MCCCCV

MCCCCVAnno diCristomccccv. IndizioneXIII.Innocenzo VIIpapa 2,Robertore de' Romani 6.Non fu men gravida di funeste guerre e rivoluzioni l'Italia in quest'anno che nel precedente[Raynaldus, Annal. Eccles. Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. Stavasene assai quietopapa Innocenzonel palazzo vaticano, dove nel dì 12 di giugno fece la promozione di undici cardinali, tutte persone di merito. Ma non erano già quieti i Romani, irritati spezialmente daGiovanni dalla Colonnanemico del papa, e, quel che fu peggio, fomentati ancora daLadislao re di Napoli, principe ambizioso, che ardea di voglia di ghermire la stessa città di Roma, con disegno di farsi strada alla corona imperiale. Mandò egli un corpo di cavalleria in aiuto di essi Romani[Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.], che tentarono di occupar Ponte Molle, dove era presidio pontifizio, e dipoi misero campo sotto castello Sant'Angelo. Gli Orsini tenevano la parte del papa. Seguirono alquanti combattimenti, e si progettò poi di far concordia. Andarono undici de' principali Romani a trattarne col papa, il quale, siccome uomo mansueto ed amator della pace, favorevolmente gli ascoltò e licenziò[Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Ma ritornandosene costoro a casa, e passando davanti allo spedale di Santo Spirito, dove era alloggiatoLodovico dei Miglioratinipote del pontefice, ed uomo bestiale, colle soldatesche di Mostarda condottier d'armi, fece a sè venirli esso Lodovico, e con orrida crudeltàli fece tutti tagliar a pezzi, e gittar giù dalle finestre i loro corpi. Questo barbaro scempio avvenne nel dì 6 d'agosto. Siamo accertati da Leonardo Aretino[Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.], scrittore insigne, che si trovava allora nella corte di Roma, da Teodorico di Niem[Theodoricus de Niem, Hist.], dal Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], da Sozomeno[Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]e da altri che quest'atto d'inumanità fu fatto senza menoma saputa, nonchè senza consenso del buon pontefice, placido e lontanissimo dal far sangue, e molto più da sì fatti eccessi. Allora il popolo romano diede campana a martello, ed infuriato si mise a perseguitar gli aderenti del papa, saccheggiò le lor case; e crebbe talmente il furore e la sollevazione, che il papa coi cardinali, per timor di sua vita, fu costretto a prendere nel dì 6 d'agosto la fuga, con ritirarsi a Viterbo. S'impadronirono affatto di Roma i cittadini, non volendo riconoscere Innocenzo per papa; diedero il sacco al palazzo pontificio, ed uccisero anche molte persone, massimamente dei cortigiani non fuggiti. Fu in questa occasione sollecito il re Ladislao a mandar gente a prendere il possesso di Roma[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]; e però nel dì 20 d'agosto ecco comparire nel portico di San Pietro il conte di Troia e conte da Carrara con molte squadre di Ladislao. Se l'ebbero a male i Romani, e misero tosto le sbarre al ponte di Sant'Angelo. Tutti poscia in armi impedirono valorosamente ai regnicoli il passare il ponte. Allora fu che Mostarda da Forlì bravo condottier di armi restò ucciso daPaoloossia daAntonio Orsino. Finalmente con iscorno e danno se ne tornarono a Napoli quelle soldatesche; furono cacciati i Colonnesi e Savelli, e Roma restò in possesso del popolo. Ma castello Sant'Angelo, di cui era governatore Antonello Tomacello, si tenne all'ubbidienza d'esso re. IntantoBaldassare Cossa cardinalelegato di Bologna tutto dì andava studiando le maniere di ricuperare le terre perdute della Chiesa[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Mosse primieramente guerra alconte Albericogran contestabile, e alconte Manfredida Barbiano. Gli addormentò con una tregua o pace fatta a dì 11 di marzo in castello San Pietro; ma perchè uomo pieno di cabale, prometteva molto ed attendeva poco, nel principio di giugno ripigliò la guerra contra di essi, e tolse loro alquante castella. Fece decapitare Cecco da San Severino, valente condottier d'armi, perchè non aveva eseguito un suo comandamento. Fatto anche venir con inganno a FaenzaAstorre de' Manfredi, già signor di quella città, gli appose, oppure fece costare ch'egli menava trattati per rientrare in essa città, e gli fece nel dì 28 di novembre spiccar la testa dal busto. Morì in quest'anno[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]dopo lunga malattia a' dì 8 di settembreCecco, cioèFrancesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Sarsina e d'altre terre, lodato da alcuni per suo valore e per l'amore della giustizia. Ma il Delaito[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]scrive che Cecco malato fu ucciso dal popolo, il quale s'era levato a rumore, e tolse di vita anche un giovinetto figliuolo di lui. Segno non è questo ch'egli godesse il concetto di molte virtù. Gli succedette nel dominioAntoniosuo picciolo figliuolo; ma da lì a poco saltò in testa a quel popolo di governarsi a repubblica, ed eseguì il suo disegno. Corse colà nel seguente mese il cardinal Cossa col suo esercito, pretendendo d'ordine del papa la signoria di quella città. Virilmente gli fecero fronte i Forlivesi; laonde egli addormentò ancor questi con un trattato[S. Antonin., Par. III, tit. 22, cap. 4.], permettendo loro il governo coll'obbligo di pagare l'annuo censo alla camera apostolica.Dacchè riuscì al prepotente regio governator di GenovaBucicaldod'indurre quel popolo a levar l'ubbidienza a papaInnocenzo VII, per sottomettersi a Pietro di Luna, cioè all'antipapa Benedetto XIII, ardeva esso antipapa di voglia di far la sua comparsa in Italia[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Venne con questa intenzione a Nizza, dove si fermò finchè la stagione migliore gli assicurasse il viaggio, e finalmente per mare nel dì 26 di maggio arrivò a Genova. Un solenne accoglimento gli fu fatto da quel popolo per paura del governatore; poichè per altro i più teneano in lor cuore per vero papa il solo Innocenzo. Grandi cose volgeva in sua mente esso antipapa, soprattutto per iscreditare ed atterrare il suo avversario, spacciando sè stesso pronto alla cession del papato per riunire la Chiesa, ed Innocenzo all'incontro alieno dall'udir parlare di rinunzia. La verità si è, che nè l'uno nè l'altro aveano voglia di dimettere si gran dignità, e andavano giocando fra loro senza mai nulla conchiudere, facendo anche gli scrupolosi con dire di temer di fare un gran peccato rinunziando. In questo mentre ecco la peste entrar in Genova, morirvi uno dei suoi cardinali, infettarsi alcuni de' suoi cortigiani. Affine di sottrarsi a questo pericolo, nel dì 8 d'ottobre l'antipapa si ritirò da Genova, e andò a mettere la sua residenza in Savona. Intanto i Fiorentini vagheggiavano Pisa, ben conoscendo cheGabriello Maria Viscontenon avea nè forze nè testa per sostenersi in quel dominio[Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 16. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist, tom. 16 Rer. Ital.]. Nulladimeno, in vece di adoperar la via delle armi, si gittarono al maneggio per indurre Gabriello a cedere quella città, con ricevere in contraccambio grossa somma di danaro. Ma Bucicaldo guastava ogni lor macchina. Vinsero questo oppositore con rappresentargli che, data loro Pisa, potrebbonotutti accudire a salvar dalla rovina il signore di Padova, il quale con calde istanze loro si raccomandava. Probabilmente per la speranza o promessa del soccorso de' Fiorentini e Genovesi egli era entrato in quel pericoloso ballo. Si convenne in fine che Gabriello vendesse Pisa a' Fiorentini; il che penetrato dai Pisani, la città si levò a rumore, e fu costretto il Visconte a rifugiarsi nella cittadella, dove Bucicaldo inviò tanta gente e vettovaglia da potersi difendere. Fu poi conchiusa la consegna d'essa cittadella, e la cession d'ogni ragione di Pisa ai Fiorentini, i quali si obbligarono di pagare a Gabriello ducento sei mila fiorini d'oro. Gino Capponi[Gino Capponi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.], che ci lasciò una diffusa descrizione di tutta la tragedia di Pisa, quegli fu che maneggiò l'affare, e prese il possesso della cittadella suddetta nel dì 31 d'agosto, pagata parte del pattuito danaro. Morivano di rabbia i Pisani al vedersi venduti come pecore, e tanto più ai Fiorentini, antichi loro emuli e nemici. Perciò nel dì 6 di settembre furiosamente si scatenarono contra d'essa cittadella, e venne lor fatto di ripigliarla più per azzardo o per poltroneria dell'uffizial fiorentino, lasciato ivi dal Capponi, che per loro insigne bravura. Il che fatto, spedirono ambasciatori a Firenze, chiedendo Librafatta ed altre terre consegnate a quel comune, con esibire il rifacimento delle spese. Non l'intesero per questo verso i Fiorentini; vollero guerra, e vi si prepararono con assoldar gente da varie parti, ed eleggere per lor generale ilconte Bertoldo degli Orsini. Fra gli altri andò al loro soldo Sforza da Cotignola colle sue genti d'armi[Corio, Istoria di Milano.], e non tardò a far ivi sempre più conoscere la sua prodezza; imperciocchè, spedito con secento oppur con mille cavalli ad impedire che Gasparo de' Pazzi ed Angelo dalla Pergola non conducessero un corpo di gente al servigio de' Pisani, in una imboscata gli assalì, sbaragliò, e quasitutti li fece prigioni. Il Bonincontro, con cui vanno d'accordo Sozomeno ed altri, distingue tali azioni con dire che la gente d'Angelo dalla Pergola era mille e cinquecento cavalli, ed essere statoLodovico de' Migliorati,nipote di papa Innocenzo, che a requisizion de' Fiorentini diede lor la sconfitta; ed aver poi Sforza messi in rotta cinquecento cavalli di Gasparo Pazzi, che già erano entrati sul Pisano. In sì cattiva positura di cose i Pisani ridussero in città i Gambacorti e la fazion de' Bergolini pria fuorusciti, con dar loro la pace quella de' Raspanti che dominavano[Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma nel dì 22 d'ottobreGiovanni de' Gambacorti, levato rumore coi suoi, si fece per forza crear capitano del popolo; indi perseguitò i Raspanti, saccheggiò le lor case, molti ne mise a filo di spada, e fra gli altri Giovanni dall'Agnello, nipote del fu Giovanni doge di Pisa.Gabriello Visconterestò padrone di Sarzana, ma per poco tempo, siccome appresso diremo.Il maggior fuoco in quest'anno fu nelle contrade di Verona e di Padova[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Aumentavansi ogni dì più le forze de' Veneziani, calavano quelle del signore di Padova. Il crollo maggior nondimeno a lui venne dall'essersi staccato da lui suo genero, cioèNiccolò marchesedi Ferrara. Aveano le armi venete, per così dire, bloccata da lontano la città di Ferrara, di modo che, trovandosi essa molto scarsa di grano, nè potendone ricevere a cagion delle armi nemiche, que' cittadini cominciarono a consigliare il marchese che si accordasse colla repubblica. Se ne trattò, e la pace fu conchiusa nel dì 27 di marzo, ma con delle condizioni svantaggiose al marchese, il quale, fra le altre cose, dovette rimettere come era prima Rovigo e le terre dipendenti in mano de' Veneziani. Rimase trafitto da immenso dolore a questa nuovaFrancesco da Carrara;ma come uomo di gran cuore, corse subito colle sue genti sul Polesine di Rovigo, prese alcune di quelle castella, mise l'assedio allo stesso Rovigo. Il marchese, per far conoscere ai Veneziani che contra del suo volere veniva fatta quell'irruzione, fu necessitato a prender l'armi contra del suocero, tanto che il fece sloggiar da quelle parti, ed eseguì puntualmente i patti della pace. Era in questi tempi sommamente angustiato il territorio padovano dalle armi venete, e nello stesso tempo un altro loro esercito conFrancesco signore di Mantovatenea strettamente assediata Verona. Essendo cresciuta a dismisura in quest'ultima città la fame, nel dì 22 di giugno si levò a rumore il popolo veronese, ed aprì la porta del Vescovo al signore di Mantova e a Jacopo del Verme. Fu necessitatoJacopo da Carrarafigliuolo del signor di Padova a ricoverarsi nella fortezza di Castel Vecchio; ma non si credendo quivi sicuro, travestito ne uscì per portarsi a Padova. Giunto a Cereta nel dì 26 di giugno, e o per tradimento della guida, oppure perchè venne riconosciuto, fu preso e condotto a Verona, e di là alle carceri di Venezia. Si rendè col tempo la cittadella di Verona ai Veneziani, i quali intanto spedirono a PadovaGaleazzo da Mantovacon quelle genti d'armi che non occorrevano più sul Veronese.Paolo Savellolor generale, che già avea occupati altri luoghi nel Padovano, ricevuto questo rinforzo, spinse l'esercito suo fin sotto Padova, dandole molti assalti. A poco a poco nel mese di agosto si renderono ai Veneziani le terre d'Este, Montagnana ed altre, di modo che ogni dì più scemava il dominio di Padova. Fece bensìFrancesco Terzofigliuolo di quel signore con tutte le sue genti una sortita nel dì 21 d'esso mese addosso al campo nemico, che vivea con troppa confidenza. Il macello della gente fu grande, moltissimi i prigionieri, fra' quali lo stesso generale Paolo Savello; ma, accorso Galeazzo da Mantova colle sue squadre, percossei vincitori sì fieramente, che ricuperò il Savello, e fece retrocedere i Padovani con molta loro strage. Nel settembre Monselice, Legnago, Cittadella, Castelbaldo ed altre castella vennero all'ubbidienza de' Veneziani.Tante disgrazie e il timore di peggio indussero finalmente Francesco da Carrara a cercar pace dal senato veneto per mezzo diCarlo Zeno; ed erano già come d'accordo ch'egli cedesse Padova, e ne ricevesse sessanta mila fiorini d'oro, colla libertà d'andare ovunque gli piacesse, e di asportare le suppellettili sue. Si pentì egli poco dappoi, e si ostinò a giocar l'ultima carta, tradito dalle speranze che gli davano iFiorentinieBucicaldodi soccorso; ma soccorso che mai non venne, per le mutazioni seguite in Pisa, ed accennate di sopra. Trovavasi allora la città di Padova sommamente afflitta dalla fame, e più ancora dalla peste, la quale si fa conto che in quella funesta congiuntura portasse al sepolcro ventotto mila persone. Però quel popolo, anche per timore del sacco, sospirava ripiego a' suoi guai. Gliel trovò un traditore capitano della porta di Santa Croce, cioè Giovanni di Beltramino, il quale ordì un trattato con Galeazzo da Mantova, rimasto comandante dell'esercito veneto, perchè Paolo Savello avrà dato fine alla vita e al comando. Nella notte adunque precedente al dì 17 di novembre, costui introdusse per le mura un corpo di gente nemica, e, fatto giorno, Galeazzo entrò con più forze nel borgo di Santa Croce. Si ritirò per questa improvvisata il Carrarese con Francesco Terzo suo figliuolo nel castello, e tenne poi parlamento con esso Galeazzo e coi provveditori veneti, di rendere loro esso castello e la città con buoni patti, facendogli ognuno sperare buon trattamento dal senato di Venezia. Ebbe salvocondotto per potere spedire a Venezia ambasciatori, e li spedì, ma non poterono impetrare udienza. Andato poi il Carrarese nel campo dei nemici col figliuolo, fu ivi tenuto a bada, tanto che il popolo padovano,maneggiati i proprii interessi, fece entrare nella città le bandiere di San Marco, e diede a' Veneziani il possesso della città. Altrettanto fece Giacomo da Panego, con aprir loro le porte del castello. Ora trovandosi l'infelice Carrarese in mezzo a sì fiero naufragio, non sapea a qual partito appigliarsi, se non che Galeazzo da Mantova il confortò e consigliò di passare a Venezia per gittarsi a' piedi di quel senato, promettendogli perdono e buoni effetti della benignità de' signori veneziani. Si portarono i due Carresi colà in un ganzaruolo nel dì 30 di novembre, ed ammessi all'udienza deldoge Michele Steno, si prostrarono a' suoi piedi, confessando la loro temerità, e addimandando misericordia e grazia. Altra risposta non ebbero che rimproveri all'ingratitudine loro e furono mandati nelle prigioni, dove era ancheJacopoaltro figliuolo d'esso Francesco da Carrara, dove stettero sino al gennaio dell'anno seguente nel continuo martirio della considerazione del precedente felice loro stato, e dell'infelicissimo presente. Inclinava la clemenza veneta a lasciar loro la vita; ma giunto a VeneziaJacopo dal Verme, antico nemico della casa di Carrara, il quale dal servigio de' Visconti era passato a quello de' Veneziani, aggiunse olio al fuoco, ricordando a que' signori:Che uomo morto non fa guerra. Il perchè nel consiglio dei dieci fu risoluta la lor morte, ed eseguita senza dimora la sentenza contra di Francesco II padre nel dì 17 del suddetto mese, che fu strangolato in prigione; nè gli mancarono peccati degni dell'ira di Dio; e poscia nel dì 19 furono i suoi figliuoliFrancesco IIIeJacopotolti anch'essi di vita col laccio. Restarono altri due figliuoli di Francesco II, cioèUbertinoeMarsilio, da lui mandati a Firenze, contra de' quali fu posta taglia. Il primo, infermatosi non so di qual male in quella città, finì di vivere nel dì 7 di dicembre del 1407. Marsilio, avendo nell'anno 1455 un trattato in Padova, si portò a quella volta; ma scoperto nella villa di Carturodel territorio padovano nel dì 17 di marzo[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], preso e condotto a Venezia, lasciò la testa sopra un palco nel dì 28 d'esso mese. Ed ecco dove andò a terminare la tela degli ambiziosi disegni di Francesco Carrarese, con ingrandimento notabile in terra ferma dell'inclita repubblica di Venezia, che stese la sua signoria sopra le riguardevoli città di Padova, Verona e Vicenza, ed anche sopra Feltro e Belluno, cedutele dal duca di Milano, e collo sterminio della nobil casa da Carrara. Fu un gran dire per tutta l'Italia del fine di questa tragedia. Occupate poi le scritture del Carrarese, si scoprì che alcuni nobili veneti il favorivano, e n'ebbero il dovuto gastigo. Lo stessoCarlo Zeno, che pur tanto avea operato contra di lui, ebbe per questo non poche vessazioni.

Non fu men gravida di funeste guerre e rivoluzioni l'Italia in quest'anno che nel precedente[Raynaldus, Annal. Eccles. Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]. Stavasene assai quietopapa Innocenzonel palazzo vaticano, dove nel dì 12 di giugno fece la promozione di undici cardinali, tutte persone di merito. Ma non erano già quieti i Romani, irritati spezialmente daGiovanni dalla Colonnanemico del papa, e, quel che fu peggio, fomentati ancora daLadislao re di Napoli, principe ambizioso, che ardea di voglia di ghermire la stessa città di Roma, con disegno di farsi strada alla corona imperiale. Mandò egli un corpo di cavalleria in aiuto di essi Romani[Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.], che tentarono di occupar Ponte Molle, dove era presidio pontifizio, e dipoi misero campo sotto castello Sant'Angelo. Gli Orsini tenevano la parte del papa. Seguirono alquanti combattimenti, e si progettò poi di far concordia. Andarono undici de' principali Romani a trattarne col papa, il quale, siccome uomo mansueto ed amator della pace, favorevolmente gli ascoltò e licenziò[Vita Innocentii VII, P. II, tom. 3 Rer. Italic.]. Ma ritornandosene costoro a casa, e passando davanti allo spedale di Santo Spirito, dove era alloggiatoLodovico dei Miglioratinipote del pontefice, ed uomo bestiale, colle soldatesche di Mostarda condottier d'armi, fece a sè venirli esso Lodovico, e con orrida crudeltàli fece tutti tagliar a pezzi, e gittar giù dalle finestre i loro corpi. Questo barbaro scempio avvenne nel dì 6 d'agosto. Siamo accertati da Leonardo Aretino[Leonardus Aretin., Hist. sui temp., tom. 19 Rer. Ital.], scrittore insigne, che si trovava allora nella corte di Roma, da Teodorico di Niem[Theodoricus de Niem, Hist.], dal Bonincontro[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], da Sozomeno[Sozomenus, Hist., tom. 16 Rer. Ital.]e da altri che quest'atto d'inumanità fu fatto senza menoma saputa, nonchè senza consenso del buon pontefice, placido e lontanissimo dal far sangue, e molto più da sì fatti eccessi. Allora il popolo romano diede campana a martello, ed infuriato si mise a perseguitar gli aderenti del papa, saccheggiò le lor case; e crebbe talmente il furore e la sollevazione, che il papa coi cardinali, per timor di sua vita, fu costretto a prendere nel dì 6 d'agosto la fuga, con ritirarsi a Viterbo. S'impadronirono affatto di Roma i cittadini, non volendo riconoscere Innocenzo per papa; diedero il sacco al palazzo pontificio, ed uccisero anche molte persone, massimamente dei cortigiani non fuggiti. Fu in questa occasione sollecito il re Ladislao a mandar gente a prendere il possesso di Roma[Antonii Petri Diar., tom. 24 Rer. Ital.]; e però nel dì 20 d'agosto ecco comparire nel portico di San Pietro il conte di Troia e conte da Carrara con molte squadre di Ladislao. Se l'ebbero a male i Romani, e misero tosto le sbarre al ponte di Sant'Angelo. Tutti poscia in armi impedirono valorosamente ai regnicoli il passare il ponte. Allora fu che Mostarda da Forlì bravo condottier di armi restò ucciso daPaoloossia daAntonio Orsino. Finalmente con iscorno e danno se ne tornarono a Napoli quelle soldatesche; furono cacciati i Colonnesi e Savelli, e Roma restò in possesso del popolo. Ma castello Sant'Angelo, di cui era governatore Antonello Tomacello, si tenne all'ubbidienza d'esso re. IntantoBaldassare Cossa cardinalelegato di Bologna tutto dì andava studiando le maniere di ricuperare le terre perdute della Chiesa[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Mosse primieramente guerra alconte Albericogran contestabile, e alconte Manfredida Barbiano. Gli addormentò con una tregua o pace fatta a dì 11 di marzo in castello San Pietro; ma perchè uomo pieno di cabale, prometteva molto ed attendeva poco, nel principio di giugno ripigliò la guerra contra di essi, e tolse loro alquante castella. Fece decapitare Cecco da San Severino, valente condottier d'armi, perchè non aveva eseguito un suo comandamento. Fatto anche venir con inganno a FaenzaAstorre de' Manfredi, già signor di quella città, gli appose, oppure fece costare ch'egli menava trattati per rientrare in essa città, e gli fece nel dì 28 di novembre spiccar la testa dal busto. Morì in quest'anno[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]dopo lunga malattia a' dì 8 di settembreCecco, cioèFrancesco degli Ordelaffi, signore di Forlì, di Sarsina e d'altre terre, lodato da alcuni per suo valore e per l'amore della giustizia. Ma il Delaito[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.]scrive che Cecco malato fu ucciso dal popolo, il quale s'era levato a rumore, e tolse di vita anche un giovinetto figliuolo di lui. Segno non è questo ch'egli godesse il concetto di molte virtù. Gli succedette nel dominioAntoniosuo picciolo figliuolo; ma da lì a poco saltò in testa a quel popolo di governarsi a repubblica, ed eseguì il suo disegno. Corse colà nel seguente mese il cardinal Cossa col suo esercito, pretendendo d'ordine del papa la signoria di quella città. Virilmente gli fecero fronte i Forlivesi; laonde egli addormentò ancor questi con un trattato[S. Antonin., Par. III, tit. 22, cap. 4.], permettendo loro il governo coll'obbligo di pagare l'annuo censo alla camera apostolica.

Dacchè riuscì al prepotente regio governator di GenovaBucicaldod'indurre quel popolo a levar l'ubbidienza a papaInnocenzo VII, per sottomettersi a Pietro di Luna, cioè all'antipapa Benedetto XIII, ardeva esso antipapa di voglia di far la sua comparsa in Italia[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Venne con questa intenzione a Nizza, dove si fermò finchè la stagione migliore gli assicurasse il viaggio, e finalmente per mare nel dì 26 di maggio arrivò a Genova. Un solenne accoglimento gli fu fatto da quel popolo per paura del governatore; poichè per altro i più teneano in lor cuore per vero papa il solo Innocenzo. Grandi cose volgeva in sua mente esso antipapa, soprattutto per iscreditare ed atterrare il suo avversario, spacciando sè stesso pronto alla cession del papato per riunire la Chiesa, ed Innocenzo all'incontro alieno dall'udir parlare di rinunzia. La verità si è, che nè l'uno nè l'altro aveano voglia di dimettere si gran dignità, e andavano giocando fra loro senza mai nulla conchiudere, facendo anche gli scrupolosi con dire di temer di fare un gran peccato rinunziando. In questo mentre ecco la peste entrar in Genova, morirvi uno dei suoi cardinali, infettarsi alcuni de' suoi cortigiani. Affine di sottrarsi a questo pericolo, nel dì 8 d'ottobre l'antipapa si ritirò da Genova, e andò a mettere la sua residenza in Savona. Intanto i Fiorentini vagheggiavano Pisa, ben conoscendo cheGabriello Maria Viscontenon avea nè forze nè testa per sostenersi in quel dominio[Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 16. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital. Sozomenus, Hist, tom. 16 Rer. Ital.]. Nulladimeno, in vece di adoperar la via delle armi, si gittarono al maneggio per indurre Gabriello a cedere quella città, con ricevere in contraccambio grossa somma di danaro. Ma Bucicaldo guastava ogni lor macchina. Vinsero questo oppositore con rappresentargli che, data loro Pisa, potrebbonotutti accudire a salvar dalla rovina il signore di Padova, il quale con calde istanze loro si raccomandava. Probabilmente per la speranza o promessa del soccorso de' Fiorentini e Genovesi egli era entrato in quel pericoloso ballo. Si convenne in fine che Gabriello vendesse Pisa a' Fiorentini; il che penetrato dai Pisani, la città si levò a rumore, e fu costretto il Visconte a rifugiarsi nella cittadella, dove Bucicaldo inviò tanta gente e vettovaglia da potersi difendere. Fu poi conchiusa la consegna d'essa cittadella, e la cession d'ogni ragione di Pisa ai Fiorentini, i quali si obbligarono di pagare a Gabriello ducento sei mila fiorini d'oro. Gino Capponi[Gino Capponi, Istor., tom. 18 Rer. Ital.], che ci lasciò una diffusa descrizione di tutta la tragedia di Pisa, quegli fu che maneggiò l'affare, e prese il possesso della cittadella suddetta nel dì 31 d'agosto, pagata parte del pattuito danaro. Morivano di rabbia i Pisani al vedersi venduti come pecore, e tanto più ai Fiorentini, antichi loro emuli e nemici. Perciò nel dì 6 di settembre furiosamente si scatenarono contra d'essa cittadella, e venne lor fatto di ripigliarla più per azzardo o per poltroneria dell'uffizial fiorentino, lasciato ivi dal Capponi, che per loro insigne bravura. Il che fatto, spedirono ambasciatori a Firenze, chiedendo Librafatta ed altre terre consegnate a quel comune, con esibire il rifacimento delle spese. Non l'intesero per questo verso i Fiorentini; vollero guerra, e vi si prepararono con assoldar gente da varie parti, ed eleggere per lor generale ilconte Bertoldo degli Orsini. Fra gli altri andò al loro soldo Sforza da Cotignola colle sue genti d'armi[Corio, Istoria di Milano.], e non tardò a far ivi sempre più conoscere la sua prodezza; imperciocchè, spedito con secento oppur con mille cavalli ad impedire che Gasparo de' Pazzi ed Angelo dalla Pergola non conducessero un corpo di gente al servigio de' Pisani, in una imboscata gli assalì, sbaragliò, e quasitutti li fece prigioni. Il Bonincontro, con cui vanno d'accordo Sozomeno ed altri, distingue tali azioni con dire che la gente d'Angelo dalla Pergola era mille e cinquecento cavalli, ed essere statoLodovico de' Migliorati,nipote di papa Innocenzo, che a requisizion de' Fiorentini diede lor la sconfitta; ed aver poi Sforza messi in rotta cinquecento cavalli di Gasparo Pazzi, che già erano entrati sul Pisano. In sì cattiva positura di cose i Pisani ridussero in città i Gambacorti e la fazion de' Bergolini pria fuorusciti, con dar loro la pace quella de' Raspanti che dominavano[Sozomenus, Istor., tom. 16 Rer. Ital.]. Ma nel dì 22 d'ottobreGiovanni de' Gambacorti, levato rumore coi suoi, si fece per forza crear capitano del popolo; indi perseguitò i Raspanti, saccheggiò le lor case, molti ne mise a filo di spada, e fra gli altri Giovanni dall'Agnello, nipote del fu Giovanni doge di Pisa.Gabriello Visconterestò padrone di Sarzana, ma per poco tempo, siccome appresso diremo.

Il maggior fuoco in quest'anno fu nelle contrade di Verona e di Padova[Gatari, Istor. di Pad., tom. 17 Rer. Ital. Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital. Redusius, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Aumentavansi ogni dì più le forze de' Veneziani, calavano quelle del signore di Padova. Il crollo maggior nondimeno a lui venne dall'essersi staccato da lui suo genero, cioèNiccolò marchesedi Ferrara. Aveano le armi venete, per così dire, bloccata da lontano la città di Ferrara, di modo che, trovandosi essa molto scarsa di grano, nè potendone ricevere a cagion delle armi nemiche, que' cittadini cominciarono a consigliare il marchese che si accordasse colla repubblica. Se ne trattò, e la pace fu conchiusa nel dì 27 di marzo, ma con delle condizioni svantaggiose al marchese, il quale, fra le altre cose, dovette rimettere come era prima Rovigo e le terre dipendenti in mano de' Veneziani. Rimase trafitto da immenso dolore a questa nuovaFrancesco da Carrara;ma come uomo di gran cuore, corse subito colle sue genti sul Polesine di Rovigo, prese alcune di quelle castella, mise l'assedio allo stesso Rovigo. Il marchese, per far conoscere ai Veneziani che contra del suo volere veniva fatta quell'irruzione, fu necessitato a prender l'armi contra del suocero, tanto che il fece sloggiar da quelle parti, ed eseguì puntualmente i patti della pace. Era in questi tempi sommamente angustiato il territorio padovano dalle armi venete, e nello stesso tempo un altro loro esercito conFrancesco signore di Mantovatenea strettamente assediata Verona. Essendo cresciuta a dismisura in quest'ultima città la fame, nel dì 22 di giugno si levò a rumore il popolo veronese, ed aprì la porta del Vescovo al signore di Mantova e a Jacopo del Verme. Fu necessitatoJacopo da Carrarafigliuolo del signor di Padova a ricoverarsi nella fortezza di Castel Vecchio; ma non si credendo quivi sicuro, travestito ne uscì per portarsi a Padova. Giunto a Cereta nel dì 26 di giugno, e o per tradimento della guida, oppure perchè venne riconosciuto, fu preso e condotto a Verona, e di là alle carceri di Venezia. Si rendè col tempo la cittadella di Verona ai Veneziani, i quali intanto spedirono a PadovaGaleazzo da Mantovacon quelle genti d'armi che non occorrevano più sul Veronese.Paolo Savellolor generale, che già avea occupati altri luoghi nel Padovano, ricevuto questo rinforzo, spinse l'esercito suo fin sotto Padova, dandole molti assalti. A poco a poco nel mese di agosto si renderono ai Veneziani le terre d'Este, Montagnana ed altre, di modo che ogni dì più scemava il dominio di Padova. Fece bensìFrancesco Terzofigliuolo di quel signore con tutte le sue genti una sortita nel dì 21 d'esso mese addosso al campo nemico, che vivea con troppa confidenza. Il macello della gente fu grande, moltissimi i prigionieri, fra' quali lo stesso generale Paolo Savello; ma, accorso Galeazzo da Mantova colle sue squadre, percossei vincitori sì fieramente, che ricuperò il Savello, e fece retrocedere i Padovani con molta loro strage. Nel settembre Monselice, Legnago, Cittadella, Castelbaldo ed altre castella vennero all'ubbidienza de' Veneziani.

Tante disgrazie e il timore di peggio indussero finalmente Francesco da Carrara a cercar pace dal senato veneto per mezzo diCarlo Zeno; ed erano già come d'accordo ch'egli cedesse Padova, e ne ricevesse sessanta mila fiorini d'oro, colla libertà d'andare ovunque gli piacesse, e di asportare le suppellettili sue. Si pentì egli poco dappoi, e si ostinò a giocar l'ultima carta, tradito dalle speranze che gli davano iFiorentinieBucicaldodi soccorso; ma soccorso che mai non venne, per le mutazioni seguite in Pisa, ed accennate di sopra. Trovavasi allora la città di Padova sommamente afflitta dalla fame, e più ancora dalla peste, la quale si fa conto che in quella funesta congiuntura portasse al sepolcro ventotto mila persone. Però quel popolo, anche per timore del sacco, sospirava ripiego a' suoi guai. Gliel trovò un traditore capitano della porta di Santa Croce, cioè Giovanni di Beltramino, il quale ordì un trattato con Galeazzo da Mantova, rimasto comandante dell'esercito veneto, perchè Paolo Savello avrà dato fine alla vita e al comando. Nella notte adunque precedente al dì 17 di novembre, costui introdusse per le mura un corpo di gente nemica, e, fatto giorno, Galeazzo entrò con più forze nel borgo di Santa Croce. Si ritirò per questa improvvisata il Carrarese con Francesco Terzo suo figliuolo nel castello, e tenne poi parlamento con esso Galeazzo e coi provveditori veneti, di rendere loro esso castello e la città con buoni patti, facendogli ognuno sperare buon trattamento dal senato di Venezia. Ebbe salvocondotto per potere spedire a Venezia ambasciatori, e li spedì, ma non poterono impetrare udienza. Andato poi il Carrarese nel campo dei nemici col figliuolo, fu ivi tenuto a bada, tanto che il popolo padovano,maneggiati i proprii interessi, fece entrare nella città le bandiere di San Marco, e diede a' Veneziani il possesso della città. Altrettanto fece Giacomo da Panego, con aprir loro le porte del castello. Ora trovandosi l'infelice Carrarese in mezzo a sì fiero naufragio, non sapea a qual partito appigliarsi, se non che Galeazzo da Mantova il confortò e consigliò di passare a Venezia per gittarsi a' piedi di quel senato, promettendogli perdono e buoni effetti della benignità de' signori veneziani. Si portarono i due Carresi colà in un ganzaruolo nel dì 30 di novembre, ed ammessi all'udienza deldoge Michele Steno, si prostrarono a' suoi piedi, confessando la loro temerità, e addimandando misericordia e grazia. Altra risposta non ebbero che rimproveri all'ingratitudine loro e furono mandati nelle prigioni, dove era ancheJacopoaltro figliuolo d'esso Francesco da Carrara, dove stettero sino al gennaio dell'anno seguente nel continuo martirio della considerazione del precedente felice loro stato, e dell'infelicissimo presente. Inclinava la clemenza veneta a lasciar loro la vita; ma giunto a VeneziaJacopo dal Verme, antico nemico della casa di Carrara, il quale dal servigio de' Visconti era passato a quello de' Veneziani, aggiunse olio al fuoco, ricordando a que' signori:Che uomo morto non fa guerra. Il perchè nel consiglio dei dieci fu risoluta la lor morte, ed eseguita senza dimora la sentenza contra di Francesco II padre nel dì 17 del suddetto mese, che fu strangolato in prigione; nè gli mancarono peccati degni dell'ira di Dio; e poscia nel dì 19 furono i suoi figliuoliFrancesco IIIeJacopotolti anch'essi di vita col laccio. Restarono altri due figliuoli di Francesco II, cioèUbertinoeMarsilio, da lui mandati a Firenze, contra de' quali fu posta taglia. Il primo, infermatosi non so di qual male in quella città, finì di vivere nel dì 7 di dicembre del 1407. Marsilio, avendo nell'anno 1455 un trattato in Padova, si portò a quella volta; ma scoperto nella villa di Carturodel territorio padovano nel dì 17 di marzo[Delayto, Annal., tom. 18 Rer. Ital.], preso e condotto a Venezia, lasciò la testa sopra un palco nel dì 28 d'esso mese. Ed ecco dove andò a terminare la tela degli ambiziosi disegni di Francesco Carrarese, con ingrandimento notabile in terra ferma dell'inclita repubblica di Venezia, che stese la sua signoria sopra le riguardevoli città di Padova, Verona e Vicenza, ed anche sopra Feltro e Belluno, cedutele dal duca di Milano, e collo sterminio della nobil casa da Carrara. Fu un gran dire per tutta l'Italia del fine di questa tragedia. Occupate poi le scritture del Carrarese, si scoprì che alcuni nobili veneti il favorivano, e n'ebbero il dovuto gastigo. Lo stessoCarlo Zeno, che pur tanto avea operato contra di lui, ebbe per questo non poche vessazioni.


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