MXLIVAnno diCristoMXLIV. IndizioneXII.GregorioVI papa 1.ArrigoIII re di Germania e d'Italia 6.Per tre anni, secondo l'attestato di Arnolfo storico[Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 19.], durò il blocco di Milano, già intrapreso dai nobili fuorusciti contro le plebe di quella città. Terminò esso, a mio credere, piuttosto nel presente anno che nel precedente, come si figurò il Sigonio. Eccone la maniera, di cui siam tenuti a Landolfo seniore[Landulfus Senior, Histor. Mediol., lib. 2, cap. 26.], altro storico milanese di questo secolo. Erasi ridotta per sì lungo contrasto in somme miserie quella nobil città, perchè troppo scemato il popolo a cagion dei tanti combattimenti e delle malattie sofferte, e massimamente perchè un'orrida fame era succeduta alla mancanza dei viveri. Pareano scheletri camminanti quei che erano restati in vita. Ora Lanzone capitan d'esso popolo, allorchè vide tendente al precipizio la fortuna de' suoi, nè rimaner loro speranza di soccorso, preso seco molto oro ed argento, segretamente se ne andò in Germania ad implorar il patrocino del re Arrigo. Il trovò molto adirato contra diEriberto arcivescovo, perchè il supponeva autore di sì scandalosa division de' Milanesi, e insieme della ribellione, giacchè niuna delle due fazioni ubbidiva più agli ordini d'esso re. Purchè Lanzone si obbligasse di ricevere nella città di Milano quattromila cavalli tedeschi, promise il re Arrigo di aiutar la plebe contra dei nobili, e contra qualunque persona che volesse molestarla. A tutto acconsentì Lanzone, e fu determinato il tempo della spedizion dell'armata. Con queste buone nuove tornato a Milano rimise il cuorein corpo ai macilenti suoi seguaci, con gaudio incredibile di tutti, e con sua gran lode. Ma questo Lanzone, siccome personaggio ben provveduto di senno, ed amante della patria, stette poco a riconoscere a che pericolo si esponesse la città, e non men la fazione contraria che la sua. Fors'anche avea consigliatamente operato tutto per condurre alla pace i nobili ostinati. Perciò segretamente s'abboccò con alquanti nobili fuorusciti; e rappresentato loro quanto a tutti potea avvenire per così fiera disunione, non trovò difficoltà a stabilire una buona pace e concordia: con che rientrarono i nobili in Milano, e deposto ogni spirito di vendetta, attesero sì i grandi che i piccioli a vivere per allora con buona armonia, benchè poco fossero disposti gli animi dell'una parte verso dell'altra. Tal fine ebbe quella scandalosa discordia. ConoscendoPoppone patriarcadi Aquileia quanto fosse agevole, nella corruzione in cui si trovava allora la corte romana per cagione di un papa pieno di vizii, l'ottenere quel che si voleva[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], tanto s'adoperò, che ne riportò un decreto, che la chiesa di Grado, benchè da più secoli smembrata, dovesse riconoscere per suo metropolitano il patriarca aquileiense. Negli ultimi mesi adunque dell'anno presente portatosi con gente armata a Grado, diede il sacco a quanto vi era di buono; ed appunto con barbarica crudeltà attaccò il fuoco alle chiese e alla città, e ne fece un falò.Domenico Contarenodoge edOrso patriarcadi Grado, commossi da sì empio insulto, ne scrissero lettere assai calde apapa Benedetto, e spedirono apposta a Roma i lor messi per implorar giustizia e ristoro. Furono trovate così buone le lor ragioni, che si venne nel sinodo romano ad abolire il privilegio surrettiziamente ottenuto, con obbligo di restituire il maltolto. Ed allora il doge di Venezia si studiò di rifabbricare l'abbattuta città di Grado. Tornati che furono alle lorcase i Normanni dopo la morte di Maniaco,Guaimario IVprincipe di Salerno e di Capoa, mal sofferendo che Argiro sotto l'ombra del greco imperadore usasse il titolo di principe di Bari e di duca d'Italia, determinò di fargli guerra. Aveva esso Guaimario preso il titolo di duca di Puglia e Calabria, quasichè questo gli somministrasse diritto sopra quelle provincie. Ora avendo egli condotti al suo soldo i Normanni che aveano abbandonato Argiro, portò le sue armi contro della Calabria. Cosa ivi facesse, non si sa. Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.]solamente nota che Guaimario insieme conGuglielmo Bracciodiferro, capo de' Normanni, vi fabbricò il castello di Squillaci. Guglielmo pugliese aggiugne[Guilielmus Apulus, Hist., lib. 2.]ch'egli passò con quelle forze sotto Bari, e vi mise l'assedio, con intimarne la resa ad Argiro. Ma Argiro facendo buona guardia alla città, nè volendo cimentarsi a combattimento alcuno, il lasciò minacciar quanto volle. Però veggendo Guaimario di consumare indarno e tempo e danari intorno a quella città, dopo aver saccheggiato tutto il paese, se ne ritornò indietro colle trombe nel sacco.Patì una fiera confusione e burrasca in quest'anno la Chiesa romana[Vict. III Papa, Dialog., lib. 3. Hermannnus Contractus, in Chron. Leo Ostiensis, Petrus Damiani, et alii.]. Erano arrivate al colmo le disonestà, le ruberie e gli ammazzamenti di papaBenedetto IX, in maniera che il popolo romano, non potendo più tollerar questo mostro, il cacciò fuori di Roma, ed elesse papa,canonica parvipendentes decreta, Giovanni vescovo sabinense, che prese il nome diSilvestro III. Questi comandò le feste solamente tre mesi, perchè colla forza de' suoi parenti risorto Benedetto IX, risalì sul trono, scomunicò e cacciò il sustituito Silvestro. Ma continuando nelle sue iniquità Benedetto, e scorgendo più che mai irritati contro di lui i Romani,rinunziò al pontificato, con venderlo simoniacamente a Giovanni chiamato Graziano, arciprete romano, il quale assunse il nome diGregorio VI. In questo miserabile stato cadde allora la santa Chiesa romana, non per la prepotenza di principe alcuno, ma per la disunione ed avarizia del popolo romano, che avendo mano nell'elezione de' papi, facilmente sturbava chiunque del clero serbava il timore di Dio, ed avrebbe forse saputo canonicamente provvedere al bisogno della santa Sede. Sforzasi il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]di provare cheGregorio VIfu riconosciuto per legittimo papa, e lodato da molti per le sue virtù; nè questo si mette in dubbio. Ma il padre Pagi[Pagius, ad Annal Baron. ad hunc annum.]pruova che Graziano, cioèGregorio VIcomperò anch'egli, cioè simoniacamente acquistò il romano pontificato, e che, per non essere sui principii noto questo peccaminoso ingresso d'amendue que' papi, fu ad essi prestata ubbidienza, nè per questo rimasero esclusi dai cataloghi de' romani pontefici. Comunque sia, noi fra poco vedremo che non tardò Iddio a sovvenir la Chiesa, e a liberarla dagli scandali con darle dei legittimi e buoni pontefici. Gioverà anche alla storia d'Italia l'accennar qui[Hermannus Contractus, in Chron. Annalista Saxo.], che venuto a morte in quest'annoGozeloneossiaGotolone,ducadella Lorena inferiore lasciò quel ducato aGozelinosuo figliuolo, soprannominato ilDappoco. Ma il re Arrigo, tuttochè gliel'avesse promesso, conferì quel ducato ad unAdalberto. Non seppe digerir questo tortoGotifredoil Barbato, altro figliuolo del suddetto Gozelone, e già duca della Lorena mosellanica ossia superiore, giovane di nobilissima indole, e peritissimo dell'arte militare. Perciò ribellatosi al re Arrigo, fece gran guasto e strage di gente fino al Reno, non salvandosi dal di lui furore se non chi si rifugiò nelle fortezze, o siriscattò con danari. Noi vedremo questo principe in Italia da qui ad alcuni anni operator d'altre imprese. Finì sua vita in quest'annoGebeardo arcivescovodi Ravenna, mentre dimorava nel monistero della Pomposa[Hermannus Contractus, in Chron. Rubeus, Hist., Ravenn. lib. 5.], godendo ivi della pia conversazione diGuido abbate, uomo di santa vita. Fu occupata quella chiesa da un certoWidgero; ma, siccome vedremo, ne decadde dopo due anni. Nè voglio lasciar di dire, aver Bennone nel zibaldone d'imposture e calunnie caricata la mano sopra il suddetto papaBenedetto IX, e che san Pier Damiano, in vigore d'una delle rivelazioni che anticamente erano alla moda, il cacciò nel profondo dell'inferno. Ma essersi trovato a' dì nostri chi con antichi documenti fa vedere che essoBenedetto IX, a persuasione di san Bartolommeo abbate di Grottaferrata, rinunziò il pontificato, ed avendo vestito l'abito monastico in quel monistero, attese a far penitenza dei suoi falli, finchè Dio il chiamò all'altra vita; e però non meritar fede chi tanto sparla del suo fine, e di penitente ch'ei fu, cel vuole far credere impenitente e dannato. Come poi s'accordino tali notizie colle parole dette da san Leone IX papa, prima di morire, nell'anno 1054, intorno ad esso Benedetto IX, io lascerò che altri lo decida. Resta forte allo scuro la storia italiana e romana in questi tempi.
Per tre anni, secondo l'attestato di Arnolfo storico[Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 19.], durò il blocco di Milano, già intrapreso dai nobili fuorusciti contro le plebe di quella città. Terminò esso, a mio credere, piuttosto nel presente anno che nel precedente, come si figurò il Sigonio. Eccone la maniera, di cui siam tenuti a Landolfo seniore[Landulfus Senior, Histor. Mediol., lib. 2, cap. 26.], altro storico milanese di questo secolo. Erasi ridotta per sì lungo contrasto in somme miserie quella nobil città, perchè troppo scemato il popolo a cagion dei tanti combattimenti e delle malattie sofferte, e massimamente perchè un'orrida fame era succeduta alla mancanza dei viveri. Pareano scheletri camminanti quei che erano restati in vita. Ora Lanzone capitan d'esso popolo, allorchè vide tendente al precipizio la fortuna de' suoi, nè rimaner loro speranza di soccorso, preso seco molto oro ed argento, segretamente se ne andò in Germania ad implorar il patrocino del re Arrigo. Il trovò molto adirato contra diEriberto arcivescovo, perchè il supponeva autore di sì scandalosa division de' Milanesi, e insieme della ribellione, giacchè niuna delle due fazioni ubbidiva più agli ordini d'esso re. Purchè Lanzone si obbligasse di ricevere nella città di Milano quattromila cavalli tedeschi, promise il re Arrigo di aiutar la plebe contra dei nobili, e contra qualunque persona che volesse molestarla. A tutto acconsentì Lanzone, e fu determinato il tempo della spedizion dell'armata. Con queste buone nuove tornato a Milano rimise il cuorein corpo ai macilenti suoi seguaci, con gaudio incredibile di tutti, e con sua gran lode. Ma questo Lanzone, siccome personaggio ben provveduto di senno, ed amante della patria, stette poco a riconoscere a che pericolo si esponesse la città, e non men la fazione contraria che la sua. Fors'anche avea consigliatamente operato tutto per condurre alla pace i nobili ostinati. Perciò segretamente s'abboccò con alquanti nobili fuorusciti; e rappresentato loro quanto a tutti potea avvenire per così fiera disunione, non trovò difficoltà a stabilire una buona pace e concordia: con che rientrarono i nobili in Milano, e deposto ogni spirito di vendetta, attesero sì i grandi che i piccioli a vivere per allora con buona armonia, benchè poco fossero disposti gli animi dell'una parte verso dell'altra. Tal fine ebbe quella scandalosa discordia. ConoscendoPoppone patriarcadi Aquileia quanto fosse agevole, nella corruzione in cui si trovava allora la corte romana per cagione di un papa pieno di vizii, l'ottenere quel che si voleva[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.], tanto s'adoperò, che ne riportò un decreto, che la chiesa di Grado, benchè da più secoli smembrata, dovesse riconoscere per suo metropolitano il patriarca aquileiense. Negli ultimi mesi adunque dell'anno presente portatosi con gente armata a Grado, diede il sacco a quanto vi era di buono; ed appunto con barbarica crudeltà attaccò il fuoco alle chiese e alla città, e ne fece un falò.Domenico Contarenodoge edOrso patriarcadi Grado, commossi da sì empio insulto, ne scrissero lettere assai calde apapa Benedetto, e spedirono apposta a Roma i lor messi per implorar giustizia e ristoro. Furono trovate così buone le lor ragioni, che si venne nel sinodo romano ad abolire il privilegio surrettiziamente ottenuto, con obbligo di restituire il maltolto. Ed allora il doge di Venezia si studiò di rifabbricare l'abbattuta città di Grado. Tornati che furono alle lorcase i Normanni dopo la morte di Maniaco,Guaimario IVprincipe di Salerno e di Capoa, mal sofferendo che Argiro sotto l'ombra del greco imperadore usasse il titolo di principe di Bari e di duca d'Italia, determinò di fargli guerra. Aveva esso Guaimario preso il titolo di duca di Puglia e Calabria, quasichè questo gli somministrasse diritto sopra quelle provincie. Ora avendo egli condotti al suo soldo i Normanni che aveano abbandonato Argiro, portò le sue armi contro della Calabria. Cosa ivi facesse, non si sa. Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.]solamente nota che Guaimario insieme conGuglielmo Bracciodiferro, capo de' Normanni, vi fabbricò il castello di Squillaci. Guglielmo pugliese aggiugne[Guilielmus Apulus, Hist., lib. 2.]ch'egli passò con quelle forze sotto Bari, e vi mise l'assedio, con intimarne la resa ad Argiro. Ma Argiro facendo buona guardia alla città, nè volendo cimentarsi a combattimento alcuno, il lasciò minacciar quanto volle. Però veggendo Guaimario di consumare indarno e tempo e danari intorno a quella città, dopo aver saccheggiato tutto il paese, se ne ritornò indietro colle trombe nel sacco.
Patì una fiera confusione e burrasca in quest'anno la Chiesa romana[Vict. III Papa, Dialog., lib. 3. Hermannnus Contractus, in Chron. Leo Ostiensis, Petrus Damiani, et alii.]. Erano arrivate al colmo le disonestà, le ruberie e gli ammazzamenti di papaBenedetto IX, in maniera che il popolo romano, non potendo più tollerar questo mostro, il cacciò fuori di Roma, ed elesse papa,canonica parvipendentes decreta, Giovanni vescovo sabinense, che prese il nome diSilvestro III. Questi comandò le feste solamente tre mesi, perchè colla forza de' suoi parenti risorto Benedetto IX, risalì sul trono, scomunicò e cacciò il sustituito Silvestro. Ma continuando nelle sue iniquità Benedetto, e scorgendo più che mai irritati contro di lui i Romani,rinunziò al pontificato, con venderlo simoniacamente a Giovanni chiamato Graziano, arciprete romano, il quale assunse il nome diGregorio VI. In questo miserabile stato cadde allora la santa Chiesa romana, non per la prepotenza di principe alcuno, ma per la disunione ed avarizia del popolo romano, che avendo mano nell'elezione de' papi, facilmente sturbava chiunque del clero serbava il timore di Dio, ed avrebbe forse saputo canonicamente provvedere al bisogno della santa Sede. Sforzasi il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Ecclesiast.]di provare cheGregorio VIfu riconosciuto per legittimo papa, e lodato da molti per le sue virtù; nè questo si mette in dubbio. Ma il padre Pagi[Pagius, ad Annal Baron. ad hunc annum.]pruova che Graziano, cioèGregorio VIcomperò anch'egli, cioè simoniacamente acquistò il romano pontificato, e che, per non essere sui principii noto questo peccaminoso ingresso d'amendue que' papi, fu ad essi prestata ubbidienza, nè per questo rimasero esclusi dai cataloghi de' romani pontefici. Comunque sia, noi fra poco vedremo che non tardò Iddio a sovvenir la Chiesa, e a liberarla dagli scandali con darle dei legittimi e buoni pontefici. Gioverà anche alla storia d'Italia l'accennar qui[Hermannus Contractus, in Chron. Annalista Saxo.], che venuto a morte in quest'annoGozeloneossiaGotolone,ducadella Lorena inferiore lasciò quel ducato aGozelinosuo figliuolo, soprannominato ilDappoco. Ma il re Arrigo, tuttochè gliel'avesse promesso, conferì quel ducato ad unAdalberto. Non seppe digerir questo tortoGotifredoil Barbato, altro figliuolo del suddetto Gozelone, e già duca della Lorena mosellanica ossia superiore, giovane di nobilissima indole, e peritissimo dell'arte militare. Perciò ribellatosi al re Arrigo, fece gran guasto e strage di gente fino al Reno, non salvandosi dal di lui furore se non chi si rifugiò nelle fortezze, o siriscattò con danari. Noi vedremo questo principe in Italia da qui ad alcuni anni operator d'altre imprese. Finì sua vita in quest'annoGebeardo arcivescovodi Ravenna, mentre dimorava nel monistero della Pomposa[Hermannus Contractus, in Chron. Rubeus, Hist., Ravenn. lib. 5.], godendo ivi della pia conversazione diGuido abbate, uomo di santa vita. Fu occupata quella chiesa da un certoWidgero; ma, siccome vedremo, ne decadde dopo due anni. Nè voglio lasciar di dire, aver Bennone nel zibaldone d'imposture e calunnie caricata la mano sopra il suddetto papaBenedetto IX, e che san Pier Damiano, in vigore d'una delle rivelazioni che anticamente erano alla moda, il cacciò nel profondo dell'inferno. Ma essersi trovato a' dì nostri chi con antichi documenti fa vedere che essoBenedetto IX, a persuasione di san Bartolommeo abbate di Grottaferrata, rinunziò il pontificato, ed avendo vestito l'abito monastico in quel monistero, attese a far penitenza dei suoi falli, finchè Dio il chiamò all'altra vita; e però non meritar fede chi tanto sparla del suo fine, e di penitente ch'ei fu, cel vuole far credere impenitente e dannato. Come poi s'accordino tali notizie colle parole dette da san Leone IX papa, prima di morire, nell'anno 1054, intorno ad esso Benedetto IX, io lascerò che altri lo decida. Resta forte allo scuro la storia italiana e romana in questi tempi.