MXCVIIIAnno diCristoMXCVIII. IndizioneVI.UrbanoII papa 11.ArrigoIV re 43, imper. 15.CorradoII re d'Italia 6.Fino a quest'anno era durata la ribellion di Capoa contra tutti gli sforzi di Riccardo suo principe, che s'era ritirato in Aversa. Cotanto si raccomandò questo principe normanno aRuggieri ducadi Puglia, che questi, chiamato in aiuto il suo zioRuggieri ducadi Sicilia, s'indusse a formare nell'aprile dell'anno presente l'assedio di quella città[Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 36.]. V'intervennero il duca e il conte con due possenti eserciti; epapa Urbano, affine di trattar pace, ed anche, per quanto si può conghietturare, a motivo di sostenere i diritti della santa Sede sopra quella città, giudicò bene di trasferirsi al medesimo assedio, e si fermò assai tempo in quelle vicinanze. Anche santoAnselmo arcivescovodi Cantorberì in Inghilterra[Eadmerus, in Vita S. Anselmi.], venuto in Italia a cagione delle violenze del reGuglielmo II, si portò colà per conferire col sommo pontefice, da cui, non meno che dal duca di Puglia, ricevette singolari onori. Si studiò il buon papa d'indurre i Capoani a rendersi amichevolmente; e ritrovandoli ostinati nella rivolta, si ritirò a Benevento. Con tal vigore continuarono poscia i principi normanni a strignere Capoa, che quel popolo[Lupus Protospata, in Chron.]nel mese di giugno fu astretto ad esporre bandiera bianca e capitolar la resa. Dal duca e dal conte fu consegnata quella città a Riccardo II. Nè si vuol tacere che Ruggieri duca di Puglia, non già per magnanimità aiutò Riccardo suo cugino a quell'impresa, ma per interesse; perciocchèprinceps caussa auxilii, quod ab ipso sperabat, homo ducis factus fuit. Cioè il duca obbligò Riccardo a riconoscere da lui in feudo la medesima città, benchè non anche presa, e forse tutti gli Stati di lui:alla qual risoluzione non s'era giammai potuto indurreGiordano principedi Capoa, e padre di lui, per quante carezze e minacce avesse adoperato per ottenere questo intento Roberto Guiscardo, padre d'esso duca Ruggieri, e zio materno del medesimo Giordano. Nella Vita di san Brunone[Apud Surium ad diem 6 octobr.]si racconta che durante l'assedio d'essa città, avendo un tal Sergio tramata una congiura contra di Ruggieri conte di Sicilia, san Brunone, che in questi tempi fioriva in Calabria, apparve in sonno al conte, e l'avvertì dell'imminente pericolo; per la qual grazia esso conte fu poi liberalissimo verso de' monaci certosini, istituiti dallo stesso san Brunone in questi tempi. Passarono dopo la conquista di Capoa il duca Ruggieri e il conte Ruggieri a Salerno, città allora, dove solea dimorar la corte dei duchi di Puglia. Colà parimente[Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 29.]da Benevento si portò papa Urbano per abboccarsi col conte prima del suo passaggio in Sicilia. E perciocchè si ritrovò esso conte disgustato per avere il pontefice eletto suo legato in SiciliaRoberto vescovodi Traina, senza precedente notizia e consenso del medesimo conte, affin di placarlo, e perchè ben sapea quanto grande fosse lo zelo della religione in quel principe, dichiarò legato apostolico per tutta la Sicilia esso conte e i suoi eredi con bolla dataSalerni per manum Johannis sanctae romanae Ecclesiae diaconi, tertio nonas julii, Indictione VII(si dee scrivereVI)pontificatus domni Urbani secundi XI. Di qui ebbe origine la decantata monarchia di Sicilia (nome veramente strano) così vigorosamente impugnata dal cardinal Baronio nel tomo undecimo della sua Storia ecclesiastica, tomo perciò condannato alle fiamme in Ispagna. Anche a' dì nostri sotto il pontificato di Clemente XI ribollì questa controversia, che susseguentemente ebbe fine colla moderazione di alcuni abusi introdotti nel tribunale di quella monarchia.Andossene dipoi papa Urbano alla città di Bari, dove nel mese di ottobre tenne un maestoso concilio di cento ottantacinque vescovi[Lupus Protospata, in Chron. Anonymus Barensis, apud Peregrinium.]. Comparvero in quella sacra raunanza molti Greci, e con esso loro seguì una calda disputa intorno alla Procession dello Spirito Santo dal Figliuolo. Vi si trovò presente l'arcivescovosanto Anselmo, personaggio il più letterato che si avesse allora la Chiesa latina. Confutò egli l'opinion de' Greci con tal forza di ragioni ed autorità delle divine Scritture, che avrebbono dovuto coloro ammutolirsi. In quest'anno probabilmente accadde ciò che narra Landolfo iuniore storico milanese[Landolfus junior, Hist. Mediolan., cap. 1, tom. 5 Rer. Italic.]. Per attestato di lui, il giovanere Corradoteneva la sua corte in Borgo San Donnino. Avvenne che passò per colà Liprando prete milanese, gran partigiano della parte pontificia, incamminato verso Roma, per presentarsi davanti papa Urbano. Era egli persona famosa, perchè nell'anno 1075 gli scismatici gli aveano tagliato il naso e gli orecchi. Avendo voluto il re vederlo, fra l'altre cose, gli disse:Essendo maestro tu de' Paterini(così erano allora appellati i fautori della parte pontifizia),che sentimento hai tu intorno ai vescovi e sacerdoti, che possedendo tanti beni loro conceduti dai re, nulla poi vogliono contribuire per gli alimenti del re?Probabilmente questo re, più di apparenza che di sostanza, si doveva trovar molto asciutto e bisognoso di moneta per vivere. Liprando con tutta modestia e buon garbo gli rispose, ma senza sapersi ciò che gli rispondesse. Passando egli poi pel Parmigiano, fu preso e spogliato dagli uomini di quel vescovo, e fu obbligato a tornarsene indietro. Corrado fece pagar buona somma di danaro in pena da que' masnadieri. Dopo un faticoso assedio di nove mesi[Chronograph. Malleac. Guillelm. Tyr. Bernardus Thesaurarius et alii.], e dopo averdisfatti varii corpi di Turchi che voleano portar soccorso all'assediata Antiochia, e dopo aver patito quella città una terribil fame e mortalità di gente, riuscì in fine all'esercito de' cristiani crocesignati di entrare per intelligenza di un ricco saraceno in quella vasta città, e di mettere a fil di spada chiunque non potè salvarsi colla fuga. Ilprincipe Boamondo, che da Roberto suo padre, se non altra eredità, quella ebbe almeno dell'accortezza e del valore, quegli fu, che per trattato secreto con un uffiziale turco, cristiano rinnegato, introdusse le armi cristiane in Antiochia, e seppe così ben condurre i propri affari, che tutti gli altri principi accordarono a lui il dominio di quella nobilissima città, in cui egli fondò un illustre principato. Ma poco stette a presentarsi sotto AntiochiaCorboranoprincipe dei Turchi con trecento sessanta cinque mila armati (numero forse esagerato), che strettamente assediò i vincitori nella città medesima, e li ridusse, per mancanza di viveri, a cibarsi di carne di cavallo e di asini, e a morir non pochi di fame. Tutto era disperazione, quando eccoti un prete provenzale riferire che per una rivelazione di sant'Andrea si trovava in quella città la lancia, con cui fu aperto il costato al divino nostro Salvatore, e ne indicò il luogo. Fu poi dai più saggi creduta questa un'impostura. Verità nondimeno è, che ritrovata la pretesa lancia (che nulla più facile sarebbe stato, quanto che il porvene e seppellirne una a capriccio), tal compunzione, tal coraggio e risoluzione entrò in cuore dell'esercito cristiano, che fatta una sortita generale contro all'immensa armata nemica, la sbaragliarono e misero in fuga. Incredibil fu la quantità e ricchezza delle spoglie del campo. Sopraggiunse la peste, che fece non poca strage de' Cristiani; vennero anche dissensioni fra Boamondo eRaimondo contedi Tolosa; ma, ciò non ostante, la cotanto diminuita armata de' crociati continuò il suo cammino alla volta di Gerusalemme, con impossessarsi in andando divarie città. Che lacontessa Matildafosse in questi tempi governatrice o signora di Reggio di Lombardia, si può forse dedurre da un atto da me dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX, pag. 647.]. Bolliva lite fra i monaci benedettini di quella città e gli uomini delle valli per alcuni beni. Essendo ricorsi gli ultimi ad essa principessa, ordinò ella ad uno dei suoi giudici di ben ventilar quella causa, e d'intimare alle partiche fossero pronte alla pugna, cioè alla pazza maniera di decidere molte controversie che era allora in voga. Entrarono i campioni nello steccato, e gran dire vi fu, perchè quello degli uomini suddetti gittò sopra la testa del campione de' monaciun guanto donnesco ordinato di varii colori, dando con ciò sospetto di malefizio. Tralascio gli altri ridicolosi avvenimenti di quel duello, che non era in questi barbari tempi riconosciuto dai più per una chiarissima tentazione di Dio, e però peccaminosa nel tribunale d'esso Altissimo.
Fino a quest'anno era durata la ribellion di Capoa contra tutti gli sforzi di Riccardo suo principe, che s'era ritirato in Aversa. Cotanto si raccomandò questo principe normanno aRuggieri ducadi Puglia, che questi, chiamato in aiuto il suo zioRuggieri ducadi Sicilia, s'indusse a formare nell'aprile dell'anno presente l'assedio di quella città[Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 36.]. V'intervennero il duca e il conte con due possenti eserciti; epapa Urbano, affine di trattar pace, ed anche, per quanto si può conghietturare, a motivo di sostenere i diritti della santa Sede sopra quella città, giudicò bene di trasferirsi al medesimo assedio, e si fermò assai tempo in quelle vicinanze. Anche santoAnselmo arcivescovodi Cantorberì in Inghilterra[Eadmerus, in Vita S. Anselmi.], venuto in Italia a cagione delle violenze del reGuglielmo II, si portò colà per conferire col sommo pontefice, da cui, non meno che dal duca di Puglia, ricevette singolari onori. Si studiò il buon papa d'indurre i Capoani a rendersi amichevolmente; e ritrovandoli ostinati nella rivolta, si ritirò a Benevento. Con tal vigore continuarono poscia i principi normanni a strignere Capoa, che quel popolo[Lupus Protospata, in Chron.]nel mese di giugno fu astretto ad esporre bandiera bianca e capitolar la resa. Dal duca e dal conte fu consegnata quella città a Riccardo II. Nè si vuol tacere che Ruggieri duca di Puglia, non già per magnanimità aiutò Riccardo suo cugino a quell'impresa, ma per interesse; perciocchèprinceps caussa auxilii, quod ab ipso sperabat, homo ducis factus fuit. Cioè il duca obbligò Riccardo a riconoscere da lui in feudo la medesima città, benchè non anche presa, e forse tutti gli Stati di lui:alla qual risoluzione non s'era giammai potuto indurreGiordano principedi Capoa, e padre di lui, per quante carezze e minacce avesse adoperato per ottenere questo intento Roberto Guiscardo, padre d'esso duca Ruggieri, e zio materno del medesimo Giordano. Nella Vita di san Brunone[Apud Surium ad diem 6 octobr.]si racconta che durante l'assedio d'essa città, avendo un tal Sergio tramata una congiura contra di Ruggieri conte di Sicilia, san Brunone, che in questi tempi fioriva in Calabria, apparve in sonno al conte, e l'avvertì dell'imminente pericolo; per la qual grazia esso conte fu poi liberalissimo verso de' monaci certosini, istituiti dallo stesso san Brunone in questi tempi. Passarono dopo la conquista di Capoa il duca Ruggieri e il conte Ruggieri a Salerno, città allora, dove solea dimorar la corte dei duchi di Puglia. Colà parimente[Gaufrid. Malaterra, lib. 4, cap. 29.]da Benevento si portò papa Urbano per abboccarsi col conte prima del suo passaggio in Sicilia. E perciocchè si ritrovò esso conte disgustato per avere il pontefice eletto suo legato in SiciliaRoberto vescovodi Traina, senza precedente notizia e consenso del medesimo conte, affin di placarlo, e perchè ben sapea quanto grande fosse lo zelo della religione in quel principe, dichiarò legato apostolico per tutta la Sicilia esso conte e i suoi eredi con bolla dataSalerni per manum Johannis sanctae romanae Ecclesiae diaconi, tertio nonas julii, Indictione VII(si dee scrivereVI)pontificatus domni Urbani secundi XI. Di qui ebbe origine la decantata monarchia di Sicilia (nome veramente strano) così vigorosamente impugnata dal cardinal Baronio nel tomo undecimo della sua Storia ecclesiastica, tomo perciò condannato alle fiamme in Ispagna. Anche a' dì nostri sotto il pontificato di Clemente XI ribollì questa controversia, che susseguentemente ebbe fine colla moderazione di alcuni abusi introdotti nel tribunale di quella monarchia.
Andossene dipoi papa Urbano alla città di Bari, dove nel mese di ottobre tenne un maestoso concilio di cento ottantacinque vescovi[Lupus Protospata, in Chron. Anonymus Barensis, apud Peregrinium.]. Comparvero in quella sacra raunanza molti Greci, e con esso loro seguì una calda disputa intorno alla Procession dello Spirito Santo dal Figliuolo. Vi si trovò presente l'arcivescovosanto Anselmo, personaggio il più letterato che si avesse allora la Chiesa latina. Confutò egli l'opinion de' Greci con tal forza di ragioni ed autorità delle divine Scritture, che avrebbono dovuto coloro ammutolirsi. In quest'anno probabilmente accadde ciò che narra Landolfo iuniore storico milanese[Landolfus junior, Hist. Mediolan., cap. 1, tom. 5 Rer. Italic.]. Per attestato di lui, il giovanere Corradoteneva la sua corte in Borgo San Donnino. Avvenne che passò per colà Liprando prete milanese, gran partigiano della parte pontificia, incamminato verso Roma, per presentarsi davanti papa Urbano. Era egli persona famosa, perchè nell'anno 1075 gli scismatici gli aveano tagliato il naso e gli orecchi. Avendo voluto il re vederlo, fra l'altre cose, gli disse:Essendo maestro tu de' Paterini(così erano allora appellati i fautori della parte pontifizia),che sentimento hai tu intorno ai vescovi e sacerdoti, che possedendo tanti beni loro conceduti dai re, nulla poi vogliono contribuire per gli alimenti del re?Probabilmente questo re, più di apparenza che di sostanza, si doveva trovar molto asciutto e bisognoso di moneta per vivere. Liprando con tutta modestia e buon garbo gli rispose, ma senza sapersi ciò che gli rispondesse. Passando egli poi pel Parmigiano, fu preso e spogliato dagli uomini di quel vescovo, e fu obbligato a tornarsene indietro. Corrado fece pagar buona somma di danaro in pena da que' masnadieri. Dopo un faticoso assedio di nove mesi[Chronograph. Malleac. Guillelm. Tyr. Bernardus Thesaurarius et alii.], e dopo averdisfatti varii corpi di Turchi che voleano portar soccorso all'assediata Antiochia, e dopo aver patito quella città una terribil fame e mortalità di gente, riuscì in fine all'esercito de' cristiani crocesignati di entrare per intelligenza di un ricco saraceno in quella vasta città, e di mettere a fil di spada chiunque non potè salvarsi colla fuga. Ilprincipe Boamondo, che da Roberto suo padre, se non altra eredità, quella ebbe almeno dell'accortezza e del valore, quegli fu, che per trattato secreto con un uffiziale turco, cristiano rinnegato, introdusse le armi cristiane in Antiochia, e seppe così ben condurre i propri affari, che tutti gli altri principi accordarono a lui il dominio di quella nobilissima città, in cui egli fondò un illustre principato. Ma poco stette a presentarsi sotto AntiochiaCorboranoprincipe dei Turchi con trecento sessanta cinque mila armati (numero forse esagerato), che strettamente assediò i vincitori nella città medesima, e li ridusse, per mancanza di viveri, a cibarsi di carne di cavallo e di asini, e a morir non pochi di fame. Tutto era disperazione, quando eccoti un prete provenzale riferire che per una rivelazione di sant'Andrea si trovava in quella città la lancia, con cui fu aperto il costato al divino nostro Salvatore, e ne indicò il luogo. Fu poi dai più saggi creduta questa un'impostura. Verità nondimeno è, che ritrovata la pretesa lancia (che nulla più facile sarebbe stato, quanto che il porvene e seppellirne una a capriccio), tal compunzione, tal coraggio e risoluzione entrò in cuore dell'esercito cristiano, che fatta una sortita generale contro all'immensa armata nemica, la sbaragliarono e misero in fuga. Incredibil fu la quantità e ricchezza delle spoglie del campo. Sopraggiunse la peste, che fece non poca strage de' Cristiani; vennero anche dissensioni fra Boamondo eRaimondo contedi Tolosa; ma, ciò non ostante, la cotanto diminuita armata de' crociati continuò il suo cammino alla volta di Gerusalemme, con impossessarsi in andando divarie città. Che lacontessa Matildafosse in questi tempi governatrice o signora di Reggio di Lombardia, si può forse dedurre da un atto da me dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX, pag. 647.]. Bolliva lite fra i monaci benedettini di quella città e gli uomini delle valli per alcuni beni. Essendo ricorsi gli ultimi ad essa principessa, ordinò ella ad uno dei suoi giudici di ben ventilar quella causa, e d'intimare alle partiche fossero pronte alla pugna, cioè alla pazza maniera di decidere molte controversie che era allora in voga. Entrarono i campioni nello steccato, e gran dire vi fu, perchè quello degli uomini suddetti gittò sopra la testa del campione de' monaciun guanto donnesco ordinato di varii colori, dando con ciò sospetto di malefizio. Tralascio gli altri ridicolosi avvenimenti di quel duello, che non era in questi barbari tempi riconosciuto dai più per una chiarissima tentazione di Dio, e però peccaminosa nel tribunale d'esso Altissimo.