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MCCCCLAnno diCristomccccl. IndizioneXIII.Niccolò Vpapa 4.Federigo IIIre de' Romani 11.Avea già il ponteficeNiccolò Vinvitati i fedeli al sacro giubileo, che in quest'anno s'avea da tenere in Roma, e che fu in fatti celebrato con insigne divozione e concorso di persone da tutti i regni cristiani, al dispetto della pestilenza che regnava in Italia[Raynaldus, Annal. Eccles. S. Anton., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Dopo il primo giubileo dell'anno 1300, forse non fu mai veduto sì gran flusso e riflusso di gente in Roma, di modo che le strade maestre d'Italia pareano tante fiere. Accadde solamente una disavventura, che in un certo giorno (l'Infessura dice[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]nel dì 19 di dicembre, e seco s'accorda l'autore della Cronica di Rimini[Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]) tornando l'innumerabil popolo dalla benedizione del papa data in San Pietro, nelpassare per ponte Santo Angelo, a cagion dello strepito fatto da una mula, divenne sì grande la calca, che quivi perirono più di ducento persone, parte soffocate dalla folla, e parte cadute nel Tevere: del che sommamente si afflisse il buon pontefice, il quale canonizzò in quest'annoBernardino da Siena. Di gran tesori lasciò la pietà de' fedeli in Roma per l'occasione di questo giubileo, e d'essi poi si servì il saggio papa, non già a far guerre, ma bensì a ristorar le chiese, ad aiutare i poverelli, ed abbellir sempre più la bella città di Roma. Adoperossi egli ancora con premura degna del suo sublime e sacro carattere, affinchè si terminasse la guerra viva tra ilre Alfonsoe larepubblica fiorentina[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Nè andarono a vuoto i suoi maneggi, essendosi conchiusa la pace fra loro nel dì 29 di giugno, per cui fu obbligatoRinaldo Orsinosignor di Piombino, che poi morì in questo anno di peste, a pagar da lì innanzi l'annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro ad esso Alfonso. Nel dì 2 di luglio ebbe anche fine la discordia del medesimo re coi Veneziani[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.], essendosi, per opera delmarchese Lionellosignor di Ferrara, sottoscritta la pace fra loro dai comuni ambasciatori concorsi alla medesima città di Ferrara. Contribuirono molto a farla i cangiamenti delle cose di Milano, de' quali parlerò fra poco. Sciolto così il re Alfonso dai pensieri di guerra, si diede poi tutto ai piaceri, e ad una vita poco convenevole alla sua saviezza. Fu questo l'ultimo anno della vita del suddettomarchese Lionello, essendo egli stato rapito dalla morte nel dì primo di ottobre nel suo delizioso palagio di Belriguardo; principe d'immortale memoria, perchè, secondo la Cronica di Ferrara, fu amatore della pace, della giustizia e della pietà, di vita onestissima, studiosodelle divine Scritture, liberale massimamente verso i poveri, nelle avversità paziente, nelle prosperità moderato, e che con gran sapienza governò e mantenne sempre quieti i suoi popoli, di modo che si meritò il pregiatissimo nome di Padre della patria. A lui succedette nel dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio ilmarchese Borsosuo fratello, che, quantunque illegittimo, fu anteposto adErcoleeSigismondosuoi fratelli legittimi. Era generale de' VenezianiSigismondo Malatestasignor di Rimini. Fu cassato in quest'anno pei suoi demeriti. Fra le altre cose a lui fu attribuito il rapimento seguito in Verona di bellissima donna nobile tedesca, che con accompagnamento degno della sua condizione passava per quella città andando al giubileo di Roma. Piuttostochè consentire alle voglie libidinose di chi la rapì, si lasciò ella uccidere: caso che fece gran rumore per tutta Italia. S'egli veramente fosse reo di tale eccesso non saprei dirlo, perchè, per quanta inquisizione ne facessero i savii Veneziani, non si potè scoprirne l'autore. Certo è che la voce comune addossò ad esso Malatesta questa iniquità, e ne parlano fino i Giornali di Napoli. In sì cattivo concetto era esso Malatesta, che se non fu, certamente degno era d'essere creduto reo di tanta scelleraggine.Per tutto il mese di gennaio e di buona parte del febbraio dell'anno presente[Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.]consisterono le diligenze dello invitto conteFrancesco Sforzain sempre più angustiare la bloccata città di Milano, e in ben disporre le cose, acciocchè l'armata veneta, da cui continuamente i Milanesi imploravano soccorso, non giugnesse a condurvi vettovaglie. Crebbe perciò a dismisura la fame in quella gran città, con essersi ridotti i poveri a mangiar cavalli, cani, gatti, sorci, e in fin l'erbe, cioè ad ingoiare per unaltro verso la morte, che cercavano dì fuggire. Se usciva gente per ricoverarsi altrove, ordine v'era ai capitani dello Sforza di ricacciar ognuno in città. Intanto i rettori, con belle speranze di presto aiuto, lusingavano il languente popolo, e veramente Sigismondo, generale allora de' Veneziani, era in qualche movimento alla volta di Milano. Ma questo soccorso dovea venire, e mai non veniva. Però nel dì 23 di febbraioGasparo da Vimercatomosse a rumore qualche cinquecento uomini della plebe, che con alte grida andarono al pubblico palazzo, da dove furono respinti. Tornati colà in maggior numero, ed uscitoLeonardo Venieroambasciatore de' Veneziani, che finora avea confortati i Milanesi a star saldi, con mettersi a sgridare e minacciare i sediziosi, immediatamente fu dal furioso popolo tagliato a pezzi[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]. A questo spettacolo fuggirono tosto i reggenti; ed essendo restati padroni del palazzo gli ammutinati, che a vista d'occhio andavano crescendo, corsero ad impadronirsi delle porte. Nel seguente dì 26 di febbraio, raunato in Santa Maria della Scala il popolo, fu presa la determinazione di chiamar per loro signore ilconte Francesco Sforza, e gliene fu incontanente spedito l'avviso a Vimercato, da dove egli stava in procinto di muoversi contro l'armata veneta, la quale era in moto.Jacopo Piccininocolla sua gente avea preso servigio in quell'esercito, dacchè vide la rivolta di Milano. Volevano i primarii cittadini che si stabilisse prima una capitolazione; ma il conte animato da' suoi benevoli, senza perdere tempo, marciò alla volta della città; e benchè con qualche fatica, pure v'entrò, incontrato fuori d'essa da copiosissimo popolo, ed accolto dentro dagli altri, tutti gridando:Sforza, Sforza, viva il conte Francesco. Andò prima a ringraziar Dio nella metropolitana, prese il possesso delle fortezze e delle porte, e, lasciatoCarlo da Gonzagaal governo della città conbuoni regolamenti per la quiete del popolo se ne tornò tosto a Vicomercato per vegliare agli andamenti dell'esercito veneto. Nello stesso tempo spedì ordini a tutte le città circonvicine, affinchè provvedessero di viveri l'affamato popolo di Milano: il che fu sì puntualmente eseguito, che in meno di tre dì abbondò la grascia in Milano, come se mai non vi fosse stato assedio,Sigismondo Malatestaappena ebbe intesa questa mutazion di cose, che se ne tornò di là dall'Adda, e fece tosto rompere il ponte. Da lì a due giorni Como, Monza e Bellinzona, terre state fin qui forti nel partito della repubblica di Milano, mandarono a prestar ubbidienza allo Sforza. Venuta poi la festa dell'Annunziazion della Vergine, cioè il dì 25 di marzo (che non so come vien detto dal Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.]sexto kalendas aprilis, e Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. eod.]scrive che fu nel dì 22 di marzo), fece questo gran capitano insieme colla consorteBianca Visconte, e co' figliuoliGaleazzo MariaedAlessandro, la sua magnifica entrata nella città di Milano, e fu acclamato duca di Milano. Per molti giorni durarono le giostre, le danze, i conviti e le altre feste per la di lui assunzione; e da tutti i principi d'Italia vennero a lui ambascerie per congratularsi, fuorchè dalre Alfonsoe da'Veneziani. Rallegraronsi principalmente del di lui innalzamento i Fiorentini, perchè vedeano di mal occhio il tentativo fatto dai Veneziani per assorbire la Lombardia. Ed allora spirò ogni loro amistà con essi Veneziani, tanto più che in Venezia furono posti nuovi aggravii ai mercanti fiorentini, e si venne dipoi a sapere che essi Veneziani erano entrati in lega colre Alfonso, il cui odio contra de' Fiorentini non mai si estinse.Poco indugiò Francesco duca di Milano ad ordinare che si rimettesse inpiedi il castello di porta Zobbia, già demolito dal popolo milanese, e teneva continuamente quattro mila persone impiegate in quel lavoro. Stava tuttavia prigione in PaviaGuglielmofratello diGiovanni marchesedi Monferrato. Se volle riavere la libertà, gli convenne, nel dì 26 di maggio, venire ad una capitolazione, rapportata da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], in cui cedette alle sue ragioni sopra la città d'Alessandria e suo territorio, a riserva del Bosco e d'alcune altre castella pervenute alle mani di suo fratello. Di queste poche avea egli da essere padrone, con obbligarsi ancora lo Sforza di pagargli annualmente due mila ducati, ossieno fiorini d'oro, in contraccambio dell'entrate ch'egli perdeva di Alessandria. Uscito di prigione, andò a Lodi, dove ratificò la convenzione; ma non sì tosto fu in libertà, che, giunto in Monferrato a dì 7 di giugno, giuridicamente protestò contro quello accordo, fatto, secondo lui, per minaccie e paura. Similmente nel dì 15 di novembre il duca Francesco ordinò che fosse ritenuto prigioneCarlo da Gonzaga, altro condottier d'armi, dal quale era stato assistito non poco nella conquista di Milano. Il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 22, tom. 21 Rer. Ital.], che sa dare, secondo l'uso degli storici parziali, un bel colore a tutte le azioni del suo eroe, scrive che per avere lo Sforza fermata lega conLodovico marchesedi Mantova, e stabilito il matrimonio del suo primogenitoGaleazzo Mariacon una figliuola d'esso marchese, Carlo, siccome nemico del fratello, se l'ebbe tanto a male, che cominciò a sollecitare i Veneziani alla guerra, con intenzione di passare nella loro armata. Accertato di ciò il duca, lo imprigionò; ma che fra pochi giorni, per le preghiere del marchese suo fratello, il rilasciò, con obbligarlo nondimeno a cedere Tortona, di cui dianzi avea avutoil dominio. Verisimilmente si dovette allora sospettare che lo Sforza, allorchè ebbe bisogno pe' suoi affari de' suddetti due capitani, accordasse loro tutto quel che richiesero, per toglierlo poi loro, cessato il bisogno. Comunque sia, tace il Simonetta che Carlo, se volle la libertà, fu, oltre alla cession di Tortona[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], costretto a pagare sessanta mila fiorini di oro (del che ho io addotte altrove le pruove[Antichità Estensi, P. II.]), e fu confinato in Lomellina. Certo è poi ch'egli ruppe i confini, e, passato a Venezia, si acconciò con quella repubblica contra del marchese suo fratello, di cui seguitò ad essere nemico. Forse anche lo Sforza e il marchese andaron d'accordo in abbatterlo e ridurlo alla disperazione. Alla fame poi patita dal popolo di Milano, secondo il solito, tenne dietro la pestilenza in quest'anno; e questa gravissima, perchè, se crediamo al Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nella sola città di Milano perirono sessanta mila persone. In Piacenza pochi restarono in vita. Si stese ancora questo malore per quasi tutta la Italia: cosa troppo facile, dacchè tanta gente era in moto per cagion del giubileo. Fu anche in Roma; laonde il pontefice, per isfuggirne la rabbia, fu di nuovo forzato a ritirarsi, nel dì 18 di giugno[Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e venne a Spoleti, poscia a Foligno e Fabriano. Colà nel dì 26 d'agosto ito a trovarloSigismondo Malatestasignore di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], fu onorato e regalato dal papa, ed ottenne che fossero legittimati i due suoi figliuoli bastardiRobertoeMalatesta. Tante volte s'è parlato dell'instabilità di Genova, città allora troppo amante di mutar padrone. In quest'anno ancora, correndo il mese di luglio, fu deposto dal governo il dogeLodovico da Campofregoso[Giustiniani, Istor. di Genova, tom. 15.]. Spedì il popolo a Sarzanaa richiamareTommaso da Campofregoso, già stato doge; ma, scusatosi egli per la troppa avanzata età, consigliò che eleggessero dogePietrosuo nipote: lo che fu eseguito nel dì 8 di dicembre. Del resto non fu in quest'anno nè pace nè guerra fra la repubblica di Venezia e Francesco duca di Milano. Ognuno d'essi avea paura dell'altro. Temeva il duca la potenza e ricchezza maggiore de' Veneziani; e i Veneziani stavano in riguardo pel singolar credito dello Sforza nel mestier della guerra. Tuttavia, giacchè il duca non era ben assodato nel nuovo dominio, i Veneziani andavano disponendo le cose per fargli guerra.

Avea già il ponteficeNiccolò Vinvitati i fedeli al sacro giubileo, che in quest'anno s'avea da tenere in Roma, e che fu in fatti celebrato con insigne divozione e concorso di persone da tutti i regni cristiani, al dispetto della pestilenza che regnava in Italia[Raynaldus, Annal. Eccles. S. Anton., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Dopo il primo giubileo dell'anno 1300, forse non fu mai veduto sì gran flusso e riflusso di gente in Roma, di modo che le strade maestre d'Italia pareano tante fiere. Accadde solamente una disavventura, che in un certo giorno (l'Infessura dice[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]nel dì 19 di dicembre, e seco s'accorda l'autore della Cronica di Rimini[Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.]) tornando l'innumerabil popolo dalla benedizione del papa data in San Pietro, nelpassare per ponte Santo Angelo, a cagion dello strepito fatto da una mula, divenne sì grande la calca, che quivi perirono più di ducento persone, parte soffocate dalla folla, e parte cadute nel Tevere: del che sommamente si afflisse il buon pontefice, il quale canonizzò in quest'annoBernardino da Siena. Di gran tesori lasciò la pietà de' fedeli in Roma per l'occasione di questo giubileo, e d'essi poi si servì il saggio papa, non già a far guerre, ma bensì a ristorar le chiese, ad aiutare i poverelli, ed abbellir sempre più la bella città di Roma. Adoperossi egli ancora con premura degna del suo sublime e sacro carattere, affinchè si terminasse la guerra viva tra ilre Alfonsoe larepubblica fiorentina[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]. Nè andarono a vuoto i suoi maneggi, essendosi conchiusa la pace fra loro nel dì 29 di giugno, per cui fu obbligatoRinaldo Orsinosignor di Piombino, che poi morì in questo anno di peste, a pagar da lì innanzi l'annuo tributo di cinquecento fiorini d'oro ad esso Alfonso. Nel dì 2 di luglio ebbe anche fine la discordia del medesimo re coi Veneziani[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22. Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Italic.], essendosi, per opera delmarchese Lionellosignor di Ferrara, sottoscritta la pace fra loro dai comuni ambasciatori concorsi alla medesima città di Ferrara. Contribuirono molto a farla i cangiamenti delle cose di Milano, de' quali parlerò fra poco. Sciolto così il re Alfonso dai pensieri di guerra, si diede poi tutto ai piaceri, e ad una vita poco convenevole alla sua saviezza. Fu questo l'ultimo anno della vita del suddettomarchese Lionello, essendo egli stato rapito dalla morte nel dì primo di ottobre nel suo delizioso palagio di Belriguardo; principe d'immortale memoria, perchè, secondo la Cronica di Ferrara, fu amatore della pace, della giustizia e della pietà, di vita onestissima, studiosodelle divine Scritture, liberale massimamente verso i poveri, nelle avversità paziente, nelle prosperità moderato, e che con gran sapienza governò e mantenne sempre quieti i suoi popoli, di modo che si meritò il pregiatissimo nome di Padre della patria. A lui succedette nel dominio di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo e Comacchio ilmarchese Borsosuo fratello, che, quantunque illegittimo, fu anteposto adErcoleeSigismondosuoi fratelli legittimi. Era generale de' VenezianiSigismondo Malatestasignor di Rimini. Fu cassato in quest'anno pei suoi demeriti. Fra le altre cose a lui fu attribuito il rapimento seguito in Verona di bellissima donna nobile tedesca, che con accompagnamento degno della sua condizione passava per quella città andando al giubileo di Roma. Piuttostochè consentire alle voglie libidinose di chi la rapì, si lasciò ella uccidere: caso che fece gran rumore per tutta Italia. S'egli veramente fosse reo di tale eccesso non saprei dirlo, perchè, per quanta inquisizione ne facessero i savii Veneziani, non si potè scoprirne l'autore. Certo è che la voce comune addossò ad esso Malatesta questa iniquità, e ne parlano fino i Giornali di Napoli. In sì cattivo concetto era esso Malatesta, che se non fu, certamente degno era d'essere creduto reo di tanta scelleraggine.

Per tutto il mese di gennaio e di buona parte del febbraio dell'anno presente[Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital. Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.]consisterono le diligenze dello invitto conteFrancesco Sforzain sempre più angustiare la bloccata città di Milano, e in ben disporre le cose, acciocchè l'armata veneta, da cui continuamente i Milanesi imploravano soccorso, non giugnesse a condurvi vettovaglie. Crebbe perciò a dismisura la fame in quella gran città, con essersi ridotti i poveri a mangiar cavalli, cani, gatti, sorci, e in fin l'erbe, cioè ad ingoiare per unaltro verso la morte, che cercavano dì fuggire. Se usciva gente per ricoverarsi altrove, ordine v'era ai capitani dello Sforza di ricacciar ognuno in città. Intanto i rettori, con belle speranze di presto aiuto, lusingavano il languente popolo, e veramente Sigismondo, generale allora de' Veneziani, era in qualche movimento alla volta di Milano. Ma questo soccorso dovea venire, e mai non veniva. Però nel dì 23 di febbraioGasparo da Vimercatomosse a rumore qualche cinquecento uomini della plebe, che con alte grida andarono al pubblico palazzo, da dove furono respinti. Tornati colà in maggior numero, ed uscitoLeonardo Venieroambasciatore de' Veneziani, che finora avea confortati i Milanesi a star saldi, con mettersi a sgridare e minacciare i sediziosi, immediatamente fu dal furioso popolo tagliato a pezzi[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]. A questo spettacolo fuggirono tosto i reggenti; ed essendo restati padroni del palazzo gli ammutinati, che a vista d'occhio andavano crescendo, corsero ad impadronirsi delle porte. Nel seguente dì 26 di febbraio, raunato in Santa Maria della Scala il popolo, fu presa la determinazione di chiamar per loro signore ilconte Francesco Sforza, e gliene fu incontanente spedito l'avviso a Vimercato, da dove egli stava in procinto di muoversi contro l'armata veneta, la quale era in moto.Jacopo Piccininocolla sua gente avea preso servigio in quell'esercito, dacchè vide la rivolta di Milano. Volevano i primarii cittadini che si stabilisse prima una capitolazione; ma il conte animato da' suoi benevoli, senza perdere tempo, marciò alla volta della città; e benchè con qualche fatica, pure v'entrò, incontrato fuori d'essa da copiosissimo popolo, ed accolto dentro dagli altri, tutti gridando:Sforza, Sforza, viva il conte Francesco. Andò prima a ringraziar Dio nella metropolitana, prese il possesso delle fortezze e delle porte, e, lasciatoCarlo da Gonzagaal governo della città conbuoni regolamenti per la quiete del popolo se ne tornò tosto a Vicomercato per vegliare agli andamenti dell'esercito veneto. Nello stesso tempo spedì ordini a tutte le città circonvicine, affinchè provvedessero di viveri l'affamato popolo di Milano: il che fu sì puntualmente eseguito, che in meno di tre dì abbondò la grascia in Milano, come se mai non vi fosse stato assedio,Sigismondo Malatestaappena ebbe intesa questa mutazion di cose, che se ne tornò di là dall'Adda, e fece tosto rompere il ponte. Da lì a due giorni Como, Monza e Bellinzona, terre state fin qui forti nel partito della repubblica di Milano, mandarono a prestar ubbidienza allo Sforza. Venuta poi la festa dell'Annunziazion della Vergine, cioè il dì 25 di marzo (che non so come vien detto dal Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital.]sexto kalendas aprilis, e Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. eod.]scrive che fu nel dì 22 di marzo), fece questo gran capitano insieme colla consorteBianca Visconte, e co' figliuoliGaleazzo MariaedAlessandro, la sua magnifica entrata nella città di Milano, e fu acclamato duca di Milano. Per molti giorni durarono le giostre, le danze, i conviti e le altre feste per la di lui assunzione; e da tutti i principi d'Italia vennero a lui ambascerie per congratularsi, fuorchè dalre Alfonsoe da'Veneziani. Rallegraronsi principalmente del di lui innalzamento i Fiorentini, perchè vedeano di mal occhio il tentativo fatto dai Veneziani per assorbire la Lombardia. Ed allora spirò ogni loro amistà con essi Veneziani, tanto più che in Venezia furono posti nuovi aggravii ai mercanti fiorentini, e si venne dipoi a sapere che essi Veneziani erano entrati in lega colre Alfonso, il cui odio contra de' Fiorentini non mai si estinse.

Poco indugiò Francesco duca di Milano ad ordinare che si rimettesse inpiedi il castello di porta Zobbia, già demolito dal popolo milanese, e teneva continuamente quattro mila persone impiegate in quel lavoro. Stava tuttavia prigione in PaviaGuglielmofratello diGiovanni marchesedi Monferrato. Se volle riavere la libertà, gli convenne, nel dì 26 di maggio, venire ad una capitolazione, rapportata da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.], in cui cedette alle sue ragioni sopra la città d'Alessandria e suo territorio, a riserva del Bosco e d'alcune altre castella pervenute alle mani di suo fratello. Di queste poche avea egli da essere padrone, con obbligarsi ancora lo Sforza di pagargli annualmente due mila ducati, ossieno fiorini d'oro, in contraccambio dell'entrate ch'egli perdeva di Alessandria. Uscito di prigione, andò a Lodi, dove ratificò la convenzione; ma non sì tosto fu in libertà, che, giunto in Monferrato a dì 7 di giugno, giuridicamente protestò contro quello accordo, fatto, secondo lui, per minaccie e paura. Similmente nel dì 15 di novembre il duca Francesco ordinò che fosse ritenuto prigioneCarlo da Gonzaga, altro condottier d'armi, dal quale era stato assistito non poco nella conquista di Milano. Il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 22, tom. 21 Rer. Ital.], che sa dare, secondo l'uso degli storici parziali, un bel colore a tutte le azioni del suo eroe, scrive che per avere lo Sforza fermata lega conLodovico marchesedi Mantova, e stabilito il matrimonio del suo primogenitoGaleazzo Mariacon una figliuola d'esso marchese, Carlo, siccome nemico del fratello, se l'ebbe tanto a male, che cominciò a sollecitare i Veneziani alla guerra, con intenzione di passare nella loro armata. Accertato di ciò il duca, lo imprigionò; ma che fra pochi giorni, per le preghiere del marchese suo fratello, il rilasciò, con obbligarlo nondimeno a cedere Tortona, di cui dianzi avea avutoil dominio. Verisimilmente si dovette allora sospettare che lo Sforza, allorchè ebbe bisogno pe' suoi affari de' suddetti due capitani, accordasse loro tutto quel che richiesero, per toglierlo poi loro, cessato il bisogno. Comunque sia, tace il Simonetta che Carlo, se volle la libertà, fu, oltre alla cession di Tortona[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], costretto a pagare sessanta mila fiorini di oro (del che ho io addotte altrove le pruove[Antichità Estensi, P. II.]), e fu confinato in Lomellina. Certo è poi ch'egli ruppe i confini, e, passato a Venezia, si acconciò con quella repubblica contra del marchese suo fratello, di cui seguitò ad essere nemico. Forse anche lo Sforza e il marchese andaron d'accordo in abbatterlo e ridurlo alla disperazione. Alla fame poi patita dal popolo di Milano, secondo il solito, tenne dietro la pestilenza in quest'anno; e questa gravissima, perchè, se crediamo al Sanuto[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], nella sola città di Milano perirono sessanta mila persone. In Piacenza pochi restarono in vita. Si stese ancora questo malore per quasi tutta la Italia: cosa troppo facile, dacchè tanta gente era in moto per cagion del giubileo. Fu anche in Roma; laonde il pontefice, per isfuggirne la rabbia, fu di nuovo forzato a ritirarsi, nel dì 18 di giugno[Manett., Vita Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.], e venne a Spoleti, poscia a Foligno e Fabriano. Colà nel dì 26 d'agosto ito a trovarloSigismondo Malatestasignore di Rimini[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.], fu onorato e regalato dal papa, ed ottenne che fossero legittimati i due suoi figliuoli bastardiRobertoeMalatesta. Tante volte s'è parlato dell'instabilità di Genova, città allora troppo amante di mutar padrone. In quest'anno ancora, correndo il mese di luglio, fu deposto dal governo il dogeLodovico da Campofregoso[Giustiniani, Istor. di Genova, tom. 15.]. Spedì il popolo a Sarzanaa richiamareTommaso da Campofregoso, già stato doge; ma, scusatosi egli per la troppa avanzata età, consigliò che eleggessero dogePietrosuo nipote: lo che fu eseguito nel dì 8 di dicembre. Del resto non fu in quest'anno nè pace nè guerra fra la repubblica di Venezia e Francesco duca di Milano. Ognuno d'essi avea paura dell'altro. Temeva il duca la potenza e ricchezza maggiore de' Veneziani; e i Veneziani stavano in riguardo pel singolar credito dello Sforza nel mestier della guerra. Tuttavia, giacchè il duca non era ben assodato nel nuovo dominio, i Veneziani andavano disponendo le cose per fargli guerra.


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