MCCCCLXII

MCCCCLXIIAnno diCristomcccclxii. IndizioneX.Pio IIpapa 5.Federigo IIIimperadore 11.S'era incominciato nell'anno precedente a scomporre la sanità diFrancesco Sforzaduca di Milano[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital.], e i più dubitavano che già si fosse formata l'idropisia, da cui non potesse guarire. Andò, come suol avvenire, tanto innanzi la fama di sua malattia, che sul principio di questo anno si spacciò come accaduta la sua morte, o almeno che fosse vicino a quell'ultimo passo. Corse questa diceria per tutta l'Europa, e a distruggerla vi volle ben molto. Fu essa cagione che i contadini del Piacentino, pretendendosi smoderatamente aggravati di taglie e d'imposte dal duca, e credendolo già morto, si sollevarono nel dì 25 di gennaio[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Circa sette mila d'essi nel dì 29 entrarono nella città, e con esso loro si unì la plebe della medesima Piacenza. Era ivi governator dell'armiCorrado Fogliano, fratello uterino del duca, il quale addormentò e burlò quei forsennati, con sottoscrivere tutti quanti i capitoli ch'essi addimandarono, cosicchè li fece desistere dal ribellare la città contro del duca. Venute poi alcune squadre di genti d'armi a Piacenza, maggiormente fermarono l'empito d'essi villani. Tuttavia, continuando essi nel loro ammutinamento, nel dì 5 di maggio giunse Donato Milanese colle genti del duca, e, data loro battaglia, li disfece, colla morte e prigionia di moltissimi, de' quali furono impiccati i più colpevoli. Fu preso ilconte OnofrioAnguissola, che s'era fatto lor capo, e condannato a perpetua carcere. Per questa rivoluzione gran gente si partì da quel territorio, che perciò rimase in cattivissimo stato. Anche il conteTiberto Brandolino, che era stato mandato a Piacenza per que' rumori nel dì 2 di febbraio,chiamato poi a Milano, fu messo in dura prigione per ordine del duca, imputato d'aver tenuta mano coi contadini sollevati, e che essendo già in accordo colduca d'Angiòe conJacopo Piccinino, fosse per fuggirsene alla lor parte. Era valentissimo condottier d'armi, ma dicono ancora che non avea pari nella crudeltà. Questi poi nel dì 12 di settembre per disperazione si tagliò nelle carceri la gola, seppure altri non l'aiutò a terminare la vita. Intanto il duca Francesco per la sua buona complessione si riebbe dalla temuta idropisia, in maniera nondimeno che non riacquistò più il solito buon colore del volto, nè la primiera agilità delle membra. Si applicò poi col vigore di prima a sostener gl'interessi del re Ferdinando, che si trovavano tuttavia in mala positura, per mancanza spezialmente di pecunia, quantunque sì il papa che il duca pagassero puntualmente le rate pattuite.Sul principio della state del presente anno[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 29, tom. 21 Rer. Ital.]ilprincipe di TarantoeJacopo Piccininoassediarono Giovenazzo, e colla artiglieria forzarono alla resa quella terra. Coll'uso della stessa forza conquistarono Trani e Barletta. Non poterono già vincere Ariano; e intanto s'impossessò ilduca Giovannidi Manfredonia e de' luoghi circonvicini, per lo che le di lui genti continuarono le scorrerie e i saccheggi per la Puglia, finattantochè unitosi il re Ferdinando conAlessandro Sforzacondottiere delle armi sforzesche, andò coll'esercito suo ad accamparsi un miglio lungi da Troia. Quivi ancora, stando a fronte le armate nemiche, nel dì 18 d'agosto si venne ad un general fatto d'armi. Dalle tredici ore sino alle diciannove durò l'aspro combattimento, e in fine, rovesciati, gli Angioini si diedero precipitosamente alla fuga. Per loro fu un gran sussidio la vicina città di Troia, dove i più si rifugiarono. Non si potè frenare la cupidigia dei vincitori soldati,che non si sbandassero e corressero a spogliare il campo e i tesori delle tende nemiche; lo che osservato dal Piccinino, che stava sulle mura di Troia, prese animo per uscir di nuovo contro i dispersi bottinatori, riuscendogli di ricuperar molti dei prigioni, e di uccidere o mettere in fuga assaissimi de' nemici. Più avrebbe fatto, se il re Ferdinando ed Alessandro, raunate alcune squadre di cavalleria, non l'avessero respinto entro la città. Tuttavia restò così indebolito per questa rotta l'esercito angioino, che Giovanni d'Angiò e il Piccinino nella seguente notte, lasciato un buon presidio in Troia, si ritirarono a Nocera, Manfredonia e Trani. Venne poscia in potere di Ferdinando Orsara; e la città di Troia per ripiego trovato si diede adIppolita, e non già adIsotta, come ha il Gobellino[Gobel., Comment., lib. 10.], figliuola del duca di Milano, destinata moglie d'Alfonso figlio del re. Trovossi in essa abbondante massa di roba, lasciata dai fuggitivi nemici, e furono presi cinquecento cavalli. Foggia, San Severo, Ascoli ed altre terre tornarono all'ubbidienza del re. Maggiormente ancora si abbassò da lì innanzi lo stato del duca d'Angiò[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]; imperocchè l'accortore Ferdinandopoco stette a spedir messi al vecchio principe di Taranto suo zio, cioè aGian-Antonio Orsino, che con umili parole e proteste di non mai interrotto affetto il pregarono di pace, ben conoscendo il re, che se si staccava dal duca d'Angiò, questo potente signore, il qual solo co' suoi danari tenea in buona lena il contrario partito, non poteano durarla lungo tempo i suoi nemici. Tanto seppero dire quei messi, che si ridusse il principe nel dì 13 di settembre[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]ad abbracciare dal canto suo la pace col papa, col re e col duca di Milano. Rapportati si veggono dal Gobellino gli articoli di quella capitolazione.Per essa quanto migliorò la fortuna e crebbe l'allegrezza delre Ferdinando, altrettanto rimasero sbigottiti ilduca d'Angiò, Jacopo PiccininoeSigismondo Malatesta.Ed appunto il Malatesta ci chiama ad accennar ciò che gli avvenne nell'anno corrente. Aveva egli raunato un bel corpo d'armata con pensiero di trasferirsi in Abbruzzo per le continue istanze del duca d'Angiò e del Piccinino[Gobellin., Simonetta, et alii.]. Si mise anche in viaggio, ed era pervenuto nella Marca a Monte Olmo, quando due nuove il fecero tornare indietro. L'una fu cheFederigoconte di Montefeltro e d'Urbino,Napolione OrsinoeMatteo da Capoa, capitani del papa, venivano con assai gente ai danni de' suoi Stati. L'altra che da alcuni traditori gli si prometteva l'acquisto di Sinigaglia, qualora si fosse presentato colla sua armata sotto quella città. In fatti corse egli a Sinigaglia[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e cominciò a batterla colle artiglierie; e quantunque colà giugnesse anche l'esercito pontificio, ed assicurasse que' cittadini del soccorso, pure per maneggio de' congiurati non meno la città che la rocca si diedero a Sigismondo. Ma non volendo egli essere quivi assediato, nella notte precedente al dì 14 d'agosto ne uscì colle sue genti per ridursi a Mondolfo sulle sue terre. Non fu sì occulto il suo movimento, che nol sapessero i capitani papalini, i quali, messe in armi le lor soldatesche, sul far del giorno gli diedero addosso e lo sconfissero, inseguendolo fin sulle porte di Mondolfo, e facendo prigionieri circa mille e cinquecento cavalli, e fra gli altriGian-Francesco Picodalla Mirandola, che era ito ad unirsi ad esso Malatesta con ottocento cavalli. Si prevalsero di questa vittoria i capitani del pontefice, perchè non passò il mese di settembre che presero l'intero vicariato di Fano, ossia Mondavio, Mondaino, Santo Arcangelo, Verucchio, ed altre assaissime terre; inuna parola quasi tutto il contado di Rimini. Se ne andò Sigismondo per mare in Abbruzzo a chiedere soccorso al duca Giovanni e a Jacopo Piccinino; ma ritrovò che essi abbisognavano anche più di lui di soccorso; e però, beffato della espettazione sua, se ne ritornò a provvedere il meglio che potè ai proprii bisogni. In Venezia diede fine in quest'anno al vivere suo il dogePasquale de' Malipierinel dì 5 di maggio[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], e venne da lì a pochi giorni, cioè nel dì 12, in sua vece eletto dogeCristoforo Moro, che era procurator di San Marco. Tra Corneto e Cività Vecchia in quest'anno nelle montagne della Tolfa fu scoperta una miniera di allume di rocca, da cui venne da lì innanzi un gran profitto alla camera pontificia. Vaghi sempre in addietro i Genovesi di mutar governo, e sempre fra loro discordi[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.], ebbero nell'anno presente delle novità.Lodovico da Campofregosodoge fu cacciato dal trono e dalla città, e nel dì 14 di maggioPaolo Fregoso, ambizioso arcivescovo di quella città, si fece proclamar doge; ma non giunse al fine d'esso mese, che fu detronizzato. Per la terza volta nel dì 8 di giugno tornò ad essere dogeLodovico Fregoso. A tutti questi movimenti stava attentoFrancesco Sforzaduca di Milano, uomo di fina accortezza; e siccome egli amoreggiava da gran tempo quella ricca e potente città, cominciò di buon'ora a preparare i mezzi per ottenerne il fine. Il primo passo fu quello di non irritareLuigi XIre di Francia, che manteneva le sue pretensioni sopra Genova. Tanto maneggiò che ottenne da esso re la rinunzia di quelle ragioni in favor suo: nella qual occasione si esibì di far prendere in moglie aGaleazzo Mariasuo primogenito una principessa di soddisfazione del re[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Venuto a notizia diLodovico Gonzagamarchese di Mantova questo trattato, se ne chiamò molto offeso,perchè, essendo già seguiti gli sponsali fra una sua figliuola ed esso Galeazzo Maria, si trovava aspramente burlato dal duca. Da ciò venne ch'egli s'unì co' Veneziani, dai quali fu preso per lor generale di Terra ferma.

S'era incominciato nell'anno precedente a scomporre la sanità diFrancesco Sforzaduca di Milano[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 28, tom. 21 Rer. Ital.], e i più dubitavano che già si fosse formata l'idropisia, da cui non potesse guarire. Andò, come suol avvenire, tanto innanzi la fama di sua malattia, che sul principio di questo anno si spacciò come accaduta la sua morte, o almeno che fosse vicino a quell'ultimo passo. Corse questa diceria per tutta l'Europa, e a distruggerla vi volle ben molto. Fu essa cagione che i contadini del Piacentino, pretendendosi smoderatamente aggravati di taglie e d'imposte dal duca, e credendolo già morto, si sollevarono nel dì 25 di gennaio[Ripalta, Annal. Placent., tom. 20 Rer. Ital.]. Circa sette mila d'essi nel dì 29 entrarono nella città, e con esso loro si unì la plebe della medesima Piacenza. Era ivi governator dell'armiCorrado Fogliano, fratello uterino del duca, il quale addormentò e burlò quei forsennati, con sottoscrivere tutti quanti i capitoli ch'essi addimandarono, cosicchè li fece desistere dal ribellare la città contro del duca. Venute poi alcune squadre di genti d'armi a Piacenza, maggiormente fermarono l'empito d'essi villani. Tuttavia, continuando essi nel loro ammutinamento, nel dì 5 di maggio giunse Donato Milanese colle genti del duca, e, data loro battaglia, li disfece, colla morte e prigionia di moltissimi, de' quali furono impiccati i più colpevoli. Fu preso ilconte OnofrioAnguissola, che s'era fatto lor capo, e condannato a perpetua carcere. Per questa rivoluzione gran gente si partì da quel territorio, che perciò rimase in cattivissimo stato. Anche il conteTiberto Brandolino, che era stato mandato a Piacenza per que' rumori nel dì 2 di febbraio,chiamato poi a Milano, fu messo in dura prigione per ordine del duca, imputato d'aver tenuta mano coi contadini sollevati, e che essendo già in accordo colduca d'Angiòe conJacopo Piccinino, fosse per fuggirsene alla lor parte. Era valentissimo condottier d'armi, ma dicono ancora che non avea pari nella crudeltà. Questi poi nel dì 12 di settembre per disperazione si tagliò nelle carceri la gola, seppure altri non l'aiutò a terminare la vita. Intanto il duca Francesco per la sua buona complessione si riebbe dalla temuta idropisia, in maniera nondimeno che non riacquistò più il solito buon colore del volto, nè la primiera agilità delle membra. Si applicò poi col vigore di prima a sostener gl'interessi del re Ferdinando, che si trovavano tuttavia in mala positura, per mancanza spezialmente di pecunia, quantunque sì il papa che il duca pagassero puntualmente le rate pattuite.

Sul principio della state del presente anno[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 29, tom. 21 Rer. Ital.]ilprincipe di TarantoeJacopo Piccininoassediarono Giovenazzo, e colla artiglieria forzarono alla resa quella terra. Coll'uso della stessa forza conquistarono Trani e Barletta. Non poterono già vincere Ariano; e intanto s'impossessò ilduca Giovannidi Manfredonia e de' luoghi circonvicini, per lo che le di lui genti continuarono le scorrerie e i saccheggi per la Puglia, finattantochè unitosi il re Ferdinando conAlessandro Sforzacondottiere delle armi sforzesche, andò coll'esercito suo ad accamparsi un miglio lungi da Troia. Quivi ancora, stando a fronte le armate nemiche, nel dì 18 d'agosto si venne ad un general fatto d'armi. Dalle tredici ore sino alle diciannove durò l'aspro combattimento, e in fine, rovesciati, gli Angioini si diedero precipitosamente alla fuga. Per loro fu un gran sussidio la vicina città di Troia, dove i più si rifugiarono. Non si potè frenare la cupidigia dei vincitori soldati,che non si sbandassero e corressero a spogliare il campo e i tesori delle tende nemiche; lo che osservato dal Piccinino, che stava sulle mura di Troia, prese animo per uscir di nuovo contro i dispersi bottinatori, riuscendogli di ricuperar molti dei prigioni, e di uccidere o mettere in fuga assaissimi de' nemici. Più avrebbe fatto, se il re Ferdinando ed Alessandro, raunate alcune squadre di cavalleria, non l'avessero respinto entro la città. Tuttavia restò così indebolito per questa rotta l'esercito angioino, che Giovanni d'Angiò e il Piccinino nella seguente notte, lasciato un buon presidio in Troia, si ritirarono a Nocera, Manfredonia e Trani. Venne poscia in potere di Ferdinando Orsara; e la città di Troia per ripiego trovato si diede adIppolita, e non già adIsotta, come ha il Gobellino[Gobel., Comment., lib. 10.], figliuola del duca di Milano, destinata moglie d'Alfonso figlio del re. Trovossi in essa abbondante massa di roba, lasciata dai fuggitivi nemici, e furono presi cinquecento cavalli. Foggia, San Severo, Ascoli ed altre terre tornarono all'ubbidienza del re. Maggiormente ancora si abbassò da lì innanzi lo stato del duca d'Angiò[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]; imperocchè l'accortore Ferdinandopoco stette a spedir messi al vecchio principe di Taranto suo zio, cioè aGian-Antonio Orsino, che con umili parole e proteste di non mai interrotto affetto il pregarono di pace, ben conoscendo il re, che se si staccava dal duca d'Angiò, questo potente signore, il qual solo co' suoi danari tenea in buona lena il contrario partito, non poteano durarla lungo tempo i suoi nemici. Tanto seppero dire quei messi, che si ridusse il principe nel dì 13 di settembre[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]ad abbracciare dal canto suo la pace col papa, col re e col duca di Milano. Rapportati si veggono dal Gobellino gli articoli di quella capitolazione.Per essa quanto migliorò la fortuna e crebbe l'allegrezza delre Ferdinando, altrettanto rimasero sbigottiti ilduca d'Angiò, Jacopo PiccininoeSigismondo Malatesta.

Ed appunto il Malatesta ci chiama ad accennar ciò che gli avvenne nell'anno corrente. Aveva egli raunato un bel corpo d'armata con pensiero di trasferirsi in Abbruzzo per le continue istanze del duca d'Angiò e del Piccinino[Gobellin., Simonetta, et alii.]. Si mise anche in viaggio, ed era pervenuto nella Marca a Monte Olmo, quando due nuove il fecero tornare indietro. L'una fu cheFederigoconte di Montefeltro e d'Urbino,Napolione OrsinoeMatteo da Capoa, capitani del papa, venivano con assai gente ai danni de' suoi Stati. L'altra che da alcuni traditori gli si prometteva l'acquisto di Sinigaglia, qualora si fosse presentato colla sua armata sotto quella città. In fatti corse egli a Sinigaglia[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], e cominciò a batterla colle artiglierie; e quantunque colà giugnesse anche l'esercito pontificio, ed assicurasse que' cittadini del soccorso, pure per maneggio de' congiurati non meno la città che la rocca si diedero a Sigismondo. Ma non volendo egli essere quivi assediato, nella notte precedente al dì 14 d'agosto ne uscì colle sue genti per ridursi a Mondolfo sulle sue terre. Non fu sì occulto il suo movimento, che nol sapessero i capitani papalini, i quali, messe in armi le lor soldatesche, sul far del giorno gli diedero addosso e lo sconfissero, inseguendolo fin sulle porte di Mondolfo, e facendo prigionieri circa mille e cinquecento cavalli, e fra gli altriGian-Francesco Picodalla Mirandola, che era ito ad unirsi ad esso Malatesta con ottocento cavalli. Si prevalsero di questa vittoria i capitani del pontefice, perchè non passò il mese di settembre che presero l'intero vicariato di Fano, ossia Mondavio, Mondaino, Santo Arcangelo, Verucchio, ed altre assaissime terre; inuna parola quasi tutto il contado di Rimini. Se ne andò Sigismondo per mare in Abbruzzo a chiedere soccorso al duca Giovanni e a Jacopo Piccinino; ma ritrovò che essi abbisognavano anche più di lui di soccorso; e però, beffato della espettazione sua, se ne ritornò a provvedere il meglio che potè ai proprii bisogni. In Venezia diede fine in quest'anno al vivere suo il dogePasquale de' Malipierinel dì 5 di maggio[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], e venne da lì a pochi giorni, cioè nel dì 12, in sua vece eletto dogeCristoforo Moro, che era procurator di San Marco. Tra Corneto e Cività Vecchia in quest'anno nelle montagne della Tolfa fu scoperta una miniera di allume di rocca, da cui venne da lì innanzi un gran profitto alla camera pontificia. Vaghi sempre in addietro i Genovesi di mutar governo, e sempre fra loro discordi[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5.], ebbero nell'anno presente delle novità.Lodovico da Campofregosodoge fu cacciato dal trono e dalla città, e nel dì 14 di maggioPaolo Fregoso, ambizioso arcivescovo di quella città, si fece proclamar doge; ma non giunse al fine d'esso mese, che fu detronizzato. Per la terza volta nel dì 8 di giugno tornò ad essere dogeLodovico Fregoso. A tutti questi movimenti stava attentoFrancesco Sforzaduca di Milano, uomo di fina accortezza; e siccome egli amoreggiava da gran tempo quella ricca e potente città, cominciò di buon'ora a preparare i mezzi per ottenerne il fine. Il primo passo fu quello di non irritareLuigi XIre di Francia, che manteneva le sue pretensioni sopra Genova. Tanto maneggiò che ottenne da esso re la rinunzia di quelle ragioni in favor suo: nella qual occasione si esibì di far prendere in moglie aGaleazzo Mariasuo primogenito una principessa di soddisfazione del re[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Venuto a notizia diLodovico Gonzagamarchese di Mantova questo trattato, se ne chiamò molto offeso,perchè, essendo già seguiti gli sponsali fra una sua figliuola ed esso Galeazzo Maria, si trovava aspramente burlato dal duca. Da ciò venne ch'egli s'unì co' Veneziani, dai quali fu preso per lor generale di Terra ferma.


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