MXXVAnno diCristoMXXV. IndizioneVIII.GiovanniXIX papa 2.CorradoII re di Germania 2.Non mancarono principi d'Italia che, concordi nel genio col popolo di Pavia, abborrivano di aver più in Italia re, o imperadori tedeschi, i quali doveano forse parer loro troppo gravosi. Fra questi specialmente ci fuMaginfredomarchese chiarissimo di Susa, conAlricovescovo d'Asti suo fratello, e i marchesi progenitori della casa d'Este, cioèUgoedAlbertoAzzo I. Siccome osservò il Beslì[Beslius, de vera orig. Hugon. Reg.], si voltarono essi aRobertore di Francia, esibendo a lui la corona del regno d'Italia; e quando a lui non piacesse, almeno adUgosuo figliuolo, già dichiarato collega nel regno. Ma egli non se ne volle impacciare, perchè non gli piaceva di tirarsi addosso una guerra col re Corrado. Glabro[Glaber, lib. 3, cap. 9.]scrive, in parlando del medesimo Ugo, cheubique provinciarum percitus peroptabatur a multis, praecipue ab Italis, ut sibi imperaret, in imperium sublimari. E nei versi fatti sopra la morte di lui:Omnis quem prona proscebat Italia,Caesar ut jura promeret regalia.Perduta questa speranza, e tanto più perchè esso giovinetto Ugo fu rapito dalla morte in quest'anno nel dì 17 di settembre, passarono que' marchesi a tentareGuglielmo IVduca d'Aquitania, oppure suo figliuoloGuglielmo V. Fulberto vescovo di Chartres così ne scrive a Roberto re di Francia[Folbertus, Epistol. 54 et 55.]:Guillelmo Pictavorum comes(lo stesso è che il duca d'Aquitania)herus meus loquutus est mihi nuper dicens, quod postquam Itali discesserunt a vobis, diffisi, quod vos regem haberent, petierunt filium suum ad regem. Quibus ille invitus coactusque respondit, tamdem acquiescere se voluntati eorum.Ma per non imbarcarsi male a proposito, fece il duca Guglielmo avvisare per mezzo del conte d'Angiò il re Roberto dell'esibizion fattagli dagli Italiani; e ch'egli l'accetterebbe, qualora il re volesse secondarlo e muovere all'armi i duchi della Lorena contro il re Corrado: al qual fine gli offeriva una buona somma di danaro. Nè questo gli bastò. Volle in persona venir egli in Italia, per meglio scandagliare gli animi e le forze di questi principi. Ma qui non trovando quella concordia che occorreva in un affare di tanta importanza,e non gli piacendo certe condizioni che si dimandavano dai principi italiani, se ne tornò in Guienna, e si diede a disfare la tela ordita. In una lettera[Fulbertus, Epistol. 58.], da lui scritta a Maginfredo marchese, gli dice:Quod coeptum est de filio meo, non videtur mihi ratum fore, nec utile, neque honestum. Gens enim vestra infida est. Insidiae graves contra nos orientur.Però il prega di rompere con buon garbo questo negozio. Odasi ancora Ademaro, monaco di santo Eparchio, che nella sua Cronica scrive:[Apud Labbe Bibliothec. MSS. tom. I.]At vero Langobardi, fine imperatoris(Henrici)gavisi, destruunt palatium imperiale, quod erat Papiae, et jugum imperatorium a se excutere volentes, venerunt multi nobiliores eorum coram pictavam urbem ad Willelmum ducem Aquitanorum, et eum super se regem constituere cupiebant. Qui prudenter cavens cum Willelmo comite Engolismae Langobardorum fines penetravit, et diu placitum tenens cum ducibus Italiae, nec in eis finem(o piuttostofidem)reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit. Leone, vescovo di Vercelli, uno di quelli fu che si sbracciò non poco per tirare in Italia l'amico suo duca d'Aquitania. Leggesi una lettera faceta del duca ad esso Leone, nella quale venendo poi al serio, scrive[Fulbert., Epist. 126.]:Longobardos non arguo deceptionis, quam in me exercere vellent. Quantum enim in ipsis fuit, partum erat mihi regnum Italiae, si unum facere voluissem, quod nefas judiravi: scilicet, ut ex voluntate eorum episcopos, qui essent Italiae, deponerem, et alios rursus illorum arbitrio elevarem. Sed absit, me rem hujusmodi facere, ec. Ecco quanta fosse la pietà e saviezza di quel principe.In occasione di questi trattati passò, come vedemmo, in FranciaUgo marchese, uno degli antenati estensi, per indurre il re Roberto ad accettar la corona d'Italia, e, passando per la città di Tours, quivi si fermò per due giorni affin disoddisfare alla divozione sua verso san Martino. Questa notizia ci è somministrata da una carta dell'archivio di quei canonici, dove si legge[Martene, Thesaur. nov. Anecdot. tom. I, pag. 51.]:Orta est querela canonicorum sancti Martini, circa quosdam marchiones Italiae, Bonifacium videlicet, Albertum, et Aczonem, Otbertum, et Hugonem, propter terras beati Martini de Italia, quas injuste tenebant. Quorum Hugo accidit, ut in terra legationis causa Robertum Francorum regem adiret, et per sanctum beati Martini locum transiret, ec. Siccome ho altrove dimostrato, erano questi principi della famiglia de' marchesi appellati poscia d'Este. Soddisfece il marchese Ugo a que' canonici. Ora il negoziato fin qui esposto de' principi d'Italia per iscuotere il giogo tedesco per la maggior parte fu fatto nel precedente anno, e terminò poi nel presente. Tra perchè abortirono le speranze concepute di avere un re dalla parte della Francia, e perchè l'unire e tener unite tante teste, era cosa più che difficile,Eribertoarcivescovo di Milano, il primo fra' principi di Lombardia, prese il partito suo, e, seguitato da moltissimi altri, andò in Germania a darsi al re Corrado, e a promettergli la corona del regno italico, ogni volta ch'egli calasse in Italia. L'abbiamo da Arnolfo storico milanese[Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.].Factum est(scrive egli)ut simul convenientes in commune tractarent de constituendo rege primates. Diversis itaque in diversa trahentibus, non omnium idem fuerat animosus. Interque talia fluctuante Italia, suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum. Quumque Teutones sibi Chuonradum eligerent, eumdem ipsum laudavit, omniumque in oculis coronavit.Ma non sussiste che Eriberto intervenisse all'elezion germanica, e molto meno che egli coronasse Corrado, nè che v'andasse solo. Un autore meglio informato, cheera allora in corte d'esso Corrado, cioè Wippone[Wippo, in Vita Conradi Salici.], ci assicura che il suo re, venuto alla città di Costanza, quivi celebrò la Pentecoste, che cadde nel dì 6 di giugno dell'anno presente.Ibi archiepiscopus mediolanensis Heribertus cum ceteris optimatibus italici regni occurrebat, et effectus est suus, fidemque sibi fecit per sacramentum et obsidum pignus, ut quando veniret cum exercitu ad subjiciendam Italiam, ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret. Similiter reliqui Langobardi fecerant(fecerunt)propter(praeter)Ticinenses, qui et alio nomine Papienses vocantur, quorum legati aderant cum muneribus et amicis, molientes ut regem pro offensione civium placarent, quamquam id adipisci a rege juxta votum suum nullo modo valerent. Tenevasi offeso il re, perchè i Pavesi avessero demolito il palazzo imperiale. E questi dicevano:Chi abbiamo noi offeso? Finchè l'Augusto Arrigo è vivuto gli siamo stati ubbidienti e fedeli. Morto lui, non avendo noi re, nè obbligo verso chi non era per anche nostro re, abbiamo smantellato un palazzo, su cui niun, fuorchè noi, aveva diritto.Ma Corrado non l'intendeva così, pretendendo che se moriva il re, il regno nondimeno vivo restava; e che quel palazzo era del re d'Italia e non de' Pavesi. Per questo motivo senza pace se ne tornarono indietro gli ambasciatori di Pavia.Reliqui vero Italici amplissimis donis a rege honorati in pace dimissi sunt.Nè già i Pavesi ricusavano di rifabbricare quel palazzo regale che era loro di gloria, ma lo volevano fuor di città. Corrado all'incontro lo voleva dentro, come prima. In ciò consisteva la lor discordanza. In questo anno propriamente, siccome osservò il padre Mabillone[Mabill., Annal. Benedict.], ed io ancora[Rer. Ital., tom. VI. Praefat. ad Vit. Abbat. Cavens.], ebbe principio il celebre monistero della Cava nel principatodi Salerno per cura diGuaimario IIIprincipe di quelle contrade. Il suo primo abbate fu santoAdelferioossiaAlferio. Abbiamo ancora da Leone Ostiense[Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.]e dall'Anonimo casinense, che in quest'annoPandolfo IVprincipe di Capua, già condotto prigione in Germania dal defunto Arrigo Augusto, ad intercessione dello stesso Guaimario, ottenne la sua libertà, e tornossene tutto umile e mansueto, secondo le apparenze, in Italia, con accignersi dipoi a ricuperare il perduto principato.
Non mancarono principi d'Italia che, concordi nel genio col popolo di Pavia, abborrivano di aver più in Italia re, o imperadori tedeschi, i quali doveano forse parer loro troppo gravosi. Fra questi specialmente ci fuMaginfredomarchese chiarissimo di Susa, conAlricovescovo d'Asti suo fratello, e i marchesi progenitori della casa d'Este, cioèUgoedAlbertoAzzo I. Siccome osservò il Beslì[Beslius, de vera orig. Hugon. Reg.], si voltarono essi aRobertore di Francia, esibendo a lui la corona del regno d'Italia; e quando a lui non piacesse, almeno adUgosuo figliuolo, già dichiarato collega nel regno. Ma egli non se ne volle impacciare, perchè non gli piaceva di tirarsi addosso una guerra col re Corrado. Glabro[Glaber, lib. 3, cap. 9.]scrive, in parlando del medesimo Ugo, cheubique provinciarum percitus peroptabatur a multis, praecipue ab Italis, ut sibi imperaret, in imperium sublimari. E nei versi fatti sopra la morte di lui:
Omnis quem prona proscebat Italia,Caesar ut jura promeret regalia.
Omnis quem prona proscebat Italia,
Caesar ut jura promeret regalia.
Perduta questa speranza, e tanto più perchè esso giovinetto Ugo fu rapito dalla morte in quest'anno nel dì 17 di settembre, passarono que' marchesi a tentareGuglielmo IVduca d'Aquitania, oppure suo figliuoloGuglielmo V. Fulberto vescovo di Chartres così ne scrive a Roberto re di Francia[Folbertus, Epistol. 54 et 55.]:Guillelmo Pictavorum comes(lo stesso è che il duca d'Aquitania)herus meus loquutus est mihi nuper dicens, quod postquam Itali discesserunt a vobis, diffisi, quod vos regem haberent, petierunt filium suum ad regem. Quibus ille invitus coactusque respondit, tamdem acquiescere se voluntati eorum.Ma per non imbarcarsi male a proposito, fece il duca Guglielmo avvisare per mezzo del conte d'Angiò il re Roberto dell'esibizion fattagli dagli Italiani; e ch'egli l'accetterebbe, qualora il re volesse secondarlo e muovere all'armi i duchi della Lorena contro il re Corrado: al qual fine gli offeriva una buona somma di danaro. Nè questo gli bastò. Volle in persona venir egli in Italia, per meglio scandagliare gli animi e le forze di questi principi. Ma qui non trovando quella concordia che occorreva in un affare di tanta importanza,e non gli piacendo certe condizioni che si dimandavano dai principi italiani, se ne tornò in Guienna, e si diede a disfare la tela ordita. In una lettera[Fulbertus, Epistol. 58.], da lui scritta a Maginfredo marchese, gli dice:Quod coeptum est de filio meo, non videtur mihi ratum fore, nec utile, neque honestum. Gens enim vestra infida est. Insidiae graves contra nos orientur.Però il prega di rompere con buon garbo questo negozio. Odasi ancora Ademaro, monaco di santo Eparchio, che nella sua Cronica scrive:[Apud Labbe Bibliothec. MSS. tom. I.]At vero Langobardi, fine imperatoris(Henrici)gavisi, destruunt palatium imperiale, quod erat Papiae, et jugum imperatorium a se excutere volentes, venerunt multi nobiliores eorum coram pictavam urbem ad Willelmum ducem Aquitanorum, et eum super se regem constituere cupiebant. Qui prudenter cavens cum Willelmo comite Engolismae Langobardorum fines penetravit, et diu placitum tenens cum ducibus Italiae, nec in eis finem(o piuttostofidem)reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit. Leone, vescovo di Vercelli, uno di quelli fu che si sbracciò non poco per tirare in Italia l'amico suo duca d'Aquitania. Leggesi una lettera faceta del duca ad esso Leone, nella quale venendo poi al serio, scrive[Fulbert., Epist. 126.]:Longobardos non arguo deceptionis, quam in me exercere vellent. Quantum enim in ipsis fuit, partum erat mihi regnum Italiae, si unum facere voluissem, quod nefas judiravi: scilicet, ut ex voluntate eorum episcopos, qui essent Italiae, deponerem, et alios rursus illorum arbitrio elevarem. Sed absit, me rem hujusmodi facere, ec. Ecco quanta fosse la pietà e saviezza di quel principe.
In occasione di questi trattati passò, come vedemmo, in FranciaUgo marchese, uno degli antenati estensi, per indurre il re Roberto ad accettar la corona d'Italia, e, passando per la città di Tours, quivi si fermò per due giorni affin disoddisfare alla divozione sua verso san Martino. Questa notizia ci è somministrata da una carta dell'archivio di quei canonici, dove si legge[Martene, Thesaur. nov. Anecdot. tom. I, pag. 51.]:Orta est querela canonicorum sancti Martini, circa quosdam marchiones Italiae, Bonifacium videlicet, Albertum, et Aczonem, Otbertum, et Hugonem, propter terras beati Martini de Italia, quas injuste tenebant. Quorum Hugo accidit, ut in terra legationis causa Robertum Francorum regem adiret, et per sanctum beati Martini locum transiret, ec. Siccome ho altrove dimostrato, erano questi principi della famiglia de' marchesi appellati poscia d'Este. Soddisfece il marchese Ugo a que' canonici. Ora il negoziato fin qui esposto de' principi d'Italia per iscuotere il giogo tedesco per la maggior parte fu fatto nel precedente anno, e terminò poi nel presente. Tra perchè abortirono le speranze concepute di avere un re dalla parte della Francia, e perchè l'unire e tener unite tante teste, era cosa più che difficile,Eribertoarcivescovo di Milano, il primo fra' principi di Lombardia, prese il partito suo, e, seguitato da moltissimi altri, andò in Germania a darsi al re Corrado, e a promettergli la corona del regno italico, ogni volta ch'egli calasse in Italia. L'abbiamo da Arnolfo storico milanese[Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.].Factum est(scrive egli)ut simul convenientes in commune tractarent de constituendo rege primates. Diversis itaque in diversa trahentibus, non omnium idem fuerat animosus. Interque talia fluctuante Italia, suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum. Quumque Teutones sibi Chuonradum eligerent, eumdem ipsum laudavit, omniumque in oculis coronavit.Ma non sussiste che Eriberto intervenisse all'elezion germanica, e molto meno che egli coronasse Corrado, nè che v'andasse solo. Un autore meglio informato, cheera allora in corte d'esso Corrado, cioè Wippone[Wippo, in Vita Conradi Salici.], ci assicura che il suo re, venuto alla città di Costanza, quivi celebrò la Pentecoste, che cadde nel dì 6 di giugno dell'anno presente.Ibi archiepiscopus mediolanensis Heribertus cum ceteris optimatibus italici regni occurrebat, et effectus est suus, fidemque sibi fecit per sacramentum et obsidum pignus, ut quando veniret cum exercitu ad subjiciendam Italiam, ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret. Similiter reliqui Langobardi fecerant(fecerunt)propter(praeter)Ticinenses, qui et alio nomine Papienses vocantur, quorum legati aderant cum muneribus et amicis, molientes ut regem pro offensione civium placarent, quamquam id adipisci a rege juxta votum suum nullo modo valerent. Tenevasi offeso il re, perchè i Pavesi avessero demolito il palazzo imperiale. E questi dicevano:Chi abbiamo noi offeso? Finchè l'Augusto Arrigo è vivuto gli siamo stati ubbidienti e fedeli. Morto lui, non avendo noi re, nè obbligo verso chi non era per anche nostro re, abbiamo smantellato un palazzo, su cui niun, fuorchè noi, aveva diritto.Ma Corrado non l'intendeva così, pretendendo che se moriva il re, il regno nondimeno vivo restava; e che quel palazzo era del re d'Italia e non de' Pavesi. Per questo motivo senza pace se ne tornarono indietro gli ambasciatori di Pavia.Reliqui vero Italici amplissimis donis a rege honorati in pace dimissi sunt.Nè già i Pavesi ricusavano di rifabbricare quel palazzo regale che era loro di gloria, ma lo volevano fuor di città. Corrado all'incontro lo voleva dentro, come prima. In ciò consisteva la lor discordanza. In questo anno propriamente, siccome osservò il padre Mabillone[Mabill., Annal. Benedict.], ed io ancora[Rer. Ital., tom. VI. Praefat. ad Vit. Abbat. Cavens.], ebbe principio il celebre monistero della Cava nel principatodi Salerno per cura diGuaimario IIIprincipe di quelle contrade. Il suo primo abbate fu santoAdelferioossiaAlferio. Abbiamo ancora da Leone Ostiense[Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 58.]e dall'Anonimo casinense, che in quest'annoPandolfo IVprincipe di Capua, già condotto prigione in Germania dal defunto Arrigo Augusto, ad intercessione dello stesso Guaimario, ottenne la sua libertà, e tornossene tutto umile e mansueto, secondo le apparenze, in Italia, con accignersi dipoi a ricuperare il perduto principato.