MXXXIIIAnno diCristoMXXXIII. IndizioneI.Benedetto IXpapa 1.Corrado IIre di Germania 10, imperadore 7.Oltre a quest'anno non passò la vita diGiovanni XIX. Non ci è noto il giorno e mese in cui egli cessò di vivere. Ben sappiamo che ebbe nel mese di giugno per successore nella cattedra di s. PietroBenedetto IX. Adunque uno strumento accennato da Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.], dove si legge il suoanno terzonel dì 25 di giugno dell'anno seguente, patisce delle difficoltà. Aggiungo di più, che nel Bollario casinense e negli Annali benedettini del padre Mabillone si truovano documenti, secondo i quali parrebbe che esso Benedetto IX avesse conseguito il pontificato nell'anno precedente, e non già nel presente. Tali nondimeno e tanti sono gli altri che ci assicurano aver egli solamente in quest'anno conseguita la dignità pontificia, che non credo si possa dipartire dall'opinione suddetta. Ora noi troviamo questo pontefice sommamente screditato nella storia ecclesiastica. Egli è appellato da Glabro[Glaber, His., lib. 4, cap. 5.]nepos duorum, Benedicti atque Johannis(romani pontefici),puer ferme decennis, intercedente thesaurorum pecunia, electus a Romanis. Non par notizia sicura ch'egli fosse di età sì tenera. Dicono ancora che si chiamava primaTeofilatto. Anche di questo io dubito, sembrando, per le notizie da me addotte altrove, che non egli, maBenedetto VIIIsuo zio portasse questo nome. Ha ben ragione di dar qui nelle smanie il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccles.]contra di questo mostro, con saviamente confutare dipoi i nemici della Chiesa cattolica,che di qui prendono motivo di sparlare della Chiesa romana. Non lasciarono mai, nè lasciano le chiese, e specialmente quella che è capo di tutte, d'essere sacrosante venerabili, ancorchè talvolta ministri indegni ne giungano al governo. Così durò anche allora in tutti i savii cristiani la venerazione dovuta alla Sede apostolica, tuttochè ciascun disapprovasse e l'ingresso e la vita di questo pontefice, che fu veramente esecrabile e sporca. I vizii de' sacri pastori non son già vizii delle loro sedie. Passa anche il cardinale Annalista a riprovare, e meritamente, i principi del secolo, qualor vogliano metter mano nell'elezione de' sommi pontefici. Ma è da vedere se questo fosse il luogo di dar questo ricordo ai principi. Pare piuttosto ch'egli dovesse ricordare ai suoi elettori di aver gli occhi solamente a Dio e al bene della Chiesa, e non già allo splendor dell'oro, nè a' proprii vantaggi. Nella elezione di Benedetto IX niun principe ebbe mano. L'oro fu il principe che fece eleggerlo, e da questo tiranno, e non da violenza di principe alcuno, si lasciarono questa volta abbagliare il clero e popolo romano. Abbiamo da Vittore III papa[Victor III papa, Dialog., lib. 3.]che questo Benedetto di nome, ma non di fatti,cujusdam Alberici filius (Magi potius Simonis, quam Simonis Petri vestigia sectatus) non parva a patre in populum profligata pecunia, summum sibi sacerdotium vendicavit. Cujus quidem post adeptum sacerdotium vita quam turpis, quam foeda, quam exsecranda exstiterit, horresco referre. Ma allora pur troppo la simonia facea grande strage non in Roma solo, ma per tutta la Cristianità. Ed essa più facilmente ancora mettea le zampe nell'elezion de' papi, perchè a questa interveniva anche il popolo secolare. Lodiamo Dio che questa mal erba, sempre detestata, sempre fulminata dalla Chiesa cattolica, truovò da lì a pochi anni degli zelantissimi papi che seriamente attesero a sradicarla; e lodiamolo, perchè a miglior ordine ridotta laelezion de' romani pontefici, non più si veggono nella sedia di san Pietro personaggi che, in vece di edificare distruggano, nè vescovi nelle altre chiese mancanti affatto di quelle belle doti che san Paolo desidera ed esige in ogni sacro pastore della Chiesa di Dio.Nel gennaio dell'anno presente si trovava in Basilea l'imperador Corrado, come costa da un suo diploma pubblicato da me[Antiquit. Ital., Dissert. XI.]. In quello stesso mese, per attestato di Wippone[Wippo, in Vita Conradi Salici.], egli mosse l'armata sua verso il regno della Borgogna, per ispossessarne Odone conte ossia duca di Sciampagna. Arrivato nel giorno della Purificazion della Vergine al monistero Paterniaco, quivi da buona parte dei grandi d'esso regno fu riconosciuto per re, e ne ricevette la corona nel giorno stesso. S'accinse ancora all'assedio di alcune castella; ma sì fiero e straordinario fu il freddo in quelle parti, che convenne desistere e ritirarsi. Tornossene dunque indietro, e trovandosi nel castello Turcico, vennero ad inchinarlo la vedova regina di BorgognaErmengarda, con altri non pochi Borgognoni, i quali aveano fatta la via d'Italia per timor di Odone. Venuta poi la state, l'imperadore, in vece di portar l'armi contro il regno della Borgogna, andò a dirittura a cercar Odone in casa sua, cioè nella Sciampagna, dove sì terribil guasto diede, che Odone per necessità venne a trovar Corrado con tutta umiltà, e a chiedere perdono, con promettere quello che, siccome uomo di mala fede, non voleva eseguire. Contento di questo, se ne tornò in Germania Corrado. Immaginossi il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccles.], per un passo mal inteso di Glabro, ch'esso Augusto calasse in quest'anno in Italia. Ciò è troppo lontano dal vero, come avvertì il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron. ad annum 1038.]. Anche il padre Daniello[Daniel, Histoire de France.], sinistramenteinterpretando un altro passo di Glabro, si credette che il popolo di Milano, ribellatosi all'Augusto Corrado, spedisse nell'anno presente ambasciatori ad offerir la corona d'Italia al predetto Odone. Ciò seguì molto più tardi, siccome vedremo. Erano in questi tempi i Milanesi sommamente attaccati e fedeli all'imperadore. Nè si vuol tacere che, per attestato del suddetto Glabro[Glaber, Histor., lib. 4, cap 5.], in questo anno cominciò per la prima volta ad udirsi il nome dellaTregua di Dio, proposta dai vescovi delle provincie di Arles e di Lione, che poi fu stabilita più tardi, ed anche abbracciata da molti in Italia. Erano allora non meno in Francia che in Italia in uso le guerre private: cioè permettevano le leggi il potersi vendicare dei nemici, dacchè il fallo era patente e conosciuto da' pubblici ministri. Però le discordie e vendette si tramandavano ai figliuoli e nipoti; frequentissimi erano gli ammazzamenti, e i più camminavano coll'armi, pronti sempre alla difesa ed offesa. Fu perciò in questi tempi fatta parola, e poi conchiuso nell'anno 1041, che in alcuni giorni di qualsivoglia settimana[Hugo Flaviniacens., in Chronico.]per amore di Dio niuno osasse di far danno alla vita o alla roba de' suoi nemici. Fu imposta la scomunica e l'esilio a chi, accettata questa tregua, la trasgredisse dipoi. Susseguentemente fu in alcun luogo abbreviato il termine della tregua con altre regole, delle quali è da vedere il Du-Cange[Du-Cange, in Glossar. Latinit.]. Ne parla anche Landolfo seniore[Landulfus Senior. Mediol., Hist., lib. 2. cap. 30.], storico milanese di questo secolo, ma con qualche differenza, scrivendo che a' tempi d'Eriberto arcivescovo,lex sancta, atque mandatum novum et bonum e coelo, ut sancti viri asseruerunt, omnibus Christianis tam fidelibus quam infidelibus data est, dicens: Quatenus omnes homines secure ab hora prima Jovis usque ad primam horam diei lunae, cujuscumque culpae forent,sua negotia agentes permanerent. Et quicumque hanc legem offenderent, videlicet Treguam Dei, quae misericordia Domini nostri Jesu Christi terris noviter apparuit; procul dubio in exsilio damnatus per aliqua tempora poenam patiatur corpoream. At qui eamdem servaverit, ab omnium peccatorum vinculis Dei misericordia absolvatur.Fu saggiamente pensata e introdotta la tregua di Dio dai vescovi di Francia; ma Landolfo ci fa intendere ch'essa era venutadal cielo, secondo il costume di que' tempi, ne' quali ogni pia istituzione si spacciava come miracolosa e mandata dal cielo con qualche rivelazione. In quest'annoIX kalendas februariitrovandosi l'Augusto Corrado in Basilea, confermò con suo diploma[Antiquit. Ital., Dissert. XI.]tutti i beni e diritti del monistero pavese di san Pietro inCoelo aureo.
Oltre a quest'anno non passò la vita diGiovanni XIX. Non ci è noto il giorno e mese in cui egli cessò di vivere. Ben sappiamo che ebbe nel mese di giugno per successore nella cattedra di s. PietroBenedetto IX. Adunque uno strumento accennato da Girolamo Rossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.], dove si legge il suoanno terzonel dì 25 di giugno dell'anno seguente, patisce delle difficoltà. Aggiungo di più, che nel Bollario casinense e negli Annali benedettini del padre Mabillone si truovano documenti, secondo i quali parrebbe che esso Benedetto IX avesse conseguito il pontificato nell'anno precedente, e non già nel presente. Tali nondimeno e tanti sono gli altri che ci assicurano aver egli solamente in quest'anno conseguita la dignità pontificia, che non credo si possa dipartire dall'opinione suddetta. Ora noi troviamo questo pontefice sommamente screditato nella storia ecclesiastica. Egli è appellato da Glabro[Glaber, His., lib. 4, cap. 5.]nepos duorum, Benedicti atque Johannis(romani pontefici),puer ferme decennis, intercedente thesaurorum pecunia, electus a Romanis. Non par notizia sicura ch'egli fosse di età sì tenera. Dicono ancora che si chiamava primaTeofilatto. Anche di questo io dubito, sembrando, per le notizie da me addotte altrove, che non egli, maBenedetto VIIIsuo zio portasse questo nome. Ha ben ragione di dar qui nelle smanie il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccles.]contra di questo mostro, con saviamente confutare dipoi i nemici della Chiesa cattolica,che di qui prendono motivo di sparlare della Chiesa romana. Non lasciarono mai, nè lasciano le chiese, e specialmente quella che è capo di tutte, d'essere sacrosante venerabili, ancorchè talvolta ministri indegni ne giungano al governo. Così durò anche allora in tutti i savii cristiani la venerazione dovuta alla Sede apostolica, tuttochè ciascun disapprovasse e l'ingresso e la vita di questo pontefice, che fu veramente esecrabile e sporca. I vizii de' sacri pastori non son già vizii delle loro sedie. Passa anche il cardinale Annalista a riprovare, e meritamente, i principi del secolo, qualor vogliano metter mano nell'elezione de' sommi pontefici. Ma è da vedere se questo fosse il luogo di dar questo ricordo ai principi. Pare piuttosto ch'egli dovesse ricordare ai suoi elettori di aver gli occhi solamente a Dio e al bene della Chiesa, e non già allo splendor dell'oro, nè a' proprii vantaggi. Nella elezione di Benedetto IX niun principe ebbe mano. L'oro fu il principe che fece eleggerlo, e da questo tiranno, e non da violenza di principe alcuno, si lasciarono questa volta abbagliare il clero e popolo romano. Abbiamo da Vittore III papa[Victor III papa, Dialog., lib. 3.]che questo Benedetto di nome, ma non di fatti,cujusdam Alberici filius (Magi potius Simonis, quam Simonis Petri vestigia sectatus) non parva a patre in populum profligata pecunia, summum sibi sacerdotium vendicavit. Cujus quidem post adeptum sacerdotium vita quam turpis, quam foeda, quam exsecranda exstiterit, horresco referre. Ma allora pur troppo la simonia facea grande strage non in Roma solo, ma per tutta la Cristianità. Ed essa più facilmente ancora mettea le zampe nell'elezion de' papi, perchè a questa interveniva anche il popolo secolare. Lodiamo Dio che questa mal erba, sempre detestata, sempre fulminata dalla Chiesa cattolica, truovò da lì a pochi anni degli zelantissimi papi che seriamente attesero a sradicarla; e lodiamolo, perchè a miglior ordine ridotta laelezion de' romani pontefici, non più si veggono nella sedia di san Pietro personaggi che, in vece di edificare distruggano, nè vescovi nelle altre chiese mancanti affatto di quelle belle doti che san Paolo desidera ed esige in ogni sacro pastore della Chiesa di Dio.
Nel gennaio dell'anno presente si trovava in Basilea l'imperador Corrado, come costa da un suo diploma pubblicato da me[Antiquit. Ital., Dissert. XI.]. In quello stesso mese, per attestato di Wippone[Wippo, in Vita Conradi Salici.], egli mosse l'armata sua verso il regno della Borgogna, per ispossessarne Odone conte ossia duca di Sciampagna. Arrivato nel giorno della Purificazion della Vergine al monistero Paterniaco, quivi da buona parte dei grandi d'esso regno fu riconosciuto per re, e ne ricevette la corona nel giorno stesso. S'accinse ancora all'assedio di alcune castella; ma sì fiero e straordinario fu il freddo in quelle parti, che convenne desistere e ritirarsi. Tornossene dunque indietro, e trovandosi nel castello Turcico, vennero ad inchinarlo la vedova regina di BorgognaErmengarda, con altri non pochi Borgognoni, i quali aveano fatta la via d'Italia per timor di Odone. Venuta poi la state, l'imperadore, in vece di portar l'armi contro il regno della Borgogna, andò a dirittura a cercar Odone in casa sua, cioè nella Sciampagna, dove sì terribil guasto diede, che Odone per necessità venne a trovar Corrado con tutta umiltà, e a chiedere perdono, con promettere quello che, siccome uomo di mala fede, non voleva eseguire. Contento di questo, se ne tornò in Germania Corrado. Immaginossi il cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccles.], per un passo mal inteso di Glabro, ch'esso Augusto calasse in quest'anno in Italia. Ciò è troppo lontano dal vero, come avvertì il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron. ad annum 1038.]. Anche il padre Daniello[Daniel, Histoire de France.], sinistramenteinterpretando un altro passo di Glabro, si credette che il popolo di Milano, ribellatosi all'Augusto Corrado, spedisse nell'anno presente ambasciatori ad offerir la corona d'Italia al predetto Odone. Ciò seguì molto più tardi, siccome vedremo. Erano in questi tempi i Milanesi sommamente attaccati e fedeli all'imperadore. Nè si vuol tacere che, per attestato del suddetto Glabro[Glaber, Histor., lib. 4, cap 5.], in questo anno cominciò per la prima volta ad udirsi il nome dellaTregua di Dio, proposta dai vescovi delle provincie di Arles e di Lione, che poi fu stabilita più tardi, ed anche abbracciata da molti in Italia. Erano allora non meno in Francia che in Italia in uso le guerre private: cioè permettevano le leggi il potersi vendicare dei nemici, dacchè il fallo era patente e conosciuto da' pubblici ministri. Però le discordie e vendette si tramandavano ai figliuoli e nipoti; frequentissimi erano gli ammazzamenti, e i più camminavano coll'armi, pronti sempre alla difesa ed offesa. Fu perciò in questi tempi fatta parola, e poi conchiuso nell'anno 1041, che in alcuni giorni di qualsivoglia settimana[Hugo Flaviniacens., in Chronico.]per amore di Dio niuno osasse di far danno alla vita o alla roba de' suoi nemici. Fu imposta la scomunica e l'esilio a chi, accettata questa tregua, la trasgredisse dipoi. Susseguentemente fu in alcun luogo abbreviato il termine della tregua con altre regole, delle quali è da vedere il Du-Cange[Du-Cange, in Glossar. Latinit.]. Ne parla anche Landolfo seniore[Landulfus Senior. Mediol., Hist., lib. 2. cap. 30.], storico milanese di questo secolo, ma con qualche differenza, scrivendo che a' tempi d'Eriberto arcivescovo,lex sancta, atque mandatum novum et bonum e coelo, ut sancti viri asseruerunt, omnibus Christianis tam fidelibus quam infidelibus data est, dicens: Quatenus omnes homines secure ab hora prima Jovis usque ad primam horam diei lunae, cujuscumque culpae forent,sua negotia agentes permanerent. Et quicumque hanc legem offenderent, videlicet Treguam Dei, quae misericordia Domini nostri Jesu Christi terris noviter apparuit; procul dubio in exsilio damnatus per aliqua tempora poenam patiatur corpoream. At qui eamdem servaverit, ab omnium peccatorum vinculis Dei misericordia absolvatur.Fu saggiamente pensata e introdotta la tregua di Dio dai vescovi di Francia; ma Landolfo ci fa intendere ch'essa era venutadal cielo, secondo il costume di que' tempi, ne' quali ogni pia istituzione si spacciava come miracolosa e mandata dal cielo con qualche rivelazione. In quest'annoIX kalendas februariitrovandosi l'Augusto Corrado in Basilea, confermò con suo diploma[Antiquit. Ital., Dissert. XI.]tutti i beni e diritti del monistero pavese di san Pietro inCoelo aureo.