MCCCCIIAnno diCristomccccii. IndizioneX.Bonifazio IXpapa 14.Robertore de' Romani 3.Nulla di particolare abbiamo in questo anno delle azioni dipapa Bonifazio IX, sennonchè egli fece lega coi Fiorentini contra dello Stato di Milano[Sozomenus, Chron., tom. eod.], e Giannello suo fratello con mille e cinquecento lancie andò all'assedio di Perugia; ma Ottobuon Terzo colle soldatesche del duca di Milano il fece tornar indietro con poco suo gusto. Nè altro sappiamo delre Ladislao[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], fuorchè l'aver egli contratto matrimonio con una sorella del re di Cipri appellataMaria, gentilee savia signora, che giunse a Napoli nel dì 12 di febbraio con accompagnamento nobile di Cipriotti. Furono perciò fatte solenni giostre ed altre magnificenze in quella regal città. Dimorò per qualche tempo il re de' RomaniRobertoin Venezia, disputando co' Fiorentini del danaro ch'egli si doleva di non avere ricevuto secondo i patti, ed esigendone dell'altro, se dovea continuare a tener le sue armi in Italia[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Perchè non andavano a suo verso gli affari, e gli ambasciatori fiorentini s'erano ritirati, anch'egli, imbarcatosi sopra una galea sottile, se n'andò colla sua famiglia a Tisana. Assai nondimeno premeva alla signoria di Venezia di tener in Italia questo principe per contrapporlo alla smoderata potenza del duca di Milano. Fattolo perciò ritornare a Venezia nel dì 9 di gennaio, ottennero che i Fiorentini pagassero nuovi danari; laonde, parendo già fissata la sua permanenza in Italia, nel dì 29 del suddetto mese venne a Padova, e volle, per maggior sua sicurezza, prendere alloggio nel castello. Ma perciocchè i Fiorentini per loro imbrogli in Toscana, e per li bisogni del signor di Bologna, che era più che mai infestato daAlberico contedi Barbiano, non poteano unir con lui le proprie forze, nè si sentivano di voler sostenere colla sola lor borsa il peso di un sì dispendioso aiuto, e perchè neppure in Germania erano quiete le cose: il re Roberto in fine a dì 13 d'aprile congedatosi in Padova, e ritornato a Venezia, dopo qualche giorno s'imbarcò, e tornossene al suo paese, lasciando in Italia un misero concetto del suo nome e valore. Allora si slargò forte il cuore aGian-Galeazzo Visconte, vedendosi tolto d'attorno un tal contradittore, e tosto s'applicò ad eseguire i disegni già conceputi contra diGiovanni Bentivogliosignor di Bologna, a cui dava il nome d'ingrato. Fin sul bel principio di quest'anno aveano cominciato gli affari d'esso Bentivoglioa prendere cattiva piega[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.]. Era entrato nel dì 29 di gennaio in quel territorio il conte Alberico con cinquecento lancie; altre schiere condotte da Marcoardo dalla Rocca si aggiunsero alle sue, e con loro parimente si unirono Bonifazio e Nanne de' Gozzadini. S'impadronirono essi per trattato nel dì 31 della Pieve di Cento, e poscia della rocca. Fu seguitato l'esempio di questa terra da Massumatico, San Prospero, Galiera, Vergà ed altre terre. Anche San Giovanni in Persiceto nel dì 3 di febbraio si ribellò gridando:Viva la libertà. Questo popolo dipoi nel dì 8 di marzo chiamò il Bentivoglio a parlamento, mostrando disposizione di far patti con lui. V'andò egli con due suoi capitani. I patti furono, che contra di lui spararono due bombarde, l'una delle quali uccise il cavallo a lui, e l'altra Scorpione suo capitano. Acclamò poscia esso popolo per loro signoriPandolfoeMalatestade' Malatesti. Fortuna ebbe bene esso Bentivoglio nel dì 15 di febbraio di rompere il corpo di gente comandato da Marcoardo dalla Rocca e da Alberto Pio, e di far prigioni que' due capitani; ma un nulla fu questo al suo bisogno.Avendo egli intanto implorato l'aiuto de' Fiorentini, questi gli mandaronoBernardonelor capitano con alcune centinaia di fanti e cavalli.Francesco da Carrara[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]anch'egli inviò loro cinquecento fanti, bella gente e ben armata, ed anche trecento cavalieri condotti daFrancesco TerzoeJacoposuoi figliuoli. Andrea Gataro[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]scrive, avere il signore di Padova spedito colà mille e cinquecento cavalli e trecento fanti; ma è ben più probabile il primo racconto. Comunque sia, poco era questo in paragon delle forze del duca di Milano, nel cui poderosissimo esercito, composto di otto mila cavalli e cinque mila fanti, ed altri dicono molto più, comparveroFrancesco Gonzagasignordi Mantova,Carlo, PandolfoeMalatestade' Malatesti,Antonio del Verme, ilconte Albericoda Barbiano,JacopoeTaddeo del Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane, ed altri rinomati capitani, i quali tutti concorsero a dare il generalato al vecchio conte Alberico, che potea essere maestro di ognuno nell'arte della guerra. Nel dì 22 di maggio entrò sul Bolognese l'armata duchesca, inferendo quei danni che suol fare la militar licenza anche senza l'ordine de' comandanti, facendo vista il Gonzaga e i Malatesti di far eglino quella guerra a nome proprio, e non già del duca di Milano. Avea postato Giovanni Bentivoglio le sue genti a Casalecchio, affinchè non fosse tolta l'acqua del canale di Reno alla città. Trasse colà anche l'esercito nemico, e nel dì 26 di giugno seguì fra loro un terribil fatto d'armi colla sconfitta de' Bolognesi, restando prigione di Facino CaneBernardonegenerale de' Fiorentini eFrancesco Terzoda Carrara, e del signore di MantovaJacopoaltro legittimo figliuolo del signore di Padova, oltre a Sforza Attendolo, Tartaglia e moltissimi altri. Per questa rotta il popolo di Bologna prese le armi contra del Bentivoglio, ed, occupate le porte[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], lasciò entrare non solamente i fuorusciti nemici di lui, ma anche i capitani del Visconte con alcune brigate d'armati. Essendo nascostoGiovanni Bentivoglio, fu nel dì 28 scoperto, e condotto alla piazza, restò vittima del furore di quel popolo, il quale non tardò ad acclamare per suo signore il duca di Milano, perchè non potea di meno; e fu poi questa elezione solennemente confermata a dì 10 di luglio nel general consiglio di quella città. Poco stette il duca ad ordinare che ivi si fabbricasse una cittadella. Gran danno e scontento n'ebbero i Bolognesi. Se a questa nuova restassero storditi i Fiorentini, facile è l'immaginarselo. Già si vedeano quasi da ogni lato circondati dal Biscione, padrone della Lunigiana, di Pisa, Siena, Perugia e Bologna.Scrive il Corio[Corio, Istoria di Milano.]che dopo la presa di questa città inviò il duca in Toscana il conte Alberico con dodici mila cavalli e diciotto mila fanti, che strinsero d'assedio la città di Firenze. Aggiugne l'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]che nel dì 23 d'agosto fu sconfitta la gente d'esso duca dai Fiorentini. Ma di ciò nulla parlando il Delaito, il Poggio, l'Ammirato ed altri scrittori; anzi scrivendo essi che lo scaltro duca, per mostrar la sua moderazione, tosto trattò di pace e lega con Firenze, non è da prestar fede in ciò allo storico milanese. Nè si vuol tacere, che, condotto prigione da Facino CaneFrancesco Terzoda Carrara[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], allorchè fu in Parma, aiutato da un suo conoscente, ebbe la fortuna di fuggire, calandosi giù per le mura.Jacoposuo fratello prigioniere diFrancesco Gonzagafu menato a Mantova. Quantunque suo padre offerisse di riscatto cinquanta mila fiorini d'oro, il Gonzaga, dimentico dei servigi a lui prestati dalla casa di Carrara nella precedente guerra, stava saldo in volerne cento mila. Molto meno costò al Carrarese la liberazion del figliuolo; perciocchè concertato tutto con genti fidate, allorchè Jacopo un dì giocava alla palla in sito diviso dal lago da un muro, siccome era suo costume, uscì per un portello a pigliarla. Quivi, entrato in una barca preparata, che velocemente il condusse fuori del lago, trovò al lido dodici cavalle corridore, tenute da dodici uomini a cavallo, che l'aspettavano. Con queste arrivò egli sano e salvo nel dì 23 di novembre a Padova, e recò un'incredibil allegrezza al padre.In questo auge di gloria e potenza ora si trovavaGian-GaleazzoVisconte duca di Milano; ma siccome nulla è di stabile nelle umane cose, venuta la peste a Pavia, egli si ritirò a Marignano sul Lambro. Quivi, preso da malattia, nel dì 3 di settembre in età di cinquantacinqueanni pagò il debito della natura; nè mancò chi sospettasse i Fiorentini autori di sua morte col veleno. Fu questo principe di gran mente ed astuzia, amatore della vita ritirata, magnanimo, clemente e glorioso agli occhi del mondo per le sue tante conquiste. Altre sue belle qualità sono riferite negli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. S'egli maggiormente fosse vivuto, le disposizioni certamente erano ch'egli avrebbe steso molto più oltre i confini del suo dominio, giacchè cotanto era cresciuta la di lui potenza; e la febbre dei conquistatori, così pregiudiziale a' propri ed altrui sudditi, gli stava troppo fitta nel cuore. Dal testamento e da' codicilli suoi, il compendio de' quali vien riferito dal Corio[Corio, Istoria di Milano.], si raccoglie, aver egli lasciato col titolo di duca aGian-Mariasuo primogenitoMilano, Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Siena, Perugia e Bologna. AFilippo Mariasecondogenito legittimo lasciò con titolo di contePavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, BellunoeBassanocolla riviera diTrento[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. AGabriellosuo bastardo, ma legittimato, lasciòPisaeCrema. Andrea Biglia[Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.]non parla di Crema, e dice lasciatagliPisacollaLunigianaeSarzana. Tralascio i suoi legati a cause pie. La solennità del funerale fatto al di lui cadavero nel dì 20 d'ottobre in Milano fu uno spettacolo de' più magnifici che mai si vedesse l'Italia. Vien descritto esso funerale da Andrea Gataro, dal Corio, ma specialmente da un opuscolo da me dato alla luce nel tomo decimosesto della Raccolta degli scrittori d'Italia. Alla morte di questo principe era preceduta una gran cometa visibile per tutta Italia; e chi si dilettava del vano e fallace mestiere d'indovinare l'avvenire, forse avea fatti i conti sulla di lui vita. Anzi scrivono che lo stessoduca da ciò intese vicina la sua chiamata per l'altro mondo. Certo, dappoichè fu morto, i più si fecero buonamente a credere che quel fenomeno celeste avesse indicata la di lui morte. Pretesero altri predetta la formidabil rotta data in questo anno da Timur Bech, da noi appellatoTamerlano, imperador dei Tartari, al ferocissimoBaiazettesultano de' Turchi, gran flagello della cristianità in Oriente, il quale, restato prigioniere del barbaro vincitore, fra le catene terminò poi la vita. Tutte visioni della buona gente, che fa de' somiglianti lunarii, mentre io scrivo, per una cometa che si vide nel febbraio di quest'anno 1744. Per quanto abbiamo dagli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], cessò di vivere in quest'anno a dì 20 di luglioPino degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Forlimpopoli e d'altre terre, e a lui succedette nel dominioCeccosuo fratello. Vien lodato esso Pino per molte sue belle doti, ed universalmente fu dai sudditi compianta la sua morte. In quest'anno ancora morìScarpetta degli Ordelaffi.
Nulla di particolare abbiamo in questo anno delle azioni dipapa Bonifazio IX, sennonchè egli fece lega coi Fiorentini contra dello Stato di Milano[Sozomenus, Chron., tom. eod.], e Giannello suo fratello con mille e cinquecento lancie andò all'assedio di Perugia; ma Ottobuon Terzo colle soldatesche del duca di Milano il fece tornar indietro con poco suo gusto. Nè altro sappiamo delre Ladislao[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], fuorchè l'aver egli contratto matrimonio con una sorella del re di Cipri appellataMaria, gentilee savia signora, che giunse a Napoli nel dì 12 di febbraio con accompagnamento nobile di Cipriotti. Furono perciò fatte solenni giostre ed altre magnificenze in quella regal città. Dimorò per qualche tempo il re de' RomaniRobertoin Venezia, disputando co' Fiorentini del danaro ch'egli si doleva di non avere ricevuto secondo i patti, ed esigendone dell'altro, se dovea continuare a tener le sue armi in Italia[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Perchè non andavano a suo verso gli affari, e gli ambasciatori fiorentini s'erano ritirati, anch'egli, imbarcatosi sopra una galea sottile, se n'andò colla sua famiglia a Tisana. Assai nondimeno premeva alla signoria di Venezia di tener in Italia questo principe per contrapporlo alla smoderata potenza del duca di Milano. Fattolo perciò ritornare a Venezia nel dì 9 di gennaio, ottennero che i Fiorentini pagassero nuovi danari; laonde, parendo già fissata la sua permanenza in Italia, nel dì 29 del suddetto mese venne a Padova, e volle, per maggior sua sicurezza, prendere alloggio nel castello. Ma perciocchè i Fiorentini per loro imbrogli in Toscana, e per li bisogni del signor di Bologna, che era più che mai infestato daAlberico contedi Barbiano, non poteano unir con lui le proprie forze, nè si sentivano di voler sostenere colla sola lor borsa il peso di un sì dispendioso aiuto, e perchè neppure in Germania erano quiete le cose: il re Roberto in fine a dì 13 d'aprile congedatosi in Padova, e ritornato a Venezia, dopo qualche giorno s'imbarcò, e tornossene al suo paese, lasciando in Italia un misero concetto del suo nome e valore. Allora si slargò forte il cuore aGian-Galeazzo Visconte, vedendosi tolto d'attorno un tal contradittore, e tosto s'applicò ad eseguire i disegni già conceputi contra diGiovanni Bentivogliosignor di Bologna, a cui dava il nome d'ingrato. Fin sul bel principio di quest'anno aveano cominciato gli affari d'esso Bentivoglioa prendere cattiva piega[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. eod.]. Era entrato nel dì 29 di gennaio in quel territorio il conte Alberico con cinquecento lancie; altre schiere condotte da Marcoardo dalla Rocca si aggiunsero alle sue, e con loro parimente si unirono Bonifazio e Nanne de' Gozzadini. S'impadronirono essi per trattato nel dì 31 della Pieve di Cento, e poscia della rocca. Fu seguitato l'esempio di questa terra da Massumatico, San Prospero, Galiera, Vergà ed altre terre. Anche San Giovanni in Persiceto nel dì 3 di febbraio si ribellò gridando:Viva la libertà. Questo popolo dipoi nel dì 8 di marzo chiamò il Bentivoglio a parlamento, mostrando disposizione di far patti con lui. V'andò egli con due suoi capitani. I patti furono, che contra di lui spararono due bombarde, l'una delle quali uccise il cavallo a lui, e l'altra Scorpione suo capitano. Acclamò poscia esso popolo per loro signoriPandolfoeMalatestade' Malatesti. Fortuna ebbe bene esso Bentivoglio nel dì 15 di febbraio di rompere il corpo di gente comandato da Marcoardo dalla Rocca e da Alberto Pio, e di far prigioni que' due capitani; ma un nulla fu questo al suo bisogno.
Avendo egli intanto implorato l'aiuto de' Fiorentini, questi gli mandaronoBernardonelor capitano con alcune centinaia di fanti e cavalli.Francesco da Carrara[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]anch'egli inviò loro cinquecento fanti, bella gente e ben armata, ed anche trecento cavalieri condotti daFrancesco TerzoeJacoposuoi figliuoli. Andrea Gataro[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]scrive, avere il signore di Padova spedito colà mille e cinquecento cavalli e trecento fanti; ma è ben più probabile il primo racconto. Comunque sia, poco era questo in paragon delle forze del duca di Milano, nel cui poderosissimo esercito, composto di otto mila cavalli e cinque mila fanti, ed altri dicono molto più, comparveroFrancesco Gonzagasignordi Mantova,Carlo, PandolfoeMalatestade' Malatesti,Antonio del Verme, ilconte Albericoda Barbiano,JacopoeTaddeo del Verme, Ottobuon Terzo, Facino Cane, ed altri rinomati capitani, i quali tutti concorsero a dare il generalato al vecchio conte Alberico, che potea essere maestro di ognuno nell'arte della guerra. Nel dì 22 di maggio entrò sul Bolognese l'armata duchesca, inferendo quei danni che suol fare la militar licenza anche senza l'ordine de' comandanti, facendo vista il Gonzaga e i Malatesti di far eglino quella guerra a nome proprio, e non già del duca di Milano. Avea postato Giovanni Bentivoglio le sue genti a Casalecchio, affinchè non fosse tolta l'acqua del canale di Reno alla città. Trasse colà anche l'esercito nemico, e nel dì 26 di giugno seguì fra loro un terribil fatto d'armi colla sconfitta de' Bolognesi, restando prigione di Facino CaneBernardonegenerale de' Fiorentini eFrancesco Terzoda Carrara, e del signore di MantovaJacopoaltro legittimo figliuolo del signore di Padova, oltre a Sforza Attendolo, Tartaglia e moltissimi altri. Per questa rotta il popolo di Bologna prese le armi contra del Bentivoglio, ed, occupate le porte[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], lasciò entrare non solamente i fuorusciti nemici di lui, ma anche i capitani del Visconte con alcune brigate d'armati. Essendo nascostoGiovanni Bentivoglio, fu nel dì 28 scoperto, e condotto alla piazza, restò vittima del furore di quel popolo, il quale non tardò ad acclamare per suo signore il duca di Milano, perchè non potea di meno; e fu poi questa elezione solennemente confermata a dì 10 di luglio nel general consiglio di quella città. Poco stette il duca ad ordinare che ivi si fabbricasse una cittadella. Gran danno e scontento n'ebbero i Bolognesi. Se a questa nuova restassero storditi i Fiorentini, facile è l'immaginarselo. Già si vedeano quasi da ogni lato circondati dal Biscione, padrone della Lunigiana, di Pisa, Siena, Perugia e Bologna.Scrive il Corio[Corio, Istoria di Milano.]che dopo la presa di questa città inviò il duca in Toscana il conte Alberico con dodici mila cavalli e diciotto mila fanti, che strinsero d'assedio la città di Firenze. Aggiugne l'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]che nel dì 23 d'agosto fu sconfitta la gente d'esso duca dai Fiorentini. Ma di ciò nulla parlando il Delaito, il Poggio, l'Ammirato ed altri scrittori; anzi scrivendo essi che lo scaltro duca, per mostrar la sua moderazione, tosto trattò di pace e lega con Firenze, non è da prestar fede in ciò allo storico milanese. Nè si vuol tacere, che, condotto prigione da Facino CaneFrancesco Terzoda Carrara[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], allorchè fu in Parma, aiutato da un suo conoscente, ebbe la fortuna di fuggire, calandosi giù per le mura.Jacoposuo fratello prigioniere diFrancesco Gonzagafu menato a Mantova. Quantunque suo padre offerisse di riscatto cinquanta mila fiorini d'oro, il Gonzaga, dimentico dei servigi a lui prestati dalla casa di Carrara nella precedente guerra, stava saldo in volerne cento mila. Molto meno costò al Carrarese la liberazion del figliuolo; perciocchè concertato tutto con genti fidate, allorchè Jacopo un dì giocava alla palla in sito diviso dal lago da un muro, siccome era suo costume, uscì per un portello a pigliarla. Quivi, entrato in una barca preparata, che velocemente il condusse fuori del lago, trovò al lido dodici cavalle corridore, tenute da dodici uomini a cavallo, che l'aspettavano. Con queste arrivò egli sano e salvo nel dì 23 di novembre a Padova, e recò un'incredibil allegrezza al padre.
In questo auge di gloria e potenza ora si trovavaGian-GaleazzoVisconte duca di Milano; ma siccome nulla è di stabile nelle umane cose, venuta la peste a Pavia, egli si ritirò a Marignano sul Lambro. Quivi, preso da malattia, nel dì 3 di settembre in età di cinquantacinqueanni pagò il debito della natura; nè mancò chi sospettasse i Fiorentini autori di sua morte col veleno. Fu questo principe di gran mente ed astuzia, amatore della vita ritirata, magnanimo, clemente e glorioso agli occhi del mondo per le sue tante conquiste. Altre sue belle qualità sono riferite negli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]. S'egli maggiormente fosse vivuto, le disposizioni certamente erano ch'egli avrebbe steso molto più oltre i confini del suo dominio, giacchè cotanto era cresciuta la di lui potenza; e la febbre dei conquistatori, così pregiudiziale a' propri ed altrui sudditi, gli stava troppo fitta nel cuore. Dal testamento e da' codicilli suoi, il compendio de' quali vien riferito dal Corio[Corio, Istoria di Milano.], si raccoglie, aver egli lasciato col titolo di duca aGian-Mariasuo primogenitoMilano, Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Siena, Perugia e Bologna. AFilippo Mariasecondogenito legittimo lasciò con titolo di contePavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltro, BellunoeBassanocolla riviera diTrento[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. AGabriellosuo bastardo, ma legittimato, lasciòPisaeCrema. Andrea Biglia[Billius, in Hist., tom. 19 Rer. Ital.]non parla di Crema, e dice lasciatagliPisacollaLunigianaeSarzana. Tralascio i suoi legati a cause pie. La solennità del funerale fatto al di lui cadavero nel dì 20 d'ottobre in Milano fu uno spettacolo de' più magnifici che mai si vedesse l'Italia. Vien descritto esso funerale da Andrea Gataro, dal Corio, ma specialmente da un opuscolo da me dato alla luce nel tomo decimosesto della Raccolta degli scrittori d'Italia. Alla morte di questo principe era preceduta una gran cometa visibile per tutta Italia; e chi si dilettava del vano e fallace mestiere d'indovinare l'avvenire, forse avea fatti i conti sulla di lui vita. Anzi scrivono che lo stessoduca da ciò intese vicina la sua chiamata per l'altro mondo. Certo, dappoichè fu morto, i più si fecero buonamente a credere che quel fenomeno celeste avesse indicata la di lui morte. Pretesero altri predetta la formidabil rotta data in questo anno da Timur Bech, da noi appellatoTamerlano, imperador dei Tartari, al ferocissimoBaiazettesultano de' Turchi, gran flagello della cristianità in Oriente, il quale, restato prigioniere del barbaro vincitore, fra le catene terminò poi la vita. Tutte visioni della buona gente, che fa de' somiglianti lunarii, mentre io scrivo, per una cometa che si vide nel febbraio di quest'anno 1744. Per quanto abbiamo dagli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], cessò di vivere in quest'anno a dì 20 di luglioPino degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Forlimpopoli e d'altre terre, e a lui succedette nel dominioCeccosuo fratello. Vien lodato esso Pino per molte sue belle doti, ed universalmente fu dai sudditi compianta la sua morte. In quest'anno ancora morìScarpetta degli Ordelaffi.