. Degno nondimeno di osservazione è, che in alcune lettere e diplomi Arrigo IV non per anche imperadore usa il titolo diRomanorum rex: il che vuol significar qualche cosa, nè si truova usato da' suoi predecessori. Accadde in questo mentre che i vescovi di Lombardia dopo la morte di papa Niccolò II fecero broglio fra loro per aver un papa di tempra men rigoroso dei precedenti zelantissimi papi, il quale sapesse un po' più compatire le lor simonie ed incontinenze, e con dire una ridicolosa proposizione, cioè che il papa non si dovea prendere,nisi ex paradiso Italiae, cioè della Lombardia[Cardinal. de Aragon., Vit. Alexandr. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Spedirono a tal fine in Germania alcuni dell'ordine loro, affinchè si maneggiassero per ottener questo intento. Ora trovandosi un gran caldo in quella corte, e soffiando in quel fuocoUgo Bianco, già cardinale, e poi ribello della Chiesa romana, non fu loro difficile il proporre e far dichiarare papa, cioè antipapa, contra tutte le regole, nella festa de' santi Simeone e Giuda,Cadaloo, chiamatoCadalo, vescovo di Parma, uomo ricco di facoltà, ma più di vizii, che si dicea condannato in tre concilii a cagion della sua vita troppo contraria al carattere di sacro pastore. Ne fecero perciò gran festa tutti i simoniaci e concubinarii di Lombardia. Le scene occorse dipoi si veggono descritte dalla penna satirica diBenzone, il quale s'intitolavescovo d'Albanel Monferrato, ma vescovo scismatico, che forse non dovette mai essere ricevuto da quel popolo, e perciò neppure fu conosciuto dall'Ughelli. Era costui gran partigiano dell'antipapa Cadaloo. Il panegirico da lui fatto ad Arrigo IV, che fu dato alla luce dal Menchenio[Menckenius, Rer. Germanicar., tom. 1.], e da me vien creduto la stessa opera che Gualvano Fiamma[Galvaneus Flamma, in Politia MSta.]circa l'anno 1335 citò sotto nome diChronica Benzonisepiscopi albensis, è una stomacosa satira contra di papa Alessandro II e d'Ildebrando cardinale, sostegno in questi tempi della Chiesa romana, da mettersi coll'altra infame e piena di bugie che abbiamo di Bennone falso cardinale, e ribello della Chiesa romana. Narra esso Benzone d'essere stato inviato per ambasciatore del re Arrigo a Roma, per intimare a papa Alessandro la ritirata dal trono pontificio, ma con trovar ivi chi non avea paura. In tale stato eran gli affari della Chiesa romana in questi tempi.

Intanto dopo la conquista della Calabria il valorosoconte Ruggierimirava con occhio di cupidigia ed insieme di compassione la vicina misera Sicilia posta sotto il giogo degli empii Saraceni, e cominciò a meditarne la conquista[Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 1. Noweirius, in Hist. Arab. Siciliae apud Pagium.]. La buona fortuna portò che si rifuggì presso di lui in Reggio Benhumena, ammiraglio saraceno della Sicilia, maltrattato e perseguitato da Bennameto, uno de' principi di quell'isola. Questi gli fece conoscere assai facili i progressi in Sicilia, dacchè essa era divisa fra varii signorotti mori, ed offerì il suo aiuto per l'impresa. Ruggieri adunque sul fine del carnovale dell'anno presente con soli centosessanta cavalli passò il Faro per ispiar le forze de' Mori nell'isola, diede una rotta ai Messinesi, fece gran bottino verso Melazzo e Rameta; poi felicemente si ricondusse in Calabria, dove per tutto il mese di marzo e d'aprile attese a far preparamenti per portare la guerra in Sicilia. A questa danza invitato il ducaRoberto Guiscardosuo fratello[Malaterra, lib. 2, cap. 8.], colà si portò con buon nerbo di cavalleria, ed anche con un'armata navale. Presentivano veramente i Mori la disposizione dei due fratelli normanni, e però accorsero da Palermo con una flotta assai più numerosa per impedire il loro passaggio. Ma l'ardito Ruggieri con centocinquanta cavalli per altro sito passò lo Stretto, e trovata Messina con poca gente, perchè i più erano iti nelle navi moresche, se ne impadronì: il che fece ritirar le navi nemiche, e lasciò aperto il passaggio a quelle di Roberto Guiscardo, il quale colà sbarcò colle sue soldatesche. Nel testo di Gaufrido ossia Goffredo Malaterra questa sì gloriosa conquista per cui dopo 230 anni si rialberò la croce nella città di Messina, si vide riferita all'anno precedente 1060. Ma io credo fallato quell'anno, portando la serie del racconto che la presa di Messina accadesse nell'anno presente. Venne poi un grosso esercito di Mori e Siciliani, raunato da Bennameto, ad assalire il picciolo de' Normanni, ma restò da essi sbaragliato colla morte di diecimila di quegl'infedeli. Non è già vietato il credere assai meno. Diedero il sacco dipoi i due fratelli principi normanni a varie castella e contrade di quell'isola sino a Girgenti, colla presa di Traina, finchè, venuto il verno, si ritirarono a' quartieri. Se crediamo a Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'anno ancora Roberto Guiscardo s'insignorì d'Acerenza. Ma probabilmente ciò avvenne l'anno antecedente, al vedere che questo scrittore mette all'anno seguente l'innalzamento al pontificato di Alessandro II, che pure appartiene all'anno presente.


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