MCCCCI

MCCCCIAnno diCristomcccci. IndizioneIX.Bonifazio IXpapa 13.Robertore de' Romani 2.Il secolo quintodecimo, a cui do ora principio, noi lo vedremo non meno agitato dalle guerre e rivoluzioni, che i barbarici precedenti. Tuttavia per due capi, cioè per le lettere e per la milizia, lo troveremo differente dai finora scorsi, e molto superiore ai medesimi. Non v'ha dubbio che nell'antecedente secolo cominciarono le buone lettere, troppo depresse in addietro, ad alzare il capo, e massimamente si ravvivò la lingua latina. Contribuì allora a ciò non poco Francesco Petrarca, uomo singolare, colle sue opere latine. Ho io parimente dato alla luce le Storie di Ferreto Vicentino, e di Albertino Mussato Padovano, che non aspettarono il Petrarca a lavorar con istile non disprezzabile le loro storie. Sopra tutti meritano attenzione le opere di Pietro Paolo Vergerio Justinopolitano, il seniore, che per l'eloquenza son tuttavia assaissimo da prezzare. Ma in questo secolo quintodecimo si dilatò sì fattamentelo studio delle lettere in Italia, che n'uscirono uomini per letteratura famosi, dei quali anche oggidì ammiriamo il sapere. Tanta è la copia d'essi, ch'io non mi metto a rammentarne neppur uno. Quello che specialmente cominciò a spronar gl'Italiani fu la venuta a Venezia sul fine del precedente secolo, e il passaggio dipoi a Firenze di Manuello Crisolora fuggito da Costantinopoli, il quale ben salariato si diede ad insegnare alla gioventù la lingua greca; e questa maggiormente accese lo studio della latina. Dagli Italiani susseguentemente impararono gli altri regni cristiani. Similmente nacquero nel presente secolo molti insigni uomini, che poscia ristorarono e perfezionarono la pittura, cioè Leonardo da Vinci, Pietro Perugino, Michel Angelo Buonarroti, Tiziano, Andrea del Sarto, Antonio Allegri detto il Correggio, Rafaello d'Urbino, ec. Per conto della milizia abbiam veduto che nel precedente secolo gl'Italiani costituirono il nerbo maggiore delle lor forze ed armate nella cavalleria straniera. Calavano allora a truppe i Tedeschi ed altri oltramontani, chiamati, o spontanei, in Italia, ben sicuri di trovar soldo o dai principi o dalle città libere. Ma s'è anche veduto quanto grande fosse l'avarizia loro, quanto poca la fede; e il maggiore di tutti i mali, fu lo aver essi introdotte le maledette compagnie di masnadieri, che sì lungamente afflissero le nostre contrade. Conobbero infine gl'Italiani di avere anch'essi mani, coraggio ed armi; e, lasciati andar gli stranieri, divennero agguerriti, ed ebbero capitani e generali di rara maestria e valore nel mestiere delle armi. Spezialmente in questi tempi fiorivaAlberico conte di Barbiano, dianzi gran contestabile del regno di Napoli, dalla cui scuola uscirono altri insigni capitani. Così abbiam veduto Jacopo del Verme, Biordo e Broglia e Carlo Malatesta, che morì di peste nel precedente anno in Empoli. E qui conviene far menzione di Sforza degli Attendoli, nato in Cotignola dellaRomagna[Corio, Istoria di Milano.]nell'anno 1369 a dì 10 di giugno. Il Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], il padre Bonoli[Bonoli, Istoria di Lugo.]ed altri non pochi scrivono, essere stata nobile la casa degli Attendoli onde egli uscì. Ma può restar del sospetto, che se gli attribuisse questa nobiltà, dappoichè egli, fu col suo valore salito in alto, e tanto più dappoichè Francesco suo figliuolo, anche più insigne nelle armi del padre, giunse a conquistare il ducato di Milano. Antica tradizion certo fu, ch'egli, zappando la terra, ed invitato da alcuni al mestiere delle armi, gittasse la zappa sopra una quercia, per prenderne augurio; se calava, di seguitar nel suo esercizio, e se restava nell'albero, di abbracciar la milizia. Non cadde la zappa, ed egli marciò alla guerra, dove per le sue violenze gli fu posto il soprannome di Sforza; e già in questi tempi avea cominciato ad acquistarsi il nome di valente guerriero, e comandava ad una squadra d'armati. Per testimonianza del Giovio, i suoi posteri Sforzi duchi di Milano non credeano falsa tal tradizione; e da qui a non molto noi vedremo esso Sforza nominato dai Romanivillano da Cotignola. In questo medesimo anno, trovandosi esso Sforza al servigio dei Fiorentini con cento cinquanta uomini d'armi in San Miniato, Lucia Trezania, tenuta da lui per moglie di coscienza, ma poi ripudiata, partorì a' dì 23 di luglio Francesco figliuolo di lui, che col tempo fu gloriosissimo duca di Milano. Questo basti per ora.Abbiamo dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]che circa questi tempipapa Bonifazio, portato alla clemenza, ricevette in sua grazia Giovanni e Niccolò dalla Colonna, che colla corda al collo gli chiesero perdono. Lo stesso fece con Giacobello Gaetano figliuolo del defunto Onorato conte di Fondi, cioè di un gran nemico di esso papa, confermandogli alcuni feudi giàspettanti alla sua casa nello Stato pontifizio. Ma l'avversario suo, cioè l'antipapa Benedetto, che tuttavia era sequestrato nel palazzo, ossia castello di Avignone, ebbe maniera in quest'anno di guadagnareLodovico duca d'Orleansreggente del regno. Questi riconciliò con lui i cardinali del suo partito, che l'aveano dianzi abbandonato per le sue crudeltà contro la città d'Avignone. Ratificò in tal congiuntura Benedetto le promesse fatte già di deporre il preteso papato, se così richiedeva il bisogno della Chiesa; e con ciò pare ch'egli riacquistasse la libertà. Ma, secondo altri atti, la sua liberazione succedette nell'anno 1403. Attese in questi medesimi tempi[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]Ladislao re di Napoli a domar que' baroni che restavano ribelli alla sua corona. All'uscita d'aprile cavalcò coll'esercito in Calabria, e ridusse all'ubbidienza sua tutte quelle terre, a riserva di Cotrone e di Reggio, che Niccolò Ruffo conte di Catanzaro consegnò alle genti diLodovico d'Angiò, con andarsene dipoi in Provenza. Ma Ladislao tanto poi fece, che espugnò i Franzesi, ed ebbe tutto. E perciocchè morì l'almirante di casa Marzano, stato in addietro suo nemico, si volse con gl'inganni a distruggere quella casa, e sotto colore di un matrimonio trasse nella rete Goffredo figliuolo di esso almirante, con torgli Tiano, Alife e il ducato di Sessa. Aggiugne il Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]che in questo medesimo anno Ladislao cacciò da Amalfi Ruggieri Britanno, che avea occupato quel paese; ricuperò tutto l'Abruzzo; e poi, dimentico de' benefizii a lui compartiti da Dio, quantunque i Sanseverini si fossero uniti con lui, ed avessero mirabilmente contribuito a rimetterlo in Napoli, pure perchè gli erano stati contro in addietro, prese Tommaso ed alcuni altri di essi, e li cacciò in prigione. Un pari trattamento fece al duca di Venosa e al vescovo di Biseglia. Chemal verme fosse Ladislao, di qui si può cominciar a comprendere. Ma negli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]l'oppressione de' Sanseverineschi vien rapportata all'anno 1404. E conviene aver pazienza se non si possono con ordinata cronologia riferire i fatti del regno di Napoli. Appena s'udì l'elezione diRoberto di Bavierare dei Romani, coronato in quest'anno, correndo la festa dell'Epifania, in Colonia da quell'arcivescovoFederigo, e traspirò l'inclinazione sua di calare in Italia contra diGian-Galeazzo ducadi Milano[Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Amm., Ist. Fior., lib. 16.], che i Fiorentini gli spedirono ambasciatori a confortarlo e sollecitarlo a questa impresa. Al pari di loro, anche papa Bonifazio si studiò di muoverlo, siccome irritato contro il duca per l'occupazione da lui fatta di Perugia, Assisi ed altre terre della Chiesa. Si accordarono i Fiorentini di pagargli ducento mila fiorini d'oro, cioè cento mila allorchè fosse sboccato in Italia l'esercito di lui, e il resto in altre rate. Ben volentieri, ed apertamente,Francesco da Carrarasignore di Padova, e segretamente i Veneziani aderirono a questa lega. MaNiccolò Estense marchesedi Ferrara, lungi dall'entrare in questo ballo, nel mese di settembre, accompagnato da molta nobiltà e genti d'armi in numero di quattrocento cinquanta cavalli, andò a Pavia a visitare il duca di Milano, che l'accolse con molto onore e finezze: cosa che ingelosì non poco i Veneziani, e fu cagione che parlassero alto coi ministri dell'Estense, il quale seppe tenersi neutrale in quelle scabrose contingenze. Sul principio d'ottobre fu a Trento Roberto re de' Romani con bella gente di armi, e andò ad unirsi seco colle sue ancora Francesco da Carrara, il quale fu creato capitan generale di tutta l'armata. Avea già spedito Roberto le lettere circolari, significando a' principi la sua venuta per prendere la coronad'Italia, e intimando al duca di Milano di dimettere tutte le città dell'imperio indebitamente da lui possedute.Gian-Galeazzogli mandò per risposta, che nol conoscea per nulla, essendoVenceslaolegittimo re de' Romani, ed esso Roberto un usurpatore. Intanto accrebbe l'esercito suo, e lo spedì ai confini de' suoi Stati, col mettere specialmente un grosso presidio in Brescia, comandato da Facino Cane e da Ottobon Terzo.A quella volta appunto per disastrosi cammini calò, dopo la metà d'ottobre, l'armata di Roberto, con cui erano ancora il burgravio di Norimberga eLeopoldo ducad'Austria. Già si erano ribellate al Visconte alcune valli del territorio bresciano. Nell'esercito del Visconte, oltre ai suddetti due capitani, si contavanoTeodoro marchesedi Monferrato, ilconte Albericodi Barbiano,Carlo Malatesta,Galeazzo da Mantova, Taddeo del Vermeed altri capitani. Molte scaramuccie si fecero con danno per lo più de' Tedeschi; ma nel dì 21 d'ottobre si venne quasi ad un general fatto d'armi, in cui restò scavalcato e prigione il duca d'Austria, colla morte e prigionia di molte centinaia di Tedeschi, comparendo superiore ad essi la bravura ed arte della milizia italiana. E se non era Jacopo da Carrara figliuolo di Francesco signor di Padova, in piena rotta andava tutto il campo di Roberto. L'essere stato rilasciato il duca d'Austria da lì a tre giorni, fece insorgere sospetti ch'egli avesse maneggiato cogli uffiziali del Visconte qualche trattato contra de' Carraresi; di modo che questi si ritirarono colle lor genti, e nel dì 6 di novembre giunsero in salvo a Padova. Roberto anch'egli marciò alla volta di Trento, dove si partì da lui in discordia il suddetto duca coll'arcivescovo di Colonia[Sozomenus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Son di parere altri storici che la ritirata di Roberto procedesse da timore per la fiera spelazzatache gli era toccata nel precedente conflitto. Certamente non mostrò egli gran perizia nell'arte della guerra, nè seppe profittar punto delle forze sue, benchè superiori a quelle del Visconte. Da Trento venne poscia Roberto a Padova, e vi entrò con tutta la sua baronia nel dì 18 di novembre. Trasferissi di là a Venezia nel dì 10 di dicembre, accompagnato dal signore di Padova. Di grandi consigli si tennero quivi coll'intervento degli ambasciatori fiorentini, per continuar la lega e la guerra contro il duca di Milano. Ma Roberto dimandava danari, e i danari ostinati non voleano venire[Mutius, Histor. Germ., lib. 26.]: però non si trovava maniera d'accordo fra essi contraenti. Sino al fine dell'anno si fermò in Venezia Roberto. Regnò ancora in quest'anno la confusione in Genova, troppo essendo avvezzi que' cittadini e i distrettuali ancora alle gare e sedizioni[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]: finchè nel dì ultimo d'ottobre colà arrivòGiovanni il Meingle, soprannominatoBucicaldo, maresciallo del re di Francia, personaggio di mirabil vivacità e franchezza, a ripigliar le redini di quel governo. Seco condusse circa mille uomini d'armi, e fu accolto con grande onore. Fattesi egli tosto consegnar quelle fortezze che erano in mano de' Genovesi, nel dì 2 di novembre chiamò a sè Batista Boccanegra e Batista dei Franchi Lusiardo e dopo averli messi sotto guardia, li sentenziò a morte, perchè avessero usurpata la rettorìa della città senza licenza del re ne' passati tumulti. La sentenza fu eseguita ad un'ora di notte nella piazza del pretorio contra del Boccanegra, a cui fu mozzato il capo. Dovea farsi lo stesso del Lusiardo, già spogliato e colle mani legate; ma perchè si vide qualche movimento nel popolo accorso, e a ciò teneano gli occhi i soldati franzesi, il Lusiardo, che se la vide bella, alzatosi e cacciatosi nella folla, ebbe la fortuna di salvarsi. Bucicaldo incollera fece subito tagliar la testa a quell'ufficiale che ne dovea aver cura. E questo buon cavallerizzo seppe in breve domar così bene quegli sbrigliati cavalli, che tornò in Genova e nel territorio la pace, ed ogni terra ubbidì, eccettochè Monaco posseduto da Lodovico Grimoaldo, ma che vedremo ricuperato da esso Bucicaldo nell'anno seguente, nel quale ancora sappiamo aver egli tolte le armi a tutti i cittadini di Genova, senza che si udisse tumulto alcuno: tanta paura si avea di lui.Prima di questi avvenimenti fu in Bologna gran mutazione[Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Annal., tom. eod.]. Gareggiavano fra loro in quella cittàGiovanni BentivoglioeNanne de' Gozzadini, cadaun d'essi aspirando alla signoria della città. L'accorto Bentivoglio, per rinforzare il suo partito, fece nel mese di febbraio entrare in città tutti gli amici del fu Carlo Zambeccari della fazion maltraversa, che erano confinati. Segretamente ancora si procacciò il favore del duca di Milano e de' suoi parziali. Con tal disposizione levato rumore nel dì 14 di marzo, si fece proclamar signore di Bologna. Allora fu che il duca si credette di aver da lì innanzi un fedele amico in esso Bentivoglio, e gli spedì ambasciatori per far lega con lui, ed egli acconsentì. Ma seppero dipoi tanto picchiargli in testa gli ambasciatori de' Fiorentini, rappresentandogli il pericolo d'essere divorato dal non mai contento duca, ch'egli si gittò nelle loro braccia e strinse lega con essi. Di questo si offese non poco il Visconte, ma siccome volpe vecchia dissimulò lo sdegno, con ordinar nondimeno al conte Alberico di Barbiano e ad Ottobuon Terzo che andassero in Romagna, e trovassero pretesti di guerra contra dei Bolognesi. Il pretesto fu, che il Bentivoglio si fosse accordato conAstorresignor di Faenza e nemico del conte Alberico. Fecero dunque essi delle scorrerie sulterritorio bolognese nel giugno, menando via gran quantità di bestiame e prigioni. Poscia, sbrigato che fu dalla guerra col re Roberto, ritornò esso conte Alberico sul Bolognese, e ripigliate le ostilità, s'impadronì del castello e della rocca di Dozza. Nanne e Bonifazio de' Gozzadini, per sospetto della lor vita, si ritirarono a Ferrara, e furono banditi. In Pistoia nell'anno presente[Sozomen., Chron., tom. 16 Rer. Ital.]Ricciardo de' Cancellieri, ribellatosi alla patria, prese il castello della Sambuca; ed assistito dal duca di Milano, a cui facea sperare il dominio di quella città, diede il guasto a tutta quella contrada. Ma i Fiorentini colle lor forze sturbarono i progressi del medesimo Ricciardo. Abbiamo dagli Annali di Milano[Annales Mediolan., tom. eod.]che in questi tempi Gian-Galeazzo duca, per sostener la guerra poco fa descritta, caricò sì spietatamente i suoi sudditi di taglie e prestiti, che molti, non potendo sostener tanti pesi, andarono raminghi pel mondo, oppure venivano imprigionati, e dai soldati erano occupati i lor beni. Perciò gemiti ed urli s'udivano fra tutti quei popoli. E tali per lo più son le glorie dei principi conquistatori.

Il secolo quintodecimo, a cui do ora principio, noi lo vedremo non meno agitato dalle guerre e rivoluzioni, che i barbarici precedenti. Tuttavia per due capi, cioè per le lettere e per la milizia, lo troveremo differente dai finora scorsi, e molto superiore ai medesimi. Non v'ha dubbio che nell'antecedente secolo cominciarono le buone lettere, troppo depresse in addietro, ad alzare il capo, e massimamente si ravvivò la lingua latina. Contribuì allora a ciò non poco Francesco Petrarca, uomo singolare, colle sue opere latine. Ho io parimente dato alla luce le Storie di Ferreto Vicentino, e di Albertino Mussato Padovano, che non aspettarono il Petrarca a lavorar con istile non disprezzabile le loro storie. Sopra tutti meritano attenzione le opere di Pietro Paolo Vergerio Justinopolitano, il seniore, che per l'eloquenza son tuttavia assaissimo da prezzare. Ma in questo secolo quintodecimo si dilatò sì fattamentelo studio delle lettere in Italia, che n'uscirono uomini per letteratura famosi, dei quali anche oggidì ammiriamo il sapere. Tanta è la copia d'essi, ch'io non mi metto a rammentarne neppur uno. Quello che specialmente cominciò a spronar gl'Italiani fu la venuta a Venezia sul fine del precedente secolo, e il passaggio dipoi a Firenze di Manuello Crisolora fuggito da Costantinopoli, il quale ben salariato si diede ad insegnare alla gioventù la lingua greca; e questa maggiormente accese lo studio della latina. Dagli Italiani susseguentemente impararono gli altri regni cristiani. Similmente nacquero nel presente secolo molti insigni uomini, che poscia ristorarono e perfezionarono la pittura, cioè Leonardo da Vinci, Pietro Perugino, Michel Angelo Buonarroti, Tiziano, Andrea del Sarto, Antonio Allegri detto il Correggio, Rafaello d'Urbino, ec. Per conto della milizia abbiam veduto che nel precedente secolo gl'Italiani costituirono il nerbo maggiore delle lor forze ed armate nella cavalleria straniera. Calavano allora a truppe i Tedeschi ed altri oltramontani, chiamati, o spontanei, in Italia, ben sicuri di trovar soldo o dai principi o dalle città libere. Ma s'è anche veduto quanto grande fosse l'avarizia loro, quanto poca la fede; e il maggiore di tutti i mali, fu lo aver essi introdotte le maledette compagnie di masnadieri, che sì lungamente afflissero le nostre contrade. Conobbero infine gl'Italiani di avere anch'essi mani, coraggio ed armi; e, lasciati andar gli stranieri, divennero agguerriti, ed ebbero capitani e generali di rara maestria e valore nel mestiere delle armi. Spezialmente in questi tempi fiorivaAlberico conte di Barbiano, dianzi gran contestabile del regno di Napoli, dalla cui scuola uscirono altri insigni capitani. Così abbiam veduto Jacopo del Verme, Biordo e Broglia e Carlo Malatesta, che morì di peste nel precedente anno in Empoli. E qui conviene far menzione di Sforza degli Attendoli, nato in Cotignola dellaRomagna[Corio, Istoria di Milano.]nell'anno 1369 a dì 10 di giugno. Il Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], il padre Bonoli[Bonoli, Istoria di Lugo.]ed altri non pochi scrivono, essere stata nobile la casa degli Attendoli onde egli uscì. Ma può restar del sospetto, che se gli attribuisse questa nobiltà, dappoichè egli, fu col suo valore salito in alto, e tanto più dappoichè Francesco suo figliuolo, anche più insigne nelle armi del padre, giunse a conquistare il ducato di Milano. Antica tradizion certo fu, ch'egli, zappando la terra, ed invitato da alcuni al mestiere delle armi, gittasse la zappa sopra una quercia, per prenderne augurio; se calava, di seguitar nel suo esercizio, e se restava nell'albero, di abbracciar la milizia. Non cadde la zappa, ed egli marciò alla guerra, dove per le sue violenze gli fu posto il soprannome di Sforza; e già in questi tempi avea cominciato ad acquistarsi il nome di valente guerriero, e comandava ad una squadra d'armati. Per testimonianza del Giovio, i suoi posteri Sforzi duchi di Milano non credeano falsa tal tradizione; e da qui a non molto noi vedremo esso Sforza nominato dai Romanivillano da Cotignola. In questo medesimo anno, trovandosi esso Sforza al servigio dei Fiorentini con cento cinquanta uomini d'armi in San Miniato, Lucia Trezania, tenuta da lui per moglie di coscienza, ma poi ripudiata, partorì a' dì 23 di luglio Francesco figliuolo di lui, che col tempo fu gloriosissimo duca di Milano. Questo basti per ora.

Abbiamo dal Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.]che circa questi tempipapa Bonifazio, portato alla clemenza, ricevette in sua grazia Giovanni e Niccolò dalla Colonna, che colla corda al collo gli chiesero perdono. Lo stesso fece con Giacobello Gaetano figliuolo del defunto Onorato conte di Fondi, cioè di un gran nemico di esso papa, confermandogli alcuni feudi giàspettanti alla sua casa nello Stato pontifizio. Ma l'avversario suo, cioè l'antipapa Benedetto, che tuttavia era sequestrato nel palazzo, ossia castello di Avignone, ebbe maniera in quest'anno di guadagnareLodovico duca d'Orleansreggente del regno. Questi riconciliò con lui i cardinali del suo partito, che l'aveano dianzi abbandonato per le sue crudeltà contro la città d'Avignone. Ratificò in tal congiuntura Benedetto le promesse fatte già di deporre il preteso papato, se così richiedeva il bisogno della Chiesa; e con ciò pare ch'egli riacquistasse la libertà. Ma, secondo altri atti, la sua liberazione succedette nell'anno 1403. Attese in questi medesimi tempi[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]Ladislao re di Napoli a domar que' baroni che restavano ribelli alla sua corona. All'uscita d'aprile cavalcò coll'esercito in Calabria, e ridusse all'ubbidienza sua tutte quelle terre, a riserva di Cotrone e di Reggio, che Niccolò Ruffo conte di Catanzaro consegnò alle genti diLodovico d'Angiò, con andarsene dipoi in Provenza. Ma Ladislao tanto poi fece, che espugnò i Franzesi, ed ebbe tutto. E perciocchè morì l'almirante di casa Marzano, stato in addietro suo nemico, si volse con gl'inganni a distruggere quella casa, e sotto colore di un matrimonio trasse nella rete Goffredo figliuolo di esso almirante, con torgli Tiano, Alife e il ducato di Sessa. Aggiugne il Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]che in questo medesimo anno Ladislao cacciò da Amalfi Ruggieri Britanno, che avea occupato quel paese; ricuperò tutto l'Abruzzo; e poi, dimentico de' benefizii a lui compartiti da Dio, quantunque i Sanseverini si fossero uniti con lui, ed avessero mirabilmente contribuito a rimetterlo in Napoli, pure perchè gli erano stati contro in addietro, prese Tommaso ed alcuni altri di essi, e li cacciò in prigione. Un pari trattamento fece al duca di Venosa e al vescovo di Biseglia. Chemal verme fosse Ladislao, di qui si può cominciar a comprendere. Ma negli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]l'oppressione de' Sanseverineschi vien rapportata all'anno 1404. E conviene aver pazienza se non si possono con ordinata cronologia riferire i fatti del regno di Napoli. Appena s'udì l'elezione diRoberto di Bavierare dei Romani, coronato in quest'anno, correndo la festa dell'Epifania, in Colonia da quell'arcivescovoFederigo, e traspirò l'inclinazione sua di calare in Italia contra diGian-Galeazzo ducadi Milano[Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Chron., tom. 18 Rer. Ital. Amm., Ist. Fior., lib. 16.], che i Fiorentini gli spedirono ambasciatori a confortarlo e sollecitarlo a questa impresa. Al pari di loro, anche papa Bonifazio si studiò di muoverlo, siccome irritato contro il duca per l'occupazione da lui fatta di Perugia, Assisi ed altre terre della Chiesa. Si accordarono i Fiorentini di pagargli ducento mila fiorini d'oro, cioè cento mila allorchè fosse sboccato in Italia l'esercito di lui, e il resto in altre rate. Ben volentieri, ed apertamente,Francesco da Carrarasignore di Padova, e segretamente i Veneziani aderirono a questa lega. MaNiccolò Estense marchesedi Ferrara, lungi dall'entrare in questo ballo, nel mese di settembre, accompagnato da molta nobiltà e genti d'armi in numero di quattrocento cinquanta cavalli, andò a Pavia a visitare il duca di Milano, che l'accolse con molto onore e finezze: cosa che ingelosì non poco i Veneziani, e fu cagione che parlassero alto coi ministri dell'Estense, il quale seppe tenersi neutrale in quelle scabrose contingenze. Sul principio d'ottobre fu a Trento Roberto re de' Romani con bella gente di armi, e andò ad unirsi seco colle sue ancora Francesco da Carrara, il quale fu creato capitan generale di tutta l'armata. Avea già spedito Roberto le lettere circolari, significando a' principi la sua venuta per prendere la coronad'Italia, e intimando al duca di Milano di dimettere tutte le città dell'imperio indebitamente da lui possedute.Gian-Galeazzogli mandò per risposta, che nol conoscea per nulla, essendoVenceslaolegittimo re de' Romani, ed esso Roberto un usurpatore. Intanto accrebbe l'esercito suo, e lo spedì ai confini de' suoi Stati, col mettere specialmente un grosso presidio in Brescia, comandato da Facino Cane e da Ottobon Terzo.

A quella volta appunto per disastrosi cammini calò, dopo la metà d'ottobre, l'armata di Roberto, con cui erano ancora il burgravio di Norimberga eLeopoldo ducad'Austria. Già si erano ribellate al Visconte alcune valli del territorio bresciano. Nell'esercito del Visconte, oltre ai suddetti due capitani, si contavanoTeodoro marchesedi Monferrato, ilconte Albericodi Barbiano,Carlo Malatesta,Galeazzo da Mantova, Taddeo del Vermeed altri capitani. Molte scaramuccie si fecero con danno per lo più de' Tedeschi; ma nel dì 21 d'ottobre si venne quasi ad un general fatto d'armi, in cui restò scavalcato e prigione il duca d'Austria, colla morte e prigionia di molte centinaia di Tedeschi, comparendo superiore ad essi la bravura ed arte della milizia italiana. E se non era Jacopo da Carrara figliuolo di Francesco signor di Padova, in piena rotta andava tutto il campo di Roberto. L'essere stato rilasciato il duca d'Austria da lì a tre giorni, fece insorgere sospetti ch'egli avesse maneggiato cogli uffiziali del Visconte qualche trattato contra de' Carraresi; di modo che questi si ritirarono colle lor genti, e nel dì 6 di novembre giunsero in salvo a Padova. Roberto anch'egli marciò alla volta di Trento, dove si partì da lui in discordia il suddetto duca coll'arcivescovo di Colonia[Sozomenus, Annal., tom. 16 Rer. Ital. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Son di parere altri storici che la ritirata di Roberto procedesse da timore per la fiera spelazzatache gli era toccata nel precedente conflitto. Certamente non mostrò egli gran perizia nell'arte della guerra, nè seppe profittar punto delle forze sue, benchè superiori a quelle del Visconte. Da Trento venne poscia Roberto a Padova, e vi entrò con tutta la sua baronia nel dì 18 di novembre. Trasferissi di là a Venezia nel dì 10 di dicembre, accompagnato dal signore di Padova. Di grandi consigli si tennero quivi coll'intervento degli ambasciatori fiorentini, per continuar la lega e la guerra contro il duca di Milano. Ma Roberto dimandava danari, e i danari ostinati non voleano venire[Mutius, Histor. Germ., lib. 26.]: però non si trovava maniera d'accordo fra essi contraenti. Sino al fine dell'anno si fermò in Venezia Roberto. Regnò ancora in quest'anno la confusione in Genova, troppo essendo avvezzi que' cittadini e i distrettuali ancora alle gare e sedizioni[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]: finchè nel dì ultimo d'ottobre colà arrivòGiovanni il Meingle, soprannominatoBucicaldo, maresciallo del re di Francia, personaggio di mirabil vivacità e franchezza, a ripigliar le redini di quel governo. Seco condusse circa mille uomini d'armi, e fu accolto con grande onore. Fattesi egli tosto consegnar quelle fortezze che erano in mano de' Genovesi, nel dì 2 di novembre chiamò a sè Batista Boccanegra e Batista dei Franchi Lusiardo e dopo averli messi sotto guardia, li sentenziò a morte, perchè avessero usurpata la rettorìa della città senza licenza del re ne' passati tumulti. La sentenza fu eseguita ad un'ora di notte nella piazza del pretorio contra del Boccanegra, a cui fu mozzato il capo. Dovea farsi lo stesso del Lusiardo, già spogliato e colle mani legate; ma perchè si vide qualche movimento nel popolo accorso, e a ciò teneano gli occhi i soldati franzesi, il Lusiardo, che se la vide bella, alzatosi e cacciatosi nella folla, ebbe la fortuna di salvarsi. Bucicaldo incollera fece subito tagliar la testa a quell'ufficiale che ne dovea aver cura. E questo buon cavallerizzo seppe in breve domar così bene quegli sbrigliati cavalli, che tornò in Genova e nel territorio la pace, ed ogni terra ubbidì, eccettochè Monaco posseduto da Lodovico Grimoaldo, ma che vedremo ricuperato da esso Bucicaldo nell'anno seguente, nel quale ancora sappiamo aver egli tolte le armi a tutti i cittadini di Genova, senza che si udisse tumulto alcuno: tanta paura si avea di lui.

Prima di questi avvenimenti fu in Bologna gran mutazione[Matth. de Griffon., Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. eod. Delayto, Annal., tom. eod.]. Gareggiavano fra loro in quella cittàGiovanni BentivoglioeNanne de' Gozzadini, cadaun d'essi aspirando alla signoria della città. L'accorto Bentivoglio, per rinforzare il suo partito, fece nel mese di febbraio entrare in città tutti gli amici del fu Carlo Zambeccari della fazion maltraversa, che erano confinati. Segretamente ancora si procacciò il favore del duca di Milano e de' suoi parziali. Con tal disposizione levato rumore nel dì 14 di marzo, si fece proclamar signore di Bologna. Allora fu che il duca si credette di aver da lì innanzi un fedele amico in esso Bentivoglio, e gli spedì ambasciatori per far lega con lui, ed egli acconsentì. Ma seppero dipoi tanto picchiargli in testa gli ambasciatori de' Fiorentini, rappresentandogli il pericolo d'essere divorato dal non mai contento duca, ch'egli si gittò nelle loro braccia e strinse lega con essi. Di questo si offese non poco il Visconte, ma siccome volpe vecchia dissimulò lo sdegno, con ordinar nondimeno al conte Alberico di Barbiano e ad Ottobuon Terzo che andassero in Romagna, e trovassero pretesti di guerra contra dei Bolognesi. Il pretesto fu, che il Bentivoglio si fosse accordato conAstorresignor di Faenza e nemico del conte Alberico. Fecero dunque essi delle scorrerie sulterritorio bolognese nel giugno, menando via gran quantità di bestiame e prigioni. Poscia, sbrigato che fu dalla guerra col re Roberto, ritornò esso conte Alberico sul Bolognese, e ripigliate le ostilità, s'impadronì del castello e della rocca di Dozza. Nanne e Bonifazio de' Gozzadini, per sospetto della lor vita, si ritirarono a Ferrara, e furono banditi. In Pistoia nell'anno presente[Sozomen., Chron., tom. 16 Rer. Ital.]Ricciardo de' Cancellieri, ribellatosi alla patria, prese il castello della Sambuca; ed assistito dal duca di Milano, a cui facea sperare il dominio di quella città, diede il guasto a tutta quella contrada. Ma i Fiorentini colle lor forze sturbarono i progressi del medesimo Ricciardo. Abbiamo dagli Annali di Milano[Annales Mediolan., tom. eod.]che in questi tempi Gian-Galeazzo duca, per sostener la guerra poco fa descritta, caricò sì spietatamente i suoi sudditi di taglie e prestiti, che molti, non potendo sostener tanti pesi, andarono raminghi pel mondo, oppure venivano imprigionati, e dai soldati erano occupati i lor beni. Perciò gemiti ed urli s'udivano fra tutti quei popoli. E tali per lo più son le glorie dei principi conquistatori.


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