MCCCCIVAnno diCristomcccciv. Indiz.XII.Innocenzo VIIpapa 1.Robertore de' Romani 5.Era stato rimesso in libertà nel precedente annol'antipapa Benedetto, e dacchè fu rientrato in pacifico possesso di Avignone, tanto seppe girar gli affari col far credere a chi non per anche assai il conosceva la sua prontezza a dimettere il papato[Raynaldus, Annal. Eccles.], se si fosse convenuto conpapa Bonifazio, dipinto da lui come ostinato in mantenere lo scisma, che gli fu restituita l'ubbidienza da' Franzesi. Ora il furbo Spagnuolo, per maggiormente accreditarsi fra quei del suo partito, e dar ad intendere la sua buona volontà per la riunion della Chiesa, spedì in quest'anno verso il fin di settembre due vescovi con tre altri suoi ambasciatori a Roma per proporre a papa Bonifazio, non già, come andò spacciando, la vicendevol cessione del pontificato, ma bensì un abboccamento fra loro in un luogo determinato. Teodorico da Niem, autore molto sospetto agli annalisti pontifizii, scrive[Theodoricus de Niem, Hist.]che Bonifazio ricusò ogni partito, con sostenere ch'egli era vero papa, nè dover egli mettere in dubbio la legittima sua dignità. Al che risposero gli ambasciatori che il loro papa non era simoniaco, quasi tacitamente accusando Bonifazio di questo reato: del che egli molto si offese, ed eccessivamente montò in collera. Tale agitazion d'animo, e il mal di pietra, per cui era gravemente da qualche tempo afflitto esso pontefice, accrebbe sì fattamente i suoi incomodi, che nel dì primo d'ottobre diede fine alla sua vita. Non mancavano a Bonifazio delle belle doti, che il faceano degno del sublime suo ministero; ma i tempi disastrosi, ne' quali egli si trovò, cagion furono ch'egli piuttosto distrusse, che edificò. Il bisogno di far fronte all'antipapa, e di difendersi dagli aderenti di lui avversarli suoi, e di ricuperar le terredella Chiesa, l'obbligò a cercar danaro per tutte le vie. Ne' primi anni del suo pontificato, perchè vi erano cardinali zelanti e nemici delle cose mal fatte, andò con qualche riguardo; ma infine si diede a vendere tutte le grazie, tornò in campo, dilatò e stabilì maggiormente il pagamento delle annate per chi voleva vescovati ed altri benefizii. Allora furono in corso le espettative, date talvolta a più persone dello stesso benefizio, e talvolta rivocate per cavar danaro da altri; allora si videro in grande uso le unioni de' benefizii, le dispense anche per li regolari, ed altre invenzioni per raccoglier moneta, delle quali parla Teodorico da Niem, accordandosi con lui anche gli autori della Vita di questo pontefice[Vita Bonifacii IX, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Ebbe madre, fratelli e nipoti. Gli esaltò ed arricchì per quanto potè. L'uno de' fratelli, cioèGiannello, creò marchese della marca d'Ancona, l'altro duca di Spoleti. Ad uno di questi fece anche dare dal re Ladislao la contea di Sora con altri Stati. Ma questi, dopo la di lui morte, andarono tutti in fumo; e Giannello non tardò a consegnar Perugia e la marca al nuovo papa. Soprattutto è da dolere che Bonifazio amasse più sè stesso che la Chiesa di Dio. Fece ben egli premura per un concilio, ma non mai s'indusse ad esibirsi per ben della Chiesa pronto a rinunziare la sua dignità. Se fatto l'avesse, avrebbe ognuno abbandonato l'antipapa, qualora anche egli non avesse fatto altrettanto, e si sarebbe venuto alla riunion della Chiesa. Congregaronsi poi in Roma nel conclave i nove cardinali che v'erano, con giurar prima tutti, che chiunque di essi fosse eletto papa, darebbe sinceramente mano ad abolire lo scisma, ed occorrendo, rinunzierebbe il papato. Cadde l'elezione nel dì 17 di ottobre in Cosmo de' Migliorati da Solmona cardinale e vescovo di Bologna, personaggio molto perito nella scienza legale, pratichissimo degli affari della sacra corte[Raynaldus, Annal. Eccles.], di maniere dolci,ed affabile con tutti, e in gran riputazione presso tutti i principi. Prese il nomed'Innocenzo VIIe nel secondo giorno di novembre fu solennemente coronato. Ma prima ancora della sua coronazione cominciarono i suoi guai, che non ebbero mai fine; e questi specialmente per colpa e prepotenza delre Ladislao, ingrato ai benefizii ricevuti della santa Sede, e che non vide mai misura alcuna nell'avidità del conquistare[Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Corse questo re a Roma con gran copia d'armati, parte per maneggiar ivi in persona i suoi interessi, affinchè non gli venisse pregiudizio nel trattare l'union della Chiesa, e parte per difendere, secondo le apparenze, il papa novello dalle insolenze del popolo romano, il quale sotto Bonifazio IX, pontefice di gran cuore, stette basso, e morto lui, col favore de' Colonnesi, rialzò la testa, movendosi a rumore, con seguirne varii omicidii fra essi e le genti del papa. Ma Ladislao, invece di pacificarlo col pontefice[Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.], sotto mano maggiormente l'incitò contra di lui, per rendere se stesso più necessario a trattar dell'accordo. Seguì un tale accordo nel dì 27 d'ottobre, ed è rapportato intero dal Rinaldi, con patti molto vantaggiosi ai Romani (il che fece crescere la loro alterigia), e con aver ottenuto Ladislao di mettere una zampa nella creazione de' loro uffiziali. Aggiunge il Delaito[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]che nel dì 20 d'esso ottobre Ladislao occupò castello Sant'Angelo, e vi mise sua guarnigione. Dovette fingere di farlo per bene del papa, a cui, secondo Sozomeno, fu riservato San Pietro con esso castello. Tuttociò non di meno fu un nulla rispetto a quello che andremo vedendo.Nel gennaio dell'anno presente[Corio, Istoria di Milano.]la duchessa di Milano, che si era ritirata in quel castello, fatti a sè venire conbelle parole Antonio e Galeazzo Porri con Galeazzo Aliprandi, autori della passata sedizione, fece lor mozzare il capo. Ottenne ancora che si richiamasse il fuggito Francesco Barbavara, e tornasse a seder nel consiglio; ma poco vi durò costui, perchè di nuovo sbalzato si sottrasse colla fuga al pericolo della vita. Nel dì 28 di marzo seguì pace fra i Guelfi e Ghibellini di Milano, senza però vedersene quel buon frutto che si sperava, essendo continuate le gare in quella città e nel suo territorio. Peggio avvenne nel rimanente dello Stato[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. I principali condottieri d'armi che aveano servito al defunto duca, e doveano sostenere il novello, cominciarono cadauno a voler profittare nell'universale tempesta e naufragio. Questi eranoPandolfo Malatesta, Ottobuono de' Terzida Parma eFacino Cane. Tutti dimandavano paghe e ricompense Vedeano[Redus., Chronic., tom. eod.]cheGiorgio Benzoneavea occupato Crema;Giovanni Picciolo, Bergamo, città che poi venne in potere de' Soardi e de' Coleoni.Ugoossia Ugolino Cavalcabò, siccome già dissi, abbattuti i Ponzoni, s'era solo fatto padrone di Cremona. E perciocchè egli dipoi, nell'andare a Brescia, fu preso e carcerato daAstorre Visconte, Carlo Cavalcabòsuo nipote nel dì 18 di dicembre prese la signoria di quella città. In quest'anno medesimo, se pur non fu nel precedente,Giovanni da Vignates'era impossessato di Lodi. Tutto insomma andava a ruba, e da per tutto regnava la confusione. Si credeano quei condottieri di meritar molto più. Per ciò ancheFacino Caneprese la signoria d'Alessandria e d'altre terre, facendo nondimeno vista di tenerle a nome del conte di Pavia.Pandolfo Malatestainsistè così forte, che la duchessa condiscese a cedergli Brescia in guiderdone de' suoi servigi, ed egli ne entrò in possesso. Scrivono altri che anch'esso colla forza ne occupò il dominio.Ottobuono de' Terzineppur egli stette colle mani alla cintola. Collegatosi conPietro de' Rossi, proditoriamente nel dì 8 di marzo entrò in Parma, e ne partì poi il dominio col Rossi. Ma di lì a poco, avendo escluso il collega, ne usurpò tutta la signoria per sè con gran dolore della fazion guelfa, che teneva per suo capo il Rossi. E perciocchè nel dì 16 uno di questa fazione uccise uno dei provvisionati di Ottobuono, questo fiero serpente co' suoi soldati sfogò il suo sdegno contro gli amici de' Rossi, senza neppure perdonare a donne, vecchi e fanciulli. Trecento e quattordici di quella fazione rimasero vittima del suo barbarico furore, e poi mandò que' cadaveri sopra delle carra ad una terra de' Rossi. Erasi già ribellata Piacenza al duca di Milano, e n'erano divenuti padroni gliScotti. Portossi colà Ottobuono colle sue milizie, e con iscacciarne gli Scotti, ebbe in suo potere ancor quella città, eccettochè le fortezze, le quali tuttavia si tenevano pel duca di Milano. Fu invitato nel seguente aprile anche ilmarchese NiccolòEstensesignor di Ferrara e Modena dai cittadini di Reggio, desiderosi di sottomettersi al placido di lui governo. Vi spedì egli le soldatesche sue sotto il comando di Uguccion de' Contrarii, di Sforza Attendolo, ch'egli avea preso ai suoi servigi, e d'altri valorosi capitani. Nel primo giorno di maggio quel popolo assediato levò rumore, e, prese le armi, si diede al marchese. Entrarono le sue genti in Reggio, formarono anche l'assedio della cittadella; ma ciò saputosi da Ottobuon Terzo, si dispose per soccorrer quella città, mostrando di farlo a nome del duca di Milano; e sotto questo colore s'impadronì ancora di quella città, dalla quale si ritirarono per tempo le milizie estensi. Nè tardò costui a far delle irruzioni e de' fieri saccheggi nel territorio di Modena. Ma fra gli altri gravissimi sconcerti del ducato milanese, orrido fu quello della discordia nata fra il giovinettoduca Giovanni MariaeCaterina duchessasua madre, già figliuoladiBernabò Visconte. Ritiratasi questa a Monza, Francesco Visconte, allora prepotente, segretamente inviò colà gente armata, che introdotta nella notte del dì 15 d'agosto in quella nobil terra, prese la duchessa, la condusse nel castello di Milano, dove da lì a poco tempo diede fine alla vita, e comunemente fu creduto per veleno. Se v'ebbe parte il duca suo figliuolo, come alcuni vogliono, Dio non aspettò a punir questo gran misfatto nell'altra vita. Poco mancò chePandolfo Malatesta, trovandosi colla duchessa in essa terra di Monza, non fosse anch'egli preso. Ebbe la fortuna di salvarsi scalzo sino a Trezzo, da dove poi si ridusse a Brescia. Forse la cessione a lui fatta di Brescia fu uno de' reati della duchessa medesima. Abbiamo da Sozomeno[Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Italic. Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]che anche il giovinettoFilippo Maria Visconte, che già vedemmo conte di Pavia, fu in questo anno carcerato da Zacheria potente cittadino di quella città. Prevalendosi di questo buon tempo ancheTeodoro marchesedi Monferrato, occupò ad esso Filippo Maria le città di Vercelli e Novara con altre terre del Piemonte. Alcune terre ancora vennero in potere del marchese di Saluzzo. Ecco dunque tutto in conquasso, anzi quasi affatto per terra la dianzi sì formidabil signoria de' Visconti.Durava tuttavia l'odio diAlberico contedi Barbiano contra di Astorre dei Manfredi signor di Faenza, nulla men volendo che lo sterminio di lui[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Egli era divenuto più poderoso per l'acquisto di Castel Bolognese e d'altri luoghi di Romagna dopo la guerra di Bologna; e però, continuando le ostilità contra di lui, il ridusse a tale, che per non cadere in mano di questo inesorabil nimico, ceduta Faenza alcardinal Cassalegato di Bolognaper venticinque mila fiorini d'oro, colle lagrime agli occhi si ritirò a Forlì sotto la protezione diCarlo Malatestasuo parente; poscia ad Urbino, dove abitò in molta povertà, perchè non colse il danaro promessogli dal legato, uomo per altri conti di poca fede. In Toscana[Ammirat, Istor. di Firenze, lib. 166. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]i Fiorentini, veggendo in sì fiero scompiglio lo Stato de' Visconti, entrarono in isperanza di conquistar Pisa, massimamente per un secreto trattato che ivi aveano manipolato con alcuno di que' potenti cittadini. Signore allora di Pisa eraGabriello Maria Viscontefigliuolo del defunto duca, ma uomo di poco senno, il quale, in vece di conciliarsi sul principio l'affetto del popolo, se ne tirò addosso l'odio a cagion delle sue estorsioni. L'armata de' Fiorentini andò fin sotto Pisa, ma, non essendosi fatto movimento alcuno in quella città, sfogò il suo sdegno contra del contado. Mirava, ciò non ostante, Gabriello Maria vacillante il suo dominio, senonchè gli facea coraggioBucicaldospinto da' Genovesi, anzi l'indusse a rendersi tributario del re di Francia, e a cedergli Livorno per godere della di lui protezione. E perciocchè i Fiorentini, di tal cessione avvisati da Bucicaldo, pareano farsi beffe delle sue minaccie, fece questi sequestrar tutte le loro mercatanzie esistenti in Genova, ed ascendenti al valore di cento cinquanta mila fiorini d'oro. Servì questo buon ripiego a far sì che i Fiorentini conchiusero una tregua col signore di Pisa. Aveano già i Sanesi[Bandin., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Ital.]ricuperata in parte la lor libertà; ma solo in quest'anno pienamente se ne misero in possesso con licenziareGiorgio del Carrettogovernatore in addietro di quella città, e stabilirono pace coi Fiorentini. Ricuperarono dipoi molte delle loro castella, restando solamente guerra fra loro e i Salimbeni potenti cittadini e padroni di varie altre terre. Tanto poi fece in quest'anno ilsuddetto Bucicaldo governatore di Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che indusse buona parte di quel popolo a dare ubbidienza all'antipapa Benedetto; e se ne fece il pubblico atto nel dì 26 d'ottobre coll'intervento dell'arcivescovo, clero e popolo. Ma alcuni de' più timorati di Dio si assentarono per questo da Genova. Finì i suoi giorni nell'aprile dell'anno presente[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]Antonio conte d'Urbino, di Cagli e di Gubbio, signore di molta saviezza e valore. Ebbe per successoreGuido Antoniosuo figliuolo. Ma il più strepitoso avvenimento di quest'anno, tanto imbrogliato in Italia, fu la guerra mossa daFrancesco da Carrarasignore di Padova alle città del ducato di Milano, cioè a Vicenza e Verona. Moltissimi furono i fatti che esigerebbono un lungo filo di storia. Ne darò io solamente un breve compendio[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Nel mese di gennaio i Vicentini condotti daTaddeo del Vermefecero un'irruzione sul Padovano fino a Tencaruolo. Ma uscito il Carrarese col suo popolo, li mise in rotta con farne prigione mille e ducento. Con sei mila cavalli dopo la metà di febbraio fu spedito contra di luiFacino Cane. Andatogli a fronte Francesco da Carrara, coi serragli e colle buone guardie il tenne a bada, tanto che, ottenuto di potersi abboccare con lui, seppe tanto dirgli colla giunta di un mulo carico di fiaschi di vino, ma creduti dai più ripieni di fiorini d'oro, mandatogli in dono, che Facino, mosso ancora dal fiero sconvolgimento delle altre città dello Stato di Milano, nel dì 20 di marzo se ne tornò indietro, per tentare anch'egli in suo pro qualche buona preda, siccome abbiam detto che succedette.Preparossi dunque il Carrarese a portare negli Stati nemici la guerra, senza voler badare ad un'ambasceria dei Veneziani, che venne per trattare di pace.A questo uffizio era mosso il senato veneto dagl'impulsi della duchessa di Milano, e insieme dal proprio interesse di Stato, non potendogli piacere che s'ingrandisse la casa di Carrara, in addietro sì nemica e nociva al suo dominio. Avea il signore di Padova secoGuglielmobastardo della casa dalla Scala co' suoi figliuoliBrunoroedAntonio, i quali teneano corrispondenze segrete co' Veronesi, non mai dimentichi e tuttavia amanti della casa Scaligera. Vuole Andrea Gataro che convenissero insieme intorno alle conquiste. Vicenza doveva essere del Carrarese, Verona dello Scaligero. Comunque sia, nel dì 30 di marzo mosse Francesco da Carrara l'esercito suo, con cui il genero suoNiccolò Estensemarchese di Ferrara andò ad unir le sue milizie; e dopo aver tentato alquanti giorni l'acquisto del castello di Cologna, che fece gagliarda resistenza, e col tempo capitolò, nella notte precedente il dì 8 di aprile, si presentò alle mura di Verona, e parte per le scale, parte per due rotture introdusse le genti sue in quella città, gridando:Scala, Scala, viva messer Guglielmo dalla Scala. Ugolotto BiancardoeBartolomeo da Gonzagacapitani del duca di Milano colla lor guarnigione si ritirarono nella cittadella, a cui fu immantinente posto l'assedio.Guglielmo dalla Scala, benchè fosse, se crediamo al Gatari, da molto tempo indisposto di salute, fu proclamato signor di Verona. Perchè non era ben fornita di viveri la cittadella, Ugolotto Biancardo capitolò poi la resa, se per tutto il dì 27 d'aprile non gli fosse venuto soccorso. Intanto nel dì 21 d'esso mese Guglielmo dalla Scala finì di vivere. Il Gatari scrive di morte naturale; ma i più credettero che il veleno datogli dal Carrarese gli abbreviasse la vita. In luogo suo furono eletti signori di VeronaBrunoroedAntoniosuoi figliuoli. Nel qual tempoFrancesco Gonzagasignor di Mantova occupò Ostiglia e Peschiera, terre del Veronese. Mentre queste cose accadevano in Verona,Francesco IIIprimogenito del Carrarese andò col popolo di Padovaa stringere d'assedio la città di Vicenza, sotto di cui seguirono tosto alcuni combattimenti con isvantaggio de' Vicentini. Ma sul più bello arrivò impensato accidente che disturbò tutta l'impresa. A nome della duchessa di Milano, che tuttavia comandava in questo tempo, era andato Jacopo del Verme a Venezia, per implorare il braccio di quella potente repubblica contra del Carrarese. La conclusione del trattato fu, che il Verme per aver gran somma di danaro da' Veneziani, ed affinchè Vicenza non venisse alle mani del Carrarese, fece una cessione di quella città ai signori veneziani. Vogliono altri che loro cedesse anche Verona, Feltro e Belluno. Per questa cagione, nel dì 25 di aprile ducento e cinquanta balestrieri veneziani, condotti da Giacomo da Tiene, ebbero maniera d'entrare nell'assediata Vicenza, dove inalberarono la bandiera di San Marco. Indi spedirono un trombetta a Francesco Terzo, per notificargli che Vicenza era data alla signoria di Venezia. Lasciò il Carrarese tornare costui nella città, con dirgli che non osasse più di venire senza salvocondotto: ma venuto egli di nuovo, senza essere munito di salvocondotto, fu, nel ritornare ch'egli faceva in Vicenza, ucciso: azione per cui si esacerbarono forte i Veneziani, e servì loro per titolo di far aspra guerra dipoi al signore di Padova. Nel dì 27 di aprile la cittadella di Verona si rendè a Francesco da Carrara, che vi mise dentro guarnigione sua, e non già degli Scaligeri, siccome disgustato con essi, perchè niun di loro avea voluto cavalcare a Vicenza, secondochè era ne' patti. Andossene dopo il Carrarese colle sue genti a trovare il figliuolo sotto Vicenza, con aver lasciato Jacopo, altro suo figliuolo, nella cittadella di Verona assistito da buon presidio. E già si preparava a dare un generale assalto a Vicenza, quando gli fu portata lettera della signoria di Venezia, in cui gli comandava di levare il campo di sotto a quella città, siccome dominio di San Marco. Benchè mal volentieri, anzi conrabbia immensa, egli ubbidì, e si ritirò colle sue genti a Padova. Mandò poscia a Venezia ilmarchese Niccolò d'Esteper intendere in che disposizione fosse quella signoria contra di lui. Non ebbe il marchese per risposta se non delle amare parole, e delle minaccie contra del Carrarese, e a lui fu ordinato di ritornarsene a Ferrara. Scoprì intanto esso Carrarese, che i due fratelli Scaligeri aveano spediti ambasciatori a Venezia per far maneggi contra di lui in proprio favore. Scrisse a Jacopo suo figliuolo, lasciato a Verona, che glieli mandasse prigioni a Padova: comando che fu senza ritardo eseguito, ma che diede molto da dire entro e fuori di Venezia. Poscia verso il fine di maggio con accompagnamento magnifico passò a Verona, dove per amore e per forza si fece eleggere signore di quella nobil città. Nè volendo Francesco Gonzaga restituirgli Ostiglia e Peschiera, dicono che il Cararese tramò contro la vita di lui: la qual trama scoperta, incitò il Gonzaga a collegarsi dipoi coi Veneziani contra di lui.Si trattò poi di pace, vi s'interposero anche i Fiorentini; ma nulla si potè conchiudere: così alte e scure erano le pretensioni de' Veneziani. Il perchè Francesco da Carrara, sapendo che Venezia da tutte parti assoldava genti, si determinò alla guerra e difesa con gran coraggio. Fu preso per generale dai VenezianiMalatesta de' Malatestisignore di Pesaro, che seco menò mille lancie; secento altre ne condussePaolo Savello, oltre ad altri condottieri, e si diede principio ad una arrabbiata guerra[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Grande era lo sforzo di gente d'armi che fece il senato veneto, tentando con tutte le sue forze di penetrar ne' serragli del Padovano. Mirabil era all'incontro la resistenza del signore di Padova, il quale, facendo conoscere a Niccolò marchese di Ferrara e al popolo ferrarese che la rovina sua si tirerebbe dietro quella de' vicini, tanto si adoperò che il trasse seco in lega; laonde anch'egli, preso al suo soldo ilgran contestabileeManfredi contedi Barbiano con quattrocento lancie, e messe in marcia le soldatesche sue proprie, andò in aiuto del suocero. La prima impresa che fece, fu di togliere ai Veneziani le terre del Polesine di Rovigo, loro impegnate negli anni addietro. Ma eccoti in armi anche il marchese di Mantova per fargli guerra, siccome collegato de' Veneziani. Funesto colpo fu questo al Carrarese, perchè l'obbligò a distraere le sue forze sul Veronese. Aveano le genti del Padovano racquistata Peschiera; ma il Gonzaga nel dì 30 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella terra. Saputosi in Verona che quella gente stavasene sprovveduta e con poca buona guardia, le milizie carraresi, condotte da Cecco di San Severino, all'improvviso giunsero colà, e sbarattarono quel campo colla presa di trecento uomini d'armi e di tutti i carriaggi. Ciò non ostante, esso Gonzaga coi rinforzi venutigli da Venezia cominciò a prendere le castella del Veronese; nè forze v'erano da impedirlo. Seguirono poi nel decorso di quest'anno varii sanguinosi incontri fra le armi venete e carraresi sul Padovano. Avendo Malatesta de' Malatesti generale de' Veneziani, non so se di sua o d'altrui volontà, rinunziato il baston del comando, se ne tornò a Pesaro, e in luogo suo eletto fu Paolo Savello. Assalirono poscia i Veneziani con grossa armata di navi le bastie che il marchese di Ferrara avea piantato a Santo Alberto, e le presero: locchè cominciò a far paura alla stessa Ferrara. Nè minor affanno diede la loro armata grande di terra alla città di Padova; perchè nel dì 17 di novembre, superati i serragli, entrò nel ricco Piovado di Sacco, e fece immensi bottini, con essere ancora rimasto ferito lo stesso Francesco da Carrara nel caldo di una zuffa[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Spedirono poscia i Veneziani sei mila tra cavalli e fanti verso Verona, i quali dopo una crudel battaglia furono disfatti da Jacopo da Carrara, colla prigionia di due mila e secento persone. IlDelaito, autore più esatto[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]del Gataro, fa molto minore di gente e di prigioni questo fatto. Così terminò l'anno presente, foriere al certo di maggiori disavventure a Francesco II da Carrara, per la esorbitante potenza de' suoi nemici.
Era stato rimesso in libertà nel precedente annol'antipapa Benedetto, e dacchè fu rientrato in pacifico possesso di Avignone, tanto seppe girar gli affari col far credere a chi non per anche assai il conosceva la sua prontezza a dimettere il papato[Raynaldus, Annal. Eccles.], se si fosse convenuto conpapa Bonifazio, dipinto da lui come ostinato in mantenere lo scisma, che gli fu restituita l'ubbidienza da' Franzesi. Ora il furbo Spagnuolo, per maggiormente accreditarsi fra quei del suo partito, e dar ad intendere la sua buona volontà per la riunion della Chiesa, spedì in quest'anno verso il fin di settembre due vescovi con tre altri suoi ambasciatori a Roma per proporre a papa Bonifazio, non già, come andò spacciando, la vicendevol cessione del pontificato, ma bensì un abboccamento fra loro in un luogo determinato. Teodorico da Niem, autore molto sospetto agli annalisti pontifizii, scrive[Theodoricus de Niem, Hist.]che Bonifazio ricusò ogni partito, con sostenere ch'egli era vero papa, nè dover egli mettere in dubbio la legittima sua dignità. Al che risposero gli ambasciatori che il loro papa non era simoniaco, quasi tacitamente accusando Bonifazio di questo reato: del che egli molto si offese, ed eccessivamente montò in collera. Tale agitazion d'animo, e il mal di pietra, per cui era gravemente da qualche tempo afflitto esso pontefice, accrebbe sì fattamente i suoi incomodi, che nel dì primo d'ottobre diede fine alla sua vita. Non mancavano a Bonifazio delle belle doti, che il faceano degno del sublime suo ministero; ma i tempi disastrosi, ne' quali egli si trovò, cagion furono ch'egli piuttosto distrusse, che edificò. Il bisogno di far fronte all'antipapa, e di difendersi dagli aderenti di lui avversarli suoi, e di ricuperar le terredella Chiesa, l'obbligò a cercar danaro per tutte le vie. Ne' primi anni del suo pontificato, perchè vi erano cardinali zelanti e nemici delle cose mal fatte, andò con qualche riguardo; ma infine si diede a vendere tutte le grazie, tornò in campo, dilatò e stabilì maggiormente il pagamento delle annate per chi voleva vescovati ed altri benefizii. Allora furono in corso le espettative, date talvolta a più persone dello stesso benefizio, e talvolta rivocate per cavar danaro da altri; allora si videro in grande uso le unioni de' benefizii, le dispense anche per li regolari, ed altre invenzioni per raccoglier moneta, delle quali parla Teodorico da Niem, accordandosi con lui anche gli autori della Vita di questo pontefice[Vita Bonifacii IX, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Ebbe madre, fratelli e nipoti. Gli esaltò ed arricchì per quanto potè. L'uno de' fratelli, cioèGiannello, creò marchese della marca d'Ancona, l'altro duca di Spoleti. Ad uno di questi fece anche dare dal re Ladislao la contea di Sora con altri Stati. Ma questi, dopo la di lui morte, andarono tutti in fumo; e Giannello non tardò a consegnar Perugia e la marca al nuovo papa. Soprattutto è da dolere che Bonifazio amasse più sè stesso che la Chiesa di Dio. Fece ben egli premura per un concilio, ma non mai s'indusse ad esibirsi per ben della Chiesa pronto a rinunziare la sua dignità. Se fatto l'avesse, avrebbe ognuno abbandonato l'antipapa, qualora anche egli non avesse fatto altrettanto, e si sarebbe venuto alla riunion della Chiesa. Congregaronsi poi in Roma nel conclave i nove cardinali che v'erano, con giurar prima tutti, che chiunque di essi fosse eletto papa, darebbe sinceramente mano ad abolire lo scisma, ed occorrendo, rinunzierebbe il papato. Cadde l'elezione nel dì 17 di ottobre in Cosmo de' Migliorati da Solmona cardinale e vescovo di Bologna, personaggio molto perito nella scienza legale, pratichissimo degli affari della sacra corte[Raynaldus, Annal. Eccles.], di maniere dolci,ed affabile con tutti, e in gran riputazione presso tutti i principi. Prese il nomed'Innocenzo VIIe nel secondo giorno di novembre fu solennemente coronato. Ma prima ancora della sua coronazione cominciarono i suoi guai, che non ebbero mai fine; e questi specialmente per colpa e prepotenza delre Ladislao, ingrato ai benefizii ricevuti della santa Sede, e che non vide mai misura alcuna nell'avidità del conquistare[Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Corse questo re a Roma con gran copia d'armati, parte per maneggiar ivi in persona i suoi interessi, affinchè non gli venisse pregiudizio nel trattare l'union della Chiesa, e parte per difendere, secondo le apparenze, il papa novello dalle insolenze del popolo romano, il quale sotto Bonifazio IX, pontefice di gran cuore, stette basso, e morto lui, col favore de' Colonnesi, rialzò la testa, movendosi a rumore, con seguirne varii omicidii fra essi e le genti del papa. Ma Ladislao, invece di pacificarlo col pontefice[Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.], sotto mano maggiormente l'incitò contra di lui, per rendere se stesso più necessario a trattar dell'accordo. Seguì un tale accordo nel dì 27 d'ottobre, ed è rapportato intero dal Rinaldi, con patti molto vantaggiosi ai Romani (il che fece crescere la loro alterigia), e con aver ottenuto Ladislao di mettere una zampa nella creazione de' loro uffiziali. Aggiunge il Delaito[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]che nel dì 20 d'esso ottobre Ladislao occupò castello Sant'Angelo, e vi mise sua guarnigione. Dovette fingere di farlo per bene del papa, a cui, secondo Sozomeno, fu riservato San Pietro con esso castello. Tuttociò non di meno fu un nulla rispetto a quello che andremo vedendo.
Nel gennaio dell'anno presente[Corio, Istoria di Milano.]la duchessa di Milano, che si era ritirata in quel castello, fatti a sè venire conbelle parole Antonio e Galeazzo Porri con Galeazzo Aliprandi, autori della passata sedizione, fece lor mozzare il capo. Ottenne ancora che si richiamasse il fuggito Francesco Barbavara, e tornasse a seder nel consiglio; ma poco vi durò costui, perchè di nuovo sbalzato si sottrasse colla fuga al pericolo della vita. Nel dì 28 di marzo seguì pace fra i Guelfi e Ghibellini di Milano, senza però vedersene quel buon frutto che si sperava, essendo continuate le gare in quella città e nel suo territorio. Peggio avvenne nel rimanente dello Stato[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. I principali condottieri d'armi che aveano servito al defunto duca, e doveano sostenere il novello, cominciarono cadauno a voler profittare nell'universale tempesta e naufragio. Questi eranoPandolfo Malatesta, Ottobuono de' Terzida Parma eFacino Cane. Tutti dimandavano paghe e ricompense Vedeano[Redus., Chronic., tom. eod.]cheGiorgio Benzoneavea occupato Crema;Giovanni Picciolo, Bergamo, città che poi venne in potere de' Soardi e de' Coleoni.Ugoossia Ugolino Cavalcabò, siccome già dissi, abbattuti i Ponzoni, s'era solo fatto padrone di Cremona. E perciocchè egli dipoi, nell'andare a Brescia, fu preso e carcerato daAstorre Visconte, Carlo Cavalcabòsuo nipote nel dì 18 di dicembre prese la signoria di quella città. In quest'anno medesimo, se pur non fu nel precedente,Giovanni da Vignates'era impossessato di Lodi. Tutto insomma andava a ruba, e da per tutto regnava la confusione. Si credeano quei condottieri di meritar molto più. Per ciò ancheFacino Caneprese la signoria d'Alessandria e d'altre terre, facendo nondimeno vista di tenerle a nome del conte di Pavia.Pandolfo Malatestainsistè così forte, che la duchessa condiscese a cedergli Brescia in guiderdone de' suoi servigi, ed egli ne entrò in possesso. Scrivono altri che anch'esso colla forza ne occupò il dominio.Ottobuono de' Terzineppur egli stette colle mani alla cintola. Collegatosi conPietro de' Rossi, proditoriamente nel dì 8 di marzo entrò in Parma, e ne partì poi il dominio col Rossi. Ma di lì a poco, avendo escluso il collega, ne usurpò tutta la signoria per sè con gran dolore della fazion guelfa, che teneva per suo capo il Rossi. E perciocchè nel dì 16 uno di questa fazione uccise uno dei provvisionati di Ottobuono, questo fiero serpente co' suoi soldati sfogò il suo sdegno contro gli amici de' Rossi, senza neppure perdonare a donne, vecchi e fanciulli. Trecento e quattordici di quella fazione rimasero vittima del suo barbarico furore, e poi mandò que' cadaveri sopra delle carra ad una terra de' Rossi. Erasi già ribellata Piacenza al duca di Milano, e n'erano divenuti padroni gliScotti. Portossi colà Ottobuono colle sue milizie, e con iscacciarne gli Scotti, ebbe in suo potere ancor quella città, eccettochè le fortezze, le quali tuttavia si tenevano pel duca di Milano. Fu invitato nel seguente aprile anche ilmarchese NiccolòEstensesignor di Ferrara e Modena dai cittadini di Reggio, desiderosi di sottomettersi al placido di lui governo. Vi spedì egli le soldatesche sue sotto il comando di Uguccion de' Contrarii, di Sforza Attendolo, ch'egli avea preso ai suoi servigi, e d'altri valorosi capitani. Nel primo giorno di maggio quel popolo assediato levò rumore, e, prese le armi, si diede al marchese. Entrarono le sue genti in Reggio, formarono anche l'assedio della cittadella; ma ciò saputosi da Ottobuon Terzo, si dispose per soccorrer quella città, mostrando di farlo a nome del duca di Milano; e sotto questo colore s'impadronì ancora di quella città, dalla quale si ritirarono per tempo le milizie estensi. Nè tardò costui a far delle irruzioni e de' fieri saccheggi nel territorio di Modena. Ma fra gli altri gravissimi sconcerti del ducato milanese, orrido fu quello della discordia nata fra il giovinettoduca Giovanni MariaeCaterina duchessasua madre, già figliuoladiBernabò Visconte. Ritiratasi questa a Monza, Francesco Visconte, allora prepotente, segretamente inviò colà gente armata, che introdotta nella notte del dì 15 d'agosto in quella nobil terra, prese la duchessa, la condusse nel castello di Milano, dove da lì a poco tempo diede fine alla vita, e comunemente fu creduto per veleno. Se v'ebbe parte il duca suo figliuolo, come alcuni vogliono, Dio non aspettò a punir questo gran misfatto nell'altra vita. Poco mancò chePandolfo Malatesta, trovandosi colla duchessa in essa terra di Monza, non fosse anch'egli preso. Ebbe la fortuna di salvarsi scalzo sino a Trezzo, da dove poi si ridusse a Brescia. Forse la cessione a lui fatta di Brescia fu uno de' reati della duchessa medesima. Abbiamo da Sozomeno[Sozomenus, Chron., tom. 16 Rer. Italic. Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]che anche il giovinettoFilippo Maria Visconte, che già vedemmo conte di Pavia, fu in questo anno carcerato da Zacheria potente cittadino di quella città. Prevalendosi di questo buon tempo ancheTeodoro marchesedi Monferrato, occupò ad esso Filippo Maria le città di Vercelli e Novara con altre terre del Piemonte. Alcune terre ancora vennero in potere del marchese di Saluzzo. Ecco dunque tutto in conquasso, anzi quasi affatto per terra la dianzi sì formidabil signoria de' Visconti.
Durava tuttavia l'odio diAlberico contedi Barbiano contra di Astorre dei Manfredi signor di Faenza, nulla men volendo che lo sterminio di lui[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Egli era divenuto più poderoso per l'acquisto di Castel Bolognese e d'altri luoghi di Romagna dopo la guerra di Bologna; e però, continuando le ostilità contra di lui, il ridusse a tale, che per non cadere in mano di questo inesorabil nimico, ceduta Faenza alcardinal Cassalegato di Bolognaper venticinque mila fiorini d'oro, colle lagrime agli occhi si ritirò a Forlì sotto la protezione diCarlo Malatestasuo parente; poscia ad Urbino, dove abitò in molta povertà, perchè non colse il danaro promessogli dal legato, uomo per altri conti di poca fede. In Toscana[Ammirat, Istor. di Firenze, lib. 166. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]i Fiorentini, veggendo in sì fiero scompiglio lo Stato de' Visconti, entrarono in isperanza di conquistar Pisa, massimamente per un secreto trattato che ivi aveano manipolato con alcuno di que' potenti cittadini. Signore allora di Pisa eraGabriello Maria Viscontefigliuolo del defunto duca, ma uomo di poco senno, il quale, in vece di conciliarsi sul principio l'affetto del popolo, se ne tirò addosso l'odio a cagion delle sue estorsioni. L'armata de' Fiorentini andò fin sotto Pisa, ma, non essendosi fatto movimento alcuno in quella città, sfogò il suo sdegno contra del contado. Mirava, ciò non ostante, Gabriello Maria vacillante il suo dominio, senonchè gli facea coraggioBucicaldospinto da' Genovesi, anzi l'indusse a rendersi tributario del re di Francia, e a cedergli Livorno per godere della di lui protezione. E perciocchè i Fiorentini, di tal cessione avvisati da Bucicaldo, pareano farsi beffe delle sue minaccie, fece questi sequestrar tutte le loro mercatanzie esistenti in Genova, ed ascendenti al valore di cento cinquanta mila fiorini d'oro. Servì questo buon ripiego a far sì che i Fiorentini conchiusero una tregua col signore di Pisa. Aveano già i Sanesi[Bandin., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Ital.]ricuperata in parte la lor libertà; ma solo in quest'anno pienamente se ne misero in possesso con licenziareGiorgio del Carrettogovernatore in addietro di quella città, e stabilirono pace coi Fiorentini. Ricuperarono dipoi molte delle loro castella, restando solamente guerra fra loro e i Salimbeni potenti cittadini e padroni di varie altre terre. Tanto poi fece in quest'anno ilsuddetto Bucicaldo governatore di Genova[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], che indusse buona parte di quel popolo a dare ubbidienza all'antipapa Benedetto; e se ne fece il pubblico atto nel dì 26 d'ottobre coll'intervento dell'arcivescovo, clero e popolo. Ma alcuni de' più timorati di Dio si assentarono per questo da Genova. Finì i suoi giorni nell'aprile dell'anno presente[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]Antonio conte d'Urbino, di Cagli e di Gubbio, signore di molta saviezza e valore. Ebbe per successoreGuido Antoniosuo figliuolo. Ma il più strepitoso avvenimento di quest'anno, tanto imbrogliato in Italia, fu la guerra mossa daFrancesco da Carrarasignore di Padova alle città del ducato di Milano, cioè a Vicenza e Verona. Moltissimi furono i fatti che esigerebbono un lungo filo di storia. Ne darò io solamente un breve compendio[Gatari, Istoria di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Nel mese di gennaio i Vicentini condotti daTaddeo del Vermefecero un'irruzione sul Padovano fino a Tencaruolo. Ma uscito il Carrarese col suo popolo, li mise in rotta con farne prigione mille e ducento. Con sei mila cavalli dopo la metà di febbraio fu spedito contra di luiFacino Cane. Andatogli a fronte Francesco da Carrara, coi serragli e colle buone guardie il tenne a bada, tanto che, ottenuto di potersi abboccare con lui, seppe tanto dirgli colla giunta di un mulo carico di fiaschi di vino, ma creduti dai più ripieni di fiorini d'oro, mandatogli in dono, che Facino, mosso ancora dal fiero sconvolgimento delle altre città dello Stato di Milano, nel dì 20 di marzo se ne tornò indietro, per tentare anch'egli in suo pro qualche buona preda, siccome abbiam detto che succedette.
Preparossi dunque il Carrarese a portare negli Stati nemici la guerra, senza voler badare ad un'ambasceria dei Veneziani, che venne per trattare di pace.
A questo uffizio era mosso il senato veneto dagl'impulsi della duchessa di Milano, e insieme dal proprio interesse di Stato, non potendogli piacere che s'ingrandisse la casa di Carrara, in addietro sì nemica e nociva al suo dominio. Avea il signore di Padova secoGuglielmobastardo della casa dalla Scala co' suoi figliuoliBrunoroedAntonio, i quali teneano corrispondenze segrete co' Veronesi, non mai dimentichi e tuttavia amanti della casa Scaligera. Vuole Andrea Gataro che convenissero insieme intorno alle conquiste. Vicenza doveva essere del Carrarese, Verona dello Scaligero. Comunque sia, nel dì 30 di marzo mosse Francesco da Carrara l'esercito suo, con cui il genero suoNiccolò Estensemarchese di Ferrara andò ad unir le sue milizie; e dopo aver tentato alquanti giorni l'acquisto del castello di Cologna, che fece gagliarda resistenza, e col tempo capitolò, nella notte precedente il dì 8 di aprile, si presentò alle mura di Verona, e parte per le scale, parte per due rotture introdusse le genti sue in quella città, gridando:Scala, Scala, viva messer Guglielmo dalla Scala. Ugolotto BiancardoeBartolomeo da Gonzagacapitani del duca di Milano colla lor guarnigione si ritirarono nella cittadella, a cui fu immantinente posto l'assedio.Guglielmo dalla Scala, benchè fosse, se crediamo al Gatari, da molto tempo indisposto di salute, fu proclamato signor di Verona. Perchè non era ben fornita di viveri la cittadella, Ugolotto Biancardo capitolò poi la resa, se per tutto il dì 27 d'aprile non gli fosse venuto soccorso. Intanto nel dì 21 d'esso mese Guglielmo dalla Scala finì di vivere. Il Gatari scrive di morte naturale; ma i più credettero che il veleno datogli dal Carrarese gli abbreviasse la vita. In luogo suo furono eletti signori di VeronaBrunoroedAntoniosuoi figliuoli. Nel qual tempoFrancesco Gonzagasignor di Mantova occupò Ostiglia e Peschiera, terre del Veronese. Mentre queste cose accadevano in Verona,Francesco IIIprimogenito del Carrarese andò col popolo di Padovaa stringere d'assedio la città di Vicenza, sotto di cui seguirono tosto alcuni combattimenti con isvantaggio de' Vicentini. Ma sul più bello arrivò impensato accidente che disturbò tutta l'impresa. A nome della duchessa di Milano, che tuttavia comandava in questo tempo, era andato Jacopo del Verme a Venezia, per implorare il braccio di quella potente repubblica contra del Carrarese. La conclusione del trattato fu, che il Verme per aver gran somma di danaro da' Veneziani, ed affinchè Vicenza non venisse alle mani del Carrarese, fece una cessione di quella città ai signori veneziani. Vogliono altri che loro cedesse anche Verona, Feltro e Belluno. Per questa cagione, nel dì 25 di aprile ducento e cinquanta balestrieri veneziani, condotti da Giacomo da Tiene, ebbero maniera d'entrare nell'assediata Vicenza, dove inalberarono la bandiera di San Marco. Indi spedirono un trombetta a Francesco Terzo, per notificargli che Vicenza era data alla signoria di Venezia. Lasciò il Carrarese tornare costui nella città, con dirgli che non osasse più di venire senza salvocondotto: ma venuto egli di nuovo, senza essere munito di salvocondotto, fu, nel ritornare ch'egli faceva in Vicenza, ucciso: azione per cui si esacerbarono forte i Veneziani, e servì loro per titolo di far aspra guerra dipoi al signore di Padova. Nel dì 27 di aprile la cittadella di Verona si rendè a Francesco da Carrara, che vi mise dentro guarnigione sua, e non già degli Scaligeri, siccome disgustato con essi, perchè niun di loro avea voluto cavalcare a Vicenza, secondochè era ne' patti. Andossene dopo il Carrarese colle sue genti a trovare il figliuolo sotto Vicenza, con aver lasciato Jacopo, altro suo figliuolo, nella cittadella di Verona assistito da buon presidio. E già si preparava a dare un generale assalto a Vicenza, quando gli fu portata lettera della signoria di Venezia, in cui gli comandava di levare il campo di sotto a quella città, siccome dominio di San Marco. Benchè mal volentieri, anzi conrabbia immensa, egli ubbidì, e si ritirò colle sue genti a Padova. Mandò poscia a Venezia ilmarchese Niccolò d'Esteper intendere in che disposizione fosse quella signoria contra di lui. Non ebbe il marchese per risposta se non delle amare parole, e delle minaccie contra del Carrarese, e a lui fu ordinato di ritornarsene a Ferrara. Scoprì intanto esso Carrarese, che i due fratelli Scaligeri aveano spediti ambasciatori a Venezia per far maneggi contra di lui in proprio favore. Scrisse a Jacopo suo figliuolo, lasciato a Verona, che glieli mandasse prigioni a Padova: comando che fu senza ritardo eseguito, ma che diede molto da dire entro e fuori di Venezia. Poscia verso il fine di maggio con accompagnamento magnifico passò a Verona, dove per amore e per forza si fece eleggere signore di quella nobil città. Nè volendo Francesco Gonzaga restituirgli Ostiglia e Peschiera, dicono che il Cararese tramò contro la vita di lui: la qual trama scoperta, incitò il Gonzaga a collegarsi dipoi coi Veneziani contra di lui.
Si trattò poi di pace, vi s'interposero anche i Fiorentini; ma nulla si potè conchiudere: così alte e scure erano le pretensioni de' Veneziani. Il perchè Francesco da Carrara, sapendo che Venezia da tutte parti assoldava genti, si determinò alla guerra e difesa con gran coraggio. Fu preso per generale dai VenezianiMalatesta de' Malatestisignore di Pesaro, che seco menò mille lancie; secento altre ne condussePaolo Savello, oltre ad altri condottieri, e si diede principio ad una arrabbiata guerra[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]. Grande era lo sforzo di gente d'armi che fece il senato veneto, tentando con tutte le sue forze di penetrar ne' serragli del Padovano. Mirabil era all'incontro la resistenza del signore di Padova, il quale, facendo conoscere a Niccolò marchese di Ferrara e al popolo ferrarese che la rovina sua si tirerebbe dietro quella de' vicini, tanto si adoperò che il trasse seco in lega; laonde anch'egli, preso al suo soldo ilgran contestabileeManfredi contedi Barbiano con quattrocento lancie, e messe in marcia le soldatesche sue proprie, andò in aiuto del suocero. La prima impresa che fece, fu di togliere ai Veneziani le terre del Polesine di Rovigo, loro impegnate negli anni addietro. Ma eccoti in armi anche il marchese di Mantova per fargli guerra, siccome collegato de' Veneziani. Funesto colpo fu questo al Carrarese, perchè l'obbligò a distraere le sue forze sul Veronese. Aveano le genti del Padovano racquistata Peschiera; ma il Gonzaga nel dì 30 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella terra. Saputosi in Verona che quella gente stavasene sprovveduta e con poca buona guardia, le milizie carraresi, condotte da Cecco di San Severino, all'improvviso giunsero colà, e sbarattarono quel campo colla presa di trecento uomini d'armi e di tutti i carriaggi. Ciò non ostante, esso Gonzaga coi rinforzi venutigli da Venezia cominciò a prendere le castella del Veronese; nè forze v'erano da impedirlo. Seguirono poi nel decorso di quest'anno varii sanguinosi incontri fra le armi venete e carraresi sul Padovano. Avendo Malatesta de' Malatesti generale de' Veneziani, non so se di sua o d'altrui volontà, rinunziato il baston del comando, se ne tornò a Pesaro, e in luogo suo eletto fu Paolo Savello. Assalirono poscia i Veneziani con grossa armata di navi le bastie che il marchese di Ferrara avea piantato a Santo Alberto, e le presero: locchè cominciò a far paura alla stessa Ferrara. Nè minor affanno diede la loro armata grande di terra alla città di Padova; perchè nel dì 17 di novembre, superati i serragli, entrò nel ricco Piovado di Sacco, e fece immensi bottini, con essere ancora rimasto ferito lo stesso Francesco da Carrara nel caldo di una zuffa[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. Spedirono poscia i Veneziani sei mila tra cavalli e fanti verso Verona, i quali dopo una crudel battaglia furono disfatti da Jacopo da Carrara, colla prigionia di due mila e secento persone. IlDelaito, autore più esatto[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]del Gataro, fa molto minore di gente e di prigioni questo fatto. Così terminò l'anno presente, foriere al certo di maggiori disavventure a Francesco II da Carrara, per la esorbitante potenza de' suoi nemici.