MLXV

MLXVAnno diCristoMLXV. IndizioneIII.AlessandroII papa 5.ArrigoIV re di Germania e d'Italia 10.Dopo aver sofferto l'antipapa Cadaloo infiniti incomodi ed affanni per due anni nel Castello di Sant'Angelo, perchè ivi assediato sempre o bloccato dai Romani, forse perchè si slargò il blocco, o altra via per fuggire se gli aprì, cercò nell'anno presente di mettersi in libertà[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri II.]. Ma gli convenne comperarla con trecento libbre d'argento da quel medesimo Cencio figliuolo del prefetto di Roma, che fin allora lo avea salvato dalle mani del popolo romano con ricoverarlo in quella fortezza. Però svergognato segretamente ne uscì; e malconcio di sanità e senza soldi con un semplice ronzino e un solo famiglio, tanto cavalcò, che arrivò a Berceto sul Parmigiano, nè più gli venne voglia di veder le acque del Tevere. Racconta Leone Ostiense[Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 23.]che circa questi tempiBarasoneuno dei re della Sardegna fece istanza aDesiderio cardinaleed abbate di Monte Casino, per aver dei monaci da fondare un monistero nelle sue contrade. Lo zelantissimo abbate sopra una nave di Gaeta v'inviò dodici dei suoi religiosi con un abbate, ben provveduti di sacri arnesi, di libri, di reliquie e d'altre suppellettili. Ma i Pisani,maxima Sardorum invidia ducti, presero e bruciaronoquella nave, e tutto tolsero ai poveri monaci. Ci fa ben vedere questo fatto che i Pisani non per anche signoreggiavano in Sardegna. Barasone ne dimandò, e n'ebbe soddisfazion da loro; dopo di che ottenne due altri monaci da Monte Casino, co' quali fondò un monistero. Altrettanto fece un altro re di quell'isola chiamatoTorchitorio, colla fondazione di un altro monistero. Poscia il papa e il duca Gotifredo tanto operarono, che i Pisani soddisfecero al monistero casinense, e gli promisero in avvenire rispetto ed amicizia. L'aver taluno creduto che solamente nel secolo seguente i giudici della Sardegna prendessero il titolo di re, viene smentito da questi atti e da altre pruove da me recate nelle Antichità italiane[Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.]. Un altro fatto vien raccontato da esso Ostiense che ci servirà a far conoscere la diversità delle cose umane. Perchè erano nati degli sconcerti nel monistero dell'isola di Tremiti, dipendente dal nobilissimo di Monte Casino, il saggio e santo abbate Desiderio ne levò via Adamo abbate, e diede quell'abbazia a Trasmondo figliuolo di Oderisio conte di Marsi. Furono imputati quattro monaci tremitensi dai lor compagni di aver tentata la ribellion di quell'isola. Di più non ci volle perchè il giovane Trasmondo abbate facesse cavar gli occhi a tre d'essi, e tagliar ad uno la lingua. Al cuore dell'abbate casinense Desiderio, uomo pieno di mansuetudine e di carità, fu una ferita la nuova di questo eccesso, sì per la disgrazia di chi avea patito, come per la crudeltà di chi avea dato quell'ordine, e principalmente poi per l'infamia di quel sacro luogo. Però frettolosamente accorse colà, mise sotto aspra penitenza Trasmondo, e poscia il cacciò di colà. Ma quel che è da stupire, diverso fu il sentimento d'Ildebrando cardinaleed arcidiacono allora della santa romana Chiesa, che fu poi papa Gregorio VII. Sostenne egli che Trasmondoaveva operato non da crudele, ma da uomo di petto, non aver trattato, come sel meritavano, que' maligni; e gli conferì anche in premio una migliore abbazia, cioè la casauriense; anzi da lì a non molto il fece ancora vescovo di Balva. Era allora il cardinale Ildebrando il mobile principale della corte pontificia. Nulla si facea senza di lui, anzi pareva che tutto fosse fatto da lui: tanto era il suo senno, l'attività e zelo, con cui operava, benchè fosse assai piccolo di statura, e l'apparenza del corpo non rispondesse alla grandezza dell'animo. Giacchè il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccles. ad ann. 1061.]non ebbe difficoltà a produrre alcuni acuti versi di san Pier Damiano, neppur io l'avrò per qui replicarli. Così egli scriveva al medesimo Ildebrando, suo singolare amico:Papam rite colo, sed te prostatus adoro.Tu facis hunc Dominum: Te facit ille Deum.In un altro distico, anche più pungente, dice dello stesso Ildebrando.Vivere vis Romae? clara depromito voce:Plus Domino, papae, quam domno pareo papae.Il che ci fa conoscere, chi fosse allora il padrone di nome, e chi di fatti in Roma.Fu in quest'anno fatto cavaliere ilre Arrigo IV[Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], cioè ricevette egli l'armi militari dalle mani dell'arcivescovo di Brema con quella solennità che era da molti secoli in uso, e durò molti altri dappoi. E fin d'allora si scoprì il suo mal talento contra diAnnone arcivescovodi Colonia, perchè gli stava sempre davanti gli occhi il pericolo corso, allorchè quel prelato il rapì alla madre. Ma per buona fortuna essa sua madre, cioè l'imperadrice Agnese, avendo fatta una scappata da Roma in Germania, quetò per allora l'animo vendicativo del figliuolo. Attesero nell'anno presente[Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 37.]i due fratellinormanniRoberto ducaeRuggieri contead espugnare qualche castello che tuttavia si sottraeva al loro dominio nella Calabria. Costò loro quattro mesi l'assedio del solo di Argel, e convenne in fine ammettere quegli abitanti ad una discreta capitolazione. In questi tempi il sopraddetto insigne abbate di Monte Casino e cardinale Desiderio attese indefessamente a fabbricar una suntuosa basilica in quel sacro luogo[Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 18 et seq.]: al quale fine chiamò dalla Lombardia, da Amalfi e da altri paesi, e fin da Costantinopoli, dei valenti artefici di musaici, di marmi, d'oro, di argento, di ferro, di legno, di gesso, di avorio e d'altri lavorieri: il che servì ancora ad introdurre o a propagar queste arti in Italia. Troviamo eziandio che nell'anno presente seguitava la città di Napoli a riconoscere la sovranità dei greci Augusti, ciò apparendo da una concession di beni[Antiquit. Italic., Disset. V.]fatta daGiovanni IIarcivescovo di quella città, e daSergio V, il quale si vede intitolatoeminentissimus cousul et dux, atque Domini gratia magister militum. Lo strumento fu stipulatoimperante domino nostro duce Constantino magno imperatore, anno quinto, die XXII mensis julii, Indictione tertia, Neapolis. Se tali note non son fallate, prima di quel che credette il padre Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.],Costantino ducaascese sul trono di Costantinopoli. A quest'anno ancora appartiene un placito pubblicato dal Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.], e tenuto nel dì primo di luglio in Piacenza nella corte propria di Rinaldo messo del signor re, dovein judicio residebat domnus Dionisius episcopus sanctae placentinae ecclesiae, et comes vius comitatu placentino, sive missus domni regis una cum domnus Cuniberto episcopus sanctae taurinensis ecclesiae, ec. Serva ancora questo atto a comprovare il dominio del re Arrigo, tuttochè non per anche coronato, in Italia; e che anche il vescovo di Piacenza,al pari di tanti altri prelati, era divenuto conte, cioè governatore della sua città.

Dopo aver sofferto l'antipapa Cadaloo infiniti incomodi ed affanni per due anni nel Castello di Sant'Angelo, perchè ivi assediato sempre o bloccato dai Romani, forse perchè si slargò il blocco, o altra via per fuggire se gli aprì, cercò nell'anno presente di mettersi in libertà[Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri II.]. Ma gli convenne comperarla con trecento libbre d'argento da quel medesimo Cencio figliuolo del prefetto di Roma, che fin allora lo avea salvato dalle mani del popolo romano con ricoverarlo in quella fortezza. Però svergognato segretamente ne uscì; e malconcio di sanità e senza soldi con un semplice ronzino e un solo famiglio, tanto cavalcò, che arrivò a Berceto sul Parmigiano, nè più gli venne voglia di veder le acque del Tevere. Racconta Leone Ostiense[Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 23.]che circa questi tempiBarasoneuno dei re della Sardegna fece istanza aDesiderio cardinaleed abbate di Monte Casino, per aver dei monaci da fondare un monistero nelle sue contrade. Lo zelantissimo abbate sopra una nave di Gaeta v'inviò dodici dei suoi religiosi con un abbate, ben provveduti di sacri arnesi, di libri, di reliquie e d'altre suppellettili. Ma i Pisani,maxima Sardorum invidia ducti, presero e bruciaronoquella nave, e tutto tolsero ai poveri monaci. Ci fa ben vedere questo fatto che i Pisani non per anche signoreggiavano in Sardegna. Barasone ne dimandò, e n'ebbe soddisfazion da loro; dopo di che ottenne due altri monaci da Monte Casino, co' quali fondò un monistero. Altrettanto fece un altro re di quell'isola chiamatoTorchitorio, colla fondazione di un altro monistero. Poscia il papa e il duca Gotifredo tanto operarono, che i Pisani soddisfecero al monistero casinense, e gli promisero in avvenire rispetto ed amicizia. L'aver taluno creduto che solamente nel secolo seguente i giudici della Sardegna prendessero il titolo di re, viene smentito da questi atti e da altre pruove da me recate nelle Antichità italiane[Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.]. Un altro fatto vien raccontato da esso Ostiense che ci servirà a far conoscere la diversità delle cose umane. Perchè erano nati degli sconcerti nel monistero dell'isola di Tremiti, dipendente dal nobilissimo di Monte Casino, il saggio e santo abbate Desiderio ne levò via Adamo abbate, e diede quell'abbazia a Trasmondo figliuolo di Oderisio conte di Marsi. Furono imputati quattro monaci tremitensi dai lor compagni di aver tentata la ribellion di quell'isola. Di più non ci volle perchè il giovane Trasmondo abbate facesse cavar gli occhi a tre d'essi, e tagliar ad uno la lingua. Al cuore dell'abbate casinense Desiderio, uomo pieno di mansuetudine e di carità, fu una ferita la nuova di questo eccesso, sì per la disgrazia di chi avea patito, come per la crudeltà di chi avea dato quell'ordine, e principalmente poi per l'infamia di quel sacro luogo. Però frettolosamente accorse colà, mise sotto aspra penitenza Trasmondo, e poscia il cacciò di colà. Ma quel che è da stupire, diverso fu il sentimento d'Ildebrando cardinaleed arcidiacono allora della santa romana Chiesa, che fu poi papa Gregorio VII. Sostenne egli che Trasmondoaveva operato non da crudele, ma da uomo di petto, non aver trattato, come sel meritavano, que' maligni; e gli conferì anche in premio una migliore abbazia, cioè la casauriense; anzi da lì a non molto il fece ancora vescovo di Balva. Era allora il cardinale Ildebrando il mobile principale della corte pontificia. Nulla si facea senza di lui, anzi pareva che tutto fosse fatto da lui: tanto era il suo senno, l'attività e zelo, con cui operava, benchè fosse assai piccolo di statura, e l'apparenza del corpo non rispondesse alla grandezza dell'animo. Giacchè il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccles. ad ann. 1061.]non ebbe difficoltà a produrre alcuni acuti versi di san Pier Damiano, neppur io l'avrò per qui replicarli. Così egli scriveva al medesimo Ildebrando, suo singolare amico:

Papam rite colo, sed te prostatus adoro.Tu facis hunc Dominum: Te facit ille Deum.

Papam rite colo, sed te prostatus adoro.

Tu facis hunc Dominum: Te facit ille Deum.

In un altro distico, anche più pungente, dice dello stesso Ildebrando.

Vivere vis Romae? clara depromito voce:Plus Domino, papae, quam domno pareo papae.

Vivere vis Romae? clara depromito voce:

Plus Domino, papae, quam domno pareo papae.

Il che ci fa conoscere, chi fosse allora il padrone di nome, e chi di fatti in Roma.

Fu in quest'anno fatto cavaliere ilre Arrigo IV[Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.], cioè ricevette egli l'armi militari dalle mani dell'arcivescovo di Brema con quella solennità che era da molti secoli in uso, e durò molti altri dappoi. E fin d'allora si scoprì il suo mal talento contra diAnnone arcivescovodi Colonia, perchè gli stava sempre davanti gli occhi il pericolo corso, allorchè quel prelato il rapì alla madre. Ma per buona fortuna essa sua madre, cioè l'imperadrice Agnese, avendo fatta una scappata da Roma in Germania, quetò per allora l'animo vendicativo del figliuolo. Attesero nell'anno presente[Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 37.]i due fratellinormanniRoberto ducaeRuggieri contead espugnare qualche castello che tuttavia si sottraeva al loro dominio nella Calabria. Costò loro quattro mesi l'assedio del solo di Argel, e convenne in fine ammettere quegli abitanti ad una discreta capitolazione. In questi tempi il sopraddetto insigne abbate di Monte Casino e cardinale Desiderio attese indefessamente a fabbricar una suntuosa basilica in quel sacro luogo[Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 18 et seq.]: al quale fine chiamò dalla Lombardia, da Amalfi e da altri paesi, e fin da Costantinopoli, dei valenti artefici di musaici, di marmi, d'oro, di argento, di ferro, di legno, di gesso, di avorio e d'altri lavorieri: il che servì ancora ad introdurre o a propagar queste arti in Italia. Troviamo eziandio che nell'anno presente seguitava la città di Napoli a riconoscere la sovranità dei greci Augusti, ciò apparendo da una concession di beni[Antiquit. Italic., Disset. V.]fatta daGiovanni IIarcivescovo di quella città, e daSergio V, il quale si vede intitolatoeminentissimus cousul et dux, atque Domini gratia magister militum. Lo strumento fu stipulatoimperante domino nostro duce Constantino magno imperatore, anno quinto, die XXII mensis julii, Indictione tertia, Neapolis. Se tali note non son fallate, prima di quel che credette il padre Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.],Costantino ducaascese sul trono di Costantinopoli. A quest'anno ancora appartiene un placito pubblicato dal Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.], e tenuto nel dì primo di luglio in Piacenza nella corte propria di Rinaldo messo del signor re, dovein judicio residebat domnus Dionisius episcopus sanctae placentinae ecclesiae, et comes vius comitatu placentino, sive missus domni regis una cum domnus Cuniberto episcopus sanctae taurinensis ecclesiae, ec. Serva ancora questo atto a comprovare il dominio del re Arrigo, tuttochè non per anche coronato, in Italia; e che anche il vescovo di Piacenza,al pari di tanti altri prelati, era divenuto conte, cioè governatore della sua città.


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